
La Casata Rossi di Parma: una dinastia di spade e signorie
Tra le grandi famiglie signorili dell’Italia centro-settentrionale medievale e rinascimentale, i Rossi di Parma occupano un posto di primo piano per continuità militare, ambizione politica e radicamento territoriale. Schierati quasi ininterrottamente dalla parte guelfa, i Rossi costruiscono nel corso di oltre due secoli — dal Trecento a metà Cinquecento — un dominio fondiario, protetto da castelli e rocche esteso su decine di località del parmense, dalla pianura padana alle valli appenniniche, con punte verso la Lunigiana e la Toscana.
Il fulcro geografico della potenza dei Rossi è la rocca di San Secondo Parmense, attorno alla quale gravita un sistema di fortezze (Torrechiara, Felino, Berceto, Roccabianca, Corniglio, Fornovo, Basilicanova e molte altre) che garantisce ai membri della casata il controllo di accessi strategici, sia verso il Po sia verso i passi appenninici. La “Sala delle Gesta Rossiane”, ancora oggi visibile nella rocca di San Secondo, costituisce la testimonianza più eloquente dell’autocoscienza dinastica della famiglia: un ciclo pittorico commissionato per celebrare le imprese dei propri antenati, trasformando la storia militare in propaganda nobiliare permanente.
I Rossi non sono semplici condottieri di ventura: sono signori feudali che esercitano il mero e misto impero sui propri sudditi, capifazione in ambito urbano parmense, senatori di Milano e ambasciatori di corti principesche. La loro capacità di muoversi tra i grandi poteri del tempo — Visconti, Sforza, stato della Chiesa, Francia, Impero, Venezia — determina fortune e rovesci alternanti, con sequenze di ribellioni, confische, esili e recuperi che attraversano l’intera parabola della casata. Quando nel secondo Cinquecento la famiglia si dissolve nella logica delle grandi monarchie territoriali — spagnola e francese — i Rossi hanno già consumato la loro funzione storica come potentato autonomo. Restano le rocche, i ritratti del Parmigianino, le medaglie di Gianfrancesco Enzola e una lunga serie di biografie di capitani valorosi.
I condottieri della casata
Marsilio dei Rossi (1287 – agosto 1337)
Signore di Parma, Lucca, Cremona e Fidenza
Figlio di Guglielmo e di Donella da Carrara. Fratello di Pietro, di Rolando e di Andrea. Marsilio dei Rossi sposa una nobildonna della quale si conosce solo il nome di battesimo, Margherita; ha un’unica figlia, Teresa, maritata con il marchese Uberto Pallavicini. Di lui “restò non caduca fama, perché alla robustezza ed al coraggio aggiungeva molto senno e consiglio.” Questo, in breve, il giudizio del padre della storiografia parmense Ireneo Affò nei suoi confronti. Similari valutazioni sono pure espresse da Vincenzo Carrari (Historia de’ Rossi Parmegiani), da Pompeo Litta (Famiglie celebri d’Italia) ed in un manoscritto a Padova del filosofo Giacomo Zabarella, considerato il massimo esponente dall’Aristotelismo padovano nel Cinquecento. Marsilio è il grande stratega politico della generazione trecentesca, il cervello accanto alla spada del fratello Pietro. Nato nel 1287, esordisce come capitano del popolo di Bologna nel 1307 e conosce la prigionia scaligera nella battaglia di Vicenza del 1314. Negli anni Venti aderisce alla causa guelfa con il fratello Rolando, operando per aumentare l’influenza dei Rossi in Parma. Nel 1326 convoca nel Palazzo Vecchio il consiglio generale che consegna la città allo stato della Chiesa; l’anno seguente è rettore di Bologna per conto del cardinale legato Bertrando del Poggetto.
Nel 1328 compie la svolta verso l’imperatore Ludovico il Bavaro: entra in Reggio Emilia, espelle le truppe pontificie e diviene rettore della città; segue poi la signoria di Parma, cui aggiunge presto anche quella di Cremona. Nominato vicario imperiale per tutta la Lombardia nel 1330, gestisce con intelligenza la crisi seguita all’incarcerazione del fratello Rolando da parte del cardinale del Poggetto. Dopo un nuovo cambio di fronte a favore di Giovanni di Boemia (1331), partecipa alle campagne del 1334-1335 contro gli Scaligeri, poi alla cessione di Parma a Mastino della Scala in cambio di feudi marginali. Fuggito da Verona nel 1336 con il fratello Rolando, a seguito di un’accusa di congiura ai danni del signore di Verona, si rifugia a Venezia dove è aggregato al Gran Consiglio. Muore nell’agosto 1337, sette giorni dopo aver saputo della morte del fratello Pietro per le ferite riportate a Monselice, secondo alcune fonti per veleno somministratogli dagli Scaligeri. È sepolto nella basilica di Sant’Antonio a Padova accanto ai fratelli. A memoria delle sue imprese, due secoli dopo, Troilo II dei Rossi fa rappresentare tre episodi a lui riferiti nella “Sala delle Gesta Rossiane” nel castello di San Secondo Parmense: l’investitura dei feudi nel parmense da parte dell’imperatore Ludovico il Bavaro, l’acquisto della città di Lucca di cui Marsilio diviene vicario imperiale, la vittoria con il fratello Pietro conseguita a Cerulio sulle truppe di Mastino della Scala.
