Signori della guerra di Napoli: la dinastia militare dei San Severino (Aggiornata)
La famiglia San Severino affonda le sue radici nell’Italia meridionale con l’arrivo dei normanni. Rapido è il suo sviluppo. Scrive Alessandro Cutolo ” Una delle più illustri case del regno di Napoli e tra le più nobili d’Italia. Quasi distrutta ai tempi degli Svevi, per aver parteggiato per il pontefice, e ai tempi di Durazzo, per opera di Ladislao (d’Angiò), risorse più forte ambedue le volte. Contrasse parentele con i re normanni, con i re di casa Durazzo, con i re aragonesi, con gli Sforza, con i Montefeltro, con i della Rovere, e con le più illustri famiglie dell’Italia meridionale…Dei sette grandi uffici del regno di Napoli, occupò varie volte quello di gran contestabile, grande ammiraglio, gran camerario, logoteta (un incarico assimilabile al ministro delle finanze odierno) e protonotaro (il capo di notai del re, che cura la compilazione e l’invio dei diplomi), gran giustiziere (il maggior incarico amministrativo e giudiziario).” Nel complesso, solo nell’Italia meridionale, la casata dei San Severino giunge a dominare su più di 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati e 10 principati distribuiti tra Basilicata, Calabria e Puglia.
Come la mitica araba fenice, con lo sterminio operato dagli imperatori germanici degli Hohenstaufen e dal re di Napoli sovracitato, la casata ha avuto la capacità di risorgere dalle proprie ceneri per spostare il suo raggio d’azione verso altri lidi dalla Calabria e dalla Puglia con Luigi da San Severino; dalla Campania con Leonetto da San Severino, mediante il suo matrimonio con Lisa Attendolo, figlia naturale di Muzio Attendolo Sforza. Con il mestiere delle armi, al servizio dei Visconti, il primo ramo ottiene feudi in Lombardia e nel Canton Ticino (Lugano e Mendrisio). I figli di Luigi, Francesco, Amerigo e Bernabò, seppure con difficoltà, mantengono la loro influenza nella regione svizzera. Roberto (il figlio del secondo) attraverso il servizio degli Sforza, duchi di Milano, e dei veneziani, è in grado di ottenere il riconoscimento di più signorie in Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto. Con Galeazzo da San Severino l’influenza della casata si espande anche in Francia con il controllo del castello di Mehun-sur-Yèvre, nella valle della Loira. Nel corso dei secoli la dinastia si è ramificata in numerosi lignaggi comportanti il dominio di vasti feudi: in tal modo è stata in grado di giocare un ruolo centrale nella politica della penisola. Con il seguente file si è voluto concentrare l’attenzione sull’aspetto militare di questa casata distintasi, tra il XIV e gli inizi del XVI secolo, nel campo delle armi, emergendo con più protagonisti nell’era centrale e finale del mondo dei condottieri di ventura.
A) IL RAMO SFORZESCO
+1420. Conte di Caiazzo. Signore di Caiazzo e di altre piccole località nelle provincie di Salerno, Caserta e Reggio Calabria. Padre di Roberto. Sposa Lisa Attendolo, figlia naturale di Muzio Attendolo Sforza, che gli porta in dote 4000 ducati ed alcuni centri del salernitano. E’ definito dai cronisti come un signore di molte terre ed un abile condottiero: ed è per queste qualità che viene scelto dal padre di Francesco Sforza come suo genero. Affianca in più occasioni il suocero contro Braccio di Montone. Muore all’assedio di Napoli durante un conflitto per contrastare le mlizie contrarie alla causa del pretendente del regno di Napoli Luigi II d’Angiò. Sfida i gentiluomini napoletani di parte contraria a battersi a duello con lui. Si presenta Caraffello Carafa; viene colpito alla faccia da un colpo di lancia. L’arma dell’avversario gli rompe l’elmetto, penetra nel cervello e lo ferisce mortalmente. Muore ad Acerra pochi giorni dopo.
