BRACCIO DI MONTONE

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1998
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Braccio da Montone, litografia del 1850
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BRACCIO DI MONTONE  (Andrea Fortebracci, Braccio da Perugia, Andrea di Montone) Detto Braccio: il suo grido di battaglia.

Di Perugia (nasce nel rione di porta Sant’Angelo). Conte di Montone e di Foggia, principe di Capua. Signore di Perugia, Todi, Rieti, Narni, Terni, Città della Pieve, Montecassiano, Ostra, Spello, Sangemini, Gualdo Tadino, Gualdo Cattaneo, Cannara, Nocera Umbra, Sassoferrato, Jesi, Orte,  Orvieto, Assisi, Città di Castello, Spoleto, Arcevia, Cingoli, Castel San Pietro, Castel Bolognese, Medicina, Pieve di Cento, Teramo, Capua. Padre di Carlo e di Oddo, zio di Niccolò Fortebraccio, cognato di Cherubino da Perugia (di cui sposa in prime nozze la sorella Isabella della Staffa), di Berardo da Varano e di Malatesta Baglioni, nipote di Rinieri da Perugia.

1368 (luglio) – 1424 (giugno)

Anno, mese Stato. Comp. ventura Avversario Condotta Area attività

Azioni intraprese ed altri fatti salienti

1385/ 1386 9 cavalli Puglia

Milita inizialmente come paggio nella compagnia di Guido d’Asciano; in un secondo momento è segnalata la sua presenza in quella di Alberico da Barbiano. Nel periodo conosce Muzio Attendolo Sforza con il quale litiga per la prepotenza esercitata dal romagnolo nella divisione di una preda; con il tempo l’avversione verso lo Sforza si trasforma in amicizia.

1390 Fuoriusciti Perugia Umbria

Irrompe in Montone con due fratelli;  uccide nella piazza due membri della fazione a lui contraria quella dei raspanti; ne ammazza subito dopo un terzo allorché quest’ ultimo ritorna da Perugia: per l’azione viene chiamato dai suoi famigliari Braccio invece di Andrea. Manifesta ancora la propria irrequietezza mettendosi a capo di alcuni abitanti della località i quali uccidono un tifernate di passaggio: Città di Castello, oltre a reclamare a Perugia la punizione dei responsabili dell’ assassinio, decreta una taglia sulla sua testa. Si allontana  prudenzialmente dal perugino: forma una compagnia di quindici uomini d’arme e milita agli stipendi dei Montefeltro contro i Malatesta.

1391/ 1392 Urbino Rimini Marche Umbria

Con pochi uomini tenta di assalire la rocca di Fossombrone; nel ritirarsi cade in un’ imboscata. Ferito più volte al petto, è fatto prigioniero: per potersi riscattarsi deve riconoscere agli abitanti 2000 ducati. In un altro episodio è ferito gravemente alla nuca; gli rimane come ricordo di queste prime gesta un intorpidimento alla gamba sinistra che si manifesta  con una leggera zoppia.

1393
Lug. Fuoriusciti Perugia Umbria

Fuoriuscito di Perugia,  diviene il capo riconosciuto della propria fazione, quella dei beccherini. Alla testa di pochi soldati accorre a Fratta (Umbertide) per impedire che la località sia ceduta da Ciucio di Paterno ai raspanti di Biordo dei Michelotti. Accerchiato per strada da molti fanti del castellano viene catturato e rinchiuso nella rocca. E’ liberato solo quando i fratelli consegnano la rocca di Montone ai rivali. Braccio di Montone rifiuta ogni richiesta di militare al servizio dei Michelotti.

1395
Apr. Napoli Antipapa 12 lance Lazio

Lascia Viterbo con un piccolo seguito per ritornare a combattere agli ordini di Alberico da Barbiano nel regno di Napoli; si incontra di nuovo  con lo Sforza.

1396 Fuoriusciti Perugia Umbria

Affianca i fuoriusciti ai danni dei perugini.

1397 Firenze Milano 30 lance Toscana

Sconfitto, ripara a Borgo San Sepolcro (Sansepolcro).  Passa agli stipendi dei fiorentini; ha il comando di 30 uomini d’arme. Combatte agli ordini di Crasso da Venosa e di Bindo da Montopoli.

1398
Feb. Chiesa Perugia Umbria

A fine mese appoggia i pontifici di Malatesta Malatesta e di Bartolomeo da Pietramala all’ assedio di Montone. Scorre nel territorio di Città di Castello e nel perugino.

Mar. Umbria

All’uccisione  di Biordo dei Michelotti in Perugia attacca ancora la città con Bartolomeo Oddi ed altri fuoriusciti.

Ago. Macerata Marche
Autunno Chiesa Perugia Umbria

Occupa Montemelino ed il castello di Vico; devasta l’assisate con Ceccolo Broglia in un inutile tentativo di entrare nel capoluogo.

1400

Ritorna in esilio allorché Perugia si dà ai Visconti.

1402
Sett. Chiesa Milano Umbria

Alla morte di Gian Galeazzo Visconti passa al servizio dei pontifici contro i viscontei che controllano Perugia. Affianca Paolo Orsini, Mostarda da Forlì e Conte da Carrara, tutti agli ordini del rettore Giannello Tomacelli, fratello del papa Bonifacio IX.

Ott. Umbria

Preda le campagne con i condottieri pontifici ed i  fiorentini Crasso da Venosa e Bindo da Montopoli.

1403
Gen. Umbria

Viene sconfitto sotto Assisi, in un combattimento durato tre ore, da 2500 cavalli condotti da Ottobono Terzi; non si dà alla fuga, ricostituisce le sue file con i fuoriusciti e compie scorrerie nel territorio.

Estate Umbria

Ritorna ad assediare le due rocche di Assisi ed impedisce che siano soccorse dai viscontei. Batte gli avversari a Pieve Caina, conquista più di cinquanta castelli e minaccia da vicino Perugia alla cui difesa è rimasto il solo Ceccolino dei Michelotti, perché il Terzi è dovuto rientrare in Lombardia.

Ago. Umbria

Il papa Bonifacio IX si rappacifica con i ducali ed ottiene Bologna, Perugia ed Assisi: in cambio i raspanti fanno in modo che i fuoriusciti non solo non rientrino in Perugia, ma che neppure vi si possano avvicinare a meno di venti miglia.

1404
…………… Firenze Milano Lombardia

Il Montone ritorna al servizio di Alberico da Barbiano. Il suo operato, come quello di Lorenzo Attendolo, viene richiesto a Lodi dal signore di Cremona Ugolino Cavalcabò.

…………… Cunio Faenza Romagna

Affianca Alberico da Barbiano nella guerra contro il signore di Faenza Astorre Manfredi.

Ott. Cunio Chiesa 150 cavalli Emilia

Combatte i pontifici sempre agli ordini del  Barbiano. Giunte sul fiume Reno le truppe del conte di Cunio sono sorprese dagli uomini di Bernardo della Serra  molto superiori di numero. Braccio di Montone, che è alla retroguardia, respinge un primo assalto; propone al suo capitano  di costruire tre ponti di barche e di trincerare  il campo nei pressi  per permettere      alle truppe di attraversare il fiume. Si colloca alla difesa delle trincee e rigetta  ulteriori attacchi; come conclusione varca anch’egli il Reno e giunge alle Fornaci. Per la sua azione il Barbiano lo arma cavaliere, gli  accresce la paga e porta la sua condotta a 150 cavalli;  ha anche il privilegio di inalberare come stemma le insegne del conte di Cunio.

…………… Ferrara Venezia Veneto

E’ inviato in soccorso di Francesco Novello da Carrara per contrastare i veneziani. Con lui si trovano anche Lorenzo Attendolo e Rosso dall’ Aquila.

1405
…………… Veneto

Viva è la contesa del Montone  con Lorenzo Attendolo e Rosso dall’ Aquila: il governo della compagnia è tenuto ogni mese a turno da uno dei tre capitani. Il terzo mese, allorché  spetta il comando al Montone, gli altri due  rifiutano di sottostare alla sua autorità; i soldati si ribellano;  Lorenzo Attendolo e Rosso dall’ Aquila devono cedere. Il Montone viene calunniato davanti al Barbiano. Costui decide di farlo uccidere; la  moglie del conte di Cunio avverte il Montone dell’ insidia per cui egli riesce a sfuggire alla morte con la fuga dal campo. Il Barbiano presto si pente della sua decisione e tenta di riaverlo ai suoi ordini.

Sett. Lazio ed Umbria

Si trova  nell’ indigenza tanto che è costretto a vendere i propri indumenti. Si reca a Roma, sconvolta dalla recente espulsione del papa Innocenzo VII, dalle ambizioni degli Orsini e dei Colonna, dalle armi del re di Napoli Ladislao d’Angiò e dalle rivolte popolari. Si mette agli ordini di Mostarda da Forlì;  in capo a due giorni il condottiero pontificio è ucciso dal Paolo Orsini. Decide allora di recarsi a Viterbo con sette compagni e di condursi direttamente con il pontefice. Si ferma a Foligno;  prende fuoco la casa in cui alloggia. In tal modo perde il poco che gli è rimasto. A Viterbo non è in grado di saldare le spese dell’ osteria in cui ha avuto modo di sostare. Il gestore dell’ albergo non solo non vuole essere da lui pagato, ma gli dona quattro ducati e lo raccomanda al figlio che esercita la sua stessa attività a Bolsena. Anni dopo il Montone ritornerà a Viterbo, farà ricercare l’antico benefattore, pagherà i suoi vecchi  debiti e lo farà liberare dal carcere  in cui nel frattempo costui è stato rinchiuso. Da ultimo, lo farà ammettere alla sua corte e lo farà trattare da tutti con liberalità.

1406
Gen. Chiesa

Fuoriusciti

 

Perugia

300 cavalli Emilia Toscana e Umbria

Gli è concessa una breve condotta dal cardinale Baldassarre Cossa, il futuro antipapa Giovanni XXIII. Raggiunge  Sansepolcro con 800 cavalli, per lo più costituiti da fuoriusciti;  depreda il contado di  Perugia: affrontato da Pietro da Bagno e dall’Orsini deve desistere dalle operazioni.

1407
Gen. Comp. ventura Emilia  Romagna Toscana

Lascia il perugino con Fabrizio da Perugia;  danneggia vari contadi della Romagna; da qui,   seguito da molti venturieri si sposta in Toscana per il valico di Montecoronaro e per Pieve Santo Stefano. Si ferma a Sansepolcro; dà  inizio a tutta una  serie di operazioni ricattatorie nei confronti di alcuni piccoli comuni che gli procura il denaro necessario per mantenere la sua compagnia, il cui nerbo sarà sempre formato da esuli perugini.

Apr. Fuoriusciti Perugia Umbria

Con  Fabrizio da Perugia e Jacopo di Francesco si porta a Citerna ed a San Giustino; giunge a Pistrino con 600 cavalli e 500 fanti e cavalca più volte nel perugino lungo il Trasimeno; si trasferisce a Montecastelli nel tifernate. Raccoglie altre truppe a Città di Castello e nel contado di Gubbio;  è affrontato nel perugino da alcune compagnie raccolte da Ceccolino dei Michelotti; viene, infine, bloccato da 1000 cavalli capitanati dall’ Orsini.

Mag. Comp. ventura Fermo Ancona Rimini Marche

Gli abitanti di Rocca Contrada (Arcevia) gli offrono la signoria della città affinché li liberi dall’ assedio che vi è stato posto  dal marchese di Fermo Ludovico Migliorati. Braccio di Montone raggiunge Arcevia ed avverte i difensori del suo arrivo: è subito proclamato signore di tale centro. Alla testa di 1000 cavalli e di 4000 fanti conquista Calzarolo e vi cattura 30 soldati di guardia che sono svaligiati; il giorno seguente occupa Castiglione presidiata da Ranieri Vibi del Frogia; entra in Montalto delle Marche, difesa da 30 soldati di Rodolfo da Perugia;  non permette che il paese sia messo a sacco. Al suo avvicinarsi Ludovico Migliorati lascia il campo con 1500 cavalli e 1500 fanti mentre sotto Arcevia rimane Angelo  della Pergola. Nel cercare di rompere l’assedio il Montone si reca con soli 100 cavalli in un punto dove sono stati distrutti dagli avversari alcuni mulini. E’ qui attaccato all’ improvviso da 700 cavalli del della Pergola. Si colloca  su un colle; con alcune sortite mette in disordine le file nemiche alternando negli assalti gli  uomini di cui dispone.  Dopo alcune ore il della Pergola ordina a due compagnie di fanti di salire sul colle per impegnare sui fianchi lo squadrone del  Montone in modo da essere in grado di attaccarlo dall’ alto. Il Montone  anticipa i nemici,  fa occupare da quindici cavalli la sommità della collina e respinge l’attacco dei fanti che sono  messi in fuga con qualche perdita. Sul far della sera cessa lo scontro; dodici sono gli uccisi tra i cavalli  del della Pergola, quindici tra quelli del  Montone. Quasi tutti i suoi uomini  mostrano   sul corpo i segni della zuffa: un certo Spinta riporta centocinque ferite e Guglielmo Lancellotti settantadue. Il Montone, salvatosi dalla pericolosa situazione, attacca il della Pergola e lo costringe a ritirarsi: 300 soldati vengono svaligiati delle loro armi ed altri passano al suo soldo. Incomincia a scorrere nelle Marche;  cerca di ottenere Montegiorgio con l’aiuto dei ghibellini locali; depreda l’anconetano; i numerosi prigionieri vengono liberati con  il pagamento di una taglia complessiva di 7000 ducati. Occupa il Monte Conero e devasta il territorio di Fano dove fa suoi  alcuni castelli. Si rappacifica, infine, con il Migliorati.

Giu. lug. Comp. ventura

Napoli

Recanati

Ascoli Piceno

Marche

Fa ricche prede ed imprigiona numerosi uomini nel recanatese; si trasferisce nel fermano e passa agli stipendi di Ladislao d’Angiò. Sul Tenna si congiunge con il Migliorati che milita anch’egli agli stipendi del re di Napoli. I due condottieri transitano sotto le mura di Fermo e puntano su Ascoli Piceno; si presentano a Tusino, a Cosignano ed a Ripatransone. A luglio il Montone mette a sacco Ascoli Piceno.

Ago. Chiesa Fermo Marche

Arriva a Fiastra; con Berardo da Varano (1500 cavalli e 1000  fanti) appoggia il vicerettore della Marca, il vescovo di Sarzana, ai danni di Ludovico Migliorati che si è reso resosi inviso ai pontifici: si accampa nei pressi di Servigliano ed in una settimana ottiene Belmonte Piceno, Monte San Pietrangeli, Sant’ Elpidio a Mare, Monteleone di Fermo, Monte Giberto e Montottone; seguono a tali centri anche la caduta, in pochi giorni, di Grottazzolina, di San Giovanni in Bustio (San Giovanni) e di Monturano che si arrende a patti. Con l’arrivo alla difesa di Fermo di Piero da Parma il Montone guada il Chienti, si impadronisce dei borghi di Montecosaro (non del castello) e di Montegranaro. Spaventato da tali successi il marchese di Fermo raccoglie 3000 cavalli e si scontra con il Montone nella pianura del Chienti a Montecosaro. Il Migliorati viene sconfitto; il signore di Fermo si incontra con il rivale a Cingoli e, tramite Berardo Varano, gli giura perpetua pace.

1408
Gen. feb. Camerino Rimini Fabriano San       Severino Marche Marche

Costringe i malatestiani ad allontanarsi da Castelraimondo ed a riparare a Fabriano. I nemici  ritornano nei pressi al fine di recuperare le prede; i loro saccomanni, sono assaliti alle spalle, cadono in un agguato preparato in anticipo dal  Montone. Sono catturati  200 cavalli, mentre il resto delle truppe si rifugia ancora a Fabriano. Gli abitanti di tale centro cercano di sbarrargli i passi degli Appennini: li anticipa con lo stratagemma di farsi precedere da alcune cavalle in calore avviate in avanscoperta verso i monti. Queste sono tallonate dai suoi cavalli (maschi) che, seppure stanchi per i molti sforzi sopportati, si mettono al loro inseguimento. Il Montone invia i suoi uomini alle stanze invernali. E’ informato che in Apiro è entrato con 300 cavalli Martino da Faenza con l’aiuto di Onofrio Smeducci: assale quest’ ultimo e mette a sacco la località senza accettarne la resa a patti. Gli uomini d’arme sono svaligiati. I Cima, signori di Cingoli, gli consegnano 5000 ducati per avere Apiro e perché abbandoni il loro territorio. Braccio di Montone assedia anche Antonio da San Severino, figlio di Onofrio Smeducci, nel castello di San Severino Marche: riceve una buona somma di denaro e si ritira. Per la leggenda è una visione di alcuni santi  guerrieri, collocatisi sulle mura a difesa della fortezza, ad indurlo a venire a patti con  il nemico di turno. In ogni caso ora è in grado di dare la paga alle sue truppe; si fortifica nei pressi di Cingoli.