Pietro dei Rossi (1301 – agosto 1337)
Signore di Parma, Lucca, Pontremoli, Brescello, Berceto, Fidenza. Patrizio di Venezia
Figlio di Guglielmo e di Donella da Carrara. Fratello di Marsilio, Rolando ed Andrea. Pietro dei Rossi sposa Ginetta Fieschi di Calestano, padre di sei figli, di cui un solo maschio, Bernardo. “Valoroso Capitano..lui Pietro di statura di corpo grande, gagliardissimo, e robustissimo, avea la faccia piena di maestà, gli occhi vivissimi ed un animo magnifico, di gran prudenza, ed intelligenza delle cose militari..Per lo gran sdegno che portava allo Scaligero, cadeva alcune volte inconsideratamente nella temerità.” Questo il ritratto di uno storico veneto del Cinquecento, Giovanni Bonifacio. Più emblematica ancora è la raffigurazione che fa al suo riguardo lo storico fiorentino Giovanni Villani contemporaneo di Pietro dei Rossi “Egli era il più sufficiente e il più savio capitano di guerra e ardito di sua persona che niuno altro ch’al suo tempo fosse non che in Lombardia, ma in tutta Italia.” Altri elogi, relativi al suo carattere, provengono dallo storico novarese Pietro Azario nella sua opera “liber gestorum in Lombardia”,”Cui dudum in Italia par non fuit in sensu et pocius probitate”.
Pietro è così non solo il più celebrato condottiero della sua casata, ma è anche reputato, come si è visto dalle opinioni dei contemporanei, il miglior capitano d’Italia del suo tempo. Nato nel 1301, combatte dalla fine degli anni Venti al fianco dei fratelli nelle campagne di Parma contro pontifici, Scaligeri e da Correggio. Nel 1336 i veneziani lo nominano capitano generale della lega antiscaligera; con uno stendardo personale, un leone d’argento in campo azzurro, guida un esercito di oltre tremila cavalli attraverso il Veneto, devastando i territori scaligeri, espugnando Soave, portando il palio sotto le porte di Verona. Libera Padova nel 1337 con un’azione fulminea; dopo che i fautori dei carraresi gli hanno aperto la Porta Pontecorvo, perviene nella principale piazza dove lo attendono Marsilio da Carrara e le autorità cittadine con il popolo festante. La sua morte avviene in modo banale quanto crudele: ferito da una lancia corta a mano alla giuntura della corazza durante un assalto a Monselice, cade in un fossato e l’acqua infetta la ferita; muore dopo due giorni di agonia. Venezia espone il suo elmo in San Marco; Firenze e Padova celebrano esequie solenni; cantari e sonetti ne diffondono la fama per decenni. È sepolto nella basilica di Sant’Antonio a Padova nella cappella di San Felice, accanto ai fratelli Marsilio e Rolando.