ROBERTO DA SAN SEVERINO
1418 (maggio)-1487 (agosto). Conte di Caiazzo, marchese di Castelnuovo Scrivia, conte di Colorno. Signore nel salernitano di alcune località ereditate dal padre; di altri feudi nel Nord Italia, ottenuti con la sua attività guerresca, a favore prima degli Sforza e, poi, dei veneziani (Colorno in Emilia; Castelnuovo Scrivia e Pontecurone in Piemonte; Solaro, Corte Madama, frazione di Castelleone, e Villanova di Cossolnuovo in Lombardia; Cittadella e Montorio Veronese nel Veneto). Padre di venticinque figli, dei quali quattro legittimi (Giovan Francesco, Galeazzo, Gaspare ed Antonio Maria) e ventuno naturali, tra i quali si dedicano al mestiere delle armi Giulio, Ottaviano e Giorgio detto il Faccendino. Sposa Giovanna da Correggio e Lucrezia Malavolti. Cugino di Francesco Sforza; suocero, a sua volta, di altri condottieri come Francesco Maria Torelli, Cristoforo Torelli, Lucio Malvezzi e Guido dei Rossi. Cavaliere dell’ordine dell’Ermellino. D’indole iracondo, focoso e irruento: cade spesso soggetto a violenti attacchi d’ira in pubblico; testardo, impaziente, assetato di onori. Nello stesso tempo, come scrive il Giovio “eccellentissimo capitano e degno d’esser preposto a i grandissimi capitani di quel tempo.” Scrive a suo riguardo il Rambaldi “Col Sanseverino l’Italia perde l’ultimo de’ grandi capitani di ventura, una delle figure più notevoli del Quattrocento. Il Sanseverino può tra gli uomini d’arme rappresentare bene il suo tempo, del quale ebbe tutti i pregi e i difetti, le virilità e le debolezze, le virtù e le colpe. Fu poi un uomo politico forse ancora più che un condottiero, né prese mai le armi per le armi, ma per servire alle sue idee e alle sue ambizioni, e seppe ottenere tanta autorità, che i più grandi stati d’Italia lo trattaron come una potenza. Fu un’anima irrequieta, perché si vide sempre sfuggire la meta delle sue fatiche: ed il suo sogno era uno stato proprio indipendente.” Un dettaglio delle sue imprese guerresche, come quelle degli altri condottieri della casata, sono riportate in apposite schede del sito.
GIOVAN FRANCESCO DA SAN SEVERINO
1450 ca.-1501 (settembre) Primogenito di Roberto. Conte di Caiazzo e di Colorno, marchese di Valenza. Signore di Castelnuovo Scrivia, Colorno, Cittadella e Montorio Veronese. Le ultime due località gli saranno confiscate dai veneziani. Fratello di Galeazzo, Gaspare, Antonio Maria, Giulio, Ottaviano e del Faccendino. Padre di Roberto. Sposa Diana della Ratta e Barbara Gonzaga, figlia di Giovan Francesco. Si tratta di un personaggio di primo piano nel panorama politico dell’Italia del Rinascimento. Inferiore al padre Roberto nel mestiere delle armi, acquista parimenti il nome di valido capitano, seppure più cauto e meno audace. Suo motto, come per gli altri condottieri della sua casata è “Nostro è il mestiero”. Il punto di svolta della sua carriera avviene nel 1483, durante la guerra di Ferrara, quando il padre viene sostituito nel comando dell’esercito della Serenissima (in lotta con sforzeschi ed estensi) dal duca Renato di Lorena. Giovan Francesco ed il fratello Galeazzo disertano nel campo nemico, mentre restano a combattere in Lombardia per i veneziani il padre Roberto ed il fratello Gaspare. Da questo momento segue le vicende del duca di Milano Ludovico Sforza; all’ uscita di scena di quest’ultimo, si trasferisce anch’egli, armi e bagagli, alla causa francese del re Luigi XII. Sposa in seconde nozze Barbara Gonzaga, una delle più belle donne di Milano. Si racconta, a questo proposito, è il veneziano Girolamo Priuli a riportare la notizia nei suoi Diari, che il sovrano lo abbia allontanato dalla Lombardia per amore della donna. E’ destinato, al comando dell’avanguardia dell’esercito francese il cui compito è quello di conquistare il regno di Napoli. L’episodio, per il suo esito finale, ricorda in qualche modo il racconto biblico del re David e di Betsabea, il cui marito Uriah viene inviato a combattere gli ammoniti in modo che possa morire nel conflitto. L’impresa dei transalpini ha successo; il San Severino entra in Napoli a seguito di un vittorioso assedio. Muore improvvisamente nei primi giorni di settembre nella casa del cognato Giovanni Tommaso Carafa, conte di Maddaloni.