Mar. Marche

Esce da Cingoli con 700 cavalli e 200 fanti Martino da Faenza: il Montone respinge gli avversari entro le mura ed infligge loro sensibili perdite. Deve tuttavia ritirarsi; mette a sacco il contado di Fabriano e si allea con il signore di Sassoferrato.

Apr. Napoli Perugia Marche e Umbria

Viene contattato nel Piceno da Ottino Caracciolo e da Mattia Graziani che lo persuadono a ritornare al soldo del re di Napoli per guerreggiare Todi e Perugia. Distribuisce tra i soldati il primo soldo di 14000 fiorini, lascia nelle Marche alcuni presidi e giunge velocemente in Umbria con 1200 cavalli e 1000 fanti. Devasta le terre dei Trinci perché i folignati non vogliono rifornire di vettovaglie le sue truppe; espugna e mette a sacco Verchiano.

Giu. Umbria

Perugia si arrende a Ladislao d’Angiò con la promessa che tutti i fuoriusciti siano dichiarati  nemici dal re angioino.

Lug. ott. Comp. ventura Napoli Umbria e Marche

Si ferma a Todi;  il Montone ha sentore di una trama che viene ordita ai suoi danni dal re di Napoli. Invia Guglielmo Lancellotti da Pieretto de Andreis con alcuni doni e gli affida l’incarico di contattare in segreto l’amico Ottino Caracciolo (che si trova al fianco del conte di Troia) per conoscere le reali intenzioni di Ladislao d’Angiò nei suoi confronti. Il Lancettotti porta a termine la sua missione e Braccio di Montone ha la conferma dei suoi sospetti. Lascia 300 cavalli alla guardia di Todi e si porta con tutti i suoi  nella marca d’ Ancona. Convocato dal sovrano a Roma,  rifiuta di muoversi e gli si dichiara nemico. A settembre batte sul Promeno Giulio Cesare da Capua ed il de  Andreis; si sposta nella Marca, si accampa tra Senigallia e Montalboddo (Ostra). Si impossessa di Jesi;  vi è assediato dal de Andreis alla testa di 6000 armati: l’avversario in breve è costretto a ripiegare.

1409
Primavera Firenze Napoli 1200 cavalli e 1000 fanti Umbria

Combatte il re di Napoli a fianco dell’ Orsini e dello  Sforza. A Città di Castello.

Mag. Toscana

Difende Arezzo con Malatesta Malatesta dagli attacchi portati da Guidantonio da Montefeltro. Si fortifica nei castelli vicini a Cortona ed in Val di Chiana; da qui senza accettare alcuno scontro sorprende i distaccamenti napoletani con frequenti attacchi notturni ai loro accampamenti, ne intercetta i convogli, ne uccide i saccomanni.

Giu. Toscana Respinge un attacco portato a Castiglion Fiorentino dal de Andreis.
Sett. Toscana ed Umbria

Si reca ad Arezzo ed a Montepulciano. Lo affiancano Ludovico degli Obizzi, il conte Francesco da Prato e Lorenzo Attendolo. Gli avversari si ritirano  lasciando forti guarnigioni a Perugia, ad Orvieto,  nelle città della Marca e del ducato di Spoleto da essi controllate.  Il Montone si dirige a Città di Castello dove gli sono regalati capponi, cera, foraggio e generi vari di conforto; avanza in Val Tiberina e sconfigge di nuovo ad Umbertide Giulio Cesare da Capua che ne è alla guardia con 2000 cavalli. Gli cattura 50 cavalli: il bottino viene diviso tra i soldati di Braccio ed  i  tifernati. Ritorna a Città di Castello, tocca Orvieto ove si congiunge con i fiorentini.

Ott. Comp. ventura San Severino Marche Lazio e Marche

Con la defezione dell’ Orsini nel campo fiorentino ed in quello dell’ antipapa può proseguire la sua marcia ed entrare in Roma. Assedia Castel Sant’ Angelo finché con l’avvicinarsi dei mesi freddi decide di rientrare nelle Marche. Toglie Apiro ad Antonio da San Severino; ritorna nel todino per contrastare con più efficacia gli avversari.

Nov. Firenze Napoli Umbria e Marche

Costringe  il Montefeltro ad allontanarsi dal perugino facendo pressioni sul suo feudi di Gubbio; occupa    nel pesarese, sempre a spese del conte di Urbino, il castello di Monte Gherardo.

1410
Gen. Umbria

Sosta a Fratticciola Selvatica; preda il Chiugi; nelle sue scorrerie fa 80 prigionieri e razzia cinquemila buoi, mille cavalli e diecimila bestie minute. Ceccolino Michelotti, alla guardia di Perugia con il Tartaglia, si propone di sbarrargli il passo nei pressi del lago Trasimeno. Il Montone appieda i suoi cavalli e li confonde con i fanti mentre passa sotto un alto colle, dove si sono appostati gli avversari: costoro se ne restano agli inizi inattivi perché credono maggiori di quanto non lo siano le sue forze. Il  Montone ha  varie scaramucce con i perugini; nulla riesce ad impedirgli  di raggiungere con le prede i suoi alloggiamenti. Del bottino ad ogni uomo spettano dieci capi di bestiame.

…………… Umbria e Emilia

I fuoriusciti rimangono attorno a Perugia con Giacomo degli Arcipreti; egli accorre a Bologna dove il cardinale Cossa è stato appena assunto al soglio pontificio.

Apr. Umbria

Ritorna nel perugino a seguito della  cattura di Giacomo degli Arcipreti da parte del Tartaglia; scala di notte le mura di Torgiano, dà a sacco Castelleone e si impadronisce di molti altri castelli nel contado di Todi. mette a sacco Calonica, Rucellesco, Quadrio e Titignano.

Giu. Toscana e Lazio

Dalla Toscana perviene a Roma;  assale ai Prati di Nerone un forte di difesa ad un ponte sul Tevere. I difensori rigettano  alcuni attacchi portati dai francesi di Luigi d’Angiò e dalle compagnie dell’ Orsini, di Lorenzo Attendolo, di Malatesta Malatesta e dello  Sforza: il Montone fa costruire due torri di legno poste su ruote ed ordina a sua volta l’assalto. Gli uomini d’arme sono arrestati da una fitta sassaiola proveniente dall’ alto; fa avanzare le macchine da guerra. I difensori,  armati in prevalenza con sassi e poche picche, sono colpiti dalle frecce lanciate da una torre i cui uomini si trovano alla loro stessa altezza; i fanti riempiono di fascine e di graticci il fossato; nel successivo attacco generale le truppe di Ladislao d’Angiò sono sconfitte ed  abbandonano Roma. Si pone al loro inseguimento e le intercetta a Sora, dove gli avversari si asserragliano sull’alto di un monte. Aggredisce le loro linee  difensive; ordina poi ai suoi uomini di retrocedere lentamente in modo da indurre i nemici a scendere verso il piano. La manovra ha successo; Braccio di Montone fa assalire gli avversari alle spalle dal resto dell’esercito: i napoletani ripiegano e Sora viene messa a sacco.

Ago. Umbria

I fiorentini gli consegnano nel perugino 14000 fiorini.

Sett. Spoleto

 

Terni

 

Umbria

Con Giacomo degli Arcipreti viene contattato da due ambasciatori di Spoleto i quali gli propongono di scorrere nel territorio di Terni: in cambio, il comune avrebbe provveduto a rifornirlo di vettovaglie durante l’azione punitiva programmata. Attende il ritorno al campo di Guglielmo Lancillotti; indi con 500 cavalli dà il guasto al ternano. Assale la città e dà alle fiamme la Porta Spoletina dalla quale viene asportato il grosso catenaccio. Nello stesso scontro  sono pure rubate due piccole campane della chiesa di campagna di San Paolo del Galleto. Al termine delle operazioni il comune ritorna in possesso del piccolo castello di confine Battiferro. Il Montone, negli stessi giorni, risulta  creditore di molte paghe non saldate; non si sposta pertanto dal perugino benché ne venga richiesto da Luigi d’Angiò.

Ott. Umbria Sollecita dagli spoletini l’invio di 150 fanti per qualche giorno: ne ha bisogno per le sue operazioni. Il duca di Spoleto Marino Tomacelli, per non inimicarsi Ladislao d’Angiò, preferisce consegnargli 300 fiorini. A metà mese l’assemblea popolare di Spoleto decide di concedere a lui, a Giacomo ed a Gentiluomo degli Arcipreti ed a Guglielmo  Lancellotti la cittadinanza del comune.
Nov.  

Firenze

 

Napoli

Umbria

Attacca Perugia con l’ausilio dello forza e dell’ Orsini alla testa di 3000 fanti e di 2000 cavalli: di notte fa accostare le scale alle mura che fiancheggiano il monastero di San Pietro, dove un certo Mario Napolitano gli apre una porta; irrompe negli orti vicini fino a giungere alla seconda cerchia muraria; è pronto per l’assalto finale. E’ invece contrattaccato dal Tartaglia e da molti popolani che lanciano sui cavalli,  che si sono introdotti nelle vie cittadine pietre e saette; anche le donne fanno la loro parte gettando dalle finestre sugli assalitori cenere ed acqua bollente. Alle prime luci  dell’ alba il Montone è obbligato al ritiro; abbandona sul terreno più di 100 morti.

1411
Gen. Angiò Antipapa Firenze Napoli Lazio e Toscana

Rinnova la ferma. A Luigi d’Angiò spetta il pagamento della metà della sua condotta, all’ antipapa Giovanni XXIII il 37% ed ai fiorentini il restante 17%. Lascia Roma e si reca a Siena.

Apr. Lazio

Affianca l’Angiò e l’antipapa a Roma nel loro solenne ingresso in San Pietro. Assedia in Civitavecchia Giovanni di Sciarra che, aiutato dal Tartaglia, vi si difende con grande valore.

Mag. Lazio ed Umbria

E’ forzato a levare l’assedio da Civitavecchia per l’arrivo nella città di soccorsi inviati dal re di Napoli. In uno scontro sgomina con facilità le avanguardie del Tartaglia; si unisce con l’esercito collegato e concorre a battere gli angioini a Roccasecca sul Garigliano. Durante la sua assenza i perugini cercano di impadronirsi di Torgiano;  ottiene il permesso di rientrare in Umbria, raggiunge la località in due giorni con lo Sforza e l’Orsini e libera il centro dall’assedio che vi è stato posto dal  Tartaglia e dal  Michelotti. Entra in Torgiano; ne fa uscire venti cavalli, presto seguiti da altri allorché i primi si trovano di fronte gli avversari. I perugini si avventano sui suoi uomini; rompono però l’ordinanza anche perché i bracceschi si fanno catturare o si danno alla fuga in ogni direzione. Il Montone fa, infine,  uscire da due porte le sue schiere che sbaragliano il Tartaglia ed il Michelotti: sono catturati 600 cavalli e numerosi perugini il cui riscatto verrà utilizzato per pagare gli stipendi ai soldati.

Giu. Lazio ed Umbria

Con la firma della pace di San Felice   (200 cavalli) si reca  a Roma.  Con il  Tartaglia, lo Sforza e Giovanni Colonna presenzia ad una grande festa organizzata dall’Orsini fuori Porta San Paolo, alla Navicella. Di seguito, sempre con lo Sforza, segue Giovanni XXIII a Bologna. Rientra nel perugino; raduna moltissimi soldati (4000 cavalli e pochi  fanti) e, senza trovare alcun contrasto, rapina i contadi di Perugia e di Todi; si impossessa dei castelli di Ponte Pattoli, di Montemelino, di Santa Giuliana, di San Gismondo e di Deruta. Risale il Tevere ed ha a forza  Ponte Nuovo a seguito di un aspro scontro della durata di due ore; depreda il territorio per alcuni giorni e si volge verso il lago Trasimeno, dove i fuoriusciti tessono un trattato per potere controllare Fontignano. Al   fallimento della trama espugna Castiglione del Lago e Monticelli, dove lascia alla guardia 200 fanti. E’ a Col di Mancio (Colle), a Cannara; torna a Torgiano, assale Casalina.

Lug. sett. Umbria

E’ ora padrone delle principali vie di comunicazione verso Perugia alla cui difesa sono ora Manfredo da Barbiano, Conte da Carrara ed il  Michelotti con 3600 cavalli. Tenta di conquistare Cannara e Casalina sotto le cui mura è ucciso per un colpo di artiglieria ad una gamba Guglielmo Lancellotti. Gli avversari cercano di sorprenderlo a Fratticciola Selvatica, sua base logistica nelle ultime operazioni. Fa uscire pochi soldati dal castello in atteggiamento timoroso; i nemici piombano su costoro come da attese ed egli si  può gettare sui loro alloggiamenti. Sono catturati i due figli di Conte da Carrara che il Montone rispedisce al padre senza esigere il pagamento di alcun riscatto.

…………… Umbria e Marche

Fallisce un suo trattato  per impossessarsi di Marsciano; nello stesso giorno giunge a Cerqueto dove si trova Conte da  Carrara. Depreda in modo selvaggio gli abitanti usciti  dalla località per portare al pascolo le loro bestie e per fare legna; Conte da Carrara avanza con le sue genti in loro aiuto. Braccio di Montone ricorre ad una tattica usata altre volte e fa retrocedere lentamente i suoi uomini verso il piano;  attacca poi l’avversario con tutte le truppe. Vengono catturati numerosi contadini e 80 lance. Sempre instancabile,  nel medesimo giorno, scorre fin sulle porte di Perugia appropriandosi di un grande bottino. Nel complesso fa compiere ai suoi uomini una cavalcata di quaranta miglia. Rientra a Fratticciola  Selvatica; organizza un complotto per impadronirsi di Montone che non ha alcun esito;  per rappresaglia si accampa nei pressi di Umbertide e ne devasta il contado. Si sposta anche a Ponte Pattoli per interrompere il flusso dei rifornimenti al capoluogo. Si trasferisce quindi nelle Marche e presta soccorso a Berardo da Varano in difficoltà per una rivolta dei suoi sudditi a Camerino. Accomodate le cose in tre giorni, molesta l’anconetano;  se ne ritira solo dopo avere ricevuto 7000 ducati in cambio della restituzione dei prigionieri. A Fratticciola Selvatica.

1412
Gen. Umbria

Si porta a Gualdo Cattaneo che si è ribellata al Michelotti; svaligia i 50 uomini d’ arme che ne sono alla guardia e vende la località a Niccolò Trinci per 4000 ducati.

…………… Umbria

Gualdo Cattaneo viene attaccata da Antonio da Napoli; il Montone si allontana da Fratticciola Selvatica ed entra nello stesso centro dalla parte opposta rispetto al punto in cui è stato portato l’assalto. Ne esce e mette in rotta gli avversari; il giorno seguente occupa Ponte San Giovanni, cui seguono due piccoli castelli vicini a Torgiano; Marsciano gli apre le porte. Gli si oppone il da Carrara che  cattura alcuni abitanti e fa in modo che le loro grida di aiuto giungano al Montone.   Il condottiero umbro invia due compagnie che travolgono i nemici  e fanno prigioniero Obizzo da Carrara con 150 cavalli. Insegue poi il  da  Carrara, guada il Tevere e lo coglie impreparato a Coldipepo (Collepepe) nei pressi di Deruta: vengono catturati nuovamente i figli del condottiero padovano, Obizzo (già liberato in precedenza) ed Ardizzone.

Apr. Umbria

Assedia Perugia, alla cui difesa si trova lo Sforza che ora milita nel campo angioino. E’ sconfitto da Ceccolino dei Michelotti e da Nanni di Spinello mentre è intento a depredare il perugino: tra i suoi seguaci sono uccisi molti todini  utilizzati come guastatori.

Mag. Ancona Comp. ventura Marche

Viene assoldato dagli anconetani per contrastare la compagnia di Martino da Faenza che sta infestando il loro territorio.

Sett. Umbria

Viene infeudato di Montone da  Giovanni XXIII.

1413
Feb. Antipapa Napoli Chiesa Umbria  Romagna e Emilia

L’antipapa lo richiama a Bologna per combattere i seguaci del papa Gregorio XII. Lascia in Umbria a Ponte Pattoli Giacomo degli Arcipreti e Berardo da Varano con 800 cavalli; raggiunge la  Romagna; è segnalato a Faenza, con altri  800 cavalli. Al ponte di San Procolo si trova la via  sbarrata con travi ed alberi. Fallisce un suo primo tentativo di forzare il passo Questo  termina con la cattura di 25 fanti e di Andrea da Campagna da parte delle milizie dei Manfredi; il Montone fa  costruire di notte  un ponte di barche a due miglia dal capoluogo ed attraversa il fiume. Sconfigge gli avversari sulla riva;  nello scontro restano uccisi 150 fanti e pochi cavalli: sono catturati inoltre 300 fanti e 200 cavalli. Ad ostacolarlo gli viene ora contro l’Attendolo che conduce un numero di cavalli pari al suo e molti più fanti: si scontra con i nuovi avversari tra Imola e Castel Bolognese. Dopo molte ore la vittoria arride ai suoi;  l’Attendolo è fatto prigioniero con 400 cavalli sforzeschi.

