Il destino di una stirpe: sua genesi ed ascesa
La storia della famiglia Vitelli di Città di Castello rappresenta una delle parabole più significative e cruente del panorama militare italiano tra il XV e il XVI secolo. Emersa da un contesto di aspre lotte di fazione, la casata non si limita a produrre capitani di ventura di grande valore, ma diviene un laboratorio di innovazione bellica che influenza il mestiere delle armi in Italia. I suoi membri assumono la signoria di Città di Castello; la abbelliscono con numerosi edifici. Nonostante non figurino tra le stirpi più influenti della penisola, i Vitelli assicurano alla scena politica italiana alcuni significativi personaggi. Condottieri “reputatissimi”, diversamente da altri capitani di ventura, che si accontentano di saccheggi e di buone condotte, i Vitelli offrono la loro disponibilità senza però mai disattendere al progetto di mantenere la propria signoria in Città di Castello e nel vicino contado. Una signoria, si sottolinea, retta con artigli di ferro in guanti di velluto, che lascia una relativa libertà alle istituzioni cittadine.
Famiglia di origine popolare proveniente dal contado, le sue radici affondano saldamente nel territorio, dove essa, attraverso sanguinose lotte di fazione con altre consorterie cittadine, riesce ad ottenere un ruolo di preminenza civica che, col tempo, si evolve in una vera e propria signoria, navigando tra le pretese dello stato della Chiesa e le ambizioni della repubblica di Firenze. A differenza di altre casate che cercano la legittimazione attraverso vasti possedimenti terrieri, i Vitelli comprendono che, nel convulso scacchiere delle guerre d’Italia, il potere reale risiede nella padronanza del mestiere delle armi, che si esprime in un uso moderno dell’artiglieria, nell’addestramento della fanteria e nella fedeltà di truppe scelte, addestrate secondo modelli svizzeri e tedeschi. Anche ai Vitelli della seconda generazione non viene mai meno lo spirito antico della “ventura”, pur in un contesto molto più ampio rispetto a quello originale del tardo Medio Evo e del primo Rinascimento. I Vitelli, in quanto condottieri, mantengono sempre una loro autonomia: vivono con le armi e per esse si trovano a combattere sul campo di battaglia, scoprendo nel tardo Cinquecento la propria ragion di vita non più al soldo degli stati regionali italiani, ma al servizio dell’impero, della Spagna o della Francia. Ai Vitelli, unica dinastia in Italia, è stata dedicata nel 2008, nella loro città, una storia a fumetti, segno che in Città di Castello è sempre viva la loro presenza.
La parabola della famiglia si articola attraverso tre generazioni di condottieri che, partendo dal consolidamento del dominio cittadino sotto il primo Niccolò, giunge a servire, come si è anticipato, le più grandi potenze europee. Questa evoluzione non è priva di momenti tragici: la loro storia è segnata da esecuzioni politiche, assassinii, vendette e morti gloriose sui campi di battaglia, elementi tutti che concorrono a delineare un affresco di “sangue e potere” analogo a quello di altre casate minori.
Grazie all’analisi dei sedici profili compresi nel sito condottieridiventura.it, è possibile ricostruire non solo una genealogia, ma una storia della tattica. Dalle picche allungate di Vitellozzo, agli archibugieri a cavallo ed al sistema della caracolla di Camillo, fino alle fortificazioni fiamminghe di Chiappino, i Vitelli rappresentano l’avanguardia di un’epoca in cui la guerra, per certi aspetti, cessa di essere simile ad un torneo cavalleresco, in cui l’acme del combattimento è rappresentato dalla carica della cavalleria pesante, per trasformarsi in una più complessa macchina bellica con tattiche e strategie innovative.
