Il sistema dei condottieri

0
354
condottieri di ventura

1. E’ utile anteporre una breve descrizione della situazione esistente in Italia nel tardo Medio Evo e nei primi anni del Rinascimento, al fine di avere una cornice storica in cui meglio inquadrare il sistema dei condottieri nella sua evoluzione.

il sistema dei condottieri di venturaLimitazioni territoriali, vincoli di carattere politico ed economico, discordanze culturali ed una irresistibile tendenza alla litigiosità sono le caratteristiche del mosaico di stati che connotano quell’espressione geografica che è l’Italia del tempo. Esistono sei grandi stati regionali, dei quali ciascuno provoca disordini e frequenti conflitti nei territori finitimi. Essi sono nell’ordine:
-il regno di Napoli, retto prima dagli angioini e, successivamente, dalla casa d’Aragona;
-lo stato pontificio, dove ogni papa è portatore di una propria visione politica generale;
-la repubblica e la signoria medicea di Firenze;
-il ducato di Milano, retto prima dai Visconti e poi dagli Sforza;
-la contea ed in seguito ducato di Savoia;
-la repubblica di Venezia.

Attorno ad essi gravitano altri stati minori, teoricamente indipendenti e sovrani; in realtà costretti ad allineare la propria linea politica a quella dell’uno e dell’altro dei loro potenti vicini, allo scopo di salvaguardare gli interessi territoriali e di sopravvivere alle cupidigie dei confinanti: si tratta del comune o della signoria di Bologna, del dogato di Genova, delle signorie di Ferrara, di Mantova, di Forlì, di Rimini, di Urbino, di Perugia  (alla cui testa vi è spesso la figura di un condottiero), delle repubbliche di Siena e di Lucca e dei marchesati di Saluzzo e del Monferrato.

Meno presenti, da ultimo, sono altre entità territoriali (costituite da comuni e da signorie minori), dotate anch’esse di una qualche autonomia e che, seppure difficoltosamente, riescono talora, per qualche tempo, a giocare un ruolo chiave negli ambiti della loro limitata sfera d’influenza. Nelle cronache cittadine si rilevano interminabili successioni di violente lotte secolari, di tensioni latenti sempre sul punto di esplodere tra le varie fazioni, di dissidi giudiziari con relative rappresaglie legalizzate, di scorrerie nelle campagne per distruggere raccolti e piantagioni, di continue scaramucce, imboscate e, meno frequentemente, di battaglie in campo aperto. Protagonisti di questa sarabanda sono gli esponenti di tutti i gruppi sociali. Inoltre i detentori del potere, in questo periodo storico, focalizzano l’attenzione sempre sul breve periodo  capovolgendo le proprie decisioni senza preavviso e senza motivo.

A questa panoramica, già assai complicata e turbolenta, vanno aggiunti gli interventi armati di compagnie di ventura alla ricerca di qualche taglia, nonché le pressioni esterne di re, imperatori, feudatari locali, senza tralasciare l’episodica furia improvvisa di folle incontrollabili. Il quadro che emerge dalla ricostruzione della storia militare di questi periodi è quello di una serie di guerre e di campagne che coinvolgono diversi nemici ed alleati, con continui ribaltamenti degli schieramenti: del resto, le dinastie dei Savoia, dei Gonzaga, dei Visconti, degli Estensi, dei Malatesta hanno sempre legato le loro fortune al principio dell’opportunismo politico-militare (che spesso si realizza nella richiesta di una condotta). Dei loro conti, marchesi e duchi si poteva sussurrare – seppure con un certo eccesso –  che non concludevano una guerra con lo stesso alleato con cui l’avevano iniziata; e se così accadeva, era perché avevano cambiato partito due volte.

Tab. 1  NUMERO DI CONFLITTI RELATIVI AI MAGGIORI STATI ITALIANI

Anni/Stato

1330 – 1400

1401 – 1500

1501 – 1530

         Totale

Stato della Chiesa

            163

           167

            72

           402

Firenze

            127

            76

            28

           231

Milano

            131

           139

            12

          282

Napoli

             87

            96

             –

          183

Savoia

             53

            44

             7

          104

Venezia

            46

            92

17

          155

 

Il sistema dei condottieri di venturaNella tabella si è cercato di quantificare il numero dei conflitti riguardanti i soli stati regionali. Da un suo esame appare chiaro come esso segua una parabola discendente, cui si accompagna un coinvolgimento territoriale sempre maggiore ed un aumento dello spargimento di sangue. Le guerre del Trecento sono eminentemente locali o regionali; il numero delle vittime (con alcune eccezioni quali la battaglia di Montecatini e quella di Monteveglio) sembra ridotto, anche perché le fonti coeve si limitano a registrare i morti tra i cavalieri ed i gentiluomini, senza soffermarsi sulla mortalità che si verifica tra i fanti ed i venturieri, questi ultimi rappresentati da milizie eterogenee, più o meno armate, ma sempre pronte a prendere parte al bottino.

