Sangue e Potere a Perugia: La Saga dei Fortebracci di Montone
Genesi e ascesa di una dinastia di guerrieri
I primi segnali dell’esistenza della famiglia Fortebracci (questo è il vero nome della casata) datano all’anno 1200, allorché due fratelli (Fortebraccio ed Oddone) chiedono la cittadinanza al comune di Perugia. Nell’accettare la domanda, le autorità addette nominano costoro cavalieri assieme con tutti gli altri membri della casata. Fin qui l’inizio. Nel panorama frastagliato e violento dell’Italia tardo-medievale e rinascimentale, poche consorterie familiari hanno saputo incarnare lo spirito del condottierismo, e la sua evoluzione, con la stessa incisività politica e militare dei Fortebracci. L’analisi delle fonti storiografiche permette di ricostruire l’evoluzione che tocca il mestiere delle armi nella penisola: si passa, infatti, con il trascorrere del tempo, ed il rafforzamento degli stati regionali, dalla fase comunale del Trecento, dominata da figure di magistrati-guerrieri come i podestà ed i capitani del popolo, alle girovaghe compagnie di ventura che caratterizzano gran parte del Quattrocento con rapine, scorrerie ed assedi, più che con battaglie in campo aperto. Con il passare del tempo ed il rafforzamento degli stati regionali, si fa sempre più difficile per il condottiero la possibilità di farsi signore di qualche località. Viene allora gradualmente accettata la prospettiva di far parte di eserciti permanenti in cui, in cambio del servizio, è prevista la concessione di feudi e di altre prebende.
La storia della famiglia Fortebracci nasce nel borgo di Montone, situato nell’alta Umbria, vicino alla ricca città di Perugia. È in questo teatro geografico che si consuma la sua identificazione con il nome della località di provenienza, il castello di Montone. Per la loro condizione nobiliare i Fortebracci si trovano necessariamente coinvolti nelle faide intestine che si svolgono in Perugia tra le fazioni dei Beccherini (nobili) e quella dei Raspanti (popolani). Con la sconfitta della propria fazione, la casata non scompare ma presenta, grazie a Braccio di Montone, una notevole resilienza espressa nella grande capacità di affrontare e superare eventi traumatici come l’esilio e la confisca dei beni. Opera di Braccio è anche la creazione di una scuola di guerra (la braccesca) fondata sulla manovra rapida e sull’aggressività delle fanterie, in contrapposizione alla scuola sforzesca di Muzio Attendolo Sforza. La casata, nei suoi membri, si rivela spesso abile a sopravvivere ad esilii, a confische, a disastri militari, rigenerandosi costantemente attraverso il servizio mercenario. Il presente rapporto monografico analizza le vite e le opere di dieci esponenti chiave della famiglia. Con l’esame delle loro gesta, si delinea una parabola che tocca più di due secoli di storia italiana, segnata ora da alleanze, ora da scontri con dinastie finitime come i Montefeltro di Urbino, i Malatesta di Rimini e i da Varano di Camerino, sempre coinvolti come protagonisti in conflitti endemici interessanti lo stato della Chiesa ed altri stati regionali.
I MAGISTRATI E GLI UOMINI D’ARME
1. Francesco di Montone (Francesco Fortebracci), 1308 – 1355 ca.
Le radici della potenza dei Fortebracci affondano saldamente nel XIV secolo. La figura di Francesco di Montone, attivo nella prima metà del Trecento, rappresenta l’archetipo del nobile funzionario, il cui prestigio personale funge da garanzia per l’amministrazione della giustizia e del comando in importanti comuni distanti dalla sua terra d’origine (Siena, Firenze ed Orvieto). Dalle fonti emerge un quadro in cui l’attività militare di Francesco è legata a incarichi di natura civile e politica, in particolare al ruolo di podestà. Questa carica nell’Italia comunale del periodo era affidata per brevi periodi, in genere un semestre, a forestieri esperti in diritto ed armi allo scopo di gestire in un Comune l’amministrazione, la giustizia ed il comando militare; il mandato, al suo termine, era sempre soggetto a sindacato finale. Tali magistrati erano provenienti da altre città (dello stesso colore politico, guelfo o ghibellino che sia) allo scopo di garantire l’imparzialità e il non coinvolgimento nelle lotte tra le famiglie cittadine: l’essere scelti a ricoprire tale incarico dimostra che, già agli inizi del XIV secolo, i Fortebracci godono di una reputazione consolidata che va ben oltre i confini del perugino. Francesco di Montone muore verso il 1355.