Niccolò Vitelli
Il vero artefice della fortuna vitellesca è Niccolò Vitelli, uomo capace di coniugare la finezza del giureconsulto con la spietatezza del capo fazione. La sua figura emerge in un periodo in cui Città di Castello è dilaniata dalle contese tra i fautori del papato e quelli dell’autonomia cittadina.
| Date | 1414 – gennaio 1486 |
| Genitori | Giovanni, mercante, e Maddalena Gherardo dei marchesi di Petriolo |
| Mogli | Pantasilea Abocatelli |
| Figli | Giovanni, Camillo, Paolo, Vitellozzo e Giulio. Divengono tutti condottieri di ventura; l’ultimo di costoro, figlio naturale, perviene pure, per alcuni anni, al vescovado di Città di Castello |
Rimasto orfano di padre a due anni, è affidato allo zio Vitellozzo che lo indirizza allo studio delle lettere e del diritto. Questo background culturale gli permette di agire non solo come uomo d’arme, ma anche come politico di alto profilo: il che gli consentirà di assumere, agli inizi della sua carriera, l’incarico di podestà in differenti comuni dell’Italia centrale come Todi, Firenze, Perugia, Siena e Lucca. Tale personaggio viene comunemente descritto non solo come un uomo di grande avidità, ma soprattutto come una persona il cui obiettivo è la conquista del potere ad ogni costo, senza alcuna preoccupazione di carattere morale: uccisioni, confische, saccheggi e rovine sono i mali collaterali delle sue decisioni. Rientrato a Città di Castello nel 1462, lavora per il catasto del comune, scopre terre non registrate in alcuni libri contabili. Per ringraziarlo, le autorità decidono che quei terreni gli siano concessi per un terzo del loro valore reale. Niccolò non si cura di tale obbligazione: non salda i propri debiti, i proprietari non possono obiettare in quanto fuoriusciti della città o contadini morosi nel pagamento degli affitti. Ambizioso, con la nomina a commisssario di Città di Castello di Lorenzo da Castello (Lorenzo Giustini) da parte del papa Sisto IV, Niccolò Vitelli si fa promotore di una congiura con alcuni dei suoi uomini più fidati. Assale nottetempo le case dei rivali politici e le dà alle fiamme. Sono uccisi 17/18 uomini della fazione dei Fucci e dei Giustini. Lorenzo da Castello si salva a stento nell’eccidio. La strage viene giustificata come necessaria per la pace nel comune, in quanto si è voluto impedire l’ingresso in città di soldati pontifici. Il pontefice interviene, nomina un nuovo commissario, che ordina il suo allontanamento dalla città per almeno 50 miglia. Niccolò reagisce ed alla testa di 150 uomini costringe quest’ultimo ad abbandonare Città di Castello. Il resto della sua attività, in cui ora inizia a prevalere la figura del condottiero alleato con i fiorentini, è riportato nella apposita scheda del sito. Con la pace il nuovo papa Innocenzo VIII lo nomina governatore della Campagna e delle terre della Maremma soggette allo stato della Chiesa. Muore due anni dopo, nel 1486, lasciando ai cinque figli un solido dominio su Città di Castello. Suoi discendenti, come Chiappino, porteranno a far conoscere il nome dei Vitelli su più campi di battaglia, sia europei (Francia, Belgio, Olanda Malta), che extraeuropei (Marocco).
Giovanni Vitelli
| Date | † 1487 – giugno |
| Genitori | Figlio di Niccolò |
| Fratelli | Giulio, Camillo, Paolo, Vitellozzo |
| Figli | Giovanni, Chiappino |
Giovanni Vitelli è il primogenito di Niccolò; in quanto tale è il primo dei figli ad affiancare il padre nelle campagne volte a consolidare il suo potere in Città di Castello. Sebbene la sua carriera sia meno documentata rispetto a quella dei fratelli Camillo, Paolo, Vitellozzo e Giulio, Giovanni rappresenta il braccio operativo della famiglia nelle prime fasi di consolidamento contro le truppe pontificie guidate da Lorenzo da Castello. Per conto della sua città recupera Borgo di Celle e Citerna, controllate dai fuoriusciti, utilizzando più pezzi di artiglieria. Per tali azioni, condotte senza la perdita di alcun uomo, il comune gli fa dono di uno stendardo e di un elmo d’argento. Dopo avere militato agli ordini di Roberto da San Severino, al servizio dei pontifici, passa ad assediare in Osimo Boccolino Guzzoni, un condottiero marchigiano che per la sua sopravvivenza ha cercato l’alleanza con il sultano turco. Il Vitelli rimane uciso da un colpo di spingarda ad un fianco dopo essere stato ferito ad una coscia da un verrettone (una sorta di dardo pesante, lungo 30-40 cm., utilizzato come munizione per la balestra).