Rolando dei Rossi (+ maggio 1345)
Signore di Parma, Lucca, Berceto, Pontremoli, Fidenza, Brescello, Felino, Belforte
Figlio di Guglielmo e di Donella da Carrara. Fratello di Marsilio, Pietro ed Andrea. Rolando dei Rossi sposa Agnese Ruggeri (che gli porta in dote Felino) ed in seconde nozze Giacomina da Gabiano. La figlia Maddalena risulta unita in matrimonio con un figlio naturale del signore di Verona Cangrande della Scala; una seconda, Costanza, è coniugata con Arrigo Castracani, figlio di Castruccio. Rolando è la figura più contraddittoria della prima generazione dei Rossi: i cronisti sono divisi tra chi lo giudica incapace nelle armi e chi riconosce, invece, la sua instancabile attività militare. Da una parte viene infatti identificato come “Uomo feroce, ma per capacità d’ingegno e di disciplina militare molto dissimile della virtù dei fratelli” Scipione Ammirato (storico del 1500) o di Bartolomeo Beverini (storico del 1600) “Vecordem ac stolidum hominem”, mentre storici, a noi più vicini nel tempo, come Marc-Antoine Laugier valutano il suo operato in modo opposto “Egli meritò presso i soldati tanta stima, quanta ne avevano per il fratello”, o, più equidistanti (sempre tra i ricercatori del nostro tempo) come Carlo Ciucciovino “Può darsi che Rolando Rossi non sia provvisto delle eccelse qualità militari dei suoi fratelli Pietro e Marsilio, ma sicuramente non gli si può imputare l’inerzia: la sua attività è infaticabile e non viene neanche rallentata dalla stagione invernale.” Partigiano guelfo, poi filo-imperiale, poi di nuovo guelfo a seconda delle convenienze, gestisce con il fratello Marsilio la congiura che scaccia Giberto da Correggio da Parma nel 1317. Nel 1322 fronteggia i San Vitale e rafforza l’influenza dei Rossi in città.
Nel 1325 è nominato capitano generale dal cardinale legato Bertrando del Poggetto con 3000 cavalli e 10000 fanti contro Fidenza: la campagna si svolge tra azioni di razzia, lentezze e scaramucce. Nel 1328 si ribella ai pontifici, si impadronisce di Parma con il fratello Marsilio, ottiene dal consiglio generale la signoria della città e del contado. Nel settembre dello stesso anno riceve la signoria di Pontremoli, dove si distingue come mediatore tra il genero Arrigo Castracani e gli abitanti ribelli. Nel 1329 è catturato a tradimento dal cardinale del Poggetto durante trattative di pace e rinchiuso in una gabbia nella rocca di Faenza: imprigionamento che i fratelli vendicano prontamente facendo ribellare Parma. Liberato nel 1331, attraverso uno scambio di prigionieri ed il pagamento di una forte taglia (8000 fiorini), nel 1335 cede Parma agli Scaligeri. Fuggito da Verona nel 1336 dopo l’accusa di congiura ai danni dei signori della città, combatte come capitano generale dei fiorentini in Val di Nievole, poi come capitano di Venezia nel Veneto al fianco dei fratelli. La sua azione è caratterizzata da feroci saccheggi e razzie nel territorio nemico. Con la firma della pace (gennaio 1339) recupera a Parma i suoi beni con esenzione perpetua di ogni gabella. Muore a Padova nel maggio 1345. È sepolto nella basilica di Sant’Antonio accanto ai fratelli Pietro e Rolando.
Andrea dei Rossi (+ 1453 marzo)
Figlio di Guglielmo e di Donella da Carrara. Fratello di Marsilio, Pietro e Rolando. Andrea dei Rossi sposa Vannina di San Vitale. Genero di Giovanni Quirico di San Vitale, solo dopo pochi mesi di matrimonio, affianca il fratello Rolando nella lotta contro il suocero ed i suoi partigiani. Quando il San Vitale è scacciato da Parma, la stessa notte si impadronisce e mette a sacco alcune località controllate dagli avversari. Datosi inizialmente ad attività di tipo amministativo-giudiziario (ricopre l’incarico di podestà a Piacenza), presto è costretto ad affiancare i fratelli nelle loro lotte contro pontifici, estensi, scaligeri. Con la fuga da Verona dei fratelli si allontana da Parma. E’ segnalato alla difesa del castello di Pontremoli; prende successivamente parte al conflitto che oppone fiorentini e veneziani agli Scaligeri. Con la vittoria finale della Serenissima può rientrare in Parma e recuperarvi i suoi beni. E’ ora in grado di riprendere l’attività di podestà in varie località, del Veneto (Bassano del Grappa), della Lombardia (Bergamo) e della Toscana (Firenze). Muore a Padova nel marzo 1453.
Pietro dei Rossi (Pier Maria dei Rossi I) (+ 1438 gennaio)
Conte di San Secondo, di Berceto e di Corniglio. Signore di San Secondo Parmense, Felino, Sant’Andrea a Bagni, Marzolara, Roccaferrara, Roccaprebalza, Basicanova. Patrizio Veneto
Figlio di Bertrando, secondo conte di San Secondo, e di Eleonora dei Rossi. Padre di Pietro Maria, detto il Magnifico. Entusiastiche sono le lodi di Bartolomeo Angeli, autore nella seconda metà del Cinquecento di “La historia della città di Parma et la descrittione del fiume Parma”. Elogi che accomunano padre e figlio (Pietro dei Rossi e Pietro Maria) con il soprannome per entrambi di Magnifico. “Riputato huomo prudentissimo in fatti d’arme..Egli era il più sufficiente e savio capitano di guerra, prode della sua persona che null’altro che al suo tempo fusse, non che in Lombardia, ma in tutta Italia. Per le sue grandezze e splendore fu chiamato col sopranome di magnifico”, anche per le sue doti di teorico e compositore di musica riconosciutegli da Giorgio Anselmi, un filosofo, medico, matematico, fisico, astrologo, musicista del suo tempo. Questo Pietro rappresenta il ramo della famiglia che, nel difficile periodo di transizione tra la signoria scaligera e quella viscontea su Parma, riesce a conservare e poi a ricostruire il patrimonio feudale dei Rossi.