Nel Quattrocento i conflitti iniziano a diminuire, diventano interregionali; il numero dei deceduti in combattimento aumenta  per le innovazioni apportate dalla tecnologia bellica (l’uso della polvere da sparo nelle sue varie applicazioni) non sempre bilanciate dai  miglioramenti apportati ai sistemi difensivi. Nei primi anni del Cinquecento, infine, il numero delle guerre si riduce ancor più e l’orizzonte spaziale diviene quasi nazionale: con lo sviluppo e l’impatto delle armi da fuoco incrementa in modo vertiginoso  il numero dei morti in battaglia.

Le cause interne e gli impulsi che animano coloro che reggono gli stati sono formulati da Lorenzo Valla nel 1440: “frenesia di gloria”, “speranza di bottino”, “tema di incorrere di poi in una calamità qualora si fosse consentito altrui di accrescere le sue forze”, “vendetta di un torto patito e difesa di un amico”. Anche nella semplice enunciazione di questi principi, il Valla rivela quanto si intreccino motivazioni politiche e culturali, tanto che è difficile distinguere le une dalle altre. E’ certo, invece, il clima di sospetto, di tradimento e di violenza che ne discende: la ricerca del potere e della ricchezza pretende un impegno continuo nel controllare e soffocare manovre e contromisure degli avversari.

Tab. 2  STATI REGIONALI: NUMERO DI ANNI SENZA ALCUN TIPO DI CONFLITTO

Anni/Stato

1330 – 1400

1401 – 1500

1501 – 1530

       Totale

Stato della Chiesa

                2

                2

                 –

           4

Firenze

                2

              19

                3

         24

Milano

                1

                6

                4

         11

Napoli

                2

              10

                –

         12

Savoia

                6

              37

18

         61

Venezia

                8

               2

                6

         16

 

Dall’esame della tabella 2 emerge che ben pochi sono gli anni esenti da qualsiasi tipo di lotta: in due secoli, tra gli stati regionali si registrano solo quattro anni di pace per quello pontificio, con punte di sessantuno per la contea/ducato di Savoia (stato più decentrato rispetto agli altri, per il quale probabilmente abbiamo sottovalutato le occasioni di guerra coinvolgenti la dinastia sabauda per le terre controllate in Francia ed in Svizzera) e di ventiquattro per Firenze. Venezia gode unicamente di sedici anni di pace: in questo caso la giustificazione è data dalla politica imperialistica della Serenissima, presente in molte aree potenzialmente conflittuali del mare Adriatico e del mare Egeo, quali la Dalmazia, il Montenegro, l’Albania, la Grecia con l’appendice delle sue isole, Cipro,  le coste dell’ Anatolia e del mar Nero.

Comuni, repubbliche e signorie sono governati da uomini ambiziosi, spesso astuti e calcolatori;  la foga e la continuità con cui si gettano nella lotta è indizio di una mentalità basata sulla veemenza degli impulsi e sul fuoco di ardenti passioni. Le cronache sono piene di pianti, ire, desideri di vendetta. In tale clima il ricorso alla cospirazione, alle armi non è mai vissuto come extrema ratio, quanto come l’esercizio di un proprio diritto, la soluzione logica e persino auspicabile di ogni controversia. Non mancano peraltro, per modo di dire sul “mercato” gli strumenti per farsi valere.

Nel Medio Evo e nel Rinascimento quando si parla di guerra non si può prescindere dalla nozione di mercenario, vale a dire del soldato professionista il cui comportamento, secondo la definizione di Yves Garlan “non è affatto dettato .. dall’ appartenenza ad una comunità politica, bensì dall’attrattiva del lucro”. Nella storia militare, d’altra parte, si trovano infiniti esempi di problematiche organizzative e dirigenziali che sembrano mostrare straordinaria affinità, se non piena coincidenza, con temi che consideriamo propri ed esclusivi del management moderno. La tendenza dell’uomo medievale ad associarsi ed a porsi sotto un protettore ha alla sua origine, oltretutto, motivi specificamente economici: il singolo cavaliere per condurre un’eventuale vita peregrinante (il che significa dover sostenere sé stesso, lo scudiero, il proprio cavallo e quello di ricambio) deve affrontare un ammontare assai alto di spese: è di gran lunga più semplice e redditizio cercare qualcuno che lo prenda a servizio e che sia in grado di provvedere alla sua retribuzione con una certa regolarità.