Camillo Vitelli
| Date | 1459 – maggio 1496 |
| Genitori | Figlio di Niccolò |
| Fratelli | Giovanni, Paolo, Vitellozzo, Giulio |
| Moglie | Lucrezia Baglioni, sorella di Giampaolo Baglioni |
| Figli | Vitello Vitelli |
Nella sua breve vita, Camillo Vitelli acquista fama di valoroso condottiero. Ad esempio nella battaglia di Fornovo, dove milita per i francesi contro le truppe della lega italica comandate da Francesco Gonzaga, il suo comportamento merita talmente gli elogi del re di Francia Carlo VIII da spingere il sovrano dal levarsi dal collo una collana d’oro ed a fargliene dono. Sempre agli stipendi dei transalpini, è famoso per un’azione compiuta a Lucera ai danni di milizie mercenarie al servizio degli aragonesi. Sorprende un quadrato di 700 fanti tedeschi in marcia da Troia verso Lucera. Assale gli avversari con 400 archibugieri a cavallo e li respinge fino al margine di un fiume con una intelligente combinazione di combattimento a distanza ravvicinata. Fa scendere i suoi uomini dalle loro cavalcature ed utilizza, per la prima volta in Italia in uno scontro, il sistema della caracolla, consistente nell’apertura di fuoco della prima riga, della successiva retrocessione di questa alle spalle della squadra per ricaricare gli archibugi, dell’intervento di una seconda riga e così via fino all’annientamento finale degli avversari. Si dirà che in tale occasione abbia inventato un nuovo tipo di reparto (gli archibugieri a cavallo) da aggiungersi alla cavalleria leggera ed alla fanteria. In realtà, come presto anche Camillo Vitelli ha avuto modo di rilevare, i cavalieri dotati di archibugio sono svantaggiati nella loro azione a causa del troppo peso e della lunghezza di tale arma, il che fa sì che i cavalleggeri ritornino rapidamente alla balestra molto più maneggevole e leggera. Muore all’assedio di Circello, in provincia di Benevento. Ordina ai suoi soldati di scendere da cavallo e di assalire le mura cittadine. Alle prime difficoltà, smonta anch’egli dalla cavalcatura, si unisce con i suoi uomini per continuare assieme nell’azione. Una pietra, lanciatagli contro da una donna, lo colpisce mortalmente. Il suo decesso avviene dopo tre giorni.
Paolo Vitelli
| Date | 1461 – ottobre 1499 |
| Genitori | Figlio di Niccolò |
| Fratelli | Vitellozzo, Giovanni, Camillo, Giulio |
| Moglie | Girolama Orsini, figlia naturale di Roberto Orsini |
| Figli | Alessandro, Niccolò |
Già a quattordici anni Paolo Vitelli è segnalato combattere al fianco del padre Niccolò contro i pontifici alla difesa di Città di Castello. Si dedica al mestiere delle armi, per essere questo il modo più rapido per diventare famoso nell’Italia di fine ‘400, funestata dai continui conflitti. Valoroso condottiero, si rivela superiore ai fratelli Camillo, Vitellozzo e Giulio, nonché a molti altri capitani del suo tempo. Di indole feroce, si narra che egli faccia ucciderere le sentinelle sorprese nel sonno; subiscono parimenti la medesima sorte gli archibugieri nemici fatti prigionieri o che abbia fatto loro strappare gli occhi dalle orbite; alla conquista di Buti fa tagliare le mani agli artiglieri veneziani fatti prigionieri. Agli stipendi dei fiorentini si dimostra uomo avaro, in continua discussione con la cancelleria per quanto riguarda i pagamenti della sua condotta; è, inoltre, scortese con i commissari che devono controllare il suo operato. La tattica temporeggiatrice, che usa abitualmente, viene scambiata dai fiorentini come voluta inerzia ad un assalto definitivo alla nemica Pisa, allo scopo di aumentare le sue entrate. Si rifiuta di dare l’ordine dell’assalto generale, benché siano crollate, sotto i colpi dell’artiglieria, 400 braccia della cinta muraria. Sono richiamati indietro i fanti lanciati in precedenza all’attacco; un soldato, che non obbedisce, viene ucciso a colpi di spada. Si ammala di terzana; le malattie falcidiano le sue schiere. Tutto ciò lo induce a ritirare il campo in modo autonomo e di ritirarsi nella vicina Cascina. Imprigionato per sospetto tradimento, non può essere rilasciato dai fiorentini per non trovarsi, un domani, un nemico implacabile contro. Torturato con undici tratti di corda e, successivamente con altre torture, viene decapitato il primo ottobre del 1499. Non si sa cosa abbia confessato. A detta di Francesco Guicciardini non vi è alcuna prova della sua colpevolezza. Paolo Vitelli sopporta la morte con animo grandissimo senza protestare o dolersi.