Nel 1397 è inviato a Pavia per l’incoronazione di Gian Galeazzo Visconti a duca; partecipa alla battaglia di Governolo finendo prigioniero. Dopo la morte del signore di Milano (1402) si ribella ai Visconti alleandosi con i fiorentini. Per il dominio della sua città deve affrontare la durissima rivalità con Ottobono Terzi, che lo espelle da Parma facendo dipingere lui e il fratello vescovo impiccati per un piede nella piazza pubblica. Catturato nel 1403, poi liberato, poi di nuovo in conflitto, Pietro è costretto a continue peregrinazioni in Emilia ed in Lombardia. Solo dopo l’uccisione del Terzi da parte degli Estensi (1409) può tornare a operare più liberamente nel parmense, recuperando progressivamente i propri castelli. Nel 1413 compie un pellegrinaggio a Gerusalemme al fianco di Niccolò III d’Este. Nel 1418 con Alberico da Barbiano conquista la rocca di Zibello. Negli anni successivi difende il parmense al servizio dei Visconti fronteggiando Fieschi e Pallavicini. Muore a Parma nel gennaio 1438; è ivi sepolto nella chiesa di Sant’Antonio Abate.
Pietro Maria dei Rossi (Pier Maria dei Rossi II) detto il Magnifico (marzo 1413 – settembre 1482)
Conte di San Secondo, di Berceto e di Corniglio. Signore di Torrechiara, Felino, Berceto, San Secondo Parmense, Corniglio, Noceto, Graiana, Miano, Sant’Andrea a Bagni, Neviano de’ Rossi, Roccabianca, Roccalanzona, Roccaprebalza, Roccaferrara, Basilicanova, Corniana, Bardone, Calestano, Torricella, Varano de’ Melegari, Stagno, Castellaro, Mezzano, Polesine Parmense, Carona, Carignano per un totale di ventidue castelli.
Figlio di Pietro dei Rossi e di Eleonora dei Rossi. Pietro Maria dei Rossi sposa Antonia Torelli, figlia di Guido Torelli, conte di Guastalla e di Montechiarugolo, ed in seconde nozze Orsina Visconti. Padre di sette figli, dei quali due, Guido e Giacomo, si danno anch’essi al mestiere delle armi. Detto “il Magnifico”, è il membro più celebre della casata dei Rossi che, sia come condottiero che come mecenate, porta al culmine dello splendore per la sua committenza artistica (i più belli cicli pittorici del Quattrocento padano) e per i castelli legati alla sua fama. E’, infatti, il signore che riesce a costruire nel tratto dell’Appennino tosco-emiliano il più vasto sistema di salvaguardia basato su opere difensive come i castelli: il che gli permette di imporsi come arbitro della politica parmense per quattro decenni. E’ sufficiente il giudizio di Francesco Sansovino, figlio del più noto architetto Jacopo ed autore “Delle origini e dei fatti delle famiglie illustri italiane”, a delineare la figura di questo personaggio. “Costui fu tenuto huomo per natura di gran consiglio e di grande valore, e perché era letterato fu persona amabile e trattabile co moderati e quieti, e terribile e severo con gli sfrenati e senza ragione. Huomo di grandezza d’animo, di generosità e di splendidezza di vita, passò tutti gli altri di casa sua e molti de suoi pari e fu grande huomo di guerra. Huomo prudente, saggio e ardito.”