Per gli animi più irrequieti, per i figli cadetti senza alcuna sinecura, per i bastardi della nobiltà minore, è del tutto naturale paragonare i profitti lenti e faticosi dell’agricoltura o della bottega, le loro rendite scarse ed incerte, alle fortunate rapine ed alle possibilità di bottino offerte dai numerosi conflitti in essere: sciami di “banditi”, i fuoriusciti espulsi da qualche comunità per i più vari motivi, di venturieri desiderosi di esercitare la professione del latrocinio legalizzato sotto i più onorevoli nomi di guerra e di conquista, aspirano a trovare nel mestiere delle armi la possibilità di una sistemazione definitiva.

Ancor prima del Trecento è possibile incontrare nella penisola piccole compagnie di ventura ante litteram: queste diventano un elemento basilare della vita militare italiana solo verso il 1320-1330 allorché si verificano dei cambiamenti nel reclutamento dei mercenari. Nel periodo, infatti, dall’assunzione individuale (o di gruppi di poche decine di uomini) si passa all’ingaggio di intere compagnie. Il nuovo sistema va a pennello con l’organizzazione degli stati committenti, che si sentono in tal modo esonerati dall’affrontare le tematiche legate all’esistenza di milizie permanenti al loro interno: è più facile arruolare un “imprenditore” che garantisce un certo servizio che centinaia di singoli soldati. Inoltre, dal punto di vista militare, sembra ragionevole impiegare uomini che sono già abituati a combattere assieme per brevi periodi senza essere legati al mondo di una qualche corporazione o al lavoro nelle campagne.

Le compagnie con fra Moriale divengono strutture complesse e ben organizzate con propri servizi logistici ed amministrativi; le maggiori risultano, in secondo luogo, un amalgama di gruppi più piccoli. Le decisioni più importanti sono prese di comune accordo fra il capitano generale (eletto dai compagni) e gli altri condottieri minori a lui confederati (i caporali, i capisquadra); il bottino viene diviso tra i membri della compagnia in parti predeterminate tenendo conto sia del ruolo ricoperto al suo interno, sia del tipo di servizio prestato (uomo, fante, saccomanno). Lo scopo precipuo di queste associazioni si rivela nel periodo quello di sfruttare e depredare le popolazioni. Inevitabile, quindi, che la valutazione delle compagnie di ventura, almeno per quelle esistenti tra il 1365 ed il 1380, sia estremamente simile al giudizio espresso da Amedeo di Savoia e riportato dal Cognasso. Eccezion fatta per pochi valorosi, il Conte Verde depreca che nella compagnia di Anchino di Baumgarten vi siano solo dei “trouans”, degli straccioni, valutazione che viene estesa a tutti i venturieri, definiti senz’altro “toutz guarzons, tous ribaus”, gente di nessun conto.

La condanna ha un ineccepibile retrogusto di snobismo sociale piuttosto che morale perché le compagnie accomunano gli spostati della piccola nobiltà con quelli provenienti da ceti considerati di più bassa estrazione. La promiscuità sociale resta, seppur con limiti che sono facilmente intuibili, una delle peculiarità del mondo dei soldati professionisti: all’interno della compagnia, le rigide divisioni di casta, lungi dallo scomparire, perlomeno si attenuano e giustificano l’ascesa di uomini altrimenti condannati al sottopancia della società. Dopo la guerra degli Otto Santi si verifica un’altra mutazione: le compagnie perdono la caratteristica di associazione temporanea per divenire organizzazioni militari semi-permanenti che dipendono dal valore e dal genio militare di chi la comanda e che in qualche modo quasi le personifica (Giovanni Acuto ed Alberico da Barbiano sono gli epigoni della nuova tendenza).

“In quegli stessi  tempi  – scrive il Sismondi – coloro che facevano il mestiere del soldato erano sempre in guerra: nel punto che un principe li licenziava per avere fatta la pace, li assoldava un altro per cominciar nuove guerre.” ” I soldati, come scrive P. Villari, obbedivano alla volontà suprema del capo, senza però essere legati a lui da alcuna fedeltà o sottomissione personale, pronti ad abbandonarlo per un capitano più famoso o una paga maggiore.” La guerra divenne l’opera di una mente direttrice, l’esercito fu unito dal nome e dal valore del capitano, la battaglia fu come una sua creazione militare (…) per molti lati la sua sorte ed il suo carattere somigliavano a quelli del tiranno italiano.

Alla testa di un’amministrazione complicata e difficile, doveva ogni giorno pensare a raccogliere nuovi soldati, onde riempire i vuoti che faceva nelle sue file non tanto il ferro nemico quanto la continua diserzione e trovare ogni giorno i danari, coi quali pagare nella pace e nella guerra i suoi uomini. Egli era in continua relazione cogli Stati italiani, per cercare condotte, per avere danari colle minacce o colle promesse, per dare ascolto a coloro che, con maggiori offerte volevano levarlo al nemico.”