Vitellozzo Vitelli
| Date | 1458 ca. – dicembre 1502 |
| Genitori | Figlio di Niccolò |
| Fratelli | Paolo, Giulio, Giovanni, Camillo |
| Moglie | Porzia Orsini, figlia di Paolo Orsini |
| Parenti | Cognato di Oliverotto da Fermo e di Camillo Orsini |
Vitellozzo Vitelli è forse il profilo più iconico della casata. Genio tattico e instancabile sperimentatore, è il primo in Italia a organizzare le proprie compagnie di fanti secondo il modello dei lanzichenecchi tedeschi; inoltre, i suoi uomini sono armati con picche lunghe sette metri, più lunghe di quelle degli avversari. I picchieri che miltano ai suoi ordini si presentano con una abbondante capigliatura che ricade sul collo, dando volutamente un’idea di incuria; i vestiti indossati sono semplici abiti da contadino. Le compagnie godono di ottima fama, in particolare per la loro fedeltà al capitano. Si tratta di un uomo d’azione di ribollente energia, acceso da furibonde passioni e da una spaventosa capacità d’ira, di violenza e di odio. Al riguardo di quest’ultimo stato d’animo, si racconta che un giorno, durante una spedizione contro i fiorentini, si sia gettato in ginocchio dinanzi al duca Valentino (Cesare Borgia), piangente, per supplicarlo a mani giunte di consentirgli di potersi vendicare degli avversari colpevoli di avere messo a morte il fratello Paolo. Figura complessa, gli stessi sentimenti li coltiva in breve tempo ai danni dello stesso Borgia. La crescente ambizione del duca Valentino, ed il timore di essere eliminato, lo spingono con altri condottieri a prendere parte alla cosiddetta “Congiura della Magione”. Segue una proposta di riconciliazione da parte pontiificia. Insieme con Oliverotto da Fermo, Vitellozzo (affetto dal mal francese) è l’ultimo, seppure a malincuore, ad accordarsi con il Borgia. Attirato con il compagno a Senigallia, il duca li fa imprigionare e mettere a morte. Entrambi sono strangolati da Michelotto Coreglia e da Marco Romano con una corda di violone. Muoiono (si dice) entrambi senza dignità: con Oliverotto, che scarica tutte le sue colpe sul cognato e Vitellozzo Vitelli che implora pietà e l’assoluzione del papa per i propri peccati. Il personaggio di Vitellozzo è stato inserito, insieme con quelli di Oliverotto da Fermo, di Cesare Borgia e di Michelotto Coreglia nel videogioco “Assassin’s Creed Brotherhood, prodotto dalla Ubisoft nel 2010.