2. Oddo di Montone (Oddo Fortebracci – Il Vecchio), m. 1392
Ottimo soldato e valido giureconsulto, è additato come uomo di carattere altero ed impetuoso. Con Oddo di Montone la narrazione storica della casata abbandona le vesti prettamente amministrative per indossare quelle più marziali legate alle lotte di fazione. Oddo è il catalizzatore delle sventure e delle ambizioni che forgiano il figlio, il celebre Braccio. La sua biografia è una testimonianza cruda della violenza politica che dilania Perugia nella seconda metà del Trecento. Nella prima fase della sua vita, Oddo segue le orme dell’avo Francesco, esportando le proprie competenze di comando e di giureconsulto in Toscana. Nel 1372 è segnalato a Firenze investito della carica di capitano del popolo. E’ questa una magistratura istituita nel Comune per bilanciare il potere dei nobili attraverso il comando di milizie armate. Tale nuovo ruolo, che spesso si contrappone a quello del podestà, rivela non tanto una maturazione delle competenze militari della famiglia, quanto il passaggio da una magistratura al di sopra delle parti ad una che difende gli interessi di una fazione cittadina: nel caso concreto il partito nobiliare in contrapposizione a quello cosiddetto popolare (la borghesia). Per Oddo il legame con la terra di Montone si rafforza nel 1377, quando gli è affidato il compito dai perugini, che controllano la località, di seguire i lavori relativi alla ricostruzione ed al rafforzamento della rocca locale. La sua carriera subisce, tuttavia, una svolta drammatica l’anno seguente con il violento scontro, avvenuto in Montone, con la famiglia rivale degli Olivi.
In risposta a questi disordini, Palla Strozzi, allora capitano del popolo di Perugia, emana un bando contro Oddo, esiliandolo da Montone; già altre volte Oddo di Montone ha dovuto subire la stessa pena per numerosi atti di violenza. La gestione di questo esilio rivela l’esistenza di una complessa rete di solidarietà nobiliare a suo favore: il bando è revocato dopo pochi mesi grazie all’intervento dei magistrati perugini e, soprattutto, alla garanzia prestata dal cognato Tiveri da Montemelini. Lo scotto per Oddo è il pagamento al comune di 500 fiorini diretti alla riparazione della stessa rocca di Montone da lui fortificata l’anno precedente. Nel 1381 la polarizzazione politica a Perugia, tra il partito nobiliare (cui appartiene Oddo) e quello popolare, raggiunge il punto di rottura. Nel gennaio 1382 si arriva alla sua dichiarazione ufficiale come ribelle ed alla confisca totale dei beni. La sua morte, avvenuta nel 1392, lascia in eredità al figlio Braccio non ricchezze, ma un titolo di ribelle e una rete di alleanze nobiliari cementate nel sangue dell’esilio.
3. Braccio di Montone (Andrea Fortebracci), 1368 – 1424
Scrive R. Valentini nel “Dizionario Biografico degli Italiani” “Braccio è figura di alto rilievo nella storia italiana del sec. XV. E se il suo stato, mancata la virtù che lo aveva unito, si dissolse con la sua morte, di Braccio restò una scuola d’arte bellica che da lui prese il nome e ne continuò le gesta.” “Il maggior generale d’Armata che allora avesse l’Italia” sottolinea nel XVIII secolo L.A. Muratori; ed ancora nel XIX, il Sismondi “Egli conosceva e prevedeva tutti i movimenti dei suoi nemici mentre che i suoi erano da loro ignoti; pareva ch’egli tutto vedesse senza essere veduto”. “La vicenda di Braccio appare segnata da disgrazie e fallimenti, tanto da dare alla sua figura un carattere oscuro e maledetto, che per giunta si sarebbe riprodotto nella vicenda umana dei suoi successori, gravando il nome dei “bracceschi” di un misterioso alone di sventura.” Tanzini. Chiari, in questo caso, sono i riferimenti alle vicende successive del nipote Niccolò Fortebraccio ed a quelle dei figli Oddo e Carlo, nonché al figlio di quest’ultimo Bernardino. Nella scheda di tale condottiero, riportata nel presente sito, vi sono ben 115 citazioni di autori diversi che elogiano o criticano l’operato di Braccio di Montone.