In tale contesto la figura del condottiero non può che acquistare maggior rilievo divenendo paradigma economico ed esistenziale per i suoi compagni; spesso è anche un riformatore dell’arte della guerra ed un abile equilibrista sulla corda tesa della politica. Questo tipo di condottiero, quando viene assoldato, è ben lontano dall’essere totalmente dipendente dal potere politico anche a causa della brevità dei contratti di ingaggio. Se viene fatto prigioniero, oltre a subire la perdita dei beni, deve badare al pagamento del suo riscatto che pesa, prima di tutto, sulla sua fortuna personale o su quella dei suoi famigliari (se di famiglia nobile).

L’alternativa, nel caso in cui non sia in grado di sopportare tale onere, è quella di trasferirsi al soldo dell’avversario. Il condottiero trova, pertanto, nel proprio interesse il principio ed il fine del suo operato: in questo ambito tutto ciò che serve a raggiungere i propri obiettivi viene considerato lecito ed è quasi sempre tollerato dai suoi datori di lavoro. Cionondimeno egli svolge un’azione militare abbastanza abile, anche se all’apparenza oscillante ed agitata da improvvisi voltafaccia: questi ultimi sono spesso suscettibili di interpretazione, dal momento che non sono sempre conseguenza di impulsi soggettivi o di ambizioni personali frustrate, ma possono derivare da situazioni contingenti come la scadenza della condotta senza che essa sia stata rinnovata tempestivamente dal committente o da un grave ritardo nel pagamento delle prestazioni.

Vi possono anche essere altre cause di carattere più squisitamente politico, quali quelle provocate dal frequente ricambio nel ceto dirigente, per cui i nuovi membri del governo di uno stato non intendono più rispettare gli impegni presi dai loro predecessori.  Lo spirito dell’ Umanesimo porta a riscoprire il valore dell’individuo. L’importanza e la forza della compagnia si identificano nel valore e nel genio di chi la comanda ed in qualche modo la personifica. Il de la Sizeranne nella sua biografia di Federico da Montefeltro  sottolinea ripetutamente l’aspetto dell’autonomia avvicinando la compagnia al concetto moderno di impresa, intesa come attività economica predisposta per la fornitura di prestazioni specializzate.

“Il condottiero era.. un imprenditore militare, o, se si vuole, uno che conduceva truppe al soldo di uno Stato, repubblica, regno o papato, e contraeva ferme a tempo determinato per sé e per i suoi uomini. Non era pagato in rapporto ai servizi particolari, battaglia vinta o città presa … ma per anno o mese e secondo il numero di uomini e cavalli, di macchine e di armi che manteneva. Le sue truppe, benché le arrolasse .. lui stesso e ne fosse responsabile, non costituivano una sua forza personale. Il solo legame che le teneva unite era la paga .. a parte un gruppetto di amici, parenti, gentiluomini alla sua scuola o veterani che seguivano la sua fortuna, la sola forza che egli rappresentava era in lui: bravura, esperienza, conoscenze tecniche, prestigio del nome e dei successi avuti proprio come avviene per un architetto, un imprenditore, un ingegnere” cui si affidi un lavoro con la clausola chiavi in mano.

Dal punto di vista di un’accentuata professionalizzazione dei combattenti, l’affermazione è senza dubbio verosimile. Tra i condottieri italiani (Muzio Attendolo Sforza e Braccio di Montone) si sviluppa per la prima volta dall’antichità una vera arte della guerra: sono riesaminati i problemi bellici con criteri che si possono definire scientifici tenendo conto anche dello spirito, delle aspirazioni, dei bisogni delle milizie comandate.

Questi sono risolti mediante il perfezionamento dell’arte della manovra che permette un maggior risparmio e consente di affrontare le battaglie con piccoli reparti di cavalleria pesante, economicamente distribuiti e con forti riserve destinate ad intervenire solo nei momenti decisivi.

