Il Sangue del Biscione nella Storia della Ventura
La casata dei Visconti è una delle più antiche ed illustri famiglie nobili italiane sin dalla fine del X secolo in Lombardia. I Visconti traggono il loro nome dall’incarico iniziale di “vice comites”, vale a dire vassalli del Sacro Romano Impero. Signori, inizialmente, di alcune località strategiche nei pressi del Lago Maggiore e del fiume Ticino, attraverso le loro lotte contro i guelfi della Torre divengono signori di Milano dal 1277 al 1395, quindi, con il conte di Virtù Gian Galeazzo, duchi di Milano con il conferimento di tale titolo da parte dell’imperatore Venceslao di Lussemburgo (previo il pagamento di 100000 fiorini d’oro). La fine della signoria avviene con il duca Filippo Maria, morto senza eredi nell’agosto 1447: d’ora in avanti la storia del ducato continua con la nascita della Repubblica Ambrosiana, prima, per terminare dopo due anni e mezzo con l’avvento alla signoria del condottiero Francesco Sforza (febbraio 1450), il padrone che ora comanda in virtù della sua spada.
La casata dei Visconti è immediatamente riconoscibile per la presenza nel suo stemma di un serpente, il cosiddetto “biscione”, che trova numerose variazioni nel tempo, specie con Gian Galeazzo, il cui nuovo titolo ducale porta ad un arricchimento dello stesso stemma, in cui ora, accanto al biscione campeggia l’aquila imperiale con il motto “A bon droit”, coniato nell’occasione dal poeta Francesco Petrarca.

Lo stemma presenta uno sfondo color oro, su cui risalta un biscione azzurro con una figura umana in bocca, che rappresenta un uomo nudo o un bambino. Varie sono le leggende che cercano di spiegare questo simbolo. Tra i racconti più noti vi è quello riportato dal Petrarca, secondo il quale il signore di Milano Azzone Visconti non si accorge che una vipera è entrata nel suo elmo mentre sta dormendo; l’animale ne esce senza morderlo nel momento in cui costui cerca di indossare tale copricapo. Un’altra leggenda riguarda un altro signore della casata, l’arcivescovo Ottone Visconti: il prelato avrebbe partecipato alla prima crociata, durante la quale avrebbe avuto modo di uccidere, davanti ad una porta di Gerusalemme, un re saraceno e di impadronirsi del suo cimiero adornato con l’insegna della vipera. (Fonte immagine: Museo di Sant’Eustorgio)
Il nome dei Visconti rappresenta una forte presenza nella storia militare italiana tra il XIV ed il XVI secolo a causa delle numerose conquiste avvenute nel tempo in numerose regioni dell’Italia Settentrionale e Centrale: dal Piemonte, alla Liguria ed al Veneto; dall’emilia Romagna alla Toscana ed all’Umbria. La naturale formazione di alleanze di signorie e repubbliche contro tali azioni provoca da una parte l’ingaggio di milizie spietate necessarie per sostenere l’espansione territoriale agognata, destinata, peraltro, a suscitare conflitti senza fine. Testimonianza di tale asserzione sono le due tabelle, riprese dal sito, di nostra elaborazione, che riportano il numero dei conflitti relativi ai maggiori stati italiani dal 1330 al 1530 ed il numero di anni, sempre per tali stati, in cui non vi è stato alcun tipo di lotta interno od esterno che sia.