Dalla loro lettura risulta che più del 60% di tali autori, 76 per l’esattezza, tratta il condottiero in modo elogiativo, lo considera uomo valoroso, audace, di grande fama; circa il 20%, 23, ne decantano le doti militari per il rinovamento da lui portato all’arte della guerra (spesso esaminato in contrapposizione con le strategie del suo rivale Muzio Attendolo Sforza); 18, concentrano la loro attenzione sul suo comportamento talora contrassegnato da atti di crudeltà gratuita; 14, ancora, si focalizzano su altri aspetti della sua personalità come l’ambizione, la cupidità di denaro, di gloria e di potere. Altri giudizi, da ultimo, 5 entrambi, riguardano il suo ateismo e l’amore che gli portano i soldati delle sue compagnie. Dall’insieme delle valutazioni, il numero maggiore si sofferma ovviamente sulle sue qualità di guerriero, come il valore e la fama; viceversa, rispetto a tanti altri condottieri del suo tempo, è messo a fuoco un aspetto che va oltre il valore personale, vale a dire il suo apporto alle strategie guerriere del secolo XV.
Braccio è innanzitutto un ideatore di nuove tattiche di combattimento, che prevedono sempre un importante ruolo per la cavalleria pesante, ma anche l’affiancamento a questa arma, di piccole squadre di fanteria mobile, armate alla leggera con scudo e spada, che si alternano nel corso della battaglia, frastornando con la loro azione il nemico e privandolo di punti di riferimento. Ne viene che Braccio non è solo il membro più illustre della sua casata, ma un personaggio che ridefinisce il modo di combattere agli inizi del Rinascimento. La sua è l’epopea di un uomo che, partendo dal’indigenza dell’esilio, giunge a controllare gran parte dell’Italia centrale, sfidando apertamente il potere temporale dei papi. A differenza di tanti altri capitani del tempo, il cui unico scopo è la rapina e la ricerca di bottino, Braccio si presenta soprattutto come un mercenario legato da un amore viscerale alla sua città (Perugia), oggetto permanente della sua ambizione. Braccio, agli inizi della sua carriera, non eredita un esercito, la sua prima compagnia è di soli 9 cavalli. Fa tanta gavetta. Nei suoi primi anni, inoltre, paga un prezzo fisico altissimo, con ferite gravi al petto ed alla nuca, inclusa una lesione che gli lascia un’invalidità permanente al piede sinistro. La sua ascesa è lenta e, come è stato anticipato in precedenza, è contrassegnata da momenti di crisi profonda e da risalite spettacolari. Nella scheda biografica del sito sono evidenziate in dettaglio tutte le sue imprese. 1368 (luglio) – 1424 (giugno)
4. NICCOLO’ FORTEBRACCIO (Niccolò della Stella), 1389 – 1435
Se Braccio incarna la grandezza strategica della casata, il nipote Niccolò Fortebraccio (figlio della sorella Stella e di un gentiluomo di Sant’Angelo in Vado) ne rappresenta il lato più feroce e predatorio. Noto anche come Niccolò della Stella, la sua carriera è tutto un susseguirsi di guerre spregiudicate e di atti di estrema crudeltà. Seppure considerato come condottiero valoroso ed intrepido nella sventura, lascia soprattutto di sé l’immagine di personaggio sinistro: superbo, assassino, crudele, senza pietà, bestiale, sono gli appellativi comuni che contrassegnano la sua personalità. Per Giovanni Cavalcanti è un condottiero che ama più la “fatica per il male, più che il riposo per il bene.” Il suo ego, da tante descrizioni, sembra essere soddisfatto solo con le scorrerie, con il saccheggio, con castelli e borghi dati alle fiamme. Anche nella morte vuole imitare lo zio Braccio di Montone; da vinto, con il silenzio, non vuole dare alcuna soddisfazione ai suoi vincitori. Ferito da un colpo di spada tra il naso e le guance, resta immobile e non permette a nessuno di prestargli soccorso. Muore dopo due/tre ore, pieno di rabbia e senza proferire parola come lo zio a seguito della sconfitta nella battaglia di L’Aquila. “Ambedue valorosi ed intrepidi, ambedue occuparono Roma, ambedue moriroo scomunicati dal Papa,senza avere eredi, ai quali trasmettere il proprio valore o dominio”. ASCANI Si racconta che il cadavere di Niccolò Fortebraccio sia stato fatto a pezzi dai fuoriusciti perugini e messi, successivamente, in un sacco. 1389 – 1435 (agosto)