1458 ca.-1525 (febbraio) Detto “Il figlio della Fortuna”. Ghibellino. Marchese di Castelnuovo, conte di Martigues. Signore di molte località in Piemonte, Lombardia ed Emilia, quali Voghera, Bobbio, Colorno, Castelnuovo Scrivia, Castel San Giovanni, Mirabello e Gravellona Lomellina; in Francia di Mehun-sur-Yèvre, nella valle della Loira. Figlio di Roberto. Fratello di Giovan Francesco, Antonio Maria, Ottaviano, Giulio e del Faccendino. Zio di Roberto. Sposa Bianca Sforza, figlia naturale del duca di Milano Ludovico Sforza e Costanza del Carretto. Cavaliere dell’ordine di San Michele. Gran Scudiere di Francia. Unanime è il giudizio dei cronisti nei suoi confronti: fine cortigiano, persuasivo, elegante nel linguaggio e nel comportamento, grande giostratore, il più abile del suo tempo. Dal punto di vista militare sostanzialmente un mediocre capitano, con poca esperienza e portato più alla viltà che alla prudenza: il meno esperto nel mestiere delle armi di tutti i fratelli. Iniziata la carriera al fianco dl padre, ottiene le prime condotte da fiorentini e veneziani. Durante la guerra di Ferrara, nel 1483, con il fratello Giovan Francesco diserta dal campo della Serenissima per passare al servizio del duca di Milano, Ludovico Sforza, di cui peraltro Roberto è acerrimo nemico. Diviene subito il prediletto di Ludovico: comincia per Galeazzo una carriera in perenne ascesa che lo porta ad unirsi in matrimonio con l’unica figlia del duca, Bianca. Se l’evidente favoritismo lo porta in breve alla nomina di capitano generale dell’esercito sforzesco, esso gli attira pure l’invidia a corte e l’odio di condottieri come il marchese di Mantova Francesco Gonzaga, che si vede tolto, a suo favore, il titolo di capitano generale.
Per l’eccezionale scalata sociale, che in due anni (dal 1483 al 1485) lo porta dalla condizione di oscuro figlio di Roberto da San Severino a quella del più importante dignitario della corte milanese, Galeazzo viene chiamato “il figlio della Fortuna”. Il tutto sembra aver termine con la battaglia di Novara e la sconfitta finale dello Sforza di fronte ai francesi: Galeazzo è fatto prigioniero dagli svizzeri, che lo torturano più volte per esigere un forte riscatto. Viene venduto dagli stessi al balivo di Digione, Antoine de Baissay, per 1000 ducati. Rilasciato dopo pochi mesi per la mediazione del fratello cardinale, Federico (altro figlio di Roberto), gli sono confiscati i beni. Si reca alla ricerca di nuove opportunità ad Innsbruck, dove risiede l’imperatore Massimiliano d’Austria: le cronache ora lo trovano triste, malinconico, povero, poco considerato e sempre vestito di nero per la sorte del suocero. Nel 1503 sfida a duello Francesco Gonzaga: il marchese di Mantova non accetta la provocazione; gli risponde con una lunga lettera di insulti e di volgarità. All’improvviso, nello stesso anno, dopo avere ereditato il titolo di conte di Caiazzo per la morte del fratello Giovan Francesco, si reca in Francia alla corte del re Luigi XII. Recupera le sue doti di cortigiano. Gli è concesso il collare dell’ordine di San Michele e, dopo due anni, è nominato Gran Scudiere di Francia, un titolo mai detenuto da nessun italiano o straniero. Nel 1517 vince una causa riguardante il possesso del feudo Castelnuovo Scrivia, detenuto fino a quel momento da Gian Giacomo da Trivulzio. Al servizio della Francia, prende parte a tutte le campagne nelle guerre d’Italia dal 1509 fino alla sua morte. Il suo decesso avviene nel febbraio 1525 nel corso della battaglia di Pavia, mentre tenta di difendere dalla cattura il re Francesco I. Il giorno seguente il suo corpo è portato dai suoi uomini nella certosa di Pavia per esservi sepolto. La sua tomba non è mai stata trovata.
1455 ca.- 1519 (maggio) Più noto come Fracasso o Il Fracassa. Signore di Piadena, Calvatone, Spineda, Cittadella, Mandello del Lario e Varenna. Figlio di Roberto. Fratello di Giovan Francesco, Galeazzo, Antonio Maria, Ottaviano, Giulio e del Faccendino. Sposa Margherita Pio. Famoso per il furore bellico e per la sua audacia, è anche definito da alcuni autori come nuovo Achille e figlio di Marte. Fin dalla sua prima giovinezza viene soprannominato Fracasso per il vigore che dimostra nelle giostre, oppure “Il Fracassa”, come fanno il Guicciardini ed il Machiavelli, per il suo carattere aggressivo. Ha lo stesso carattere violento del padre; è, per di più, un bestemmiatore, un termine che compare raramente per quanto attiene il profilo di un condottiero. Tutto ciò non impedisce che venga ritenuto come persona assennata e di buon cuore. Gaspare da San Severino “rappresenta la figura classica del grande capitano di ventura. Invano si cerca nella sua lunga carriera un sentimento di amor patrio; la sua principale ambizione è quella di compiere operazioni militari e di raccogliere onori e ricchezze. Venezia, benché avesse una grandissima stima della sua abilità di capitano..non volle saperne di lui perché non ne aveva fiducia. Nel ritratto di questo personaggio si rispecchia il classico uomo d’azione del Rinascimento nei suoi difetti e nelle sue virtù.” ADAMI. La sua vita militare si presenta con un caleidoscopio di condotte che mutano, in modo non sempre prevedibile, e che lo portano a combattere in molte regioni italiane quali la Toscana, l’Emilia, la Lombardia, il Veneto, il Trentino, il Piemonte, la Romagna, le Marche ed il Lazio.