Tab. 1 NUMERO DI CONFLITTI RELATIVI AI MAGGIORI STATI ITALIANI
| Anni/Stato | 1330 – 1400 | 1401 – 1500 | 1501 – 1530 | Totale |
| Stato della Chiesa | 163 | 167 | 72 | 402 |
| Firenze | 127 | 76 | 28 | 231 |
| Milano | 131 | 139 | 12 | 282 |
| Napoli | 87 | 96 | – | 183 |
| Savoia | 53 | 44 | 7 | 104 |
| Venezia | 46 | 92 | 17 | 155 |
“Come si può notare lo stato milanese, soggetto prima ai Visconti e, successivamente agli Sforza (con la breve parentesi della Repubblica Ambrosiana) è coinvolto in 131 guerre nel periodo 1330-1400, in 139 tra il 1401 ed il 1500 e 12 tra il 1501 ed il 1530, allorché intervengono nella storia nazionale potenze come la Francia, la Spagna e l’Impero. Con la seconda tabella si evidenzia per Milano, per il primo periodo un solo anno di pace; questo sale a 6 tra il 1401 ed il 1500 (grazie alla politica di Francesco Sforza) e ridiscende a 4 negli anni 1501-1530. D’altra parte tutti i maggiori condottieri di questi due secoli hanno militato, per un periodo più o meno lungo, per i Visconti, a cominciare da Giovanni Acuto e Lucio Lando, per continuare con Ceccolo Broglia, Alberico da Barbiano, Facino Cane, Carmagnola, Luchino dal Verme, Jacopo da Verme, Luigi dal Verme, Niccolò da Tolentino, Niccolò Piccinino, Angelo della Pergola, Guido Torelli, Ottobono Terzi, Bartolomeo Colleoni e, naturalmente, Francesco Sforza. A questi mercenari al servizio della casata, si devono affiancare i condottieri di casa Visconti, che si rivela una prolifica fucina di uomini d’arme, di cui nel sito sono riportate 17 biografie: Scaramuccia, Sacramoro I, Sacramoro II, Pietro Francesco, Otto, Marco, Luchino Novello, Lodrisio, Giannotto, Ettore, Ettore (Monsignorino Visconti), Carlo, Bruzio, Bernabò, Anchise, Ambrogio e Alberto.
Tab. 2 STATI REGIONALI: NUMERO DI ANNI SENZA ALCUN TIPO DI CONFLITTO
| Anni/Stato | 1330 – 1400 | 1401 – 1500 | 1501 – 1530 | Totale |
| Stato della Chiesa | 2 | 2 | – | 4 |
| Firenze | 2 | 19 | 3 | 24 |
| Milano | 1 | 6 | 4 | 11 |
| Napoli | 2 | 10 | – | 12 |
| Savoia | 6 | 37 | 18 | 61 |
| Venezia | 8 | 2 | 6 | 16 |
Parte I: I Ribelli e i Fondatori. Il Trecento
Marco Visconti (detto Balatrone)
Emerge come una delle figure più complesse del primo Trecento. Figlio di Matteo Visconti, capitano del popolo e primo signore di Milano, la sua vita è dominata dai rapporti con i fratelli Galeazzo, Luchino e Giovanni, con il cugino Lodrisio e con il nipote Azzone. Capitano ambizioso, ghibellino, di grandi capacità e di scarso raziocinio. Scrive Giovanni Villani nella sua Nova Cronica “Questo messer Marco fu bello cavaliere e grande della persona, fiero e ardito, e prode in azione e bene avventuroso in battaglia più che niuno lombardo ai suoi dì; savio non fu troppo, ma se fosse vissuto avrebbe fatto di grandi novitadi in Milano e in Lombardia”. In sintesi tale condottiero si rivela come un fondamentale braccio armato per la signoria viscontea e, per lo stesso motivo, grazie alla sua ambizione, anche come un forte elemento di squilibrio della stessa. Di tono diverso è la leggenda che lo riguarda, che lo vede protagonista nell’omonimo romanzo di Tommaso Grossi e nel melodramma musicato da Enrico Petrella: in tali opere, infatti, viene esaltato sia come un eroe romantico a causa del suo infelice amore per Bice del Balzo, sia come una vittima della “forza del destino”. Gli sono stati dedicati tra il 1909 ed il 1941 quattro film e, negli anni Settanta, una miniserie televisiva. Troppo bene amato dalla popolazione, viene invitato ad un pranzo, tenuto nel Palazzo del Broletto Vecchio, cui prendono parte anche i fratelli Luchino e Giovanni. Richiamato indietro in una stanza dal nipote Azzone con la scusa di un colloquio riservato, è strangolato e gettato da una finestra del palazzo dal nipote, figlio del fratello Galeazzo, e, probabilmente, anche dal fratello Luchino.