Mar. Emilia Romagna e Umbria

Si ferma poco a Bologna: Arcevia è assediata dai suoi avversari; in secondo luogo i raspanti si sono impadroniti di tutti i castelli da lui conquistati di recente in Umbria con l’eccezione di Marsciano e di Ponte Pattoli. Il Montone lascia la Romagna e per la valle del Savio sbocca nell’alta valle del Tevere; transita per Città di Castello.

Apr. Umbria

Espugna Montone con l’aiuto di alcuni membri del partito nobiliare.

Mag. Marche e Umbria

Libera l’Orsini assediato in Arcevia da Malatesta Malatesta, da Guidantonio da Montefeltro e dallo Sforza; si collega con l’Orsini a Gubbio ed affronta con 2000 cavalli e pochi fanti (tutti veterani) gli angioini forti di 4000 cavalli e di 800 fanti (per lo più soldati senza esperienza).

Lug. ago.

 

Umbria

 

Sempre con Paolo Orsini si scontra per quaranta giorni a Ponte Pattoli con il Michelotti, lo Sforza, Conte da Carrara, il Malacarne e Fabrizio da Capua. Insegue gli avversari nel  todino, saccheggia Castelleone e Castiglione e si reca a Marsciano. Depreda il perugino; in breve le sue truppe rioccupano i castelli che Conte da  Carrara ha riconquistato nei mesi precedenti. A questi si aggiungono quelli di Prodo e di Titignano che dominano la valle del Paglia dove fino a quel momento si è concentrato lo sforzo degli angioini. Presto, tuttavia, Braccio di Montone è obbligato a rinchiudersi in Todi di fronte all’ incalzare degli avversari; si allontana dalla città e si ritira nel campo trincerato di Fratticciola Selvatica perché si stanno verificando numerosi casi di peste tra i suoi uomini.

…………… Umbria

I todini trattano segretamente con il re di Napoli per la consegna della città previo invio in essa di 500 cavalli. Costoro  si comportano  con sfrenata licenza che gli abitanti mutano parere e lo richiamano in città. Il Montone  assale di notte il campo nemico e  con l’ausilio dei todini mette in fuga le schiere napoletane.

1414
Mag. Umbria

Lo Sforza e Paolo Orsini, ritornato quest’ultimo agli stipendi del re di Napoli, salgono dalla valle del Tevere verso Perugia ed assediano Todi. Il Montone respinge l’Orsini; vi sono numerose scaramucce in una delle quali sono catturati quattro alfieri reali che vengono rimandati da Ladislao d’Angiò senza la richiesta di alcuna taglia. Nel proseguio degli scontri è catturato dagli avversari un suo uomo d’arme che è liberato dal sovrano con il dono di una veste di porpora. Costui gli reca un messaggio del re di Napoli con il quale gli viene richiesto un colloquio. I due si incontrano durante uno scontro: a Braccio di Montone sono fatte grandi promesse. Rimane  fedele alla causa dell’ antipapa.

Giu. lug. Toscana

Il conflitto ha termine ed egli è considerato tra i raccomandati di Firenze: l’alleanza è prevista  per dieci anni. Transita per Firenze ed è accolto nella città con grandi onori. I fiorentini gli danno l’ordine di cessare entro tre giorni da ogni atto di ostilità nei confronti degli angioini, di uscire dal contado di Todi e di tenersi lontano da ogni terra collegata con il re di Napoli, in particolare dallo spoletino.

Ago. sett. Comp. ventura Salimbeni Capitano g.le Toscana e Emilia

Ladislao d’Angiò muore;  Braccio di Montone viene chiamato da Giovanni XXIII alla guardia di Bologna. Nella sua marcia di avvicinamento a tale  località devasta i territori di Cocco Salimbeni, colpevole di avere fatto svaligiare 40 suoi cavalli l’anno precedente; non si allontana dall’area finché non ne trae 30000 ducati. A Bologna accampa le truppe fuori le mura ed entra nella città per rendere omaggio a Giovanni XXIII. L’antipapa medita di imprigionarlo e di farlo uccidere  per risparmiare gli 80000 ducati di cui è debitore nei suoi confrontied anche per potersi impadronire delle terre di cui il condottiero perugino si è insignorito nelle sue campagne. Premono in questo senso anche le promesse dei perugini di sottomettersi all’ autorità dell’ antipapa nel caso di morte di Braccio di Montone. Il condottiero è informato del pericolo incombente dal tesoriere di Giovanni XXIII; fa giungere un contingente di sue truppe ad una porta di Bologna e la raggiunge senza problemi. Subito dopo occupa alcuni castelli del circondario e li restituisce solo dopo aver ricevuto 80000 ducati. Si rappacifica presto con l’antipapa;  viene nominato governatore di Bologna con il potere di esigere il pagamento delle gabelle e di tributi vari.

Ott. Emilia

L’antipapa si reca al concilio di Costanza; durante la sua assenza il Montone  diviene in pratica signore di Bologna.

1415
Gen. Emilia

A Castel San Pietro Terme.

Feb.

 

Antipapa

 

Ravenna

 

Romagna

Depreda il ravennate.

Apr. Antipapa Forlì Chiesa Romagna

Irrompe nel forlivese. Vi cattura centosessantasei contadini; si appropria di centotrenta carri carichi di lana e di altri beni da vendersi al mercato del capoluogo;   razzia  cinquanta paia di buoi e molto altro bestiame. Vende le prede nel faentino;rientra a  Castel Bolognese.  Coglie in agguato i difensori di Sadurano con 1500 uomini tra cavalli e fanti;  penetra in tale località; il bottino è di seicento carri di frumento. Invia a Forlì alcuni emissari e chiede agli Ordelaffi il pagamento del censo dovuto allo stato della Chiesa; ottenuto un rifiuto riprende a molestare il loro territorio.

Mag. Antipapa Ravenna Romagna

In soccorso dei forlivesi interviene Crasso da Venosa. Costui  agli inizi ottiene qualche successo;  insegue i  cavalli leggeri di Braccio di Montone, si spinge troppo in avanti ed è colto sbilanciato: Crasso da Venosa è battuto con la cattura di 200 cavalli e di 400 contadini. Braccio di Montone infesta ora il ravennate.

Giu. Antipapa Cesena Romagna

Si sposta nel cesenate ai danni di Andrea Malatesta; dà alle fiamme il porto di Cesenatico, si attenda a San Martino e giunge fino a Savignano sul Rubicone. Ritorna a Ronco con molti bufali appartenenti ai Malatesta.

Lug. Romagna

Restituisce Sadurano agli Ordelaffi: costoro oltre a riconoscere il tributo dovuto allo stato della Chiesa gli devono consegnare anche 5000 ducati.

Ago. Emilia

I fiorentini gli saldano le spettanze di loro competenza; Giovanni XXIII non è in grado di farlo e gli dà in pegno alcuni castelli quali Medicina, Castel San Pietro Terme, Castel Bolognese e Pieve di Cento.

Sett. Antipapa Rimini Cesena Pesaro Romagna  Marche e Emilia

Affronta Carlo, Pandolfo e Malatesta Malatesta: invade le campagne di Cesena, di Pesaro e di Fano. Raduna tutto il bottino nel pesarese e per il ritorno divide le sue milizie in tre schiere, due davanti al  convoglio ed una alla  retroguardia. Nel riminese Pandolfo Malatesta controlla da vicino i suoi movimenti dall’ alto delle colline senza cercare lo scontro decisivo; decide, infine, di assalire  la retroguardia e viene  respinto dai bracceschi. La spedizione dura nel complesso cinque giorni: nel mese la cavalleria di Braccio di Montone percorre nelle sue scorrerie centoventi miglia. Rientra carico di prede a Bilogna;  sosta nel castello di Galliera ove è fatto entrare da Bisetto Cossa. Si libera in breve tempo del castellano e lo fa rinchiudere in Castel San Pietro Terme.

…………… Antipapa Sforza Marche

Toglie Jesi ed Arcevia all’ Attendolo che ne è alla guardia per gli sforzeschi con 400 cavalli e 200 fanti. Invia le truppe agli accampamenti invernali.

1416
Gen. Emilia

Assente da Bologna Antongaleazzo Bentivoglio, Battista Malvezzi e Matteo Canedoli fanno insorgere la città ed assalgono con 200 cavalli il palazzo dove è insediato il governatore, il vescovo Antonio di Siena.  Il Montone condottiero lascia Castel San Pietro Terme con l’intenzione di mettere Bologna a sacco: ordina al castellano della rocca di Galliera di fare gettare di notte nel fossato parte delle mura onde assicurare il passaggio a dieci cavalli affiancati; fa bombardare la città e vi penetra per la Porta del Mercato. Viene subito raggiunto un accordo con gli insorti. In cambio di 82000 ducati, da ricevere entro tre mesi, si impegna di cedere al comune le rocche in suo possesso con il castello di Galliera: quaranta ostaggi avallano i patti.

Feb. Emilia

Si colloca a Castel San Pietro Terme ed ottempera alle sue obbligazioni. Arruola nuove truppe (per un totale di 4000 cavalli e molti fanti), apre false trattative con i Visconti e  rivolge ancora una volta la sua attenzione a Perugia.

Mar.

Si allea a Fermo con il Migliorati ed i da Varano ai danni dei Malatesta.

Apr. Montone Imola Cesena Rimini Romagna Toscana e Umbria

Invade il territorio di Imola per avere 1500 ducati dagli Alidosi; mette il cesenate a ferro e fuoco; convince il Tartaglia, fermo con 600 cavalli a Frascati, ad abbandonare  lo Sforza ed a aiutarlo contro i perugini: gli promette il suo appoggio nel togliere alcuni possedimenti allo stesso Sforza. Giunge a Sansepolcro, supera il Tevere su tre ponti di barche ed inizia a scorrere il perugino. A metà mese giunge alla Resina; tocca Ponte Pattoli, Ponte Felcino, Val di Ceppi; si estende per tutto il contado; si accampa ai Bucarelli.

Mag. Montone Perugia Umbria

Si unisce con il  Tartaglia a Ponte San Giovanni; assale il castello di San Fortunato: a causa della resistenza riscontrata fa riempire il fossato di fascine e di legna secca nei pressi della porta dove sono appostati molti balestrieri. E’ dato fuoco al tutto:  i difensori tentano di spegnere l’incendio con terra, pietre e la costruzione di un lungo muro dietro la porta stessa. Il Montone decide  l’attacco generale. Fa avvicinare le scale da tutti i lati della cinta  ed ordina a balestrieri ed arcieri di impedire al nemico con il loro tiro di comparire sulle mura. San Fortunato è espugnato e messo a sacco: viene catturato Francesco della Mirandola con 100 cavalli. Avvia truppe verso Perugia;  si ferma a San Costanzo e si impadronisce di molti castelli della Val Tiberina per ostacolare il flusso dei rifornimenti al capoluogo. I raspanti richiamano il Michelotti da  Napoli, assoldano l’ Orsini con 1000 cavalli e 200 fanti, spediscono ambasciatori a Carlo Malatesta per richiederne l’aiuto. Braccio di Montone ed il Tartaglia, nel contempo, si impossessano di Cerqueto, di Papiano, di Morcella, di Marsciano; sue milizie entrano pure nei monasteri di Monteluce, di San Bevignate ed in quello di San Giorgio adiacenti a Perugia. Vengono rigettati due assalti alla città;  hanno inizio le operazioni di assedio. Altri castelli come Brufa e Colle, cedono senza resistere ai bracceschi. A Perugia il Montone approfitta della nebbia e della pioggia per attaccare la Porta di Fontenuovo: i suoi soldati sono ancora ricacciati. Divide le schiere in due parti delle quali una deve assalire a titolo diversivo il monastero di Santa Giuliana e la Porta Borgna (o Eburnea) e l’altra tentare la Porta di Fontenuovo. I difensori si dirigono verso il primo punto, il Montone ed i fuoriusciti attaccano con maggior forza dal secondo lato.  L’esito finale non è differente dai precedenti. Ritorna  alla politica della terra bruciata, lascia un consistente presidio nel campo e  continua a taglieggiare i paesi vicini quali Martignana e Migianella dei Marchesi. Il Tartaglia viene respinto da Corciano;  un uguale  risultato giunge con un primo attacco a Spina. Il giorno successivo conquista a forza tale centro a prezzo di sensibili perdite; in suo potere cadono    ora anche Sant’ Apollinare, San Biagio della Valle, Pieve Caina, Castiglione della Valle e tutti i ponti sul Tevere con l’eccezione di quello di Ponte Pattoli.

Giu. Umbria

L’Orsini si avvicina a Perugia; Braccio di Montone gli si muove contro  per impedirne il  ricongiungimento con le truppe di Carlo Malatesta;  lo costringe a fermarsi nel contado di Narni. I fiorentini tentano di dissuaderlo dal continuare la guerra a Perugia: per tutta risposta occupa Pilo, Deruta (a patti dopo tre giorni di assedio), Castel del Piano e Bagnaia. Si scontra con gli avversari nella piana di Veggio, ha Montemelino e Castelvieto. A metà mese assale ancora Perugia verso la Porta di Santa Giuliana: vi penetra per un tratto, ma i suoi uomini ne sono di nuovo respinti. Ritorna alla sua tattica e si impossessa di Agello, di Paciano, di Panicale, di Cibottola, di   Piegaro, di Ponte Pattoli, di Montecolognola; suoi condottieri come Cherubino da Perugia e   l’Attendolo (ora al suo servizio) operano sul lago Trasimeno e si impadroniscono di Passignano, Isola Maggiore ed Isola Polvese. Braccio di Montone assedia Antria;  è qui raggiunto da un’ambasceria dei raspanti (tra i quali vi è anche un suo vecchio zio, Cinello Ascagnano) che, con il pretesto di trattative di pace cerca di guadagnare tempo in attesa che arrivino i previsti rinforzi dell’Orsini, del Michelotti e di Carlo Malatesta. Si reca a Torgiano e rimette in Todi i Chiaravalle; si rende conto delle vere finalità della richiesta di pace e riprende le devastazioni con maggiore ferocia. Fa sue Bastia Umbra e Bettona con l’aiuto dei Crispolti; ritorna  ai Bucarelli, assale a San Costanzo;  a Corciano. Attacca la fanteria del Michelotti;  si colloca tra Brufa e Miranduolo. In pochi giorni cadono in suo potere centoventi castelli ed ottanta  villaggi.

Lug. Umbria

 

E’ ancora sotto Perugia;  viene sempre respinto un  nuovo assalto alla città verso San Lorenzo; incurante di nuove pressioni da parte dei fiorentini, con i cui ambasciatori ha un incontro a Deruta, muove celermente su Spello prima che il Michelotti si possa congiungersi con i malatestiani. E’ respinto dalla fanteria perugina; rientra ai propri alloggiamenti sul Tevere. I nemici  si collegano ad Assisi. Prepara accuratamente lo scontro finale dal punto di vista tattico  creando punti di ristoro d’ acqua (tinozze, barili, botti) per i combattenti che si ritirano ogni tanto temporaneamente dal campo di battaglia per riposarsi; colloca i fanti in mezzo ai cavalli in modo che i primi possano uccidere i destrieri degli avversari; invia un contingente di truppe a Ponte San Giovanni per ostacolare ogni possibilità di sortita dalle mura da parte dei perugini;  sistema i saccomanni su un colle sul Tevere, vestiti da uomini d’arme, per dimostrare come il suo campo sia protetto in moodo adeguato. Provoca i nemici allo scontro passando a cavallo davanti a tutto il loro fronte. Il combattimento si svolge tra Colle della Strada e Sant’Egidio (Umbertide), nella pianura tra il Tevere ed il Chiascio, sotto un sole ardente ed in un terreno in cui domina la polvere; esso dura sette ore. Braccio di Montone suddivide il suo esercito in tante piccole squadre (di 150 uomini) da lanciare poche alla volta nel folto della mischia: può così attuare una rotazione delle forze a sua disposizione che possono  fruire di opportune pause per rinfrescarsi. Viene in tal modo velocizzata la sua manovra e, nel contempo, è esaltato il  valore dei suoi uomini. Gli armati di Carlo Malatesta procedono in formazione serrata, schierati in un grande semicerchio per attirare i bracceschi al suo interno e chiudere  gli avversari in mezzo. Braccio di Montone sfugge alla manovra e tiene in continua tensione tutto lo schieramento nemico. Ordina ai suoi di attaccare battaglia; Carlo Malatesta gli spedisce contro il della Pergola che, in un primo momento, sembra avere la meglio. Il Montone solo quando vede i soldati avversari stanchi ed incapaci di mantenere la coesione dei reparti lancia le proprie riserve, comandate da Cherubino da Perugia. Ha così inizio lo sfondamento definitivo. Il della Pergola si dà alla fuga. Tra i perugini sono catturati Carlo Malatesta, il Michelotti e 3000 cavalli: i morti nelle  file degli avversari sono 300; tra i bracceschi sono uccisi 180 uomini d’arme. Con la vittoria sono ora i raspanti ad inviargli alcuni ambasciatori i quali lo pregano di accettare la signoria della città. L’accordo è raggiunto tramite il cardinale Capoccia ed è firmato nel monastero di Montemorcino. Entra in Perugia per la Porta di Sant’Angelo e per quella di San Pietro alla testa di molti cavalli e fanti; è accolto dalla popolazione con le palme in mano; le campane suonano a festa e la sera sono accesi grandi fuochi in suo onore.  Giunto nella piazza smonta al Palazzo del Podestà. Anche i fuoriusciti rientrano in Perugia e prendono parte ad una giostra organizzata dal Montone.  A tutti è proibito portare le armi; lo stesso condottiero gira per la città con la scorta di 80 cavalli tutti disarmati. Fa eleggere un consiglio composto di diciassette cittadini. I nobili sono frenati nel loro desiderio di rientrare subito in possesso dei beni di loro proprietà prima del 1393. Suoi uomini, negli stessi giorni, si impadroniscono di Civitella dei Marchesi; catturano il signore della località e lo uccidono trascinandone il cadavere per le vie del borgo; anche i piccoli figli di quest’ultimo sono strozzati. Ottiene Bastia (Bastia Umbra) che fa consegnare al conte Guido d’Assisi, cui sono anche restituiti Spello e Sigillo (Nocera Umbra). A fine mese lascia con le sue truppe Bastia e si dirige a Cannara ed a Bettona.