Dopo avere militato più volte a fianco del padre, alla morte del congiunto la sua carriera non si rivela più lineare; è spesso costretto a dover accettare o a ricercare contratti contradditori, ora a favore, ora contro il medesimo stato. Veneziani, sforzeschi imperiali e pontifici usufruiscono del suo servizio. Con il progredire del tempo lo circonda sempre più una fama di ambiguità, dovuta anche al suo comportamento nell’assedio di Padova del 1509. Con il rifiuto di veneziani ad assumerlo ai propri stipendi (che pure, da nemico, in tale occasione, ha cercato indirettamente di favorire) si trova onorato, ma disoccupato. La sua situazione economica peggiora. Per raggiungere Urbino, ove spera di visitare il duca Francesco Maria della Rovere, la Serenissima si libera della sua presenza donandogli i 150 ducati necessari per il suo viaggio. Si reca a Roma, ove spera nelle conoscenze del fratello Federico, cardinale. La scomparsa del congiunto lo priva dei pochi appoggi che gli rimangono nella curia pontificia. Trascorre gli ultimi anni della sua vita in un crescente stato di frustrazione e di miseria. Muore nel maggio 1519 sulle sponde del Tevere.
+1509 (gennaio) Signore di Valfenera, Bassignana,Cittadella e Montorio Veronese. Figlio di Roberto. Fratello di Giovan Francesco, Galeazzo, Gaspare, Ottaviano, Giulio e del Faccendino. Sposa Margherita di Saluzzo, che gli porta in dote Valfenera, e Margherita Pio, figlia di Marco. E’ generalmente conosciuto come un condottiero che non conosce la parola paura. “Figlio terzo del sir di san Severin/conductier franco della signoria/l’armigero & ornato guerrier fino/ come un leone in campo si facia”. Così è giudicato il suo usuale comportamento in battaglia da un rimatore, ricordato nel volume Guerre in ottava rima. La sua carriera è segnata dall’ avvicendamento di condotte varie e mutevoli a favore di vari stati; da vero soldato di ventura muta casacca di volta in volta per sforzeschi e francesi; nuovamente sforzeschi e, dopo la sconfitta di questi ultimi nella battaglia di Novara, ancora per i vincitore transalpini. I libri di cronache lo ricordano soprattutto per gli episodi in cui è coinvolto nel 1487, agli stipendi della Serenissima, contro gli austriaci del duca Sigismondo d’Austria.
A Castel Pradaglia, nelle vicinanze di Trento, il conte di Sonnenberg sfida a duello un veneziano, in palio un premio di 1000 ducati. Si fa avanti il San Severino, che subito getta a terra l’avversario. Rompe la lancia nel colpire il tedesco ed è scavalcato a terra a sua volta. Affronta il Sonnenberg con la spada; i due si abbracciano, stramazzano entrambi al suolo. Il conte gli afferra la spada e ferisce gravemente alle natiche Antonio Maria. Il condottiero italiano, secondo i patti, deve darsi prigioniero. Viene condotto a Rovereto ed è qui trattenuto. Il mese seguente (luglio) viene rilasciato con ricchi doni. Guarito, si mette nuovamente in gioco: a Ravazzone, sempre nel Trentino, con la sua azione impedisce che il padre e Giulio Casare da Varano siano catturati dai nemici. E’, invece, Antonio Maria ad essere fatto prigioniero dal duca Giovanni di Baviera. Sarà liberato solo alla fine del conflitto a seguito del trattato di pace.