Lodrisio Visconti, figlio di Pietro Visconti e cugino di Galeazzo I (signore di Milano) e di Marco, rappresenta l’archetipo del “parente serpente”. La sua vita è definita dalla ribellione. Dedito agli intrighi, abbina a tale sua caratteristica il carisma del grande combattente, astuto ed audace. Non bisogna, tuttavia, vedere in tale condottiero solo il desiderio di vendicarsi nei confronti dei congiunti; nelle sue azioni vi è anche il rancore dei rami minori della casata, che del potere non vedono che le briciole, qualche privilegio e, a volte, una rendita. Dopo essere stato podestà di Bergamo, congiura contro i parenti saccheggiando Monza nel 1322. Durante l’esilio a Verona trasforma la tecnica militare fondando nel 1339 la Compagnia di San Giorgio, una forza di oltre 2.500 cavalieri e migliaia di fanti di origine tedesca e svizzera. Con questo esercito sfida Milano nella Battaglia di Parabiago: nonostante un assalto notturno vittorioso che porta alla cattura dello zio Luchino Visconti, la vittoria gli sfugge per l’indisciplina delle truppe intente al saccheggio. Dopo dodici anni vissuti in una gabbia di ferro, viene riabilitato dallo zio, arcivescovo e signore di Milano, Giovanni Visconti. E’ chiamato a servire la casata. A Casorate Primo (1356) sconfigge la Lega anti-viscontea con una manovra rivoluzionaria, nascondendo la fanteria nelle vigne per colpire i cavalli nemici. Muore per cause naturali nel 1364, onorato da funerali di stato. Nell’occasione Bernabò Visconti, per rendergli onore, fa sospendere l’effettuazione di un torneo programmato in precedenza.
Figlio illegittimo di Luchino Visconti, Bruzio Visconti incarna la figura del figlio naturale usato come strumento di potere, un condottiero braccio armato del padre. Signore di Lodi, dall’animo feroce, si concentra sulla repressione del dissenso e sull’espansione territoriale, distinguendosi nell’assedio di Tortona (1346-1347) e nella spedizione contro Genova (1348). La sua fortuna è legata a quella del padre: dopo la morte del congiunto, è costretto a ritirarsi dalla Lombardia a causa dell’esosità del suo comportamento esercitata nel governo di Lodi. Al servizio del signore di Bologna Giovanni Visconti da Oleggio, organizza una congiura allo scopo di consegnare la città al signore di Milano Bernabò Visconti. Il fatto segna la sua fine politica. Spogliato di ogni avere, muore in povertà nel 1357 nel padovano, sui Colli Euganei, sulle stesse colline dove morrà, alcuni anni dopo, anche Francesco Petrarca. Dalla sua biografia tale personaggio risulta un curioso tipo tra il dotto ed il delinquente, una consumata canaglia, come è stato definito da alcuni commentatori. Arrogante ed invidioso si rivela in particolare nella sua polemica con il Petrarca, attraverso un libello anonimo in cui mette in ridicolo la laurea poetica ottenuta da quest’ultimo in precedenza a Roma. Autore di versi a sua volta, Bartolomeo da Bologna gli dedica un panegirico in volgare intitolato “La canzone delle virtù e delle scienze”; Luca Mannelli gli indirizza, a sua volta, un trattato di filosofia morale conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi.
Ufficialmente figlio naturale di Luchino Visconti e, quindi, fratello di Bruzio; nella realtà nasce da una relazione di Galeazzo II Visconti con Isabella Fieschi, terza moglie del signore di Milano. Costretto dai congiunti a fuggire da Milano per rifugiarsi a Genova, Luchino Novello Visconti sceglie la via della contrapposizione con i cugini di Milano. Inizia la carriera nel 1362 al comando di un contingente di milizie genovesi in soccorso del marchese del Monferrato Giovanni, impegnato in Piemonte contro contro il padre (?) Galeazzo. Anni dopo fallisce un suo tentativo di entrare in Milano. Il gesto, con il suo fallimento, costa la vita ad un vice abate dell’ordine degli Umiliati, fatto bruciare vivo da Bernabò Visconti, fratello di Galeazzo. Sempre contro i Visconti , la sua ostilità lo porta a servire Firenze e la Chiesa, a partecipare alla Guerra degli Otto Santi, a collaborare in tarda età con Giovanni Acuto in un’offensiva in Lombardia. Vecchio, trova un accordo con il conte di Virtù Gian Galeazzo Visconti: è confinato ad Udine. Vive così gli ultimi suoi anni tra Venezia ed il Friuli, onorato dal patriarca di Aquileia e dai più illustri signori della regione. Lascia nel suo testamento molti legati ad ordini religiosi.