Ago. sett.

 

Perugia

 

Rimini Chiesa Napoli San Severino Marche Lazio  Umbria e Marche

Allarga la sua sfera d’influenza ed in poco tempo pervengono in suo potere Rieti (multata di 6000 ducati per l’uccisione di alcuni suoi uomini), Narni, San Gemini, Gualdo Cattaneo e Terni; si sposta nella marca d’ Ancona: gli aprono le porte Sassoferrato, Montalboddo (Ostra), Scapezzano,  Morro, Massaccio (Cupramontana), Maiolati Spontini;  gli si sottomette Orvieto ad opera di Carlo Monaldeschi della Cervara che si fa capo di una sollevazione ai danni del  conte Carafa vicario di Giovanna d’Angiò. Il Montone assume il titolo di Difensore di tale località e vi invia come suo vicario Ruggero d’Antignola. Si accampa a San Severino Marche. Si uniscono alle sue forze anche Berardo da Varano ed il Migliorati con 500 cavalli e 2000 fanti. Circa 10000 armati pongono le loro tende al di là del Potenza, nella contrada di Campo Rotondo, verso il ponte dell’ Intagliata. A metà mese dà l’assalto alla città dalla parte della chiesa di Santa Maria del Mercato (oggi San Domenico). Il signore Antonio da San Severino gli si arrende in due giorni; gli riconosce 4000  ducati e gli promette la consegna del castello di Gagliole. E’ pure stabilito che sarebbero state rimesse nelle mani di Braccio di Montone (tramite il suo rappresentante Ruggero Cane Ranieri) ogni decisione riguardante le vertenze in corso tra lo stesso Antonio da San Severino ed i da Varano. Negli stessi giorni (agosto) l’Orsini viene ucciso a tradimento a Colfiorito dal Tartaglia, da Ludovico Colonna e da Cristoforo d’ Agello.

Ott. Marche e Umbria

Gli cedono a patti Montegiorgio e Recanati. Corinaldo gli chiude le porte; il Montone è obbligato ad allontanarsi da tale territorio a causa dell’arrivo di Pandolfo Malatesta e di Martino da Faenza. Viene  richiamato in Umbria per alcuni tumulti che sono sorti durante la sua assenza ad Orvieto, a Todi ed a Perugia dove il partito nobiliare, sotto la guida dello zio Ranieri  Montemelini ha scacciato dalla città alcuni esponenti della fazione dei raspanti.

Nov. dic. Marche

Ristabilita la calma, ritorna  presso le truppe nella marca d’ Ancona. Si porta ad Arcevia;  vi è assalito da Gian Francesco Gonzaga il cui tentativo di assedio viene rigettato. A dicembre è raggiunto in tale località dagli ambasciatori fiorentini Angelo Pandolfini e Piero Guicciardini che, con Guidantonio da Montefeltro, lo incitano a liberare Carlo e Galeazzo Malatesta catturati a Sant’Egidio.

1417
Apr. Perugia Chiesa Napoli Umbria

E’ siglata la pace con Carlo Malatesta in base ad un lodo dell’ambasciatore del concilio di Costanza Bartolomeo Bonetti; ottiene per la  liberazione del signore di Rimini Jesi e 80000 fiorini da pagarsi a rate. Lascia Perugia (dove rimane come suo luogotenente  Menguccio da Firenze), si reca a Todi e da qui perviene al suo campo di Fratta Todina. Muove verso Spoleto e Norcia dando il guasto ai loro territori.

Mag. Umbria

Si trova a Santo Chiodo nei pressi di Spoleto; si accampa a Busano con 500 cavalli e raggiunge subito l’accordo con gli spoletini e gli abitanti di Norcia che gli versano i 10000 ducati necessari per le paghe dei suoi soldati. A fine mese si sposta nel contado di Narni.

Giu. Lazio

Si dirige su Roma, assedia invano Tivoli, percorre la via Salaria per fermarsi nel territorio a nord-est di Roma.  Si attenda prima a Castel Giubileo e, in secondo luogo, presso la chiesa di Sant’Agnese fuori le mura: effettua numerose scorrerie nei dintorni che terminano con la cattura di molti contadini. Costoro vengono rinchiusi nella chiesa. Il cardinale di Sant’Eustachio Giacomo Isolani esce con coraggio dalla città per chiedergli la ragione della sua venuta: i prigionieri  sono liberati e Braccio di Montone può entrare in   Roma per la Porta Appia; alloggia nella chiesa di Santa Maria del Priorato nell’ Aventino. Viene accolto in trionfo alla Porta Appia dal cardinale Stefaneschi e dalle principali autorità romane. A metà mese il cardinale Isolani si rinchiude in Castel Sant’ Angelo con il senatore di Roma Giovanni Alidosi. Il condottiero  inizia ad assediare la fortezza;  fa sbarrare con un muro il ponte di San Pietro; si proclama “Almae Urbis Protector et Defensor”, nomina senatore della città Ruggero d’Antignola mentre il cardinale Pietro Stefaneschi ne assume il titolo di vicario apostolico. Invia anche a Peniscola un’ambasceria di cui fa parte Giovanni Vitelleschi per proporre all’ antipapa Benedetto XIII, Pietro di Luna, l’insediamento in San Pietro.

Lug. Lazio

Abbandona la sua residenza di Santa Maria del Priorato e si trasferisce nel palazzo pontificio presso San Pietro per  meglio seguire l’assedio di Castel Sant’ Angelo e della Meta, un edificio a forma di piramide che sorge all’inizio dell’ antico portico di San Pietro; richiama dalla marca d’ Ancona Ruggero Cane Ranieri e Berardo da Varano che si uniscono alle sue truppe con 800 cavalli; giunge a Roma pure il Tartaglia con un buon corpo di cavalleria e molti fanti.

Ago. Lazio ed Umbria

Gli muovono contro vari condottieri angioini quali lo Sforza, Conte da Carrara ed il conte di Tagliacozzo Gian Antonio Orsini. Lo Sforza gli invia un guanto insanguinato in segno di sfida e lascia Ostia: il Montone non osa accettare lo scontro e trattiene le sue milizie nello spiazzo davanti al Laterano. Gli avversari attraversano il Tevere su un ponte di barche, compiono un ampio giro verso Monte Mario e scendono su Castel Sant’ Angelo. A causa della peste che ha falcidiato le sue file. Il Montone decide di lasciare la città dopo settanta giorni  per la Porta Viridaria. Fa abbattere Ponte Milvio e Ponte Salario;  libera più di cento cittadini romani incarcerati in precedenza. Si ritira a Palestrina ed a Zagarolo con 400 cavalli; si stabilisce a Perugia e vi organizza alcune feste.

Sett. Umbria e Marche

Firmata con lo Sforza una tregua,  rientra nei suoi stati;  tocca Sassoferrato ove doma una rivolta che termina con la demolizione delle abitazioni degli oppositori.

Ott. Lazio

Ottiene Rieti.  A fine mese si congiunge con il  Tartaglia a Montefiascone (2000 cavalli e 1000 fanti).

Nov. Lazio ed Umbria

Roma si ribella alla presenza dello Sforza e richiama nella città sia  Montone che il Tartaglia.  Sedano gli animi dei rivoltosi il conte di Tagliacozzo Gian Antonio Orsini e Francesco Orsini. Presto è stipulata a Montefiascone  una nuova tregua di sei mesi con lo Sforza. Il  Montone invia a Costanza Berardo da Varano e Matteo Baldeschi per rendere omaggio al nuovo pontefice uscito da quel concilio, Martino V; si reca a Terni e vi imprigiona alcuni cittadini che vengono rinchiusi nella rocca di Narni. Nello stesso anno commissiona una  traduzione in volgare degli “Epitoma” del Vegezio al cancelliere del comune di Perugia Venanzio di Bruschino di Camerino.

1418
Mar. Perugia Montemarte  Napoli Salimbeni Marche Toscana

Dà alle fiamme il castello di Castagna;  entra in Pergola. Estende le sue scorrerie a gran parte dell’Italia centrale con 2500 cavalli e 500 fanti. Prende a forza Cetona e la sua rocca al conte di Corvara con la scusa che due suoi figli hanno abbandonato l’esercito braccesco prima della scadenza della loro ferma: vende la località ai senesi per 9000 fiorini (di cui 5000 in contanti e 4000 sotto forma di fornitura di sale). Con milizie senesi si porta ad Acquapendente, vi cattura  l’Attendolo  e gli impone una taglia; in modo analogo attacca in Val d’Orcia alcuni castelli di Cocco Salimbeni che deve pagare una nuova taglia per riavere il frumento dei  magazzini di sua proprietà.  Sosta a Monteriggioni e prosegue per Castelfiorentino: i senesi gli fanno avere ventiquattro some di pane, vini, confetti ed altri beni.

Apr. Perugia Fermo Marche

Ritorna nella marca d’ Ancona con 2000/4000 cavalli, si impossessa  di alcuni castelli nelle vicinanze di Sassoferrato;  si accampa tra San Severino Marche, Petriolo, Mogliano, Loro Piceno e Massa Fermana. Antonio da San Severino gli consegna una volta di più una forte somma di denaro; Ludovico Migliorati, invece, si rifiuta di riconoscergli 4000 ducati che  sono dovuti al Montone per il riscatto dei prigionieri nel precedente conflitto. Occupa l’abbazia di Fiastra ed assedia il vicino castello di Villamagna. I suoi soldati devastano il territorio vicino  e quello di Petriolo: l’abbazia benedettina di Fiastra viene fortemente danneggiata con l’abbattimento del chiostro ed il crollo di parte della volta; il castello di Villamagna è raso al suolo.

Mag. Marche

Continua a dare il guasto al fermano. Braccio do Montone assale il Migliorati nel castello di Falerone. Cattura in una sortita 300 cavalli; conquista il castello e lo pone a sacco imprigionando tutti i difensori. Tra gli altri è catturato anche lo stesso Migliorati che, per la sua liberazione, deve  riconoscere al signore di Perugia 9000 ducati, pagabili in tre rate di 3000 ducati l’anno. Il Montone, a seguito di tale fatto, potrà dire “Perché Ludovico ciò che doveva non pagò, a pagare fu obbligato ciò che non doveva”.

Giu. lug. Perugia Orsini Salimbeni  Lucca San Severino Marche Lazio Umbria  Toscana Marche

A Mugnano rimane ferito nel corso di un’azione;  piega la resistenza di Ulisse Orsini; ritorna verso Castiglione del Lago e Cocco Salimbeni, signore di Chiusi, gli deve riconoscere altri 4000 ducati. Si sposta con i suoi uomini vicino a Siena e marcia con grande celerità nella Valdarno; entra nel lucchese quasi in contemporanea con Ludovico degli Obizzi. A fine giugno, forse su istigazione dei fiorentini, si dirige a Castel Pisano dove pensa di sorprendere il signore di Lucca Paolo Guinigi. Punta verso la città;  colloca il suo campo alla Nunziata ed a Sant’ Andrea non trascurando di saccheggiare il territorio  vicino. Avvicinato da Guido da Pietrasanta pretende da un lato la liberazione dei suoi uomini fatti prigionieri e dall’altro l’imposizione di una taglia ai lucchesi a loro volta catturati; conserva il bottino; per allontanarsi chiede 35000 fiorini (dei quali 10000 in drappi di seta). La prima rata, consistente in 13000 fiorini e nelle pezze di seta, deve essere saldata ai primi di luglio; la parte rimanente entro due mesi. La scorreria costa ai lucchesi più di 50000 fiorini tra taglia e costo dell’arruolamento di truppe per la loro difesa: altri danni, quali il riscatto dei prigionieri e la distruzione dei raccolti, sono valutati in ulteriori 25000 fiorini di spesa. Sulla strada del ritorno il Montone si inoltra nel senese; si ferma presso la Porta  Ovile a Siena e prende alloggio a Cuna sull’Arbia. E’ poi segnalato a Lucignano ed a Monte San Savino dove si incontra con Bartolomeo da Pietramala; prosegue in Umbria, si ferma a Città di Castello e si dirige a Perugia. Nello stesso periodo a Todi fa rafforzare le difese dei colli di Montesanto, di Monte Cristo e di Santa Maria Maddalena.  Assale ancora Sassoferrato; si accampa con 2000/4000 cavalli sotto San Severino Marche. Antonio da San Severino cede  concludendo un accordo di pace nel quale riconosce una forte taglia al condottiero  ed accetta di aggregare le sue truppe a quelle del signore di Perugia.

Ago. Perugia Umbria

Assedia Norcia; la città deve riconoscergli un riscatto di 8000 ducati (richiesta iniziale di 14000).

Sett. Marche

Sverna ad Jesi.

1419

 

Gen. feb.

 

Perugia

 

Chiesa Urbino Umbria

Cerca di riconquistare la grazia presso Martino V; gli invia come ambasciatori Ruggero d’ Antignola, Gaspare di Pietro e Matteo Baldeschi;  accoglie con tutti gli onori in Perugia il fratello del papa Giordano Colonna. Tutto si dimostra inutile; viene, anzi, attaccato dallo Sforza. Chiede allora a Guidantonio da Montefeltro la consegna di 12000 ducati a saldo del pagamento della taglia di Carlo Malatesta, di cui il signore di Urbino  si è fatto mallevadore.

Mar. Marche e Umbria

Avuta una risposta dilatoria dal  Montefeltro si muove dalle Marche con  Ruggero Cane Ranieri e Malatesta Baglioni;  attacca Gubbio dove non ha successo un tentativo portato da Ruggero Cane Ranieri; respinto, ne danneggia il contado. Si trasferisce a Gualdo Tadino ed a Assisi le cui rocche gli si arrendono una in quattro giorni  (la minore) ed una in dieci (la maggiore). Conquista Bastia Umbra: nella città è raggiunto dai soliti ambasciatori fiorentini che vogliono porsi come mediatori tra il Montone ed il papa. Consegna la paga ai soldati, raduna 2000 cavalli e molti fanti per iniziare una nuova campagna.

Apr. Umbria

Vola a Spoleto e si accampa a Busano, nei pressi di ponte Bari con una scorta di 150 uomini, tra cavalli e fanti (tra i quali vi sono pure alcuni fuoriusciti della città). Il comune gli invia in dono una confezione di vini, biade, confetti, cera e capponi: Spoleto, dopo serrate trattative gli si arrende senza problemi. A metà mese 500 fanti entrano nella località, si insediano nel convento di San Simone dei frati conventuali e si apprestano ad assediare i pontifici nella rocca. Il giorno successivo,  Pasqua, vi fa anch’egli il suo ingresso accolto dalla popolazione festante: prende alloggio nel vescovado. I suoi uomini scalano il campanile di Santa Maria, ne rompono la porta e, su suo ordine, ne scaraventano fuori i tre soldati di guardia. Assedia la rocca ed è gravemente ferito ad un piede da un verrettone mentre sta tentando di persona di conquistare una torre al di là del ponte presso il mulino di Monteluco. Il verrettone gli si conficca nel piede destro fra le dita. La ferita lo tiene immobile per tutto il resto del mese e richiede l’intervento di medici fatti venire  da Perugia e da Foligno. Nella circostanza il comune di Spoleto, per alleviare le sue pene, gli invia due scatole di pinoccale, un carico di spelta e due caratelli di vino.

