La Romagna come laboratorio della guerra
La storia militare del Rinascimento italiano trova nella Romagna non soltanto un teatro operativo, ma una vera e propria fucina antropologica. È in questa terra di confine, stretta tra le ambizioni temporali dello Stato della Chiesa, l’espansionismo marittimo della Serenissima Repubblica di Venezia e le mire egemoniche delle potenze oltremontane, che si cristallizza la figura del “Signore della Guerra”. Non più semplice mercenario, né ancora come soldato inserito in pianta stabile in un esercito regolare, il condottiero romagnolo incarna una sovranità ibrida, basata sulla capacità di convertire le sue capacità in legittimità politica. In questo contesto di perenne instabilità endemica, dove le signorie sorgono e crollano al ritmo delle calate straniere, l’ascesa della famiglia Zampeschi rappresenta un caso di studio di una straordinaria rilevanza storiografica.
A differenza delle dinastie di antico lignaggio come gli Ordelaffi o i Manfredi, gli Zampeschi emergono dalla nebbia dell’anonimato sociale con la violenza improvvisa di una carica di cavalleria. La loro parabola, che si consuma nell’arco di poco più di un secolo, descrive un arco perfetto: dalle origini contadine e dall’acquisizione del potere tramite il mestiere delle armi, al consolidamento feudale attraverso alleanze matrimoniali, fino all’apoteosi cortigiana che precede l’estinzione biologica.
Progenitore della casata, seppure in modo indiretto, è il famoso condottiero Taliano Furlano, il cui vero nome è Italiano Armuzzi, dove Armuzzi sta per figlio di Muzio. Di umili origini, tale capitano si dedica giovanissimo al mestiere delle armi, segnalandosi inizialmente nelle compagnie di Facino Cane, raggiungendo, successivamente, una adeguata posizione sociale prima con il possesso di Urbisaglia nelle Marche e poi con il riconoscimento, da parte del duca di Milano Filippo Maria Visconti, di alcune importanti signorie nel cremonese e nel pavese. Già il suo cognome Furlano merita una precisazione: per alcuni storici tale appellativo indica la sua nascita a San Vito al Tagliamento, per cui Furlano=Friulano, mentre per gli storici romagnoli lo stesso termine sta per originario di Forlì. Con la sua decapitazione per tradimento, si ha nei suoi confronti una sorta di “damnatio memoriae”, consistente nella cancellazione sistematica della sua presenza, come se non fosse mai esistito. Se non che negli stessi anni compare nella storia militare un suo nipote (anch’egli di origini contadine), Antonello da Forlì, il cui nome è Antonello Armuzzi, che nel corso della sua attività si trasformerà in Zampeschi. Ferito, infatti, in un fatto d’armi nei pressi di Senigallia, il condottiero è obbligato a portare le zanche (grucce). Da qui nasce il connotativo “zampeschi”, che Antonello trasmette ai suoi famigliari fino a farne diventare di fatto un cognome. Quella degli Zampeschi è la storia di una nobile famiglia guelfa (il che significa guerre di fazioni contro altre famiglie della regione che si definiscono ghibelline) i cui membri, tra il 1400 ed il 1500, esercitano il mestiere di condottiero e che sono in grado di godere, seppure saltuariamente, di importanti signorie in Romagna come San Mauro Pascoli, Montiano, Giovedio, Roncofreddo, Santarcangelo di Romagna e, soprattutto, di Forlimpopoli.
TALIANO FURLANO/ITALIANO ARMUZZI
Di umili origini. Di San Vito al Tagliamento o, secondo le fonti, originario del circondario di Forlì. Zio di Antonello da Forlì. Capitano spregiudicato, grande uomo d’armi, temuto dai condottieri suoi contemporanei. Odiato da molti per la sua ferocia, per i massacri inutili compiuti per vendetta nel momento della sconfitta, per i saccheggi e le devastazioni operate nei borghi e nelle campagne nemiche ed amiche. All’assedio di Brescia dimostra la sua crudeltà non esitando ad uccidere con la sua balestra donne e bambini.