Figlio naturale di Bernabò Visconti e fratello di Carlo, è un vero “figlio della ventura”. La sua carriera è breve e si pone a metà tra quella di un condottiero di ventura e quello di figlio di un esponente di una delle più rilevanti casate dell’Italia medievale. Per alcuni anni, unitosi con Giovanni Acuto, forma una delle più importanti compagnie di ventura (la Compagnia di San Giorgio) di cui ne fanno triste esperienza la Liguria, la Toscana e l’Umbria con una ferocia tale da meritarsi la scomunica papale. Separatosi dal compagno, la sua forza militare diviene più vulnerabile. Dopo aver messo a ferro e fuoco gli Abruzzi, cerca invano di ottenere la mano della regina di Napoli Giovanna d’Angiò. Pontifici ed angioini, comandati rispettivamente da Gomez Garcia, nipote del cardinale Egidio Albornoz, e da Giovanni Malatacca lo sconfiggono a Sacco del Tronto. Ferito e fatto prigioniero, viene trascinato a Napoli per essere rinchiuso in Castell dell’Ovo. Solo 2700 uomini ai suoi ordini riescono a sfuggire alla cattura; altri 600, caduti nelle mani degli avversari, sono condotti a Roma. Di costoro, dopo due anni pochi sono coloro che sopravvivono in carcere; molti sono impiccati, decapitati o (circa la metà) rinchiusi nella rocca di Montefiascone. Vi sarà un tentativo di evasione collettivo da parte di costoro che si conclude con l’esecuzione di numerosi venturieri. Ambrogio Visconti dopo tre anni di prigionia uccide il castellano e si mette in salvo con tutti coloro che sono imprigionati con lui. Secondo un’altra versione riesce a fuggire dopo avere corrotto le guardie. Ritorna a combattere per conto del padre. La sua parabola si chiude bruscamente nell’agosto 1373, quando viene ucciso in un’imboscata da contadini insorti nella Valle di San Martino, nel bergamasco, mentre sta cavalcando con scarsa scorta. Per rappresaglia Bernabò Visconti fa dare alle fiamme l’abbazia di Pontida dove si sono raccolti i rivoltosi: incendi, massacri, torture, durissime tassazioni alla popolazione locale sono la vendetta del padre, signore di Milano.
Valoroso capitano. Noto anche come Giannotto da Milano, la sua carriera si divide tra tentativi di colpi di mano, come quello a Pisa (per conto dell’imperatore Carlo di Boemia) nel 1369, e il servizio regolare per il signore di Milano Bernabò. Durante la disastrosa sconfitta di Crevalcore (1373) contro le truppe pontificie viene catturato mentre tenta di fuggire con pochi uomini d’arme attraverso il Panaro. Dimostra comunque grande resilienza, arrivando a ricoprire il ruolo di capitano generale di Bergamo. Governatore di Alessandria, la città si ribella ai milanesi. Si rinchiude nella cittadella ove muore per un eccesso di bile.