Combatte i veneziani in Ghiaradadda (1438) al servizio dei Visconti; nel 1446 affronta con Luigi dal Verme l’assedio di Pontremoli. Alla morte di Filippo Maria Visconti (1447) recupera i propri territori e si schiera con Francesco Sforza, contribuendo in modo determinante alla conquista di Parma nel 1449: i parmensi lo chiamano “fondatore e conservatore della patria libertà”. Negli anni Cinquanta e Sessanta gestisce un potere quasi autonomo nel parmense, in perenne tensione con le “Tre parti” avversarie (Pallavicini, San Vitale, da Correggio) e con le ingerenze ducali. Tra il 1448 e il 1460 fa costruire il castello di Torrechiara — capolavoro della piccola architettura signorile quattrocentesca, con il ciclo della “Camera peregrina aurea” — e ricostruisce San Secondo Parmense, dedicando entrambe le imprese alla sua amante Bianca Pellegrini. La rottura con Ludovico Sforza nel 1482 è l’ultimo atto: dichiarato nemico pubblico, resiste per mesi nei propri castelli con il figlio Guido; poi, ridotto a mal partito, si ritira a Torrechiara dove muore nel settembre 1482. È sepolto nella stessa località, nella cripta della cappella di San Nicomede accanto alla moglie e all’amante. .
Guido dei Rossi (+ 1490 ottobre)
Conte di San Secondo. Signore di San Secondo Parmense, Roccabianca, Felino, Berceto, Torrechiara, Noceto, Roccalanzona, Sant’Andrea a Bagni, Varano de’ Melegari, Bardone, Basilicanova, Corniglio, Roccaferrara, Bosco, Cozzano, Carignano, Fornovo
Figlio di Pietro Maria e di Antonia Torelli. Fratello di Giacomo, padre di Filippo e di Bernardo. Guido dei Rossi sposa Ambrosina Borromeo ed una figlia di Roberto da San Severino di cui non si conosce il nome. Guido è il figlio maggiore di Pietro Maria; con lui si estingue praticamente il ramo della casata conosciuta come “conti di San Secondo”. Armato cavaliere a Milano nel 1464 in presenza del duca Galeazzo Maria Sforza, ottiene alcune condotte negli anni Sessanta e Settanta. Nel 1478 è nominato governatore di Pontremoli e della Lunigiana dalla duchessa Bona di Savoia, con l’incarico di contrastare Roberto da San Severino favorevole a Ludovico Sforza. I Rossi si ribellano agli Sforza (1482). Dichiarato traditore e ribelle, è ritratto con il padre impiccato per un piede nel palazzo pubblico di Piacenza. Partecipa attivamente a tale conflitto, combattendo con grande energia nel parmense fino alla capitolazione di San Secondo Parmense nell’ottobre dello stesso anno. Nella circostanza riesce anche a sfuggire a tentativi di avvelenamento perpetrati ai suoi danni dai nemici di sempre della sua casata, i Pallavicini.
Rifugiatosi a Venezia, nel 1484 è ammesso al patriziato veneto con il fratello Giacomo; ottiene una condotta di 400 cavalli e una provvigione annua. Si mette particolarmente in mostra nella celebre battaglia di Calliano (1487) contro le truppe tirolesi e tedesche del duca Sigismondo d’Austria: rimasto isolato su un isolotto dell’Adige, riesce a far traghettare a terra, nottetempo, i propri uomini su un burchiello e di qui, sul far del giorno, iniziare un nuovo combattimento in cui risulta vincitore. Nella stessa occasione viene nominato capitano generale al posto del suocero Roberto da San Severino morto nella stessa battaglia. Muore a Venezia nell’ottobre 1490 con solenni esequie; le campane di San Marco suonano tre volte. La sua orazione funebre è tenuta dallo storico Sabellico. “Huomo di grande animo, e esperto nell’arte della guerra.” Così lo ricorda Bernardino Corio nella sua opera “L’historia di Milano”. La sua azione nella battaglia di Calliano è immortalata in un affresco della “Sala delle Gesta Rossiane” nel castello di San Secondo Parmense.
Giacomo dei Rossi (+1495 ca.)
Di Parma
Figlio di Pietro Maria e di Antonia Torelli. Sposa Ginevra Terzi. Fratello di Guido e di Giovanni. Padre di Cesare, che milita agli stipendi dei veneziani come capitano di cavalli leggeri. Cugino di Amoratto e di Guido Torelli. Giacomo dei Rossi è il fratello minore di Guido, una figura segnata da una vicenda privata drammatica e, nello stesso tempo, dalla fedeltà al casato. Milita inizialmente agli stipendi del duca di Milano Francesco Sforza: nel 1452 è sconfitto e catturato nella battaglia di Abbadia Cerreto; riesce, tuttavia, a fuggire dopo alcuni mesi. Nel 1460 combatte nel regno di Napoli per la causa aragonese contro gli angioini di Provenza. A Parma si distingue per la propria indisciplina e le continue insubordinazioni. Nel 1464, con la complicità del fratello Giovanni, assassina Antonio Cattabriga, caposquadra dello Sforza, e marito della sua amante Ginevra Terzi. Diseredato dal padre con il fratello, viene bandito dal ducato milanese. Seguono anni di esilio e tentativi di avere una condotta, tutti falliti per le pressioni dello Sforza sui possibili committenti, come avviene nel caso del signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta, pronto a salpare per la Morea a combattervi i turchi a favore dei veneziani.