Mag. Umbria

Sempre all’assedio della rocca di Spoleto; pone ora il suo alloggio  nelle case della collegiata di San Pietro; ha con sé anche un mangano. Fa costruire una bastia al fossato di Santa Chiara; fallisce un attacco condotto dai fanti;  vengono in suo soccorso da Perugia altri 1000 fanti. A metà mese gli riesce di occupare un avamposto della rocca, la torre di San Marco, la quale da allora prenderà il nome di torre di Braccio. Ancora qualche giorno e  l’avvicinarsi dello  Sforza lo persuade ad una tregua con il signore di Urbino (che peraltro gli salda i 12000 ducati). Lascia all’assedio i fanti perugini e con il resto delle truppe si sposta a Todi con il proposito di congiungersi con il Tartaglia sul lago di Bolsena.

Giu. Lazio

Intercetta e cattura nel viterbese, tra San Giovanni e San Vittore, 500 fanti che, comandati da Giovanni Gatti, devono unirsi con le milizie dello  Sforza; si porta a Castel Cardinale vicino a Toscanella (Tuscania); gli avversari si ritirano da Montefiascone a Viterbo. Approfitta dello sbandamento nelle file nemiche allorché Niccolò  Orsini e Petrino da Siena si allontanano dallo schieramento per entrare in Viterbo in anticipo rispetto alle altre compagnie. Il Montone attacca battaglia;  Sforza è inseguito fin sulle porte di Viterbo; 2300 sono i cavalli fatti prigionieri, di cui  1300 riusciranno in un secondo momento a fuggire. Per il dispetto Braccio di Montone confina i condottieri rimasti nelle sue mani nell’isola del lago di Bolsena. Assedia Viterbo; si colloca con il Tartaglia davanti alla Porta di Santa Lucia;  ricaccia una sortita del suo rivale. Alloggia nella valle di Sant’Antonio; assale senza esito la Porta di Salciccia; viene sconfitto con il Tartaglia nei pressi della città dall’  Attendolo e da Francesco Sforza. Rientra a Perugia.

Lug. Umbria

A Todi ed a Spoleto.

Ago. Umbria e Lazio

Scomunicato da Martino V, ritorna sotto Gubbio; si ripresenta inaspettato a Montefiascone con il Tartaglia; è di nuovo sotto Viterbo.  Fa tagliare le viti del contado dagli abitanti dei comuni confinanti. Viene respinto da Riccio da Viterbo e da Petrino da Siena.

Sett. Lazio ed Umbria

Lo Sforza giunge a Canepina;   il Tartaglia lascia il Montone per militare agli stipendi dello stato della Chiesa. Il signore di Perugia ripiega  a Todi, sorprende sul Paglia alcuni soldati dello Sforza intenti a razziare bestiame nel Chiugi; ritorna in fretta nei pressi di Assisi; investe Gubbio; dà alle fiamme Giomici. Da Assisi si trasferisce a San Gemini;  controlla tutti i passi dei fiumi e dei monti sicché lo Sforza ed il Tartaglia non sono in grado di prestare soccorso a Spoleto. Martino V lo scomunica. a. Negli stessi giorni il Montone fa uccidere nelle rocche di Narni e di Fratta Todina Ceccolino e Guido dei Michelotti, suoi prigionieri.

Ott. Umbria

Assisi cade nelle mani degli avversari; Braccio di Montone si allontana da San Gemini dove si trova con 800 cavalli e pochi fanti; richiama gli uomini intenti all’assedio della rocca di Spoleto; si fa dare dal signore di Foligno Niccolò Trinci 400 fanti ed altri da molte località umbre. Per bloccare l’avanzata dello  Sforza ricorre ad uno stratagemma  inviando un suo messaggero a Todi al capitano Matteo di Provenza.  Nella città su sua disposizione deve essere  festeggiato (come se fosse avvenuto) il recupero di Assisi con suoni di campane e l’accensione di falò sulle mura. La mossa provoca sconcerto ed un rallentamento nell’azione dell’ esercito nemico. Il  Montone può in tal modo rifornire di truppe le rocche di Assisi ancora in suo potere. Attacca la città da Spello e da Santa Maria degli Angeli: la cavalleria oltrepassa le mura per una breccia praticata nella cinta che unisce le due rocche, la fanteria assale di fianco e di spalle i feltreschi che sono alla difesa della città. Dopo cinque ore gli avversari fuggono per la vallata del Chiascio nella direzione di Gubbio: ne sono  uccisi 200 ed altri 400/700 sono catturati. La città è sottoposta ad un feroce sacco che non risparmia chiese e monasteri; sono fatti prigionieri quaranta fuoriusciti perugini ed altrettanti di Assisi e tutti sono decapitati. Il frate che ha aperto la porta ai feltreschi nel corso della riconquista della città da parte dei pontifici viene gettato dalla più alta finestra del Palazzo del Podestà ed il suo cadavere è lasciato per qualche tempo sul selciato. Braccio di Montone si dirige a Spoleto ritornata nel campo ecclesiastico durante la sua assenza.  Assale con grande furia la città difesa da Rinaldo Orsini. Attacca Amelia;  è qui raggiunto da un messaggio di Malatesta Baglioni, da lui preposto alla guardia di Orvieto. Viene informato che un abitante della città è entrato in contatto con il  Tartaglia con lo scopo di aprirgli una porta. Lascia il campo di Spoleto; giunge ad Orvieto con 800 cavalli; obbliga il traditore ad inviare un messaggio al capitano nemico fermo a Montefiascone con l’invito a muoversi. Il  Tartaglia si accosta ad Orvieto con 300 cavalli ed altrettanti fanti; prudentemente non si apposta all’ avanguardia ma lontano con quindici cavalli in attesa di eventuali novità. Braccio di Montone lo attacca; il  Tartaglia riesce a fuggire a Sovana; lo insegue e lo assedia in tale castello. Un forte temporale e la mancanza di fanti lo obbligano a retrocedere dopo tre giorni.

Dic. Umbria

Rientra a Todi;  si fa consegnare in ostaggio dagli orvietani sessanta cittadini. Invia Matteo Baldeschi dal pontefice;  espugna, nei pressi di Gubbio, la Serra di Sant’Onda i cui abitanti per riscattarsi devono consegnargli 2000 ducati. Sosta a Perugia.

1420
Gen. Umbria

Attacca Gubbio con 1000 cavalli e 2000 fanti, dei quali solo una piccola parte è composta da veterani; costretto a ripiegare dopo tre giorni tocca Fratta Todina e Perugia.

Feb. Toscana

Stipula una tregua con i pontifici.  Si reca a Firenze con lo Sforza per rendere omaggio al  papa: si fa accompagnare da 400 cavalli e da 40 fanti (tra cui i condottieri Gattamelata e Brandolino Brandolini e  Cherubino da Perugia), tutti magnificamente equipaggiati;  è  seguito da molti gentiluomini di  Perugia,  Assisi,  Todi, Orvieto,  Narni e  Rieti, nonché dai signori di Foligno e di Camerino. Appena giunge nel contado di Cortona viene accolto da quattro nobili  che lo scortano a Firenze; attraversa l’Arno e nelle prossimità del capoluogo è ricevuto dai familiari dei cardinali; folle di monelli inneggiano nelle strade di Firenze al suo nome, soprattutto sotto le finestre degli appartamenti del papa siti nel convento di Santa Maria Novella. “Papa Martino/ signor di Piombino, conte d’Urbino/ Non vale un quattrino./Brazo valente, nostro parente, vince ogni gente”. Gli sberleffi suscitano la gelosia del pontefice. Braccio di Montone bacia la pantofola di Martino V e ne viene abbracciato: è liberato dalla scomunica e da ogni censura ecclesiastica;  dal colloquio ne esce con 52000 ducati ed il titolo di vicario pontificio di Perugia,  Assisi,  Todi,  Cannara,    Spello,  Jesi,  Gualdo Tadino,  Città della Pieve,  Ostra Vetere,  Arcevia,  San Gemini,  Staffolo e dei castelli delle Terre Arnolfe dietro il censo annuo di 5000 fiorini; deve, invece, restituire allo stato della Chiesa Rieti, Narni, Terni, Orvieto, Magliano Romano, Otricoli ed Orte;   si impegna anche a non muovere guerra allo stato della Chiesa e di mantenere a proprie spese per tre mesi 300 lance nella marca d’ Ancona e 500 cavalli per due mesi nella Campagna Marittima. Si riconcilia pure con il Montefeltro cui cede, dietro il riconoscimento di Assisi, i castelli di San Gemini e di Porcaria. Nei venti giorni in cui si trattiene a Firenze vi sono numerose giostre: in un torneo partecipano 120 uomini d’arme e sono spezzate seimila lance.

Mar. Chiesa Bologna Capitano g.le Umbria e Emilia

E’ accolto con grandi feste a Perugia: libera i prigionieri di Assisi ed investe parte del ricavato delle razzie in opere pubbliche e nella regolamentazione delle acque del Trasimeno. Permette il rientro r nella città a tutti i raspanti.  Parte per Bologna   per sottomettere la città al dominio dello stato della Chiesa. Valica gli Appennini,  entra nel bolognese dove è raggiunto dal della Pergola (700 cavalli) e dal Migliorati.

Apr. mag. Emilia

Si accampa a cinque miglia da Bologna;  si avvicina al ponte dei Cruciati con 80 cavalli e 100 fanti; si ferma a visionare le fortificazioni cittadine e si accosta al fossato. Esce dalla porta Luigi dal Verme con 300 cavalli. Il Montone riceve soccorsi e rigetta gli avversari con la cattura di 80 cavalli; altri 30 sono feriti. Si porta a Casalecchio di Reno e toglie l’acqua alla città facendo deviare il corso del fiume.

Giu. Emilia

A Medicina;  nei pressi sorprende un convoglio scortato da 400 fanti e da 300 cavalli: dal centro escono altre truppe per sostenere l’azione dei saccomanni bolognesi; Gabrino Fondulo è battuto e sono catturati 180 cavalli con otto capitani. Braccio di Montone ottiene a patti  Medicina; mette a sacco Montebudello, Piumazzo, San Giovanni in Persiceto.  Assedia il capoluogo sempre più da vicino.

Lug. Emilia e Toscana

Antongaleazzo Bentivoglio deve arrendersi al pontefice; il condottiero entra in Bologna per Porta Maggiore con il Migliorati ed il cardinale legato Gabriele Condulmer; si reca a Firenze dal papa con il Antongaleazzo  e Cambio Bentivoglio per l’accettazione dei capitolati di resa.

Autunno Umbria

A Perugia, per controllare lo stato dei lavori cui ha dato inizio in città.

Dic. Umbria Si sposa a Perugia con Nicolina da Varano, sorella di Berardo. Alle nozze sono presenti Federico e Guido di Matelica. Nell’ anno dona la signoria di Montalboddo (Ostra) a Ruggero Cane Ranieri.
1421
Gen. Perugia Nocera Umbra Umbria

A Todi per sedarvi alcune controversie sorte tra i cittadini; è informato da Corrado Trinci che il cognato Berardo da Varano è stato catturato dal castellano di Nocera Umbra Pietro di Rasiglia che ha anche ucciso Bartolomeo e Niccolò Trinci (quest’ultimo per avergli sedotto la moglie). Braccio di Montone si porta a Nocera Umbra ed assedia per tre giorni la rocca in cui si è rinchiuso Pietro di Rasiglia: una mina praticata alla base del maschio permette ai bracceschi di penetrarvi, sono catturati 300 persone tra uomini, donne e bambini, che sono tutti fatti uccidere dal Trinci. I loro cadaveri sono caricati su trentasei asini e  portati in giro per le vie di Foligno. Il Rasiglia, allorché  la fortezza è già divorata dalle fiamme, si getta in esse dall’alto delle mura con  moglie e figli.

Apr. Napoli Angiò Umbria e Marche

Viene assoldato dalla regina di Napoli Giovanna d’Angiò; gli sono anticipati 200000 ducati, che sono consegnati a Firenze al suo emissario Matteo Baldeschi con la malleveria di alcuni mercanti della città. Gli è promessa la signoria di Capua (con il titolo di principe), quella di L’Aquila e di Teramo negli Abruzzi e gli è assicurato il titolo di grande connestabile. Approntato l’esercito nelle basi di Fratta Todina, di Jesi e di Spello, lascia  l’Umbria con 3000 cavalli e 1000 fanti. Entra nella marca d’ Ancona e punta su Ascoli Piceno: convince con la forza Conte da Carrara ad abbandonare il campo di Luigi d’Angiò e del pontefice verso cui propende; lo obbliga pure a consegnargli in ostaggio il figlio Ardizzone.

Mag. Marche Transita per Porto d’Ascoli con 5000 uomini. Si dirige verso il regno di Napoli.
Giu. Abruzzi  Molise e Campania

Occupa Teramo, una delle città che gli sono state assegnatei;  come suo governatore nomina il perugino Giacomo Monaldi. Entra nella valle del Pescara ed ottiene a patti Castiglione con un breve assedio; costringe i conti di Popoli e di Loreto, che hanno tentato di chiudergli la strada verso Napoli, a ritornare all’ obbedienza della regina Giovanna d’Angiò. In modo analogo cedono Pacentro, Sulmona e Campo di Giove, feudo di Jacopo Caldora, che viene conquistato con l’uccisione di tutti i difensori. Si impossessa di Castel di Sangro a seguito di una  sfortunata sortita del presidio del  Caldora. Supera le montagne del Sannio e perviene nel contado di Venafro; ottiene a patti Calvi dopo un giorno e da qui entra velocemente in Capua. Nella città è raggiunto dal Caldora (che ha mutato partito): insieme sconfiggono a Santa Maria Maggiore (Santa Maria Capua Vetere) i capitani sforzeschi Attaccabriga e Giannuzzo d’Itri. Attacca una torre i cui difensori non vogliono prestare ascolto alle sue richieste di resa: chiede di parlamentare e fa colpire dai suoi balestrieri coloro che si presentano sulle mura al colloquio. I difensori restanti si arrendono a discrezione: tra essi vi sono due perugini che sono fatti strozzare. Ottiene parimenti con l’astuzia la torre dell’Eremo: fa nascondere venti soldati nei vicini frutteti. Due ragazzi disarmati corrono verso la torre; chiedono alle sentinelle la strada per Maddaloni  dopo avere finto di avere disertato dal campo braccesco.  Sono scambiati per  ladri piuttosto che per soldati in fuga. Alcuni guardiani lasciano il forte per arrestarli: i bracceschi, che sono in agguato, escono dai frutteti e li catturano.  I prigionieri sono condotti dal Montone; sono minacciati di morte nel caso in cui non riescano a convincere i loro commilitoni rimasti nella torre a cedere le armi.   Saccheggia Marcianise. Si avvicina a Napoli e si accampa alla chiesa di Sant’ Antonio in attesa delle milizie del re Alfonso d’Aragona provenienti da Procida e da Trapani; si dirige su Castel dell’Ovo e facilita lo sbarco degli alleati. La sua cavalleria si schiera nei pressi della Porta del Carmine. Dalla riva fino al ponte della nave ammiraglia è collocato un ponte di barche sul quale il Montone, in ginocchio, rende atto d’omaggio al sovrano aragonese.  Alfonso d’Aragona lo alza da terra e lo abbraccia; una delle tavole cede ed il re cade in una barca piena d’acqua. Seguono l’ingresso in comune in Napoli per la Porta Capuana ed  una visita  ai resti di Cuma e di Baia.

Lug. sett. Gran Connestabile Campania     Basilicata  Lazio  Molise  Abruzzi

A Napoli. Tre giorni di feste  caratterizzano la sosta in città del condottiero e del sovrano.  Lo Sforza è costretto ad asserragliarsi in Aversa. Al Montone viene conferito l’incarico promessogli di grande connestabile, gli sono concesse la contea di Foggia ed il principato di Capua. Riprende l’offensiva, sbocca nella Terra di Lavoro dove occupa Angri, Pagani e Marigliano; devasta le terre dell’abate di Montecassino Pirro Tomacelli; si impossessa delle Fratte; ottiene a patti San Pietro, San Vittore del Lazio,  Piedimonte San Germano; attraversa il Liri e conquista Frattamaggiore, Castelnuovo Parano, Vallefredda, Sant’ Andrea, Sant’ Apollinare, Sant’ Ambrogio sul Garigliano e Vandra. Consegna questi castelli a Ruggero Gaetani. Subito dopo muove con molte lance e balestrieri su Castellamare di Stabia meta anche dello Sforza e del Tartaglia. Guada il Sarno e ne scala le mura cittadine, uccide le sentinelle, getta a terra le porte e fa suonare  di notte le trombe: la città è saccheggiata.  La mattina seguente molti soldati ritornano a Napoli carichi di bottino (della preda fanno parte ventimila botti di vino e grandi quantitativi di sale). Il Montone viene affrontato dallo  Sforza e dal Tartaglia (12000 uomini tra cavalli e fanti) sul Sarno: per diciotto giorni   si hanno solo piccole scaramucce. Il condottiero umbro si sposta in pianura. Per dividere lo Sforza dal Tartaglia  ( sa che i due non vanno  d’accordo)  attua una diversa politica nei confronti dei loro soldati che cadono suoi prigionieri: coloro che militano per il  Tartaglia sono rilasciati con armi e cavalli; quelli che sono al servizio dello Sforza sono inviati al remo nelle galee aragonesi. I contrasti tra i due capitani  facilitano in tal modo le sue possibilità di lasciare indenne il Sarno; prende  la strada per Aversa, saccheggia l’agro di Atella e riconduce l’esercito a Capua per costringere la riluttante regina ad ottemperare alle sue promesse. Vi lascia un buon presidio e punta sugli Abruzzi: per strada mette a sacco Mignano Monte Lungo; irrompe nell’ aquilano; Castelnuovo e Santa Lucia sono date in preda ai soldati. Il papa, spaventato, gli chiede il possesso delle località non lontane dal confine abruzzese. Il  Montone lo accontenta ed ottiene in cambio Città di Castello.