Carlo Visconti, figlio legittimo di Bernabò e fratello di Ambrogio, rappresenta la resistenza legittimista contro l’ascesa al potere del cugino Gian Galeazzo, conte di Virtù. Definito dai cronisti coevi come uomo poco saggio e vile, con la deposizione e l’imprigionamento del padre da parte del congiunto, nutre la speranza di recuperare i domini perduti. Non trova l’appoggio della popolazione in questa sua aspirazione. Si trasforma in condottiero di ventura; si allea con imperiali (Roberto di Baviera), fiorentini e carraresi pur di raggiungere i suoi obiettivi. E’ aiutato nelle sue manovre anche dal cognato Giovanni Acuto. La sua vita è tutto un susseguirsi di trame e pericoli, inclusi tentativi di avvelenamento subiti a Cortona. Unitosi con il signore di Padova Francesco Novello da Carrara e Guglielmo della Scala, prende parte all’azione volta alla conquista di Verona, città in mano viscontea. Muore in circostanze sospette nell’aprile 1404, chiudendo le speranze di una restaurazione del ramo legato al padre. Si parla di un colpo apoplettico a seguito di un litigio con il medico Daniele Nicholesa, che gli ha risposto con troppa energia; per altre fonti è fatto avvelenare dai carraresi.
Parte II: I Fedeli e i Funzionari. Il Quattrocento. Al servizio degli Sforza
Discendente per via illegittima di Bernabò e figlio di Leonardo, Pietro Francesco Visconti incarna il passaggio degli ultimi Visconti a pilastri dell’amministrazione sforzesca. Del ramo di Brignano Gera d’Adda come il fratello Sacramoro I. Uomo d’arme non molto esperto, fa parte del consiglio segreto e della cerchia che divide con il duca Galeazzo Maria Sforza passatempi e confidenze. E’ Pietro Francesco a cingere la spada al nuovo duca di Milano Francesco Sforza nel 1450, ed è sempre lui, anni dopo, ad innalzare lo stendardo di capitano generale che deve essere consegnato a Guglielmo di Monferrato. La sua partecipazione alle campagne militari del periodo non presenta particolari azioni guerresche, sia contro i veneziani comandati da Bartolomeo Colleoni, che contro i sabaudi del duca di Savoia Filippo di Bresse. Garante della stabilità dello stato sforzesco, arriva a consegnare immediatamente alle autorità il proprio parente Carlo, responsabile con Gerolamo Olgiati e Gian Andrea Lampugnani di avere ucciso il giorno dopo Natale (dicembre 1476) il duca Galeazzo Maria nella chiesa milanese di Santo Stefano.
Fratello di Pietro Francesco, Sacramoro I Visconti diviene il braccio operativo del nuovo duca di Milano Francesco Sforza. Nominato cavaliere dopo la vittoria, serve come luogotenente a Genova gestendo la città con metodi bruschi ma efficaci. Si distingue nella conquista di Lerici (1468) e nella difesa delle valli alpine dalle incursioni dei grigioni. E’ ricordato come uomo nobile e di acuto ingegno. La sua fama è legata al suo comportamento ispirato ad un senso di pazienza e di benevola umanità. La sua specialità consiste nella capacità di ispezionare i confini per trarne elementi di valutazione sia sullo stato delle difese che dei sentimenti della popolazione locale.
Padre di Anchise. Signore di Torricella nel Salento e di altre terre nel novarese. Uno dei più esperti condottieri del ducato milanese, colto ed abile. Alberto Visconti è il protagonista dell’apertura viscontea verso il sud Italia. Inviato in soccorso del re di Napoli Ferrante d’Aragona in guerra con Carlo d’Angiò, si distingue nella battaglia di Troia (1462) guadagnandosi il diritto di aggiungere al proprio il cognome “d’Aragona”. Ritornato in Lombardia, ricopre ruoli di prestigio come governatore delle lance spezzate e maestro di campo. Muore a Milano nel 1493.
Parte III: La Crisi e la Diaspora. Il Cinquecento
Questo secondo Sacramoro, dello stesso ramo di Brignano Gera d’Adda, e fratello di Bernabò, Otto ed Ettore, è lo specchio del mercenarismo privo di ideali che si verifica durante le guerre d’Italia dei primi anni del Cinquecento. La sua carriera è segnata da continui cambi di fronte tra Impero, Venezia, Milano e Francia. Il suo doppiogioco durante l’assedio del Castello Sforzesco, dove di notte rifornisce di vettovaglie a pagamento il nemico che combatte di giorno, rivela anch’eso la decadenza politica del periodo. Insignito dai francesi dell’ordine di San Michele, muore nel 1513, nella battaglia di Creazzo ove combatte gli spagnoli al servizio dei veneziani comandati da Bartolomeo d’Alviano.