Giulio Vitelli
| Date | 1458 – 1530 |
| Genitori | Figlio naturale di Niccolò |
| Fratelli | Camillo, Giovanni, Paolo, Vitellozzo |
| Figli | Tre figlie naturali |
| Nipoti | Vitello e Giovanni |
Nelle famiglie signorili del Medio Evo e del Rinascimento è consuetudine che i figli legittimi siano destinati al mestiere delle armi, mentre a quelli naturali (i bastardi) venga prospettata la carriera ecclesiastica. Di questi ultimi, non tutti accettano supinamente tale sorte preferendo seguire la propria inclinazione guerresca e di darsi alla ventura. E’ il caso a Padova con i carraresi (Conte da Carrara) e nella campagna romana con i Colonna (Ludovico). Giulio Vitelli rappresenta sia l’anima ecclesiastica, che lo spirito bellicoso della sua stirpe. Nominato vescovo di Città di Castello nel 1499 dal papa Alessandro VI, nei suoi primi anni, oltre che della sua attività legata alla vita religiosa, si occupa anche del governo cittadino durante le frequenti assenze dei fratelli (impegnati nelle loro condotte) da Città di Castello. In odio ai fiorentini, che hanno giustiziato il fratello Paolo, affianca il fratello Vitellozzo nella sua spedizione in Toscana alla testa di 150 preti armati a cavallo e di 300 archibugieri. L’anno seguente (1503) suoi nemici divengono i pontifici di Cesare Borgia, che hanno fatto strangolare, tramite le mani di Michelotto Coreglia, lo stesso Vitellozzo. E’ costretto a fuggire da Città di Castello travestito da soldato; si trasferisce Venezia ove cerca protezione dalla Serenissima. Reintegrato nel vescovado alla morte del papa Alessandro VI, Giulio Vitelli continua sempre a dedicarsi, con varia fortuna, al mestiere delle armi. Serve Giulio II e con Leone X è spinto ad abbandonare il seggio episcopale per divenire commissario apostolico. Muore nel 1530; è sepolto nella cattedrale di San Florido senza iscrizioni, quasi a voler celare nel silenzio una vita trascorsa più nel fragore dei cannoni che nel raccoglimento della preghiera.
Dopo il disastro di Senigallia e le esecuzioni ordinate dai fiorentini e da Cesare Borgia, i Vitelli sanno rialzarsi grazie alla determinazione di una nuova generazione di figli, spesso naturali, che portano il nome della famiglia al servizio dell’impero, dei Medici duchi di Toscana e del re di Francia.
Alessandro Vitelli
| Date | 1500 – febbraio 1554 |
| Genitori | Figlio naturale di Paolo |
| Fratelli | Niccolò. Cugino di Giovanni, Chiappino (1) e Vitello |
| Moglie | Angela dei Rossi (sposata nel 1530) |
| Figli | Paolo e Vincenzo |
Capitano esperto, bellicoso, valoroso, sagace. Non mancano gli elogi sulle sue capacità di condottiero da parte dei commentatori; nello stesso tempo, da molti di costoro, sono messe in evidenza altre doti, non propriamente positive, come la sua avidità per il denaro ed una moralità molto dubbia. Alessandro Vitelli è una figura dominante della famiglia nella prima metà del XVI secolo. Inizia la sua carriera nelle leggendarie Bande Nere di Giovanni dei Medici, rimanendo ferito ad una gamba da un colpo di archibugio nel 1526 in uno scontro a Milano. La sua vita è caratterizzata da un opportunismo pragmatico: milita agli stipendi dei pontifici e poi, senza problemi, nel campo avverso degli imperiali. Il suo intervento nella battaglia di Gavinana (1530) risulta decisivo, riuscendo a sgominare la retroguardia fiorentina comandata da Giampaolo di Ceri e, quindi, ad indurre alla resa Francesco Ferrucci. Divenuto il “braccio destro” del duca di Firenze Alessandro dei Medici, supervisiona la costruzione della Fortezza da Basso e, secondo alcune fonti, orchestra l’assassinio del cardinale Ippolito dei Medici tramite veleno. Nel 1537, alla morte del duca Alessandro, entra in Firenze per proteggere gli interessi medicei; non manca di mettere a sacco la casa dell’uccisore Lorenzino dei Medici e perfino quella di Cosimo dei Medici. Nel 1537 combatte i fuoriusciti di Firenze; con la vittoria di Montemurlo ottiene la resa dei due principali oppositori al regime mediceo, Baccio Valori e Filippo Strozzi. Con entrambi è stato legato da profonda amicizia nel passato. Promette loro la vita. Consegna il primo al giovane duca di Firenze, Cosimo dei Medici: e costui viene subito decapitato. Filippo Strozzi gli consegna una grossa somma di denaro per potere sopravvivere. Rifiuta inizialmente di rilasciarlo in potere del duca in quanto pretende una forte taglia, si dice di 80000 ducati. Gli imperiali lo convincono, alfine, a cedere dietro la consegna di 25000 ducati ed il feudo di Amatrice nel regno di Napoli. Lo Strozzi morirà in prigione l’anno seguente, non si sa se suicida o per mano di alcuni sicari. In ogni caso l’esoso comportamento tenuto da Alessandro Vitelli nella circostanza gli aliena l’animo del duca. Passa così agli stipendi degli imperiali, che utilizzano il suo operato in Austria ed in Ungheria contro i turchi ed in Germania contro le truppe della lega protestante. Muore nel 1554, ricordato come ottimo capitano dal punto di vista militare, venale e spietato da quello umano.