Ott. Campania

Si incontra con gli ambasciatori fiorentini  Michele Castellani e Rinaldo degli Albizzi che si propongono inutilmente come mediatori di pace.  Va incontro allo  Sforza ed al  Tartaglia che si stanno muovendo nel territorio di Sessa Aurunca. Il Montone guada il Garigliano e scorre nel territorio nemico con tutti i suoi uomini. Del bottino, ad ogni soldato spettano 50 scudi; i prezzi della carne calano della metà a Napoli ed a Capua;  parte del bestiame razziato deve essere venduto in Basilicata ed in Terra d’Otranto. Cerca di occupare Nocera;  vi è preceduto con 400 cavalli dall’ Attendolo e da Buzino da Siena che ne rafforzano il presidio. Ritorna a Capua e si fa consegnare dal castellano la rocca inferiore; quello della rocca superiore, di nome Pagano, pretende invece un premio di 20000 ducati. Nella realtà quest’ ultimo non ha nessun desiderio  di cedere anche perché ha dovuto consegnare in ostaggio allo  Sforza moglie e figli. Il Montone inizia ad assediare la rocca;  vi fa scavare tutto attorno due trincee per impedire l’arrivo di possibili soccorsi ai difensori. Un fabbro di Capua gli indica il modo di penetrarvi attraverso un vecchio acquedotto che porta ad una cisterna circondata da un alto muro. In tale punto i guastatori fanno brillare una mina cosicché i soldati possono penetrare nel castello.   Pagano si ritira nella parte alta da dove ha modo di procurare ai bracceschi notevoli perdite; il Montone fa raccogliere molto materiale da ardere ai piedi della torre per soffocare con il fumo i difensori. Il castellano, con la resa, deve abbandonare le ricchezze che vi ha accumulato ed andarsene via con un solo barile di vino ed un moggio di frumento. Il condottiero rientra nell’ aversano; ricorre  ad alcuni ingegnosi stratagemmi che gli permettono di impadronirsi di diversi altri castelli. Sconfigge lo Sforza al ponte di Casolla e gli cattura anche 200 cavalli. Il  Tartaglia esce da Aversa per contrastarlo e cogliere i suoi uomini mentre sono intenti al saccheggio: cade  in un agguato  per cui è costretto ad una rapida fuga.

Nov. Campania

Si congiunge con 1500 cavalli e 1500 fanti alle truppe aragonesi: insieme gli alleati assediano per venticinque giorni Acerra: alla difesa della località si pongono Santo Parente e Giovan Paolo Origlia con quattro bande di cavalli e quattro di fanti. Il Montone  fa costruire due bastie esterne;  demolisce le mura della fortezza con le bombarde. Un  improvviso attacco di Perino e di Bettuccio Attendolo con Santo Parente mette fuori uso le bombarde e brucia le bastie. Alfonso d’Aragona accetta la richiesta di tregua degli abitanti e Braccio di Montone rientra a Napoli con il re d’Aragona. A fine mese Acerra si arrende nelle mani di un cardinale spagnolo che consegna la città al sovrano.

Dic. Campania

Il Montone può pensare a rifornire di vettovaglie Capua ridotta in cattive condizioni dall’ azione dello  Sforza; sempre negli stessi giorni vi fa impiccare Giannuzzo d’ Itri, colpevole di avere disertato nel passato dalle sue file a quelle degli sforzeschi. Da Napoli avanza una colonna di 200 vetturali disarmati che trasportano frumento ai capuani. Il Montone        prevede che lo Sforza faccia di tutto per intercettare la colonna. Si pone in imboscata e coglie alla sprovvista gli avversari cui cattura 400 cavalli. Rientra a Capua con 400 cavalli e distribuisce il resto della cavalleria pesante nei castelli vicini.

1422
Apr. Campania  Abruzzi Marche

Viene incaricato dal gran siniscalco Giovanni Caracciolo di avvicinare lo Sforza affinché i due condottieri appoggino insieme la regina di Napoli ai danni di Alfonso d’Aragona. Esce da Napoli e si reca nel ducato di Sessa; lo Sforza gli viene incontro da Telese. Tra i due capitani vi è un colloquio di due ore a Selva dei Saccomanni (Presenzano) al cui termine sono poste le basi per un accordo comune. Braccio di Montone manterrà la dignità di grande connestabile e verrà nominato governatore (o viceré) degli Abruzzi per dieci anni; in base ad esso può rioccupare tutte le località della Terra di Lavoro che non hanno fatto atto di sottomissione alla regina o che le si siano di recente ribellate.  Lascia Napoli, attraversa gli Abruzzi e si ferma nelle Marche. Si dirige verso Fermo. Si abbatte con le sue truppe sull’antica abbazia di Fiastra. Sono nuovamente saccheggiate le proprietà dell’ abbazia, incendiate le campagne, è distrutto il monastero e gran parte della chiesa. I pochi monaci che scampano alla strage trovano rifugio ad Urbisaglia.

Mag. Marche

Si accampa tra Montolmo (Corridonia) e  San Giusto.

Giu. Umbria

Si reca a Città di Castello: gli abitanti gli offrono 5000 fiorini pari ad un anno di tributi, in cambio della possibilità di scegliersi i due capitani della rocca. Rifiuta.

Lug. Perugia C.di Castello Umbria

Inizia ad assediare Città di Castello, si accosta davanti alla Porta Romana;  fa erigere due bastie, una al mulino dei Cavalcanti contro il ponte di Porta Prato, l’altra di fronte al torrione delle Giulianelle. Inizia a bombardare la città con quattro pezzi di artiglieria grossi ed altri più piccoli dal monastero di Trastevere; altri due trabucchi sono messi in funzione, uno alla Porta di Sant’ Egidio e l’altro a Santa Maria. Fa pure costruire una grande torre di legno, molto alta, in cui sono collocati veterani e  balestrieri ed è munita con altri due pezzi di artiglieria. Le operazioni proseguono con l’occupazione del contado, con l’ eccezione di Celle, di San Giustino e di Ghironzo) ed il blocco dei lavori dei campi. I tifernati richiedono invano il soccorso dei fiorentini.

Ago. Firenze 1000 lance e 300 fanti

 

E’ condotto dai fiorentini in aspetto con 1000 lance e 300 fanti: la ferma è stabilita in due anni; gli è  riconosciuta una provvigione mensile di 2000 fiorini: del costo totale, il 50% spetta ai fiorentini, il 25% ai senesi ed il restante 25% ai lucchesi.

Sett. Umbria

Città di Castello è costretta alla resa ed il Montone ne prende possesso. Rientra a Perugia di cui è eletto governatore Francesco Salimbeni con un presidio di 1000 soldati.

Dic. Umbria

Accoglie in Perugia Leonello d’Este e Nanne Strozzi.

1423
Gen. Perugia Chiaravalle Umbria

Su richiesta di Alfonso d’Aragona invia nel regno di Napoli Niccolò Piccinino con 400 cavalli. Rimane al momento in Umbria ed assicura Todi dalle scorrerie dei Chiaravalle; toglie loro il castello di Canale che dà in dote ad una nipote, destinata a sposare Niccolò Piccinino. Ordina l’abbattimento in Todi di molte case per permettere la costruzione della rocca. Ai suoi domini si aggiungono nelle Marche Cingoli, Castreccioni, Colognola, Sant’Angelo e Staffolo.

Feb. Umbria

Il signore di Foligno Corrado Trinci lo incorona a Perugia, nella sala maggiore del palazzo, principe di Capua e di L’Aquila su incarico della regina di Napoli e di Alfonso d’Aragona: alla cerimonia presenziano gli ambasciatori di Napoli (che gli consegnano una collana d’oro) e di Firenze, nonché i signori di Fabriano e di Camerino. Prima di spingersi verso gli Abruzzi, su pressione dei fiorentini, apre le trattative con il papa Martino V.

Apr. Umbria

Rompe ogni indugio, raccoglie le truppe a Fratta Todina (3200 cavalli e 6000 fanti).

Mag. Re d’Aragona Napoli Chiesa Umbria e Abruzzi

A Narni; non ha successo un suo tentativo di impadronirsi della rocca di Spoleto; invia 400 cavalli in soccorso dei fiorentini agli ordini di Fioravante Oddi e di altri capitani;  suggerisce loro, che nel lottare contro i viscontei si avvalgano  delle prestazioni di Carlo e di Pandolfo Malatesta. Si dirige verso gli Abruzzi.  Viene costretto a fermarsi davanti a L’Aquila, dove gli si oppongono gli abitanti sobillati da Giovanna d’Angiò (che ora avversa il re d’Aragona). Il Montone, viceversa,  rimane mantiene fedele al sovrano. In pochi giorni cade in suo potere tutta la vallata dell’Aterno da Pizzoli, a Poggio Picenze, ad Assergi, a Carapelle Calvisio, a Fossa, a Paganica (che conquista in dieci giorni), a Navelli ed a Barisciano. L’ultima località è espugnata in quattro giorni di assedio utilizzando una strada sotterranea sotto le mura. Gli abitanti sono uccisi  ed il centro è messo a sacco; le donne sono spedite seminude a L’Aquila. Inutili si rivelano invece gli assalti alle mura del centro;  è inasprito  l’assedio. Gli aquilani con furiose sortite spesso superano l’accerchiamento per procurarsi le necessarie vettovaglie. Gli è revocato dalla regina il governatorato degli Abruzzi ed il papa gli dichiara guerra: gli viene contro Pietro Navarrino che cerca di prestare soccorso a L’Aquila cercando di introdurre nella un grande convoglio di rifornimenti. Il Montone gli tende un’imboscata e lo cattura presso Stiffe. Irritato dalla decisione della regina di Napoli, vessa gli abitanti di Teramo levando loro franchigie fiscali decise in antecedenza a favore della città dall’ Angiò.

Giu. Abruzzi

E’ tanto immerso negli Abruzzi nella lotta che si rifiuta di marciare a nord per aiutare gli alleati fiorentini; si rifiuta nello stesso tempo  di unirsi con gli aragonesi allorché Luigi d’Angiò (il nuovo erede scelto da Giovanna d’Angiò) giunge ad Aversa; invia in sua vece 1200 cavalli e 1000 fanti agli ordini di Jacopo Caldora, di Bernardino degli Ubaldini della Carda, di Arrigo della Tacca, di Riccio da Montechiaro e di Orso Orsini. Il Montone ordina un assalto generale a L’Aquila che viene respinto da Antonuccio dell’ Aquila. Conduce i suoi uomini contro Porta Barete; gli avversari deviano le acque dell’ Aterno per rendere più malagevole il passo alla sua cavalleria.

Lug. Abruzzi

Vista l’inutilità degli sforzi lascia il Piccinino ed il Gattamelata sotto le mura di L’Aquila e si dirige alla volta di Rocca di Cambio che perviene in suo potere; attacca pure Rocca di Mezzo. Obbliga il conte di San Valentino Corrado Acquaviva a seguire il suo partito; conquista Manoppello, Guardiagrele, Lanciano, Ortona e Francavilla al Mare. Nel contempo giungono a Perugia gli undici palii inviati come tributo dalle città a lui sottomesse   (Perugia, Todi, Rieti, Narni, Jesi, Spello, Terni, Spoleto, Assisi, Ascoli Piceno e Città di Castello).

Ago. Abruzzi

Occupa Ocre; fiducioso nel successo finale avvia a Firenze altri 400 cavalli ed alcune compagnie di fanti che  utilizzati per la sorveglianza di Piombino. Ritorna ad assediare L’ Aquila; tenta di dividere i difensori;  corrompe molti cittadini perché lo aiutino nella sua impresa. Dodici di costoro sono scoperti e strozzati,  due sono fatti a pezzi nei  pressi della Porta Paganica. Pochi riescono a salvarsi nel suo campo. Continua pertanto nella sua tattica;  occupa Tussio, San Pio e Caporciano dove muore Castellano della Rosa. Viene una volta di più scomunicato.

Sett. Abruzzi

Riceve Manoppello da Bernaino Fornaino.

Ott. Abruzzi

Truppe fresche arrivano in suo soccorso dall’ Umbria sotto la guida di Carlo Baldeschi; ai suoi uomini si congiunge anche Pietro Giampaolo Orsini. Con costoro si impadronisce di altri centri quali Monteodorisio;  allarga la sua vittoriosa azione oltre il fiume Pescara con la conquista di San Valentino in Abruzzo Citeriore, di Lanciano, di Francavilla al Mare e di Chieti.

Nov. Abruzzi

Si sposta a Bucchianico per frenare l’avanzata dello Sforza.

Dic. Abruzzi

Si fortifica in Chieti.

1424
Gen. Abruzzi

Raggiunge a marce forzate la valle aquilana;  rafforza il blocco del capoluogo con l’ausilio di Niccolò Terzi. Piange la morte dello Sforza morto  annegato nel fiume Pescara; sembra meditare sul proprio destino anche perché gli astrologi gli hanno predetto che il suo decesso sarebbe avvenuto subito dopo quella del suo rivale.  Ripresosi, si oppone all’ inseguimento degli avversari in fuga verso Aversa; tenta, viceversa, di impadronirsi di Ortona per trattato attraverso il conte di Sant’Angelo. Rientrato sotto L’Aquila, fortifica le chiese di San Lorenzo sul Monte della Serra e quella di Sant’ Antonio fuori la Porta Lavareta. Dirotta le acque di Sant’Anso per impedire che la portata di tale fiume giunga in città.

Feb. Abruzzi

Raddoppia gli sforzi per impadronirsi di L’Aquila (attacco a Sant’Annese);  i suoi tentativi non sortiscono gli effetti desiderati. In realtà alcuni dei suoi uomini riescono a penetrare  in L’Aquila; le porte si chiudono alle loro spalle e la maggior parte di costoro rimane  uccisa. Molti, nel loro tentativo di fuga, muoiono gettandosi giù dalle mura. Le madri, le mogli e le figlie dei fuoriusciti sono scacciate dalla città; le donne prendono la strada di San Lorenzo;  vengono bloccate e sono costrette a rientrare nel capoluogo. Alcune sono in grado di salvarsi con l’ausilio di loro parenti. Nello stesso periodo il Montone viene nominato da fiorentini e da senesi loro capitano generale con una condotta di 1000 lance e di 300 fanti: la ferma viene stabilita per nove mesi. Non può invece accettare l’invito di trasferirsi in Romagna per contrastare i viscontei per la sua situazione negli Abruzzi.

Mar. Abruzzi

Riconquista San Pio che gli si è ribellata: il castello è messo a sacco ed è demolito.

Apr. Abruzzi

Riceve 15000 fiorini e può inviare in soccorso dei fiorentini Ardizzone da Carrara con 400 cavalli. Assedia Tussio che subisce la stessa sorte di San Pio; occupa ancora Barisciano. Le donne di quest’ultimo castello ne sono espulse e sono costrette a girare nude attorno le mura. Il giorno seguente, Pasqua, tutti i prigionieri sono condotti a Teramo. Raggiunge con le sue truppe  Civita di Bagno.  Divide l’esercito in quindici squadre; si accampa sotto L’Aquila e si attenda nelle vigne di Pettino. Il resto delle truppe è condotto nella valle di Santa Lia ed è raccolto in due schiere agli ordini di Niccolò Piccinino (che si accampa nei vigneti) e di Pietro Giampaolo Orsini, che si sposta presso l’Icona della via della Torre e di Bazzano. Si volge su Stiffe ed assedia tale centro per quindici giorni. Ritorna verso Fossa, Ocre e Civita di Bagno da lui controllate;  colloca i suoi fanti a Luco dei Marsi. Dopo una settimana prende la via della Serra di San Lorenzo e dispone le sue truppe vicino al ponte di Collemaggio. Ritorna a Santa Lia.

Mag. Abruzzi

Gli vengono contro il Caldora (che ha lasciato le sue file) e Francesco Sforza: non accetta il piano proposto dal Gattamelata che prevede di attaccare gli avversari in marcia mentre stanno attraversando un difficile passo di montagna nella vallata dell’ Aterno; preferisce  aspettarli nella conca aquilana accontentandosi di occupare con 2000 fanti i passi dei colli di Ocre. Dà la disposizione di non molestare gli avversari nella loro marcia di avvicinamento.