Fratello di Sacramoro II, Bernabò Visconti sceglie invece la coerenza legandosi ai francesi, venendo da costoro contraccambiato, nei momenti vittoriosi, con la nomina a marchese di Brignano Gera d’Adda, la signoria di Varese ed il conferimento del collare dell’ordine di San Michele. Combatte nelle battaglie più sanguinose del secolo, come Ravenna e Pavia, subendo prigionie e confische senza mai tradire i Valois. Sposato con Margherita Visconti ed una figlia di Gian Giacomo da Trivulzio, muore in esilio nel Delfinato, in Francia, nel 1552, simbolo della nobiltà italiana estromessa dal nuovo ordine spagnolo.
Come i fratelli Bernabò, Ettore e Sacramoro appartiene al ramo dei Visconti di Brignano Gera d’Adda. “”Che è gentil persona” è la definizione data alla sua persona da un ambasciatore della Serenissima al senato veneziano. Tale qualità trova la sua giustificazione per un fatto accadutogli, allorché con il fratello Ettore (Monsignorino) viene coinvolto in una rissa notturna a Milano nel corso della quale rimane ucciso un capitano spagnolo ed è ferito alla testa il marchese di Pescara Ferdinando d’Avalos. Catturato dagli spagnoli nella battaglia di Creazzo, lo stesso marchese impedisce ai suoi ufficiali di ammazzarlo in quanto memore delle cortesie ricevute da Otto Visconti l’anno precedente. Costretto a fuggire in Francia a seguito del ritorno nel ducato di Milano di Francesco II Sforza, gli sono confiscati i beni per avere attentato alla vita del duca.
Ettore Visconti (Monsignorino)
Giovane, a differenza dei fratelli Bernabò, Otto e Sacramoro II, Ettore è avviato da i familiari alla carriera ecclesiastica. Il papa Giulio II lo nomina abate di San Celso, da cui viene il suo soprannome di “Monsignorino”. Ambizioso, arrogante, dilapidatore dei beni di famiglia è dotato anche di un piacevole modo di esprimersi e di una munificenza di cortesie: per cui gli è facile essere, secondo le circostanze, arrabbiato o clemente, spietato o pietoso, superbo o umile. Il suo temperamento lo porta a continui eccessi come quando, con il fratello Otto in una rissa notturna a Milano uccide un capitano spagnolo e ferisce il marchese di Pescara Ferdinando d’Avalos, o come quando i suoi uomini uccidono l’alleato Pietro Buso Scotti per la divisione di un bottino. Tormenta il duca di Milano Francesco II Sforza con continue richieste di denaro causate dal suo tenore di vita superiore alle sue possibilità economiche. E’, pertanto, deciso il suo assassinio: questo ha luogo nelle prime ore del mattino, quando viene sorpreso in una contrada da Gian Giacomo dei Medici e dal Pozzo coadiuvati da altri tre sicari. Riporta più ferite alla testa, al collo, alle braccia; un colpo gli attraversa il petto da parte a parte.
Figlio di Alberto, del ramo dei Visconti d’Aragona. Celebre condottiero, Anchise Visconti passa, secondo le circostanze, dai servigi degli Sforza a quelli dei Francesi e infine a quelli dell’impero di Carlo V. Con i suoi continui riallineamenti rappresenta la necessità di sopravvivenza dei signori del tempo. Muore a Milano.
Nato intorno al 1528, questo omonimo successivo di Ettore Visconti (il Monsignorino) chiude la rassegna dei condottieri di casa Visconti. Per dimostrare come siano mutate le situazioni ha modo di operare prevalentemente solo fuori dai confini italiani. Combatte nelle guerre di religione in Germania e poi per Venezia in Dalmazia contro i turchi. La sua difesa di Sebenico e la presa di Scardona contro questi ultimi avversari (1571) dimostrano come il valore visconteo sia ancora vivo, sebbene ormai speso al servizio di potenze estranee al ducato milanese. Muore a Roma nel 1592.