ANTONELLO DA FORLI’/ANTONELLO ARMUZZI ZAMPESCHI
Di origini contadine. Inizialmente semplice uomo d’armi nelle compagnie dello zio Taliano Furlano, grazie al suo ingegno ed alla sua forza inizia a salire nella scala sociale al servizio di pontifici, aragonesi, viscontei, veneziani e fiorentini, fino ad essere in grado di conquistarsi una sua signoria. Appoggia nelle sue imprese il suocero Everso dell’Anguillara, riuscendo anche a sopravvivere alla caduta di tale casata avvenuta in seguito alla morte del congiunto. Anche il periodo che segue la sua scomparsa è caratterizzato da una estrema fluidità politica. I tre figli (Ettore, Meleagro e Brunoro I) sono costretti a muoversi in uno scenario dominato dalla presenza del signore di Imola e di Forlì Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV e marito di Caterina Sforza. Le loro biografie offrono uno spunto realistico della vita di una compagnia di ventura a gestione familiare.
ETTORE DA FORLI’/ETTORE ZAMPESCHI
Figlio naturale di Antonello da Forlì, si tratta del ribelle della famiglia. Nemico di Girolamo Riario che si è appropriato dei feudi paterni di San Mauro Pascoli, Giovedio e Talamello. Assale la prima località e la riconquista uccidendo personalmente il castellano Michele di Bata. Di seguito, con la salita al soglio pontificio del nuovo papa Innocenzo VIII, milita per lo Stato della Chiesa contro la signora di Forlì, vedova del Riario, Caterina Sforza. Viene ucciso da un suo uomo d’arme su istigazione dei fratellastri Meleagro e Brunoro: la causa, il controllo dell’eredità paterna.
MELEAGRO DA FORLI’/MELEAGRO ZAMPESCHI
Altro figlio naturale di Antonello da Forlì. Alla uccisione del fratellastro Ettore si impadronisce con l’altro fratellastro Brunoro I del castello di San Mauro Pascoli. Pronta è la reazione dei pontifici. Chiesti, invano soccorsi a veneziani, sforzeschi e fiorentini, è costretto alla resa. La sconfitta segna la temporanea fine delle ambizioni signorili degli Zampeschi e l’inizio della carriera dei due fratelli come condottieri professionisti al servizio di potenze leste a servirsi dei loro servizi. In particolare Meleagro da Forlì risulta come uno dei migliori capitani di cavalleria leggera della repubblica di Venezia. I suoi pochi anni di vita sono tutti occupati ad affrontare imperiali, francesi, spagnoli in imprese basantesi sulla mobilità ed in veloci incursioni come scaramucce, imboscate e terre bruciate, azioni tutte assimibilabili a quelle analoghe degli stradiotti, cavalleria leggera greca ed albanese, nota per la sua ferocia in combattimento. Rimane ucciso nella battaglia di Creazzo, nella quale prende parte agli ordini di Bartolomeo d’Alviano.
BRUNORO DA FORLI’/BRUNORO I ZAMPESCHI
Figlio legittimo di Antonello da Forlì, può essere definito come il politico ed il restauratore del potere signorile nella famiglia. Capitano di fama, militando al servizio dei pontifici sovrasta molti altri condottieri del suo tempo per il coraggio e l’animosità che sa infondere ai soldati ai suoi ordini. E’, tuttavia, la sua mente politica a farlo emergere rispetto agli altri due fratelli. Il suo operato è caratterizzato da un cinico pragmatismo. Nel 1503, intuendo il vuoto di potere creato dal crollo di Cesare Borgia, propone in modo propositivo ai veneziani di occupare Forlimpopoli. Nel febbraio 1504, insieme con il fratellastro Meleagro, formalizza la cessione di San Mauro Pascoli alla Serenissima, ottenendo in cambio lo status di cittadino di Ravenna (dove risiede presso la basilica di San Vitale). La sua fedeltà è però alquanto flessibile quanto le alleanze dell’epoca. Con l’ascesa del bellicoso papa Giulio II e il cambio degli equilibri in Romagna, Brunoro abbandona Venezia. Nel giugno 1505, lascia Ravenna con 300 fanti e passa al soldo dei pontifici. Questa mossa è premiata con il reintegro totale nei feudi paterni e l’investitura aggiuntiva di Santarcangelo di Romagna. Negli stessi anni, la sua influenza locale viene confermata dal ruolo da lui giocato nelle faide forlivesi, come quando accorre in soccorso degli alleati Morattini contro i loro rivali, i Numai. Brunoro I muore nel novembre 1525 a Santarcangelo di Romagna. A differenza dei fratelli, muore nel suo letto, signore riconosciuto dei suoi domini. Il figlio Antonello II Zampeschi ne cura la sepoltura nella chiesa di San Ruffillo a Forlimpopoli, commissionando un monumento funebre allo scultore Jacopo Bianchi da Dulcigno. L’iscrizione tombale, che lo definisce “Chiarissimo Capitano”, e la testimonianza del Sansovino, che ne loda l’energia e la capacità di ispirare i soldati , sanciscono il passaggio definitivo degli Zampeschi dalla cronaca nera alla storia ufficiale.