+1510 ca. Signore di Montalbo in Val di Tidone e di Ziano Piacentino. Figlio naturale di Roberto. Fratello di Giovan Francesco, Galeazzo, Gaspare, Antonio Maria, Giulio e del Faccendino. Sposa Luisa Confalonieri, signora di Calendasco. Poche le annotazioni al suo riguardo. Affianca il padre nella guerra di Ferrara e nel 1483, con i fratelli Giovan Francesco e Galeazzo, diserta a favore del duca di Milano Ludovico Sforza. Resta sempre al servizio di quest’ultimo. Rimane noto di lui un solo episodio quando, preposto alla guardia di Valenza, il governatore locale Donato Raffagnino tradisce la causa dei ducali ed apre una porta del castello al nemico. La località è messa a sacco ed Ottaviano viene fatto prigioniero.
1475-1555 ca. Marchese di Valenza. Signore di Piadena, Candia Lomellina, Spineda, Cavatore, Tromello. Figlio naturale di Roberto. Fratello di Giovan Francesco, Galeazzo, Gaspare, Antonio Maria e del Faccendino. Cavaliere dell’ordine di San Michele. Sposa Ippolita Pallavicini e Margherita Visconti. Il Du Bellay lo definisce “premier maistre d’hostel du roy”. In effetti tutta la sua carriera militare è solo dedicata alla causa francese. Con i transalpini condivide vittorie (Agnadello, Melegnano) e sconfitte (Bicocca e Pavia, dove viene catturato dagli imperiali). Nella sua pluriennale attività ha anche modo di affrontare i grigioni in Lombardia, gli inglesi in Inghilterra ed ancora gli imperiali in Francia, allorché la Provenza viene assalita dalle truppe del marchese di Pescara Ferdinando d’Avalos.
+1507 (marzo) Il suo vero nome è Giorgio: è conosciuto dai cronisti dell’epoca come Faccendino, “giovene esperto et gagliardo nelle armi.” A. da Paullo. Come i fratelli Gaspare ed Antonio Maria, è un vero capitano di ventura che ha modo di combattere per chi gli concede una condotta d’armi: il che succede con aragonesi, veneziani, sforzeschi e la signora di Forlì Caterina Sforza. Si perdono le sue tracce per alcuni anni finché, nel marzo 1507, compare a Gazzuolo, nel mantovano, dove si svolge un duello tra Galeazzo da Landriano ed Amerigo da San Severino. Nell’occasione ha modo di sfidare, a sua volta, Mercurio Bua, per certe sue espressioni nei confronti del duca di Mantova Francesco Gonzaga e del duca di Ferrara Alfonso d’Este. Il condottiero albanese non vuole battersi con il Faccendino. Si vendica, tuttavia, a suo modo del rivale: accompagnato da 25 stradiotti gli tende un’imboscata sulla strada che da Melegnano porta a San Donato Milanese. Il Faccendino viene ucciso dopo avere subito trenta ferite.
ROBERTO DA SAN SEVERINO (Roberto Ambrogio da San Severino)
1500-1532 (marzo) Conte di Caiazzo. Signore di Colorno, Busseto, Biandrate, Pontecurone. Figlio di Giovan Francesco. Nipote di Galeazzo, Gaspare, Antonio Maria, Ottaviano, Giulio, del Faccendino e di Federico Gonzaga da Bozzolo. Cugino del marchese di Vasto Alfonso d’Avalos. Sposa una nipote del papa Leone X, figlia di Franceschetto Cybo. Cavaliere dell’ordine di San Michele. Nella sua breve carriera militare, misurabile nelle condotte ottenute nel tempo e nel capitanato generale della fanteria veneziana, sono spesso messi in evidenza i concetti di “valore” e di “bravaria”, un tipo di violenza, quest’ultima, prevaricatrice e senza scrupoli, che trova il suo sfogo non tanto nel corso di una battaglia, quanto in azioni basate sulla sorpresa come le scaramucce, le cavalcate e le imboscate. Un “guerrigliero”, come Giovanni dalle Bande Nere. La sua fine è inaspettata. Si reca a Busseto per incontrarvi il marchese Girolamo Pallavicini. Muore all’improvviso nottetempo dopo un convito. Si parla di veleno; più probabilmente il suo decesso è dovuto ad un attacco epilettico, perché il suo cadavere è trovato con la lingua arrotolata tra i denti. La sua figura è ricordata in particolare per un episodio, i cui risvolti hanno molto stimolato nel tempo la fantasia di numerosi letterati. La protagonista è la contessa di Challant Bianca Maria Gaspardone. La donna incita il giovane Roberto a vendicarla di Ardizzino Valperga suo ex-amante. Il San Severino temporeggia per non voler eseguire il delitto. Un nobile spagnolo, Pietro di Cardona, prende allora il suo posto nel cuore della contessa. Il condottiero, vistosi respinto dal nuovo favorito, si riconcilia con il Valperga e sfoga la sua gelosia sparlando della Challant in ogni occasione. Pietro di Cardona sorprende in un agguato il primo spasimante e lo uccide con un fratello. Il San Severino, memore della primitiva richiesta, si reca dal governatore di Milano, il Connestabile di Borbone, ed accusa la donna di essere la mandante dell’assassinio. I due amanti sono rinchiusi nel Castello Sforzesco. La Challant, sottoposta a tortura, confessa ogni cosa e viene decapitata nel rivellino dello stesso castello.