Quanto sin qui esposto non deve indurre a ritenere che sia del tutto lecita la sovrapposizione tra la figura del condottiero e quella del moderno manager. Se si possono riscontrare affinità di tipo culturale per quel che riguarda l’approccio organizzativo e l’apprendimento, bisogna tenere bene a mente che il capitano di ventura è figlio del suo tempo e partecipa alla particolare temperie che plasma l’uomo del tardo Medio Evo e del primo Rinascimento. Il soldato professionista è un ibrido che, se rimanda per sagacia e competenza tecnica ad una moderna immagine di esperto del settore, è però attraversato da pulsioni tipicamente medievali: è per natura un irregolare, apparentabile ai personaggi che emergono dalle pagine di Villon, rammenta da vicino lo sbandato Alain le Gentil descritto da Marcel Schwob nelle sue Vite Immaginarie. Nello spirito religioso, tutto permeato di gesti e di simboli liturgici, così come in alcune credenze quali l’astrologia, rintracciamo motivazioni che nulla hanno a che fare con l’indifferenza operativa dell’uomo d’affari otto-novecentesco. Altre più viscerali urgenze sono sovente anteposte agli interessi  razionali del guadagno: la rissosità, il puntiglio d’onore, la vendetta feroce, la vocazione al vivere irrequieto, errabondo, un nomadismo condiviso, peraltro, con altre categorie come i mercanti, i pellegrini, i giullari ed i chierici. I guerrieri di mestiere sono freddi e calcolatori, valutano il rischio in base a ciò che viene loro nella borsa; eppure sono pronti ad improvvisi colpi di testa, rivelatori di quanto siano sempre vivi alcuni valori derivanti dal mondo cavalleresco: i cimieri, la bellezza delle cavalcature, i gonfaloni con i motti personalizzati, la varietà delle imprese araldiche, i rituali complicati, i tornei, i frequenti duelli, l’ostentazione di fasto  nelle cerimonie religiose e laiche, sono tutti segnali di come l’esercizio della guerra pretenda di avere un carattere spiccatamente individuale anche se viene spesso smentito dai fatti. Un’ultima osservazione, infine, tratta dall’opera di Alexander Hall “Il Rinascimento cattivo”. “Spietati, astuti e privi di scrupoli, i condottieri percorrevano la penisola cavalcando, assediando e saccheggiando, sempre accompagnati da una riprovazione mescolata al rispetto e al timore. Man mano che crescevano in prestigio e influenza, essi giunsero ad avere un ruolo importante nella storia dell’arte, prima in quanto oggetti di civile ammirazione e commemorazione, poi come protettori per proprio conto di letterati, pittori, scultori e architetti.”

In sintesi il capitano di ventura (già in questa definizione notiamo una sfumatura quasi picaresca) è partorito dal connubio di opposte polarità: le scorie residue dell’ideale cavalleresco e la potente molla di promozione economica e sociale che fa dire ad Eustachio di Ribeaumont: “Je suis uns povres homs qui desire mon avancement”. Sono allora assai indicativi i principi pedagogici indirizzati agli aspiranti combattenti del Cinquecento, segnalati dal Gauthiez nella sua biografia su Giovanni dalle Bande Nere (quest’ultimo non a caso trasformato poi in eroe popolare fascista, anche a causa di un certo peculiare stile di vita):

                                                                                                                                    Chasse l’oisiveté, la mère de tout vice,/ et, grand seigneur, appren les mestiers d’un soldart;/ sauter, luiter, courir, est honneste exercise,/ bien manier chevaux et bien lancer le dart.”  

Per il periodo in esame si è anche tentato di quantificare il numero dei condottieri operanti in Italia: per il 1439, secondo fonti coeve, sono 170 le compagnie di ventura presenti nel nostro paese. Si rileva, in particolare, l’esistenza di 129 condottieri (con 64650 cavalli ai loro ordini) così distribuiti: stato della Chiesa, 10 con 4200 cavalli; Venezia, 24 con 16100 cavalli; ducato di Milano, 53 con 19750 cavalli; Siena, 3 con 1000 cavalli; Firenze, 4 con 3000 cavalli; regno di Napoli (Alfonso d’Aragona), 28 con 17800 cavalli; pretendente al regno di Napoli (Renato d’Angiò), 7 con 2800 cavalli. 41, infine, sono le compagnie al soldo del ducato di Savoia, del marchesato di Saluzzo, del marchesato del Monferrato, di Lucca, Genova e Perugia.

Con l’avanzare del secolo quindicesimo vi è un’ulteriore percettibile modificazione del concetto del condottiero, ed è una modificazione strettamente legata all’affermazione dei vagheggiamenti umanistici. “Le vittorie consistono in la virtù del capo et de pochi electi et non in la moltitudine”: sono parole di Bartolomeo d’Alviano in una lettera inviata al Senato veneziano nel 1508 dopo la vittoriosa giornata di Tai di Cadore. Esse esprimono la sua concezione, in perfetta coerenza con gli ideali del Rinascimento, del condottiero come uomo superiore in grado di provvedere a tutto e di trascinare la folla dei soldati con il suo carisma. Per lui, come d’altra parte per molti altri capitani, la battaglia è impeto, è un insieme di atti di valore personale, coraggiosa ricerca dell’onore; onore vuol dire anche risollevare le sorti del combattimento con un’impresa audace, trascinare con l’esempio e la parola alla vittoria i soldati meno preparati, impedire la fuga dei vili e degli scoraggiati.