5. Oddo di Montone (Oddo Fortebracci – Il Giovane), 1409 – 1425
La figura di Oddo di Montone (il Giovane), figlio naturale di Braccio da Montone, illustra la fragilità degli stati creati dai condottieri, entità effimere tenute insieme solo dal carisma del fondatore. Alla morte di Braccio nel giugno 1424, Oddo acclamato signore di Perugia e di Assisi, tenta disperatamente di mantenere la coesione del dominio paterno con l’ausilio di un consiglio di nobili. La pressione militare dello stato della Chiesa e la debolezza politica interna rendono subito insostenibile la sua posizione, cosicché è costretto a consegnare le chiavi di Perugia all’esercito pontificio dopo appena un mese di governo. Ritiratosi nella roccaforte di Montone, Oddo torna alla professione mercenaria venendo immediatamente ingaggiato da Firenze come capitano generale (agosto) allo scopo di operare congiuntamente con Niccolò Piccinino. La sua fine giunge presto nel febbraio dell’anno seguente durante una campagna invernale in Romagna nella Val di Lamone. Assediati i castelli di Tredozio e di Rocca San Casciano, la sua colonna cadde in una violenta imboscata tesa dagli abitanti di Marradi e dalle truppe viscontee. Oddo combatte con valore per essere, alla fine, sopraffatto ed ucciso. Cronache malevoli insinuano che, nell’occasione, il Piccinino abbia ritardato deliberatamente a soccorrerlo per gelosia di comando. 1409 (febbraio) – 1425 (agosto)
6. Carlo di Montone (Carlo Fortebracci), 1421 – 1479
“Ello ne la Militia è lo splendore” così celebra tale condottiero Cambino Aretino in un’ode in suo onore. Valoroso capitano, Carlo di Montone è un condottiero vecchio stile; sa tenere a freno il suoi uomini, ma sa, soprattutto, quanto siano per lui vitali i buoni rapporti con i veneziani. Il padre Braccio ed il fratello Oddo sono stati signori di Perugia: è questo il tarlo che lo spinge a ripetere la stessa impresa. I tempi sono cambiati ed il numero dei “bracceschi” nel capoluogo umbro non è molto elevato. Nel 1479 è coinvolto, sempre al servizio della Serenissima, nel conflitto che oppone in Toscana viscontei, veneziani, fiorentini contro aragonesi e pontifici. In tale campagna attua una manovra che ha tutte le modalità per risolversi in un’azione risolutrice. Penetra nel perugino, si accosta al capoluogo sperando sempre nei fautori della sua casata all’interno della città. In pochi giorni gli si arrendono senza colpo ferire una ventina di castelli. Distrugge mulini, case, palazzi, razzia bestiame, fa numerosi prigionieri “di taglia”. I suoi giorni sono però contati: la peste imperversa in Umbria. Rifugiatosi a Cortona per curarsi, vi muore a metà giugno. Si sostiene che sia stato avvelenato da un suo capitano, Andrea Corso, su istigazione dei pontifici dietro la promessa di 6000 ducati l’anno come stipendio in tempo di guerra e di 4000 in tempo di pace. Cinque anni dopo quest’ultimo condottiero milita per lo stato della Chiesa contro i fiorentini. Catturato dagli avversari a San Martino Delfico, appena fuori Perugia, è fatto impiccare dal figlio di Carlo, Bernardino di Montone, per vendicare la morte del padre. 1421 (settembre) – 1479 (giugno)
7. Braccio Vecchio di Montone, m. 1467
Figlio di Niccolò Fortebraccio, Braccio Vecchio di Montone porta avanti la tradizione mercenaria in un’epoca di transizione che vede , lentamente, il passaggio dalle compagnie di ventura alla creazione, da parte degli stati regionali (Milano, Venezia, Regno di Napoli), di un vero e proprio esercito permanente. La sua biografia è la cartina di tornasole dei tanti conflitti che affliggono l’italia nel Quattrocento: nel 1447 combatte per i fiorentini; tra il 1448 ed il 1452 passa al servizio dei veneziani operando spesso con il cugino Carlo di Montone. Nel 1460 lo troviamo in Romagna e negli Abruzzi al servizio del principe di Rossano Marino di Marzano, alleato con il pretendente al regno di Napoli Giovanni d’Angiò. Combatte gli aragonesi del re Ferrante, prende parte alla battaglia di San Flaviano. Rientrato agli stipendi della Serenissima, il suo destino si compie nel 1467 alla battaglia della Molinella (o della Riccardina), celebre perché in essa vengono utilizzati, per la prima volta in Italia, i pezzi d’artiglieria come arma per colpire gli avversari e non più solamente per battere le mura di un castelllo o di una città. Agli ordini di Bartolomeo Colleoni, Braccio Vecchio è colpito mortalmente da un giavellotto che gli trapassa l’omero. Muore nel luglio 1467