B) IL RAMO CALABRESE
+1447 Conte di Mileto. Signore di terre in Calabria (Rocca Imperiale, Mileto, Diano), in Basilicata (Marsico Nuovo e Pisticci), in Campania (Polla), in Puglia (Nardò e Copertino), in Piemonte (Sale, Mortara), in Lombardia (Mozzanica, Pandino), in Canton Ticino (Lugano, Mendrisio, Sottoceneri, Fontanella in Mascengo, Morcote). Padre di Francesco, Amerigo e Bernabò. “Uomo di grande autorità nell’arte della guerra” lo definisce il Corio. Specialista nell’eseguire agguati, aggiunge il Cavalcanti. Sono queste le sue pecularità, peraltro comuni ai molti validi condottieri di ventura con cui ha avuto modo di collaborare o di scontrarsi. Dopo un primo periodo di militanza a favore del signore di Brescia Pandolfo Malatesta, rientra nel regno di Napoli, da cui è dovuto fuggire in precedenza. La regina Giovanna d’Angiò gli fa restituire la contea di Mileto; in breve tempo è pure gratificato con il titolo di maresciallo. Affianca Muzio Attendolo Sforza contro gli aragonesi del re Alfonso d’Aragona, comandati da Braccio di Montone. Prende parte alla battaglia di L’Aquila (1424) dove il capitano perugino trova la morte. Il seguito della sua vita lo vede, perennemente in movimento, al soldo di pontifici e di veneziani (in Friuli per fronteggiare gli ungheri dell’imperatore Sigismondo d’Ungheria ed in Lombardia). Contro i ducali, agli ordini del Carmagnola, li sconfigge nella battaglia di Maclodio. Seguono, da parte sua, la difesa di Bologna (capitano generale del comune) assalita dai pontifici di Jacopo Caldora e di Niccolò da Tolentino ed il ritorno al servizio della Serenissima. Breve è però questo periodo di ferma. Sembra profilarsi un periodo di pace tra i vari belligeranti nella penisola: chiaro è l’ottimismo dei veneziani, che approfittano della situazione per ridurre le spese militari e, nella fattispecie, tagliargli la condotta di un terzo del suo organco; in compenso gli è offerto un feudo nel bergamasco. Rifiuta ogni composizione preferendo militare agli stipendi del duca di Milano Filippo Maria Visconti che, pur di ottenere il suo servizio, gli riconosce feudi e condotta adeguata ai suoi appetiti. La sua carriera prosegue d’ora in poi tra alti e bassi (sconfitte di fronte a Francesco Sforza, al Gattamelata ed a Micheletto Attendolo), compensate da feroci saccheggi nel bresciano e nel bergamasco. Nel gennaio 1427 compie un’ulteriore incursione al di là del’Adda. Liberato per le sue condizioni di salute, muore nel successivo aprile a causa di una malattia provocata da una vecchia ferita.
FRANCESCO DA SAN SEVERINO
+1470 ca. Figlio di Luigi. Conte di Lauria (in Calabria), signore di Carpignano, cosignore (con i fratelli Amerigo e Bernabò) di Pandino, Lugano e Mendrisio. Sposa Elisabetta Caracciolo. “Vir acer” lo definisce l’umanista Bartolomeo Facio. Milita inizialmente per pontifici, veneziani e, nel Regno di Napoli, a favore di Renato d’Angiò, impegnato a far valere la sua autorità nei confronti degli aragonesi di Alfonso d’Aragona. Sempre contro le truppe spagnole, combatte anche in Puglia a difesa dei feudi locali di Francesco Sforza. Segue la sua attività in Lombardia, dove, assieme con i fratelli Amerigo e Bernabò, agevola l’ascesa al ducato dello stesso Sforza. Anni dopo gli si ribella Lugano; non si trova più a suo agio con il nuovo duca di Milano Galeazzo Maria Sforza. Nel 1467 abbandona la Lombardia con i figli Luigi ed Antonio. Tutti i suoi beni sono confiscati. Come risposta, combatte i ducali al servizio dei veneziani agli ordini di Bartolomeo Colleoni; prende parte alla battaglia di Molinella. Ignota è la sua fine
+1470 ca. Figlio di Luigi. Fratello di Francesco e di Bernabò. Suocero di Roberto Orsini e di Giacomo Torelli. Conte di Capaccio. Cosignore con i fratelli di Pandino, Lugano e Mendrisio. Sposa Giovanna Roberti. Dopo avere affiancato il padre in Lombardia in opposizione ai veneziani, si trasferisce nel Regno di Napoli. Contrariamente al fratello Francesco milita a favore del re Alfonso d’Aragona ai danni delle milizie di Renato d’Angiò. Alla morte del padre (1447) rientra in Lombardia dove, con i fratelli Francesco e Bernabò, agevola l’ambizione di Francesco Sforza volta alla conquista dl ducato milanese. Anche per Amerigo il 1467 è una data fatidica. Lugano si ribella all’autorità dei San Severino. Anch’egli, come Francesco, non accetta più il potere di Galeazzo Maria Sforza. Abbandona la Lombardia e gli sono confiscati i beni. Anche nel suo caso ignota è la sua fine.