Sempre sulla discriminante della professionalità, vale per il de la Sizeranne la distinzione tra buono e cattivo condottiero, dove il secondo è colui che viola i suoi impegni, intasca il denaro della truppa senza distribuirlo, mantiene soltanto duecento cavalieri quando il suo contratto ne prevede seicento, morde la mano di chi lo paga: uno così è Sigismondo Pandolfo Malatesta. Il buon condottiero è quello che rispetta le promesse, esegue tutte le clausole del contratto che lo lega al committente, rifiuta di pranzare con l’avversario, lo batte talvolta, saccheggia solo le città della parte avversa, si mette a massacrare coloro che proteggeva la vigilia solo quando il contratto è scaduto ed è trascorso il giusto intervallo previsto dalla condotta scaduta.

E’ il caso del conte e duca di Urbino. La stessa affermazione degli ideali umanistici porta, infine, ad un’ultima mutazione del concetto di capitano di ventura. Il condottiero diviene ora uomo colto: colto, ovviamente, di una cultura specialistica che presuppone l’insegnamento pratico di un maestro (la scuola di Vittorino da Feltre a Mantova) e che include nozioni varie di arte della guerra, quali la medicina traumatica, la poliorcetica, la matematica, l’architettura militare applicata sia all’offesa che alla difesa di una località, l’invenzione e fabbricazione di nuove armi (l’adattamento dell’uso del cannone dalle fasi di assedio alla battaglia campale, l’invenzione dei fuochi artificiati, le prime bombe a mano), nonché informazioni sulle consuetudini giuridiche e feudali del mondo laico ed ecclesiastico. Molti sono sempre ignoranti, illetterati, ma Federico da Montefeltro sa di poesia e di patristica, fonda biblioteche come Domenico Malatesta; Pandolfo Malatesta, il signore di Bergamo, parla tre lingue e scrive in buon latino.

Tra i condottieri italiani in azione tra la fine del Trecento ed il Quattrocento si annoverano poeti di alta, buona e media qualità quali Bruzio Visconti, Ludovico Gabriotto Cantelli, il primo Astorre Manfredi, Antonio da Montefeltro, Andrea Malatesta e Malatesta Malatesta (quest’ultimo non a caso detto dei Sonetti); Costanzo Sforza ha anch’egli una certa fama come poeta ed altri ancora come Sigismondo Pandolfo Malatesta, Bartolomeo Colleoni, Federico da Montefeltro, Bartolomeo d’Alviano o i vari capitani di casa Gonzaga ed Este coltivano l’amicizia di umanisti, filosofi, pittori, architetti.

Il sistema dei condottieri è al suo apogeo: ma già alla fine del Quattrocento e nei primi anni del Cinquecento esso entra rapidamente in crisi. La costituzione da parte di veneziani ed in parte dei  milanesi  (con gli Sforza) dei primi eserciti permanenti, la comparsa sulla scena nazionale dei vicini regni di Francia e di Spagna, il rafforzamento dell’impero, la stessa evoluzione delle armi da fuoco che contribuisce a mettere sullo stesso piano il forte ed il debole, il cavaliere dall’armatura pesante ed il fantaccino, danno il definitivo colpo di spugna a questo mondo. La guerra assume nuove dimensioni che prevedono sempre la presenza del singolo mercenario, ma non quella di compagnie dotate di propria autonomia.

2. Di fatto sono pochissimi i condottieri di un certo nome che vengono dalla gavetta. “In maggioranza –osserva – Michael Mallett – escono dalle classi alte, anche se va tenuto conto che tale posizione sociale in taluni casi può essere stata  guadagnata da un esponente della famiglia per doti guerriere nel Duecento o nel Trecento.”

Tab. 3  STATUS SOCIALE DI CONDOTTIERI E CAPITANI PER SPECIALIZZAZIONE D’ARMA

     Anni

1300  –  1400

1401  –  1480

Status sociale

cavalleria pesante

fanteria

cavalleria pesante

fanteria

Fuoriuscito, bandito

37

1

15

3

Piccola e media nobiltà

157

4

167

12

Famiglia signorile

162

171

4

Clan militare

1

29

1

Altro

1

1

18

Totale

357

7

400

20

Si è condotta (tabella 3), su un campione di circa 900 casi, un’analisi più particolareggiata sullo status sociale proprio dei condottieri, sia per l’arma della cavalleria pesante che per quella della fanteria. Si sono estrapolate cinque categorie in base a ciò che si può desumere dalle cronache del tempo: quella del fuoriuscito e/o  bandito da una certa comunità; il membro della piccola e media nobiltà; il membro di una famiglia signorile; l’appartenente ad un clan prettamente militare ma non nobile (almeno inizialmente); un ultimo gruppo residuale è costituito da figli di contadini, pastori, bottegai e piccoli proprietari terrieri. Il 40-45% dei condottieri censiti appartiene alla piccola e media nobiltà.