Giu. Abruzzi

L’esercito braccesco è composto di 4000 cavalli divisi in ventiquattro squadre; quello nemico in venti squadre con un pari numero di cavalli, 300 fanti veterani ed altri 1300 locali per lo più abruzzesi. Il Montone fa deviare il torrente Vittore per frenare la cavalleria napoletana-pontificia: Jacopo Caldora para la mossa facendo marciare le truppe sulle alture. Passa per primo Ludovico Colonna, dietro di lui sono in sequenza Francesco Sforza e l’Attendolo, Jacopo Caldora, Federico di Matelica e Paolo Tedesco; per ultimo Luigi da San Severino con la fanteria. Nel primo scontro gli armati di Ludovico  Colonna sono respinti alle falde delle montagne; il Montone supera l’Aterno con il Brandolini, il  Gattamelata e Niccolò Fortebraccio. E’ costretto a ritirarsi per l’intervento delle squadre di Federico di Matelica. Dopo alcune ore compare di persona con 200 cavalli scelti e travolge il centro dello schieramento: solo Francesco Sforza resiste all’ala destra; dà allora l’ordine alla sua fanteria di muoversi. Questa resta ferma sui monti; al contrario i fanti pontifici ed i caldoreschi attaccano le sue linee,  scavalcano 1300 dei suoi cavalli non tanto colpendo gli uomini d’arme quanto squarciando il ventre delle  cavalcature. Il Montone è ferito in modo grave;  è fatto prigioniero mentre cerca di riparare in un castello vicino: varie sono le versioni inerenti la  ferita infertagli alla testa, la sua cattura e la sua morte. Secondo alcuni, sfuggito al combattimento, rimasto solo, si vuole arrendere nelle mani di  Jacopo Caldora: durante il  tragitto viene raggiunto o incontra un gruppo di cavalieri che si avventa su di lui e lo colpisce ripetutamente; di volta in volta tali assalitori sono individuati nei perugini Ludovico e Lionello dei Michelotti, nel connestabile di fanti Armaleone Brancaleoni di Foligno o in un anonimo venturiere perugino. Il suo corpo, quasi senza vita, è trasportato su uno scudo nel padiglione del Caldora o in quello di Francesco Sforza: muore dopo tre giorni senza prendere cibo o proferire parola. Si parla di uno specillo che una mano ignota sarebbe riuscita a colpire durante una medicazione, facendolo penetrare più profondamente nel cranio sì da ledere il cervello del ferito e provocarne l’mmediata  morte. La tradizione perugina ne attribuisce la colpa a Jacopo Caldora irato per il suo mutismo; un’altra fonte riferisce che autore dell’atto sia stato un giovane ternano, Andreasso Castelli, la cui famiglia è stata sterminata dai suoi soldati; una terza parla di un errore del chirurgo; una quarta (aquilana) addossa il delitto a Francesco Sforza che avrebbe spostato la mano al chirurgo. Per la sua morte grandi festeggiamenti si svolgono a Roma; il cadavere viene condotto in tale città da Ludovico Colonna. Il papa Martino V si fa consegnare la salma, la fa gettare in terreno sconsacrato fuori Porta San Lorenzo e vi fa erigere una colonna simbolo della sua famiglia. Otto anni dopo, nel maggio 1432, il Fortebraccio otterrà dal papa Eugenio IV le sue ossa che, ribenedette, sono trasportate da Roma a Perugia da 50 cavalli, tutti coperti di veli neri.  Sono spesi dai perugini 1000 fiorini per l’organizzazione della cerimonia funebre. La cassa è avvolta con velluto d’oro ricamato d’argento in campo rosso ed è portata a spalle dai nobili. Le ossa sono deposte in un primo momento nella chiesa di San Costanzo, per essere poi collocate nella chiesa di San Domenico. Braccio di Montone è, infine, sepolto nel chiostro della chiesa di San Francesco al Prato dopo una solenne processione culminata con un sermone del francescano Angelo del Toscano. Dopo il concilio di Trento la tomba sarà trasferita nella sacrestia della medesima chiesa. Cura l’abbellimento di Perugia e promuove opere come la loggia per continuare il fianco della cattedrale, verso la piazza, con il vicino Palazzo dei Consoli. La loggia è costituita da quattro archi, uno dei quali in parte chiuso, poggiati su pilastri  ottagonali: sotto la prima arcata sono visibili i resti del campanile addossato alla primitiva cattedrale dedicata a Sant’ Ercolano. Fa pure ricostruire la rocca di Todi e  l’emissario del Trasimeno, opera  idraulica tra le più grandi del tempo. Ritratto di Tommaso da Cortona; ritratto di anonimo sito nell’oratorio di San Francesco a Perugia. Su sua commissione il pittore ferrarese Antonio Alberti dipinge gli “Episodi della vita di San Francesco” e le scene del “Giudizio universale” nel sottarco della chiesa di San Francesco a Montone.  Medaglia del Pisanello conservata a Firenze. Ode in suo onore di Cambino Aretino. Ricordato da Lorenzo Spirito in “Altro Marte” ed in “Lamento di Perugia soggiogata”; Alessandro Manzoni lo cita nella tragedia “Il conte di Carmagnola”. Alessandro Patrignani gli dedica alcune ottave nell’ode “Braccio Fortebraccio valente capitano perugino all’assedio di Cingoli”. Anche Vinciolo Vincioli gli dedica un sonetto. Stemma: scudo e tacca d’oro con al centro un mezzo montone nero rampante. Sopra lo scudo è situato un elmo d’argento bordato da foglie d’oro e provvisto di lambrecchino di foglie d’acanto. L’elmo porta come cimiero il leopardo seduto.

CITAZIONI

“Questo è colui che con mirabile arte e industria risuscitò et fece molto honorata la gloria dell’arte della guerra, la quale era quasi spenta in Italia.” DOMENICHI

“Costituì il suo esercito attorno a un limitato gruppo di esuli perugini, e pertanto collaudò un metodo di combattimento che gli permetteva di ottimizzare l’esiguità iniziale delle sue forze. Le sue squadre, al massimo di centocinquanta cavalieri appoggiati da un adeguato numero di fanti, venivano fatte ruotare nel corso delle battaglie in modo da mantenere sul nemico una costante pressione, attendendo che fosse indebolito abbastanza prima di lanciargli contro le riserve.” N. CAPPONI

“Lo nome suo dirò con lieta faccia/ Chiamossi Braccio dalle forti braccia./…/ Signuri ho letti molti libri, e ho/ De’ fatti d’arme ognun più pellegrino;/ Odiste le battaglie di Teseo/ Dove tremava l’aero, e lo terrino,/ E li gran fatti, che fece Pompeo/ Con Cesare, che fu no paladino;/ Non fu simile a questa, como io parlo,/ Che fece el signor Braccio, el signor Carlo./…(In occasione della sua morte) “El medico si fece presto venire,/ Feli bentare ciascuna ferita,/ Tucta soa posta lu volea guarire/ Et returnarelu di morte a vita./ El Conte Francisco sci li ebbe a sentirlo,/ Quilla persona Mangna a tanto ardita,/ Colle soi mani scillo medicone/ Et poco stette che Braccio Spirone.” CIMINELLO

“Mise a punto un tipo di fante più mobile, armato di spada e scudo, che fece la sue prove partecipando nel 1416 all’assalto dato a Perugia..Si trattava di fanti armati alla leggera, mobilissimi e addestrati al combattimento aggressivo del corpo a corpo. MALLETT

“Aveva una sua mazza, di metallo/ Armato tutto, e nelle soprabande/ Portava il monton nero in campo giallo./ Braccio primo fu questo, che per forza/ Si fa Signor col senno e con la spada,/ C’amaro fu per lo valente Sforza./ Assai fece costui su l’ampia strada/ D’onore al mondo: poi la morte ria/ Il tolse, come a fortuna empia aggrada./…/ Non sia verso di lui l’animo vostro/ Ingrato a torto, ben che morto sia,/ Ché non è morta la penna e l’inchiostro./ Sentendo io la virtù che illuy fioria,/ duolmi ch’ançe gram tempo non fuy nato,/ ché tardo fu per luy la vita mia./ E ben ch’io non vedesse quillo ornato/ corpo in tante virtù, sua fama sforça,/ ch’io l’ami morto e così l’abbia amato.” SPIRITO

“..Braccio/..che per tutti ancora/ Con maraviglia e con terror si noma.” MANZONI

“Alto della persona, robusto delle membra, valoroso del braccio, fervido della mente, audace dell’animo, nacque per la gloria delle armi italiane, e fra le armi visse e morì. Finché fu giustamente severo co’ soldati, e fé senno del consiglio de’ suoi duci ebbe a compagna la vittoria in ciascuna battaglia: all’ Aquila divenne feroce, inumano per la ostinazione di quel popolo risoluto, di non piegarsi al giogo braccesco; non curò gli avvertimenti de’ suoi condottieri; e toccò sconfitta e morte.” FABRETTI

“Fu Braccio di aspetto prestante, benché impedito dal lato sinistro; la sua parola era dolce e carezzevole; aveva però un temperamento crudele al punto di ridere mentre ordinava di torturare la gente e di straziarla con atroci supplizi, e di dilettarsi a gettare dei poveretti da alte torri. A Spoleto diede ordine di precipitare giù da un ponte un messaggero che gli aveva portato una lettera ostile. Ad Assisi gettò tre uomini da una torre che si innalza nella piazza principale. Nel convento dei frati Minori diede ordine di punire diciotto monaci che avevano sentimenti a lui ostili, pestando e spappolando i loro testicoli sopra un’incudine. A Viterbo fece immergere un prigioniero in una sorgente d’acqua bollente che si chiama Pelacano.. Braccio non credeva né al paradiso né all’inferno, era nemico della Chiesa e della religione e assolutamente indegno di ricevere esequie religiose.” PICCOLOMINI

“Brillar vidi il ragghio delle spade./ Il mio Sogno di re nell’occhio regio/ Di Braccio Fortebraccio di Montone.” D’ANNUNZIO

“Niun Capitano d’essercito, di qual si voglia tempo, fu mai più caro a suoi soldati di lui, percioche con la natural piacevolezza del parlare adornava mirabilmente la maraviliosa grandezza dell’animo suo; niun fu mai che più piacevolmente ragionasse co’ suoi soldati, niuno che castigasse più gentilmente nelle cose mal fatte, né che con più ardire gli eccitasse a combattere. Egli non mandava i soldati ne’ pericoli, ma v’andava con esso loro in persona, e non meno di loro si sottometteva alle fatiche, alla fame, e alle vigilie, data tuta la preda a’ suoi, solo per sé la gloria, e l’imperio..Era in Braccio una non finta, e simulata, una grave, e semplice soavità di parole, venutagli più tosto da natura, che acquistata con artificio, quantunque non senza qualche poco d’industria. Niuno mitigava più gentilmente gli animi adirati, e niuno con più veemenza, e ardore gli essortava, e infiammava alla battaglia. Era benigno co’ soldati, e con gli altri, ne rigido, ne dispiacevole, havea congiunto con la severità militare una certa modestia civile, e cortegiana.. Nella guerra nessuno era più rapace di lui, nella pace, nessuno maggior mantenitore di giustizia, e d’equità..Egli hera huomo più che di mediocre statura, di viso lungo, e spesso alquanto rossore, che gli rendeva grandissima maestà, non havea gli occhi negri, ma ben vivi, e pieni in un tempo di non so che di gravità, e allegrezza, a cui corrispondevano tutte l’altre membra, eccetto quelle, ch’erano fatte deforme, e brutte dalle cicatrici. Era finalmente di aspetto, hora piacevole, hora severo, secondo che richiedeva il tempo, ma però sempre di maniera signorile.” CAMPANO

“Brazo fu eretico poco credente a Dio, mai messa ne altro officio volse audire. Et si abbetteva quando si cellebrava l’officio divino, sence voltava le spalle; fo molto crudelissimo, et una delle volte fo gittare uno corriero intra lo pellicano de viterbo, quillo se ricomando a messer santo antonio et mergendo gio suso sopra fo subbito in sito fora senza nullo male; lui comando fosse butatto dentro da piede, et disse io vo vedere se santo Antonio lo potra agiutare, e’nsì questa altra fiata fo fora libero et ancho lo fe minare un’altra fiata dentro biastemando.. questa terza volta quillo povero homo..fo libero, volendo pure farlo buttare dentro a pregheri de tanto gento, l’era presente a vedere tanto miraculo; confuso de brigogna (vergogna) li perdona: una altra fiata sei frati minori stando a cantare suso ad uno campanile la zolfa (battendo cioé il tempo), di sdegno vedendoli li fe gittare in terra, et così captivamente moreno..: vero nel mestiere fo liale.” MONTELEONE

“Eo tempore belli ducem in Italia insignem.” SIMONETTA

“Appartiene al novero di quei condottieri che cercarono, guidando un forte strumento militare, di costituirsi un dominio territoriale personale ponendosi in lotta..contro regni e governo.” ARGIOLAS

“Vedevasi in Braccio un’ardente forza d’astuto et gagliardo ingegno..Capitano in quel tempo famosissimo.” GIOVIO

“L’imagin, che tu vedi, o forestiero,/ E’ di Braccio famoso Capitano,/ Che spesso ruppe il suo nemico altero;/ Et perseguì il Pontefice Romano:/ Ch’ebbe di molte terre ingiusto impero,/ Et occupò con gli altri il Vaticano:/ Che fu terror di Re, giusti e tiranni,/ Et diede a le Città d’Italia affanni.” Da un sonetto di G. FEROLDO riportato dal GIOVIO

“Passai già vincitor mille perigli/ Che né ferro, né muro il mio ardir tenne,/ Perché la mia virtù tutto sostenne,/ Armandomi di forze e di consigli.” Da un sonetto di L. ARETINO riportato dal GIOVIO

“Vir prudens ac strenuus..Ipse tunc magnus profecto vir erat, nam et dux rei militaris peritissimus habebatur, et magnitudine animi consilioque pollebat, et aderat ei multa adumbrata quaedam civili moderatione honestas. Hic ex oppido Montone perusini agri, nobilibus admodum parentibus ortus, statim ab adolescentia rei militari se tradidit, multisque vulneribusque peritiam tandem auctoritatemque boni ducis consecutus est..Ipse vero dominus perusine urbis a populo simul nobilitateque delectus.” SOZOMENO

“La cui riputazione nel mestier dell’armi era celebre in questi tempi per tutta l’Italia..Personaggio diffamato da alcuni Scrittori per uomo di poca Religione, di molta crudeltà, e di ambizione smoderata, che in questi ultimi tempi era anche peggiorato ne’ costumi, col divenire più aspro del solito, e sprezzatore d’ogni consiglio. Ma certo non gli si può negar la gloria d’essere stato insigne nel mestier della guerra, e forse il maggior generale d’Armata che allora avesse l’Italia.” MURATORI

“Fu questo Brazzo certamente grande huomo; era nelle cose della guerra capitano peritissimo; valeva egli molto sì della grandezza del suo animo, come di consiglio et havea una onesta raccoglienza accompagnata con civile moderatione..Passati li teneri anni, haveasi dato all’arte militare, nella quale con molte ferite et continove fatiche havea finalmente conseguito la eruditione di quella et l’autorità del bono capitano.” BRUNI

“Malgrado il sommo suo valore poco poteva lo Sforza guadagnare contro un uomo che poteva essergli maestro nell’arte delle battaglie. Braccio, amato dai suoi soldati, temuto dai suoi vicini, fedelmente obbedito dai suoi sudditi, trovavasi sempre in propria casa in qualunque paese facesse guerra. Egli conosceva e prevedeva tutti i movimenti dei suoi nemici mentre che i suoi erano da loro ignorati; pareva ch’egli tutto vedesse senza essere veduto.” SISMONDI

“Homo de grande auctoritate et audacia.” CAGNOLA

“Maneggiò l’armi sempre con gran gloria..Certamente fu questo capitano da paragonare con quei valorosi, et eccellenti capitani de’ Romani, et de’ Greci.” ALBERTI

“Guerriero valorosissimo di quei tempi.” CHIAVENNA

“Grandissimo Capitanio de gente d’armi.” P. DI MATTIOLO

“Fu Braccio di statura alta, il volto hebbe rubicondo, gli occhi e capelli castagnicci.” ROSCIO

“Gran capitano e valoroso soldato..Braccio fu dei più valorosi soldati, che habbia havuto mai, non solamente Perugia, ma da i Cesari in poi tutta Italia..Huomo nel mestier dell’armi famosissimo.” PELLINI

“Valoroso Capitano..Condottiero illustre del tempo suo” SANSOVINO

“Essendo egli uomo sopra tutto feroce e d’animo oltre ogni credenza grande, né all’audacia sua la virtù, né la fortuna mancando.” SPINO

“Valorosissimo Capitano del suo tempo..Egli haveva Braccio un animo così generoso, che aspirava al regno di Napoli, e ne haveva già incominciato a dare a’ suoi dissegni qualche principio.” TARCAGNOTA