Tra la generazione fondativa e l’ultimo grande esponente, si colloca la figura di Antonello II, figlio di Brunoro I e padre di Brunoro II. Sebbene le fonti offrano meno dettagli biografici su di lui rispetto al padre o al figlio, non va sottovalutato il suo ruolo di custode del patrimonio familiare in anni in cui permanente è la conflittualità sia tra stati, sia tra le fazioni che dominano nelle singole località.
Con Brunoro II la casata degli Zampeschi raggiunge il suo apogeo culturale e istituzionale. Tale condottiero è il tipico rappresentante dell’evoluzione antropologica del guerriero rinascimentale: da signorotto locale a funzionario cosmopolita, da uomo di spada a uomo di lettere. E’ da rtutti segnalato come capitano pieno di ardire, di acuto ingegno e di spirito magnanimo. E’ l’ultimo discendente della nobile famiglia guelfa degli Zampeschi. Non è solo uomo d’armi. Colto, amico di poeti e di letterati (Torquato Tasso tra tutti), scrive, a sua volta, sonetti d’amore ed anche un dialogo intitolato “L’innamorato”, un manuale di comportamenti di buone maniere per i gentiluomini del suo tempo, sul modello del “Cortegiano” di Baldassarre Castiglione e di “Il Galateo” di Giovanni della Casa. La sua morte, avvenuta nell’aprile 1578 a Forlimpopoli, senza eredi maschi, segna l’estinzione della sua casata. La moglie Battistina Savelli gli farà erigere anni dopo, in sua memoria, un monumento funebre (opera dello scultore ravennate Formaino) nella stessa chiesa di San Ruffillo dove è sepolto il nonno Brunoro I. Le due arche sono l’una di fronte all’altra.
QUADRO GENEALOGICO SINTETICO
Come si è anticipato il progenitore indiretto è Taliano Furlano (Italiano Armuzzi), di umili origini, che grazie alla sua ascesa sociale sposa Elena Tomacelli, nipote del papa Bonifacio IX. Muore 1446 (agosto)
| NOME | PADRE | FRATELLI | MOGLIE | FIGLI | DATE |
| Antonello da Forlì/Antonello Armuzzi Zampeschi | (Di origine contadina) | Non menzionati | Cassandra dell’Anguillara, figlia di Everso dell’Anguillara, cognato di Deifobo dell’Anguillara | Brunoro I da Forlì, Meleagro da Forlì (figlio naturale), Ettore da Forlì (figlio naturale) | + 1482 (gennaio) |
| Ettore da Forlì | Antonello da Forlì | Brunoro I da Forlì, Meleagro da Forlì | Non menzionata | Non menzionati | + 1491 (ottobre) |
| Meleagro da Forlì | Antonello da Forlì | Brunoro I da Forlì, Ettore da Forlì | Non menzionata | Non menzionati | + 1513 (ottobre) |
| Brunoro I da Forlì | Antonello da Forlì | Ettore da Forlì, Meleagro da Forlì | Non menzionata | Antonello II Zampeschi | 1465 – 1525 (novembre) |
| Antonello II Zampeschi | Brunoro da Forlì | Non menzionati | Laura Conti | Brunoro II Zampeschi | + 1551 (settembre) |
| Brunoro II Zampeschi | Antonello II Zampeschi | Non menzionati | Battistina Savelli | Nessuno | 1540 (luglio) – 1578 (aprile) |
La parabola degli Zampeschi si offre allo storico come un prisma attraverso cui leggere le trasformazioni del Rinascimento italiano. In appena quattro generazioni, questa famiglia ha percorso l’intera scala evolutiva delle élites militari. Antonello e i suoi figli hanno vissuto la fase “eroica” e brutale della lotta, fatta di assalti notturni, tradimenti e sangue fraterno, dove il possesso della terra è l’unica garanzia di sopravvivenza. Brunoro I traghetta la famiglia verso la legittimità politica, usando sia la diplomazia che la spada. Infine, Brunoro II incarna l’integrazione della nobiltà militare nelle strutture statali complesse (Venezia, Francia), dove la competenza tecnica (ingegneria, logistica) e culturale vale quanto il coraggio fisico.