Si propone più volte vanamente agli stessi veneziani. Solo nel 1467 riesce a rappacificarsi con Pietro Paolo Cattabriga, fratello dell’uomo da lui ucciso. I due salgono a cavallo e si recano a Torrechiara dove pranzano insieme. Il padre Pietro Maria ottiene la revoca del suo bando e gli sono restituiti i suoi beni. Negli stessi giorni il padre vuole farlo sposare con Francesca d’Arluno, figlia tredicenne della sua amante Bianca Pellegrini. Di seguito milita agli stipendi del signore di Bologna Giovanni Bentivoglio, per il nuovo duca di Milano Galeazzo Maria Sforza ed al servizio del duca di Borgogna Carlo il Temerario contro gli svizzeri. Nel 1482, nonostante i dissapori con il fratello Guido, è presente al suo fianco contro gli sforzeschi. Condotto dai veneziani con il cugino Guido Torelli, si segnala nella guerra di Ferrara. Le ultime notizie al suo riguardo (1487) lo segnalano a militare, sempre per conto della Serenissima, agli ordini di Roberto da San Severino contro le truppe tedesche del duca Sigismondo d’Austria. Muore intorno al 1495. I cronisti lo ricordano come valoroso condottiero.
Filippo dei Rossi (Filippo Maria dei Rossi) (1465 ca.-1529 marzo)
Conte di San Secondo, Torrechiara e Berceto. Signore di Graiana, Bardone, Corniglio, Bosco, Beduzzo
Figlio di Guido e di Ambrosina Borromeo. Fratello di Bernardo. Filippo dei Rossi sposa una una figlia di Giovanni Francesco Gonzaga. Letizia Arcangeli, in un suo studio, coglie bene l’animo di questo personaggio che non si sa bene se definire signore fuori del suo tempo o condottiero di ventura “Filippo costituisce un esempio significativo della concezione della guerra e delle relazioni fra stati alla fine del Quattrocento, della sua ambiguità e della sua crisi. Filippo è ben consapevole che anche l’aver condotta è importante per mantenere la possibilità di “fare novità”..Anche nel cercar condotta si muove e parla da libero signore, ignorando il linguaggio della fedeltà o vincoli di obbedienze territoriali.” Filippo è l’ultimo campione della linea principale dei Rossi, e la sua biografia è un lungo tentativo — per lo più frustrato — di recuperare il patrimonio paterno disperso dopo il 1482. Bambino, è consegnato dal padre a Ludovico Sforza ed è tenuto in ostaggio nel Castello Sforzesco; da Venezia assiste giovanissimo alle ultime campagne paterne.
Dopo la morte di Guido (1490), ottiene dalla Serenissima, con il fratello Bernardo, la condotta già del padre. Alla battaglia di Fornovo (1495) è presente nelle file dei veneziani. Nel 1500 li abbandona per seguire Ludovico Sforza nel suo tentativo di recuperare il ducato milanese. Riesce temporaneamente a riprendere Felino, Torrechiara e Corniglio; con la sconfitta sforzesca è costretto a rifugiarsi a Mantova sotto la protezione del signore dela città Francesco Gonzaga. Negli anni seguenti gravita tra il servizio a favore di imperiali, gonzagheschi e pontifici, senza mai riuscire a consolidare una base stabile. Nel 1509, durante l’assedio di Padova, è catturato dai veneziani e fatto torturare dal Consiglio dei Dieci per il suo comportamento arrogante; è imprigionato in carcere duro. Liberato nel 1510 grazie all’intercessione del papa Giulio II, ottiene negli anni Dieci e Venti recuperi parziali di feudi attraverso l’appoggio imperiale. I conflitti con il ramo rappresentato dai cugini, quello dei marchesi di San Secondo originato da Troilo I, assorbono le sue ultime energie. Muore a fine marzo 1529 a Corniglio, dove è sepolto. Il ramo della casata legata alla sua presenza si estingue con il nipote Filippo Maria, incarcerato dai Farnese nella rocchetta di Parma dove muore.