Entra in tale valutazione il ruolo del denaro: è di tutta evidenza il caso degli uomini d’arme, il cui equipaggiamento (costoso) si logora facilmente e necessita di continui ricambi, specialmente per quanto riguarda la buona cavalcatura, indispensabile nel pericolo. Un’analoga percentuale del 40-45% è data dai capitani che provengono o discendono da una famiglia signorile (è il caso della nobiltà romana degli Orsini, dei Colonna,  dei Savelli e dei Conti): anche nella professione delle armi la nascita assume un significato vincente e, per alcuni commentatori coevi, tra le doti necessarie per fare un buon comandante vi è quella di avere avuto buoni natali. Per affermarsi nel campo militare bisogna stabilire un reticolo di vaste relazioni. E’ giocoforza provvedere alla creazione di una clientela, di un gruppo di amici e di vicini di vario livello sociale ed è anche importante controllare il più strettamente possibile un’area territoriale in cui potere assoldare parte dei propri uomini. Minore peso hanno le ultime due categorie, per le quali manca il conforto di informazioni più dettagliate: a spingere qualcuno al mestiere delle armi sono più spesso circostanze di segno negativo, come il bisogno di fuggire da una condizione di sottosviluppo rurale o di appiattimento sociale ed urbano, quando non si tratti di sfuggire alla giustizia (un omicidio) o alla stretta dei creditori. In ogni caso le possibilità di miglioramento offerte da una compagnia di ventura nel Trecento e nel Quattrocento sono sempre maggiori che non in altre occupazioni sottoposte ai vincoli delle corporazioni.

3. Scrive ancora il Sismondi: “La paga di qualunque operaio nelle più lucrose professioni non agguagliava quella dei soldati; e questi riceveva ancor frequentemente straordinarie ricompense; si chiudevano gli occhi sulle sue ruberie e gli si usava indulgenza per ogni trascorso.” L’asserzione (seppure parzialmente veritiera nella sua seconda parte) è valida nella sua sostanza per il primo Trecento e per la prima metà del Quattrocento: con la riscoperta del ruolo della fanteria sul campo di battaglia, la presenza di una nuova specializzazione quale la cavalleria leggera e l’evoluzione tecnologica (le prime armi da fuoco) la situazione si modifica soprattutto a sfavore delle paghe mensili deli uomini d’arme (le lance), vale a dire di coloro che hanno scelto di militare nella cavalleria pesante sempre meno importante sul campo di battaglia e nella guerriglia; stabile, si presenta, viceversa, la paga del fante e quella del cavalleggero, lo stradiotto di origine albanese, greca, dalmata. Si esamini la relativa evoluzione della paga mensile negli eserciti della Serenissima.

Tab. 4  PAGA MENSILE LANCIA, FANTE, CAVALLEGGERO (Ducati/mese)

Anno

Lancia

Fante

Cavalleggero

1373

18

1404

15

1412

13

1424

12

1437

12

1444

10-11

3

1464

10

3

4

1477

10

3

4

1495

10

3

4

1500

10

3

4

1510

10

3

4

 

Il trend delineato, unito alla contemporanea diminuzione del valore della moneta di riferimento, provoca una progressiva riduzione del potere d’acquisto della paga, controbilanciato per quanto riguarda la Serenissima, almeno in parte, dall’allungamento della durata della condotta e dalla successiva costituzione di eserciti permanenti.

4. Per il Cornazzano, nel suo poema “De re militari”, sono Roma, Perugia, Parma, il regno di Napoli e Forlì le aree geografiche che forniscono il maggior numero di capitani.

Tab.5  CONDOTTIERI E CAPITANI PER AREA GEOGRAFICA DI ORIGINE  E TIPOLOGIA D’ARMA (1300 – 1550)

Area geograficaTotaleCavalleria pesanteCavalleria leggeraFanteria
Lombardia

563

266

56

241

Emilia

539

350

24

165

Romagna

358

202

20

136

Toscana

458

259

21

178

Umbria

342

190

16

136

Lazio

280

192

15

  73

Marche

268

174

6

  88

Veneto

261

110

29

122

 

Le valutazioni espresse dal Cornazzano sulla fine del Quattrocento rivelano una conoscenza per lo meno imperfetta sull’aspetto dell’area geografica di provenienza del condottiero, da noi ripreso nella tabella 5. Nonostante, infatti, che il servizio prestato da tale autore a Milano presso la corte di Francesco Sforza ed a Malpaga, vicino a Bergamo, a quella del Colleoni, nelle sue stime risulta nettamente sottovalutato il peso della Lombardia (il 16% nel complesso, il 19% per il Quattrocento), della Toscana e del Veneto, aree tutte che non sono menzionate nel suo poema. Dalla tabella si evince, inoltre,  l’importanza del serbatoio storico concretizzatosi in Emilia, in Romagna, nelle Marche, in Umbria e nel Lazio, territori controllati in tutto o in parte dallo stato della Chiesa (lo stato regionale coinvolto in più conflitti nel periodo ), che da solo rappresenta, su 4000 nominativi presi in considerazione, il 51% del totale dei capitani italiani.