Vitello Vitelli
| Date | 1480 – maggio 1528 |
| Genitori | Figlio naturale di Camillo |
| Cugini | Giovanni, Chiappino (I) ed Alessandro |
| Moglie | Angela dei Rossi |
| Figli | Camillo |
Definito dal Guicciardini come “pragmatico e prudente”, si rivela un uomo di grande abilità, considerato in Città di Castello come il principale personaggio della comunità locale, il vero arbitro degli affari cittadini. Appartenente alla seconda generazione dei Vitelli capitani, non gli viene mai meno l’antico spirito della “ventura”, pur in un contesto differente da quello vissuto dal padre Camillo e dagli altri figli di Niccolò. Vitello Vitelli vive nelle armi e in esse trova la sua ragion di vita; il suo mondo è dato dai campi di battaglia che lo vedono nel tempo, comprimario o protagonista, a favore di veneziani, sforzeschi, pontifici e fiorentini. Combatte nel regno di Napoli contro gli imperiali agli ordini del Lautrec. Muore di peste a metà maggio del 1528 all’assedio del capoluogo. La giovane moglie Angela dei Rossi, pur di difendere la contea di Montone dalle pretese di alcuni congiunti a favore del figlio di pochi mesi Camillo, sposa in seconde nozze il cugino di Vitello, Alessandro. Con la sua morte Città di Castello ritorna sotto l’orbita dello stato della Chiesa. Nel 1551 il tipografo Lorenzo Torrentini pubblica a Firenze una raccolta di lettere dirette a Vitello. Le 95 missive, datate tra il 1522 ed il 1528, documentano i rapporti del destinatario con interlocutori illustri come il doge di Genova, il duca di Milano, gli Otto di Pratica di Firenze ed il marchese di Mantova Federico Gonzaga. Tutti si rivolgono al condottiero con espressioni rispettose e familiari al tempo stesso.
Niccolò Vitelli
| Date | 1496 – 1529 |
| Genitori | Figlio naturale di Paolo |
| Fratelli | Alessandro |
| Moglie | Gentilina degli Ermanni |
| Figli | Chiappino e Giovanni |
Il secondo Niccolò della casata, fratello di Alessandro, unisce la carriera delle armi ad una spiccata curiosità intellettuale. Attivo tra il 1496 e il 1529, milita al servizio di veneziani e pontifici. Come condottiero, contradditorio è il giudizio sul suo operato: chi lo giudica come valido capitano e chi, come il veneziano Sanudo “giovanoto inesperto”. Autore di una storia sulla guerra di Urbino e traduttore di trattati latini di agricoltura, Niccolò incarna l’ideale dell’uomo rinascimentale colto e guerriero. La sua fine è cupa (almeno così dice la leggenda): uccide la moglie Gentilina degli Ermanni in una stalla per gelosia, per venire a sua volta assassinato l’anno seguente da Niccolò Bracciolini, amante della donna. Quest’ultimo omicidio, vero, innesca una delle vendette più famose della famiglia, portata a compimento dal figlio Chiappino e dal congiunto Paolo molti anni dopo, nel 1542.
Con la terza generazione, l’influenza dei Vitelli supera le frontiere e li vede protagonisti della politica imperiale e spagnola in Europa e nel Mediterraneo.