+ 1465 Figlio di Luigi. Fratello di Francesco e di Amerigo. Cosignore con i fratelli di Pandino, Lugano e Mendrisio. Sposa la figlia del Carmagnola Margherita. Condottiero esperto, la sua attività si svolge, inizialmente, al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti e, successivamente, a sostegno dell’ambizione di Francesco Sforza nel suo progetto di conquista del ducato milanese. E’ segnalata, infine, la sua presenza nel regno di Napoli, ove affronta le milizie del pretendente Giovanni d’Angiò per conto del re Ferrante d’Aragona.
+ 1500 (maggio) Figlio di Amerigo e padre di Amerigo. Conte. Signore di Pandino, Lugano, Mendrisio, Ghemme e Morcote. Sposa Beatrice Zurlo e Fina Rangoni. Giovane, è inviato da Francesco Sforza a combattere nel Regno di Napoli i partigiani di Giovanni d’Angio. Prende parte, in Puglia, alla battaglia di Troia, dove, in un primo momento è dato per morto. Nel 1467, come altri congiunti, si ribella al nuovo duca Galeazzo Maria Sforza che ha fatto confiscare ai suoi famigliari la rocca di Pandino. Respinto un suo tentativo di recupero della stessa, torna presto all’obbedienza del duca che, a titolo di ricompensa, gli rinnova la condotta. Nello stesso anno affronta i veneziani comandati da Bartolomeo Colleoni e prende anch’egli parte alla battaglia di Molinella. Fronteggia nuovamente le truppe della Serenissima nella guerra di Ferrara del 1482. Fatto prigioniero, è liberato su pressione del capitano avversario Roberto da San Severino. Costui procura la sua liberazione in cambio del rilascio da, parte degli svizzeri, del figlio Giorgio, il Faccendino, ed il permesso che la moglie possa lasciare Milano per raggiungerlo nelle terre della Serenissima. Da parte sua Ugo, per la buona effettuazione delle operazioni, lascia in ostaggio nella cittadella di Verona il figlio Amerigo: è interessante sottolineare come il tutto, nonostante l’odio reciproco dei due principali protagonisti Ludovico e Roberto, avvenga con la collaborazione dello stesso Ludovico Sforza e le sue forti pressioni nei confronti degli svizzeri. Rilasciato, Ugo riprende a combattere i rivali. Nel 1499 viene fatto arrestare dallo Sforza perché sorpreso a colloquio con l’ambasciatore veneziano. Confinato a Bologna, muore l’anno successivo.
+1515 Figlio di Ugo, genero di Sigismondo d’Este. Brevi le annotazioni che lo riguardano. Entrambe sono legate indirettamente alle vicende del Faccendino: l’essere ostaggio nella cittadella di Verona fino alla liberazione di quest’ultimo da parte degli svizzeri e la presenza del congiunto a Gazzuolo, nel mantovano, al suo duello con Galeazzo da Landriano. Agli stipendi dei veneziani nel 1509, di guardia a Cittadella, a seguito della sconfitta della Serenissima ad Agnadello diserta dalle loro file con Pandolfaccio Malatesta. Dopo pochi mesi è fatto arrestare dal governatore imperiale di Verona, il principe Rodolfodi Anhalt. Riesce a fuggire dalla prigione e, seppure con scarsi riconoscimenti, rirorna a militare per i veneziani. Ignota è la sua fine.