Piermaria dei Rossi (Pier Maria dei Rossi III) (1502 – agosto 1547)
Conte e marchese di San Secondo, conte di Berceto. Signore di Roccafranca, Bardone, Roccaprebalza, Corniana, Felino, Roccabianca. Patrizio veneto. Cavaliere dell’ordine di San Michele
Figlio di Troilo I dei Rossi e di Bianca Riario, figlia, a sua volta, di Girolamo Riario e di Caterina Sforza, sorellastra di Giovanni dei Medici. Fratello del vescovo Giovan Girolamo e di Angela dei Rossi, moglie di Vitello Vitelli e di Alessandro Vitelli. Padre di Sigismondo e di Troilo II. Piermaria dei Rossi sposa Camilla Gonzaga, figlia di Giovanni, signore di Vescovato (dote di 6000 ducati in denaro, gioielli, abiti ed arredi). Tale matrimonio è al centro della rievocazione storica del palio delle contrade di San Secondo Parmense. Piermaria dei Rossi è innanzituto un militare, valoroso sì, ma, soprattutto, vendicativo e feroce. Significativo, su quest’ultimo punto, è l’episodio riguardante la morte di un suo ex caposquadra, Anguillotto da Pisa. Costui, sdegnatosi nei suoi confronti, defeziona dalle sue file (gli imperiali) per passare nel campo nemico alla difesa di Firenze. In una scaramuccia tale soldato è ferito gravemente al petto da una lancia ed al capo da una mazza ferrata. Gettato da cavallo prega il suo avversario di essere da lui ucciso (nella realtà scannato), piuttosto che di cadere nelle mani del Rossi. Il marchese sfoga la sua rabbia sull’alfiere di Anguillotto da Pisa uccidendolo con lo stocco nonostante che gli si sia arreso. Noti sono pure i suoi dissidi con capitani suoi commilitoni: sono coinvolti nelle sue dispute, in Austria Fabrizio Maramaldo, in Emilia Ludovico e Guido Rangoni (il cartello di sfida di questi ultimi è anche sottoscritto da altri due condottieri come Marzio Colonna e lo stesso Maramaldo), in Francia Piero Strozzi; ultima sua vittima è ancora un suo antico commilitone, il duca di Parma Pier Luigi Farnese.
Costretto a giurargli fedeltà, fa redigere a Parigi una protesta che è un vero manifesto di inimicizia. Sfidato spesso dai rivali a duello, la sua risposta è sempre il rifiuto, accompagnato da un cartello pieno di ingiurie. Piermaria fa parte del ramo “francese” dei Rossi: trascorre la giovinezza come paggio alla corte di Francia e rimane legato alla causa della stessa corona per gran parte della sua carriera. Nato nel 1502, combatte a Milano nel 1521-1522 al servizio dei francesi e nelle compagnie dello zio Giovanni dei Medici (Giovanni dalle Bande Nere). Fatto prigioniero a Pavia nel 1525, partecipa alla lega di Cognac, poi al servizio imperiale durante il sacco di Roma (1527) e all’assedio di Firenze (1529-1530). Nel 1535 segue Carlo V nella spedizione di Tunisi; nel 1536 combatte in Provenza; nel 1537 si distingue all’assalto di Castelnuovo (Herceg Novi, in Montenegro) contro i turchi. Ritornato al servizio di Francesco I nel 1541, nel 1543 è nominato gentiluomo di camera del re e capitano generale della fanteria italiana; riceve anche il collare dell’ordine di San Michele. Combatte gli imperiali in Piccardia, a Landrecies, e gli inglesi a Boulogne-sur-Mer. Il suo ritratto, eseguito dal Parmigianino, tra il 1535 e il 1539, è oggi conservato a Madrid al Museo del Prado. Muore nel palazzo di San Secondo Parmense nell’agosto 1547, come conseguenza delle ferite riportate nell’ultima campagna in Francia. Bonaventura Angeli gli dedica la seconda parte della sua storia di Parma.
Sigismondo dei Rossi (1524-1580 ca.)
Marchese di San Secondo
Figlio di Piermaria e di Camilla Gonzaga. Fratello di Troilo I. Sigismondo dei Rossi sposa la tedesca Barbara Trapp. Sigismondo è il fratello minore di Troilo II; per tale motivo è indirizzato prevalentemente a ricoprire incarichi diplomatici e di rappresentanza del casato. Nel 1550 è ambasciatore a Firenze per conto del duca Cosimo dei Medici alla dieta di Augusta. Nel 1551 combatte al servizio di Ottavio Farnese nella guerra di Parma, riportando una ferita a un orecchio durante le operazioni nel piacentino. Nel 1554 prende parte alla guerra di Siena con una condotta di 100 cavalli, distinguendosi in Val di Nievole e nella difesa di Pienza. Nel 1565 è ad Innsbruck e a Praga per trattare le nozze di Francesco dei Medici con una principessa d’Asburgo. Nel 1570 è ambasciatore a Madrid per congratularsi con Filippo II per le sue nozze. Nel 1574 si reca a Venezia con Troilo Orsini per complimentarsi con Enrico di Valois. Nel 1576 assiste alla dieta di Ratisbona. Nel 1579 riceve ai confini del granducato gli ambasciatori veneziani diretti a Firenze per l’incoronazione di Bianca Capello. Muore intorno al 1580.