Chiappino Vitelli (Gianluigi Vitelli)
| Date | 1519 – luglio 1575 |
| Genitori | Figlio di Niccolò |
| Fratelli | Giovanni |
| Moglie | Eleonora Cybo, vedova di Gianluigi Fieschi, ritiratasi dopo la morte del primo marito nel monastero fiorentino delle Murate |
| Figli | Faustina, moglie di Vincenzo |
Chiappino Vitelli è senza dubbio uno dei più illustri uomini d’arme del suo secolo. Seguendo la tradizione familiare, il Vitelli (detto Chiappino, ovvero “orso”) è avviato fin da giovane al mestiere delle armi insieme con il fratello Giovanni. Milita inizialmente agli ordini dello zio Alessandro Vitelli. Caratterizzato in età matura da una “monstrous corpulence”, che lo costringe ad indossare imbracature speciali per sostenere il peso del corpo, mantiene fino alla fine un’energia ed una lucidità tattica fuori dal comune. Dopo aver vendicato il padre uccidendo Niccolò Bracciolini, passa al servizio del duca di Firenze Cosimo I dei Medici, di cui diviene uno dei suoi uomini di fiducia, estraneo alle logiche della politica fiorentina. Affronta i corsari barbareschi come il Barbarossa e Dragut alla difesa delle coste toscane; prende parte alla guerra di Siena distinguendosi nella battaglia di Marciano in cui viene disfatto Piero Strozzi (1554). La sua fama si espande anche in Europa allorché viene inviato nelle Fiandre al seguito del duca d’Alba. Vi si distingue per la conquista di Mons: durante le operazioni di assedio rimane ferito ad una gamba da un coilpo di archibugio. Non cede al dolore e continua a comandare i suoi uomini da una sedia, dimostrando una straordinaria capacità di adattarsi a quel difficile momento, che gli guadagna il rispetto anche dei nemici ugonotti e olandesi. Uomo colto per avere studiato il greco, il latino e la matematica sotto la guida di Tommaso Gnotti di Città di Castello, futuro frate cappuccino e generale di tale ordine, diviene uno dei massimi esperti di architettura militare del suo tempo. Ammalatosi (luglio 1575), si imbarca su un vascello per farsi curare ad Anversa. Muore durante il viaggio. Alcuni cronisti, invece, lo ritengono vittima di qualche capitano spagnolo che, geloso della sua fama, lo fa cadere dalla sua sedia (data la corpulenza è costretto a seguire in tal modo le operazioni) in una profonda trincea in un momento in cui sta controllando alcune fortificazioni. Il suo cadavere è portato ad Anversa dove gli sono dedicate solenni esequie. Il cuore del condottiero è deposto in tale città; la salma, imbalsamata, è inviata a Città di Castello per essere tumulata nella chiesa di San Francesco.
Paolo Vitelli
| Date | 1519 – Febbraio 1574 |
| Genitori | Figlio di Alessandro |
| Moglie | Chiara Savelli, figlia di Giovambattista Savelli |
| Fratelli |
Famoso capitano al servizio dei duchi di Parma e Piacenza Orazio ed Alessandro Farnese e degli spagnoli. Paolo Vitelli prende parte alla difesa di Mirandola ed alla guerra di Siena, dove rimane gravemente ferito al braccio sinistro durante l’assedio di Montalcino. Alla morte del papa Paolo IV si collega con Chiappino Vitelli (agosto 1559) per riconquistare l’avita terra di Montone, al momento controllata dai pontifici. Agli ordini di Alessandro Farnese si fa valere per il suo valore nella battaglia navale di Lepanto contro i turchi. Muore a Parma nel febbraio 1574. Fa costruire a Città di Castello una nuova residenza nel rione di Sant’Egidio, che supera, per magnificenza e stile, gli altri due palazzi realizzati in città dai Vitelli. Si narra che sia stato proprio Paolo Vitelli a realizzare il progetto del palazzo che presenta varie incongruenze. All’esecuzione dell’opera hanno concorso vari artisti tra cui Giorgio Vasari. Il salone principale è abbellito con scene delle vittorie militari della famiglia Vitelli, mentre la cappella presenta pitture con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Vincenzo Vitelli
| Date | † 1583 |
| Genitori | Alessandro |
| Moglie | Faustina Vitelli, figlia naturale di Chiappino Vitelli |
Vincenzo Vitelli risulta uno degli ultimi grandi condottieri della stirpe a operare su scala mediterranea. Si distingue nella difesa di Malta contro i turchi nel 1565 e, come comandante della fanteria pontificia, partecipa alla battaglia di Lepanto nel 1571. Nonostante la sua brillante carriera, Vincenzo mantiene lo spirito irrequieto dei suoi antenati: nel 1572 cerca di recuperare con le armi il marchesato di Citerna entrando in rotta di collisione con il papa Gregorio XIII. Sottoposto a processo, alla fine viene assolto. La sua fine è violenta come quella di alcuni suoi congiunti: é assassinato nottetempo nei pressi di Roma da Ludovico Colonna, a colpi di archibugio e di pugnale, alla calata di Monte Cavallo.