5. Annota il papa Pio II nei suoi Commentarii scritti nella seconda metà del Quattrocento. “Sono ben infide le milizie italiane del nostro tempo. Considerano lo stipendio alla stregua di un guadagno di mercatura e, per evitare che tale guadagno venga a cessare, tirano le guerre in lungo. Molto raramente si verificano uccisioni in battaglia e coloro che sono fatti prigionieri al massimo perdono il cavallo e le armi. Ancor più raramente in una sola battaglia si utilizzano tutte le forze.” Ad un attento esame le precedenti osservazioni rivelano una conoscenza delle problematiche belliche più di tipo impressionistico che fattuale. Sono, infatti, gli stati con i loro provveditori ed i loro commissari (i cardinali legati per lo stato della Chiesa) a  gestire il momento della pace e quello della guerra; la perdita del cavallo e delle armi equivale spesso alla rovina economica per il condottiero che incappi in un simile infortunio. La menzione relativa al non dispiego di tutte le forze in uno scontro contraddice tutte le buone norme della prudenza predicate dal pontefice stesso in altri passi. Vogliamo commentare in particolare l’inciso relativo alle uccisioni in battaglia, al mito delle “battaglie senza sangue”.

Le guerre del tempo sono sempre sanguinose, anche se per tutto il Trecento ed in parte del Quattrocento, dal punto di vista tattico, è più importante colpire la cavalcatura anziché il cavaliere, perché un uomo d’arme scavalcato, oltre a rappresentare una potenziale preda per una taglia da incassare, perde tutta la sua efficienza operativa in quanto non è in grado di combattere a piedi. Il pericolo in una qualsiasi scaramuccia è forte nei tempi antichi quanto lo è oggi. Le cifre nei resoconti contemporanei sono talora esagerate per difetto o per eccesso e, tranne che per rarissimi casi, non tengono alcun conto della successiva morte dei feriti per setticemia o per altre cause dovute alla scarsa conoscenza della medicina del tempo. Il Sanudo, in una pagina dei suoi Diarii, inerente il 1526, annota che in un solo assalto alle mura di Cremona, tra morti in azione, feriti e disertori nel corso del combattimento, le perdite veneziane siano state del 22,2% delle schiere iniziali. Si è calcolato che nelle guerre greco-romane il numero dei morti in una battaglia campale nell’esercito vittorioso sia pari al  5% della forza originale, mentre di solito gli sconfitti denunciano una perdita del 14% del loro organico. Un’incidenza superiore a quest’ultimo dato, di almeno due-tre punti, è stata da noi riscontrata in un’indagine ad hoc relativa a scontri vari come scaramucce, sortite e battaglie campali così sono state registrate dalle fonti del periodo.

In secondo luogo si esamini il tasso di morte in battaglia dei condottieri e dei capitani presenti nel dizionario anagrafico: coerentemente con quanto esposto in precedenza, esso è crescente nel tempo. Per tutti assumere il comando non significa un beneficio senza obblighi; il più delle volte, anzi, comporta il rischio di cadere in servizio o, quanto meno, di risentire della tensione che si accumula anno dopo anno nelle ripetute esperienze di combattimento. Molti di costoro muoiono al campo per malattia (a causa delle frequenti epidemie di peste dovute alla promiscuità ed alla mancanza delle più elementari norme igieniche) o per motivazioni legate, secondo le conoscenze mediche del tempo, allo “sfinimento”. Tutt’altro che rari, da ultimo, sono i casi in cui i condottieri restano invalidi o sfigurati in seguito ad un combattimento o ad una rovinosa caduta da cavallo. I comandanti condividono con i propri soldati i rischi della prima linea; d’altronde è spesso necessario dare l’esempio per infondere il coraggio a soldati altrimenti restii ad esporsi eccessivamente.                                     Dai profili delle 2215 schede presenti nel sito si è ricavata la tabella 6: dalla loro lettura ne viene che solo per il 55% dei condottieri è nota la data della morte. Di costoro il 60% rimane vittima di morte violenta di vario genere.

Tab.  6 CAUSE DI DECESSO DI CONDOTTIERI E CAPITANI (1330 – 1550)

Cause della morte

                    v.a.

                    %

In battaglia o per ferite riportate

331

                 27,0

Per malattia contratta durante la campagna

143

                11,7

Per assassinio (faide famigliari, vendette private e politiche, risse occasionali

104

                  8,5

Pena capitale o in carcere

153

                 12,4

Giostra, torneo

                       8

                   0,6

TOTALE

739

                 60,2

Altre cause comprensive di incidenti di caccia o naufragio

488

                 39,8

TOTALE GENERALE

1227

               100,0