Troilo I dei Rossi, conte e marchese di San Secondo (1462 ca. – 1521 giugno)
Conte e marchese di San Secondo, conte di Berceto. Signore di San Secondo Parmense, Torrechiara, Felino, Basilicanova, Corniana, Corniglio, Berceto, Bardone, Roccaprebalza, Fornovo, Carona e Roccalanzona
Figlio di Bertrando, primogenito di Pietro Maria. Padre di Piermaria. Troilo il vecchio — da distinguere dall’omonimo nipote — è il signore che, dopo il disastro del 1482, ricostruisce il nucleo della potenza rossiana nel parmense sotto l’egida francese. Nel 1497 Troilo I dei Rossi è ad Asti con i francesi. Nel 1499, con la riconquista francese del ducato di Milano, ottiene la restituzione dei castelli di San Secondo Parmense, Felino, Torrechiara, già appartenenti a Pietro Maria dei Rossi. Il re Luigi XII lo nomina marchese di San Secondo e in seguito senatore di Milano con stipendio di 1000 lire tornesi. Nel 1503, grazie ai Trivulzio, sposa Bianca Riario. Nel 1504 acquista il castello di Basilicanova da Gian Giacomo da Trivulzio per 45000 lire. Nel 1509 deve fronteggiare l’attacco del cugino Filippo ai propri possedimenti. Negli anni seguenti consolida la propria posizione come cliente della Francia in Emilia: resta. nel complesso, sempre una figura di secondo piano rispetto ai grandi feudatari del tempo, riuscendo tuttavia a conservare in sicurezza i propri feudi. Muore nei primi giorni del giugno 1521 nella rocca di San Secondo Parmense; è ivi sepolto nell’oratorio di Santa Caterina. Nella stessa località restaura la rocca riedificando i bastioni e le torri abbattuti durante il dominio degli Sforza. È ricordato per avere fatto realizzare in essa la celebre “Sala delle Gesta Rossiane”.
Troilo II dei Rossi, marchese di San Secondo (+1591 gennaio)
Marchese di San Secondo, conte di Berceto. Signore di Roccafranca, Bardone, Roccaprebalza, Roccabianca, Felino, Fornovo, Brescello, Corniglio, Roccalanzona, Corniana, Bosco
Figlio di Piermaria e di Camilla Gonzaga. Troilo il giovane è l’ultimo marchese di San Secondo di rilievo militare; la sua carriera si svolge interamente al servizio dell’Impero e della Spagna. Nel 1543 Troilo II dei Rossi combatte in Piccardia agli ordini del padre Piermaria a favore del re di Francia; dal 1546 assume il comando della fanteria italiana come luogotenente del padre infermo. Nel 1547, con l’uccisione di Pier Luigi Farnese a Parma, asseconda gli imperiali di Ferrante Gonzaga nelle loro mire sulla città. Nel 1551 partecipa alla guerra di Parma contro i Farnese con 1000 fanti e 100 cavalli; si distingue all’assedio di Mirandola. Nel 1553 combatte in Corsica; nel 1554 milita al servizio del duca di Firenze Cosimo dei Medici nella guerra di Siena. Nel 1561 ottiene da Filippo II di Spagna il comando di una delle quattro compagnie di uomini d’arme a difesa del ducato milanese, con una provvigione annua di 600 scudi. Nel 1570 accompagna Cosimo dei Medici a Roma per la sua nomina a granduca. Nel 1578 gli sono rinnovate le cittadinanze di Milano, Cremona e Pavia; nel 1583 il re di Spagna gli concede il privilegio della giurisdizione piena sulle sue terre; nel 1585 è riconfermato nel patriziato veneziano. Muore nel gennaio 1591. Francesco Sansovino scrive, a suo riguardo, ” (acquistò) il nome di ottimo e coraggioso soldato. Ampliò molto le facoltà sue e governando con molta prudenza e con ingegno, non degenerò punto di Troilo suo padre.”