8. Bernardino di Montone (Bernardino Fortebracci), 1441 – 1531
Capitano valoroso, noto soprattutto per la sua fedeltà alla repubblica di San Marco; amato e stimato dai suoi uomini. Ha l’occasione di mettere in mostra le proprie capacità nelle guerre condotte in Italia dal re di Francia Carlo VIII per la conquista del Regno di Napoli. Bernardino di Montone, figlio di Carlo, prende parte alla battaglia di Fornovo ove ha il comando della seconda ondata dell’esercito della Lega Italica. Gettatosi nella mischia, presto si trova isolato in mezzo alle truppe francesi perché gli stradiotti (la cavalleria leggera veneziana) rompe le file per scagliarsi sui carriaggi, lasciati bene in vista dai nemici in ritirata. Non intervengono a sostegno del Montone neppure le truppe di riserva. Percosso più volte da colpi di mazza ferrata e di lancia, per un totale di dodici ferite (sette alla testa, tre alla gola e due alle spalle) viene disarcionato dalla sua cavalcatura. Molti sono i morti tra gli uomini d’arme della sua compagnia. Un suo soldato lo trascina in un fosssato e lo nasconde tra la vegetazione salvandogli la vita. E’ curato a Parma (Fornovo è nei pressi di tale località) a spese della Serenissima, che vi invia per assisterlo alcuni chirurghi da Padova, da Verona e da Bologna. Gli sono levati dalla testa tre frammenti di ossa, cosicché ora parte della calotta cranica resta scoperta. Ristabilitosi, ritorna al servizio dopo quasi un anno. I veneziani continuano ad usufruire della sua esperienza e del suo valore con importanti incarichi di comando. Bernardino di Montone, però, non è più il condottiero di un tempo. Venezia lo onora con l’investitura a cavaliere per mano del doge Leonardo Loredan. Conclude la sua vita a Padova dove muore all’età di novant’anni. 1441 – 1531 (maggio)
9. Braccio di Montone (Braccio di Perugia – Il Giovane), m. 1525 ca.
Fratello di Bernardino, questo secondo Braccio di Montone opera spesso all’ombra del fratello maggiore senza avere il medesimo risalto. Ne segue le orme fino a militare anch’egli per i veneziani. Negli ultimi anni della sua lunga carriera gli è affidata la custodia del castello di Padova. Mantiene tale ruolo fino al 1517, quando viene sostituito a causa dell’età avanzata. Muore nel 1525, dopo aver espresso un ultimo sussulto d’orgoglio chiedendo invano di tornare a combattere contro gli imperiali. +1525
10. Carlo di Montone (Figlio di Bernardino), m. 1513
L’ultimo personaggio della casata è Carlo di Montone, figlio di Bernardino. Egli rappresenta la terza generazione dei da Montone al servizio dei veneziani. La sua attività è breve e si svolge in pochi anni, dal 1508 al 1513 . Un aneddoto relativo all’ottobre di quest’ultimo anno ne rivela lo spirito cavalleresco. Nella basilica di Sant’Antonio di Padova sono sorteggiati, tra i vari condottieri, i posti di prima fila per affrontare gli imperiali nei previsti prossimi combattimenti. E’ scelto il suo nominativo per condurre il primo assalto. Pur di non cedere tale onore, rifiuta l’offerta di 500 ducati da parte di Giulio Manfrone, e quella di 600 propostagli da Pietro da Longhena, che vorrebbero entrambi sostituirlo in tale compito. Nello stesso mese, agli ordini di Bartolomeo d’Alviano, prende parte alla battaglia di Creazzo. Rimane ucciso in combattimento: secondo una fonte, dopo essere stato colpito al collo da un colpo di lancia ed al fianco da una palla di archibugio. Per altre fonti viene invece fatto prigioniero da uno spagnolo nel corso dello scontro; intervengono alcuni tedeschi per reclamarne a loro volta la cattura (e quindi il relativo riscatto). E’ ucciso da questi ultimi durante la successiva rissa. + 1513 (ottobre)