Altri condottieri della casata
Chiappino Vitelli (Giovanni Luigi Vitelli)
Figlio di Giovanni e fratello di Giovanni. Valoroso condottiero. Dopo le usuali vicissitudini patite dalla sua famiglia alla morte di Vitellozzo Vitelli, trova un suo modo di distinguersi seguendo Bartolomeo d’Alviano nell’avventura volta a riportare i Medici alla signoria di Firenze. Condivide, successivamente, con il fratello Giovanni una condotta con i senesi per approdare, da ultimo, al servizio dei veneziani. Si distingue in varie occasioni, finché si ammala gravemente nel marzo 1511 a San Felice Panaro. Viene trasportato a Faenza, ove muore. Al suo capezzale è presente il fratello Giovanni. + 1511 (marzo)
GIOVANNI VITELLI
Figlio di Giovanni e fratello di Chiappino, Giovanni Vitelli si dimostra, fin dagli inizi, un valido condottiero. Costretto ad abbandonare Città di Castello alla morte di Vitellozzo Vitelli, affianca il cugino Vitello Vitelli nell’affrontare i pontifici di Cesare Borgia. Con il papa Giulio II passa agli stipendi dello stato della Chiesa; si segnala alla conquista di Bologna ai danni dei Bentivoglio. Più tardi è condotto dalla Serenissima per contrastare in Emilia ed in Romagna francesi ed estensi. L’ultima sua impresa lo vede impegnato contro i fiorentini. Nel maggio raccoglie 1000 fanti per i pontifici. Ammalatosi a Bologna, abbandona la città per ritirarsi a Città di Castello. Muore nei primi giorni di settembre ad Imola. I funerali sono solenni con la presenza del vessillo di Città di Castello e di 24 torce. E’ sepolto in tale città. +1512 (settembre)
Giovanni Vitelli
Figlio di Niccolò e fratello del più noto Chiappino, gli inizi della sua carriera lo vedono ventenne al servizio dei pontifici. Se ne perdono le tracce per un’altra ventina d’anni per ricomparire come condottiero agli stipendi di fiorentini (contro i turchi), degli imperiali (in Germania per affrontare le truppe della lega protestante) ed all’assedio di Mirandola. Segue un improvviso cambiamento di rotta coin la sua militanza a favore dei francesi nella guerra di Siena. Si segnala alla difesa di Montalcino ed alla guardia di Siena. Ritornato alla custodia di Montalcino, vi viene ferito mortalmente. Muore nel 1554
Camillo Vitelli
Figlio di Vitello, Camillo Vitelli riesce a conservare il feudo di Montone solo perché la madre Angela dei Rossi trova in Alessandro Vitelli, divenendone moglie, un difensore dei suoi diritti. Combatte inizialmente ndella guerra di Siena agli stipendi del duca di Firenze Cosimo dei Medici. Presto diserta nel campo avversario perché allettato da una maggiore provvigione e da una maggiore condotta. Passa il resto della sua vita al servizio dei francesi, in Toscana prima ed in Francia poi. Dopo la sconfitta di San Quintino cerca di rientrare in Italia. Muore di febbre durante il viaggio. 1528-1557
I Vitelli rimangono sempre ancorati al primato militare. Anche i loro splendidi palazzi, come quelli costruiti da Alessandro e Paolo a Città di Castello, non sono solo residenze principesche, ma monumenti alla gloria delle armi, con affreschi che celebrano le vittorie sui campi di battaglia, piuttosto che allegorie mitologiche.