C) ALTRI RAMI DEL REGNO DI NAPOLI
+1406 Conte di Tricarico, Montescaglioso, Marsicovetere, Ariano Irpino. Signore di Tursi. Viceré di Napoli. Gli viene riconosciuto, dai commentatori del tempo, di essere il più eminente membro della sua casata. Parteggia per gli angioini di Luigi II d’Angiò, teso alla riconquista del regno di Napoli a spese del ramo angioino di Carlo di Durazzo e dei suoi eredi. E’ celebre per una sua fulminea azione in Capitanata (Ascoli Satriano) dove, attraverso passi montani, boscaglie foltissime, guado di torrenti (in tutto 70 miglia percorsi in un giorno e in una notte) sorprende all’alba l’esercito avversario: segue la cattura di due noti condottieri quali Alberico da Barbiano ed Ottone di Brunswick. Con la sconfitta e la partenza dall’Italia di Luigi II, si riavvicina al re Ladislao d’Angiò. Ne ottiene le grazie ed alcuni prestigiosi incarichi. Sospettato di tradimento, dopo cinque anni, data la sempre grande potenza nel regno della sua casata, è fatto incarcerare con il figlio Vladimiro (conte di Tricarico e duca d’Amalfi) ed altri congiunti come il conte Ugo di Provenza, il conte di Mileto e di Belcastro Luigi, il figlio del conte di Lauro Gaspare e Ruggero da San Severino. Tommaso è fatto strangolare in Castelnuovo di Napoli. Tutti sono giustiziati. Il sovrano nega a tutti la sepoltura. I cadaveri dei San Severino sono gettati nel fossato del castello per essere dati in pasto ai cani.
+1407 Signore di Nardò, Terlizzi e Ruvo di Puglia. “Uomo di molto valore e di molto ingegno” lo ritiene il Di Costanzo. Tutta la sua attività militare non fa che confermare tale giudizio. Come gli altri membri della sua casata appoggia il pretendente al regno di Napoli Luigi II d’Angiò. Dopo un breve servizio agli stipendi Gian Galeazzo Visconti contro i carraresi di Padova, rientra in Puglia. Si trova al fianco di Tommaso da San Severino alla cattura ad Ascoli Satriano di Alberico da Barbiano e di Ottone di Brunswick. Si reca ripetutamente in Francia, ad Avignone, presso l’antipapa Clemente VII, alla ricerca di soccorsi in uomini e denaro per il buon esito della spedizione di Luigi II d’Angiò. Con la sconfitta e la partenza di quest’ultimo per la Francia, con Tommaso da San Severino si riconcilia con Ladislao d’Angiò. Più attento di quest’ultimo, abbandona presto la Campania per ritornare nei suoi possedimenti in Puglia. Sfugge in tal modo alla strage dei congiunti e riprende la lotta contro il sovrano. Si rifugia a Taranto presso Raimondo Orsini del Balzo. Costretto ad abbandonare la città via mare, ripara in Calabria. Muore di malattia l’anno seguente, nel 1407.
+1510 ca. Conte di Mileto. Poche le notizie al suo riguardo. Combatte nel regno di Napoli a favore dei francesi contro le truppe spagnole di Consalvo di Cordoba. La sua attività guerresca ha termine con la cattura a Calimera. Viene liberato solo alla firma del trattato di pace tra il re di Francia Luigi XII e quello di Spagna Ferdinando il Cattolico.
+1539 ca. Del ramo dei conti di Bisignano. Duca di Somma. Signore di Somma Vesuviana, di Fiumefreddo di Bruzio e di Langeais (in Francia). Suocero di Giulio Orsini. Sposa Maria Dias Carlone. Combatte inizialmente in Puglia per gli spagnoli contro i francesi. Sulla fine del 1502 viene contatatto dagli avversari e defeziona a loro favore. Affianca l’Aubigny in Calabria. Sconfitto nella battaglia di Gioia Tauro, è incarcerato per alcuni anni nel fondo di una totte di Gaeta, la Fossamiliaria. Viene liberato solamente alla firma del trattato di pace tra il re di Spagna Ferdinando il Cattolico ed il re di Francia Luigi XII. Ventitre anni dopo riprende le armi in uno scenario simile al precedente: guerreggia nel regno di Napoli, sempre per i francesi, contro le truppe dell’imperatore e re di Spagna Carlo V. Si collega con Simone Tebaldi; insieme assediano Catanzaro. Il risultato finale del conflitto è identico all’esito precedente: la sconfitta. Gli sono confiscati i beni e deve riparare in Francia. Gli è promessa una pensione annua di 2500 franchi, che gli viene pagata irregolarmente. Gli è anche concesso il feudo di Langeais. Muore ignorato da tutti.