“Illustre condottiero d’armi di quel secolo,famoso Capitano di quei tempi.” UGOLINI

“Eccellente capitan di guerra.” BIONDO

“Erat..vir in primis ferox, et supra humanam fidem magnanimus, nec ejus audaciae virtus aut fortuna deficiebant…(Alla battaglia di Sant’Egidio) “La gente del nimico era digiuna,/ Dal canto estremo e de la polver grande,/ maledicendo el sole, e la fortuna./ Per sete a breve dire per vivande/ Gli più da i men d’insieme si straccaro,/ E ciascun ritornò da le sue bande./ E per l’affanno che in l’elmo portaro/ Credean gli hosti così far gli bracceschi/ Et a cibarsi tutti dismontaro./ Senza steccato o forse posti a deschi,/ Braccio che mai di sella era disceso/ Esce con tutti i suoi cibati e freschi./ Fui entro a padiglioni corse disteso,/ Piglia, saccheggia, amaza, el duce inerme/ Col pane a i denti sul mangiar fu preso.” CORNAZZANO

“Condottiero famosissimo.” SPRETI

“Uno dei più grandi condottieri del secolo XV.” BOSI

Con Muzio Attendolo Sforza “Erano i più insigni capitani del tempo.” GOTHEIN

“Magnae axistimationis Dux.” BACCI

“Terribili illius aevi duce.” MARCHESI

“Fu..valorooso Capitano de’ suoi tempi.” M. MONALDESCHI

“Capitano avventuriere.” BULGARINI

“Vir Perusinus genere nobilis, ceterum vehementis animi, et ingenii calidissimi.” CRIVELLI

“Pronto, audace, impetuoso.” AMBROGETTI

“Gran capitano..(lasciò) fama di fierezza, di crudeltà, di poca religione, ma al tempo stesso di grande valentia nelle armi, unica lode che generalmente può darsi ai venturieri fortunati di questi tempi che, non curando diritti o ragioni, usurpavano quelli d’altri.” BALAN

“Celebre generale del secolo 14°..(Dimostrò) in ogn’incontro quei talenti che lo resero..il primo generale dei suoi tempi.” PAOLINI

“La sua strategia e la sua tattica hanno dimostrato di sovrastare a tutte quelle dei capitani suoi contemporanei compreso lo Sforza il quale, come dice il Sismondi, “poco poteva guadagnare contro un uomo che poteva essergli maestro nell’arte delle battaglie.”.” PASQUALI

“Clarissimum ea tempestate belli imperatorem.” F. ADAMI

“Bellicis artibus jam inde claro.” BRACCIOLINI

“Vir animo consilioque excellens..Militaris institutis ornatus.” FACIO

“(Confronto con Muzio Attendolo Sforza) Erant hi clarissimi ac praestantissimi ejus tempestatis copiarum duces. Bracius quidem genere opibusque illustrior. Caeterum scientia rei militaris, animi magnitudo et auctoritas in utroque propemodum pares, non solum aemulationem inter illos accenderant, sed etiam graves inimicitias perpererant, adeo ut non veluti hostes, sed tanquam inimici invicem bellum gererent: alter alteri semper adversi infestique.” FACIO

“Vir omnium fere hac aetate armorum incomparabilis, nec minus astu quam viribus potens, animus illi multo super genus fortunamque immensus, omnium fere inter Perusiam ac Romam dominus et ipsi Romae imminebat.” BILLIA

“Ea tempestate copiarum ducem egregium.” G. CAPPONI

“Huomo prestante nell’arte militare.” PLATINA

“Condottiero, il più celebre della sua età.” PIGNOTTI

“Suis fortunatus temporibus ultra quoslibet Italiae Capitaneus.” REDUSIO

Com Muzio Attendolo Sforza “Huomini per opere d’arme ecelenti.” MUZIO

“Ecco quel altro, il qual par che ruine/ per troppo ardir della fortuna, e tanto/ paion la luce sue quasi divine./ Braccio dei Fortebracci, el cui gran vanto/ un giorno sol del mondo via ne tolse,/ tal che Roma ne fé mirabil conto.” SANTI

“Fu nel mestiere dell’armi Capitano di chiaro grido: uomo venale, avido di estorcere in larga copia oro ed argento.” TALLEONI

“Tunc temporis magnus habebatur. Nam et dux rei militaris peritissimus, et magnitudine animi consilioque pollebat et aderat ei quaedam civili adumbrata moderatione honesta..Bellicoso duci.” SANT’ANTONINO

“Rinomato capitano, che aveva l’occhio per tutto e le mani lunghe.” VARIALI

All’aasedio dell’Aquila “El singior Braccio per certo fo’ un drau; Di far battaglia multo se nne gode/ Con cinquecento disiuso et vau,/ Onne giorno l’sciva et davali inciampu: S’avesse gente, lie lla farria in campu.” VALENTINI

“Condottière remarquable.” LABANDE

“Uno dei più illustri capitani d’Italia.” SARDI

“Or credi a me come al sacro evangelio/ Che Braccio vinse e prese tanto e tanto/ Simile a channa el doloroso prelio./ E d’altra gloria ancor vo che si vanti/ Bench’io nolle distingua a verbo a verbo/ Braccio fu pur l’onor di tutti quanti./ Sforza Magno da lui presso a Viterbo/ E in più luoghi fu rotto e sconfitto/ E non ti paja el mio parlar superbo/ Gloria d’italiano Cesare invicto/…/O quante inespugnabili fortezze/Aspre e superbe per forza e per pacti/Aquistò questo fior de gentilezze.” CAMBINO ARETINO

“Grande Capitanio et credo el magiur de Italia.” ZAMPOLINI

“Uno de’ più celebri Guerrieri del suo tempo, che non fu mai superato se non in morte.” COLUCCI

“Anch’esso comandante di grido e della scuola del grande Alberico.” G. BONOLI

“Ejus aetatis clarissimi ducis.” BEVERINI

“Que era muy excelente capitan, y fué estimado de la nacion italiana, y muy tenudo de los de reino.” ZURITA

“Fortissimo capitano.” BALDI

“Condottiero d’altissima fama..Caposcuola della milizia italiana.” CRISTOFANI

“Fu uno de’ primi, che illustrasse la militia Italiana.” CRISPOLTI

“Fra i condottieri de gente armata in questi tempi fu uno dei più celebri Braccio Fortebracci pel valore e per la fortuna.” G. MUZZI

“Gran capitano.” GRANATA

“Forte e guerresco condottieri de ventura.” TOSTI

“Gran Capitano.” TONDUZZI

“Valente condottiero d’armi.” ZAZZERI

“Altro famoso capitano di ventura.” PERRIA

Con Muzio Attendolo Sforza, il Tartaglia, Paolo Orsini, Conte da Carrara e Martino da Faenza “Al tempo di costoro non avivano in Italia pari e pochi delli altri erano nominati.” BROGLIO

“Uno dei più terribili e spregiudicati capitani di ventura.” PAGNANI

“Assai feroce e famoso Capitano.” AVICENNA

“Uno dei più grandi capitani che abbia prodotti l’Italia.” SISMONDI-FABRIS

“Valente ma iniquo Guerriero.” PALMA

“Vero e proprio caposcuola per molti condottieri della prima metà del Quattrocento.” SALETNICH

“Prode capitano.” CECCONI

“Braccio aveva saputo creare un forte sentimento di appartenenza e di dedizione fra i suoi uomini, finalizzato a garantire la saldezza della compagnia, sentimento che finì per diventare una forma di identità condivisa.” FERENTE

“Diva vides, atrox obsessam Braccius urbem/ Martem premit; quatiunt muros tormenta ruantes,/ Frugiferosque cremant inimica incendia campo.” GRIFIO

Con Muzio Attendolo Sforza “Huomini per opere d’arme eccelenti.” MUZIO

Alla battaglia dell’Aquila “Sicuramente il Fortebracci aveva sottovalutato la tenacia degli Aquilani, la superiorità numerica, la direzione strategica, l’ostinazione dei collegati, ciascuno fortemente motivato alla sua distruzione. Cause prossime, relativamente sicure, della sconfitta campale possono ritenersi l’ingenuità del piano strategico noto in anticipo agli avversari che, fidando nella promessa del Fortebracci, scesero nel piano da un’altura conducendo a mano i cavalli; il mancato utilizzo della fanteria, non si sa per quale motivo rimasta in attesa di ordini, mentre quella nemica faceva strage dei cavalli dei bracceschi; la collocazione, per altro non scrupolosamente rispettata forse per smania di bottino, di Niccolò Piccinino con un numero eccessivo di uomini a tutela dell’accampamento e ad argine degli Aquilani; le defezioni all’ultimo momento di Giampaolo Orsini e di Antonio Cantelmo con le rispettive compagnie; la riluttanza di alcuni capitani bracceschi ad impegnarsi per una vittoria che avrebbe eliminato ogni ritegno allo spirito tirannico del Fortebracci; la determinazione della compagnia degli esuli perugini sul fronte opposto al comando di Lodovico Michelotti.” FALASCHI

“With the condottiere’s demise, the organization he had created collapsed immediately, as its “raison d’etre” lay entirely with his personality and power. Nonethless, much of what he did survived: the works he completed in his homeland, as well as his military innovations with the creation of a strategy – the scuola Braccesca.” REGNI

“Uno dei più grandi capitani dei tempi suoi…I suoi contemporanei lo tacciarono di smoderata ambizione, di soverchia indulgenza colle sue bande, d’odio e di crudeltà contro il clero. Asseriscono non aver egli creduto né a Dio né a’ Santi; essersi vantato di non aver messo piede in trent’anni in una chiesa; e una volta aver fatto persino gettare da un campanile sei francescani che vi cantavano le loro salmodie.” VON PLATEN

“L’offensiva (portata dal papa Martino V) contro lo stato braccesco presentò..la natura di un conflitto dettato dalla ragione di stato e riguarda gli interessi del pontefice come sovrano di un dominio territoriale. la campagna venne combattuta attingendo alle risorse fiscali del papa in quanto signore di un proprio dominio territoriale, che con le sue rendite permise l’ingaggio di soldati professionisti, mandati a combattere contro altri soldati professionisti. Non si ebbero in questo caso le modalità di allestimento consuete alla guerra santa, ossia la predicazione e i voti: l’iniziativa presentò le caratteristiche di un’operazione bellica simile a quelle effettuate dagli stati italiani coevi. Nondimeno i toni della propaganda non furono molto lontani dalla crociata.” PELLEGRINI

“Fa uscire da una dura quotidiana esperienza la tecnica della guerriglia, del colpo di mano a largo raggio, della sortita a raggio limitato, della ritirata strategica e dell’attacco alla retroguardia nemica.” ADAR

“Tra i più apprezzati capitani del tempo.” GAZZARA

“E’ figura di alto rilievo nella storia italiana del XV secolo e se il suo Stato, mancata la virtù che lo tiene unito si dissolve con la sua morte, di Braccio resta una scuola d’arte bellica che da lui prende nome e ne continua le gesta.” BASSETTI

“Prode capitano.” GIUBBONI

“Era uno dei capitani di ventura più celebri, temuti e crudeli della sua epoca.” PACIARONI

“Brillante capitano e fondatore di una scuola militare, agì sempre in vista di un predominante scopo politico, il controllo di Perugia; per lui comandare delle milizie significava assecondare un progetto eminentemente politico, conseguire certe ambizioni signorili.” COVINI

“Mercenario, sì, ma con un amore smisurato per la sua città e una volontà inflessibile di farvi ritorno…Puntava sulla divisione dell’esercito in squadre che si alternavano all’assalto per tenere sotto pressione il nemico. Era..assertore di una condotta aggressiva.” SCARDIGLI

“Una efficace sintesi iconografica della sua vita ce l’offrono quattro affreschi in una sala del Palazzo comunale di Perugia; l’autore è mediocre pittore, il Papacello, ma di mestiere, appropriato ad una eroica esaltazione. Nel primo affresco, Braccio riceve da Giovanni XXIII il bastone di comando dell’esercito pontificio; nel secondo, riceve dagli ottimati di Perugia la signoria della città; nel terzo, dignitari di Alfonso d’Aragona gli recano il titolo di principe di Capua; nell’ultimo, è la morte nella battaglia dell’Aquila. Quattro momenti fondamentali di un’esistenza che fu a tratti mitica.” RENDINA

“Quantus Alexander, quantus vel Caesar in orbe,/tantus est in Latio Brachius iste fuit./Non contra reges, populi, non Roma, nec urbes,/vix contra soli prevaluere dei./Invictus semper prostravit cuncta, nec uni/ Francisco pudeiit succubuisse duci.” Versi di MICHELE FORNO riportati da M.G. BLASIO

“Chiarissimo capitano del suo tempo.” MUGNOS

“Braccio (approfitta delle pause della guerra) per dedicarsi a opere civili destinate a eternare il suo nome e a giustificare..la signoria esercitata su Perugia. Le eleganti logge sulle quali è ancora visibile lo stemma della sua casata diverranno sede dei numerosissimi mercanti capaci di rendere sempre più fiorente la città. Le unità di misura incise su quelle pietre testimoniano che quel luogo era “giuridicamente legittimato” alla compravendita delle famose “tele perugine” ricercate in tutta Europa. Senza contare la sistemazione della piazza del Sopramuro, con le avveniristiche strutture portanti chiamate “briglie” a sostegno delle antiche mura etrusche o la regolamentazione delle acque del Trasimeno, ottenuta grazie alla “cava del lago”, una struttura con volta a mattoni che permetteva il defluire del flusso idrico tracimante verso un emissario.” STAFFA

“First a companion in arms, and afterwards a rival of Sforza. Profiting by the confusion of Italy he had managed to acquire for himself a state of which Perugia was the centre, and he had extended his conquests down the valley of the Tiber as far as Rome.” BROWNING

“Uno dei protagonisti della politica di inizio secolo: la sua carriera grandiosa e tragica di condottiero si intrecciò con le lotte che fin da giovane dovette ingaggiare con la parte avversa dell’agone politico, i Michelotti..La vicenda di Braccio appare segnata da disgrazie e fallimenti, tanto da dare alla sua figura un carattere oscuro e maledetto, che per giunta si sarebbe riprodotto nella vicenda umana dei suoi successori, gravando il nome dei “bracceschi” di un misterioso alone di sventura..Combattente indomito ma spietato, Braccio viene ricordato dalle fonti papali per la sua inaudita crudeltà contro i nemici e i rivali. Secondo la leggenda non avrebbe mai ascoltato una messa in vita sua, aggiungendo così la fama di bestemmiatore con dovizia di particolari truculenti.” TANZINI

“Braccio non si avventurò che due volte a nord dell’Appennino. Poté così continuare a tener d’occhio ciò che succedeva nella sua città natia, Perugia, da dove la sua famiglia era stata cacciata dai Raspanti nel 1393, insieme con altre grandi famiglie della nobiltà cittadina.. La sua progressione nella carriera fu.. tutt’altro che fulminea ed è solo a partire dal 1410, ossia dopo più di trent’anni di mestiere, che Braccio fu riconosciuto come uno dei due o tre più importanti capitani di guerra operanti in Italia.” VIGUEUR

“Per il suo biografo (il Campano), Braccio è un homo novus cui non è necessaria alcuna originaria nobiltà, e la sua “virtù”, anch’essa nuova, si identifica con la stessa arte militare: i rischi della “fortuna” vengono superati dalla prontezza e dalla capacità dei combattenti ben scelti e addestrati; l’imprevisto viene ridotto al minimo dalla celerità e dalla preveggenza; la prudenza evita ogni temerità e la capacità di simulare fa sì che i pochi possano prevalere sui molti.” SETTIA

“Spericolato, ricco d’intuizioni geniali, avventato, violento.” MONTELLA

“Fu Braccio di statura alta: il volto hebbe rubicondo: gli occhi, e capelli castagnicci. Si fé  egli Signore di gran parte della Marca, e di tutta l’Umbria, e di assai luoghi di Toscana: oltre alle Città, ch’hebbe nel Regno di Napoli.” CAPRIOLO

Sulla sua tomba è riportato il seguente epitaffio “Anno Domini MDV/ Exciderat Latijs bellandi gloria terris,/ Nec pedes ad pugnam, nec fuit aptus eques/ Pro scelus, externo populi duce bella gerebant,/ Atq.; erat externi militis illud opus,/ Ereptum Italiae reddit decus inclytus armis/ Braccius; et cives restituit patriae./ Dum Capuae princeps regia signa gerit./ Tristia sic semper miscet fortuna secundis,/ Hic patriae pietas ossa revecta locat.”

 

BIOGRAFIE SPECIFICHE

-AA.VV. Braccio di Montone e i Fortebracci.

-G. A. Campano. L’historia et vita di Braccio Fortebracci detto da Montone.

-G. Milli. Andrea Braccio Fortebraccio conte di Montone.

-F. Pasquali. Braccio di Montone.

-M. Rufini. Braccio di Montone. Vita d’un capitano di ventura.

Immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Braccio_da_Montone#/media/File:Braccio_da_Montone2.jpg