IL CONTESTO STORICO E LE ORIGINI DELLA POTENZA MILITARE
La Romagna del Medioevo e del Rinascimento è una terra di confine, dove l’autorità del papato si scontra con il particolarismo signorile che prevale in molti centri della regione: ne sono un esempio Ravenna con i da Polenta, Faenza con i Manfredi, Imola con gli Alidosi, Rimini con i Malatesta, Forlì, alfine, con gli Ordelaffi. La sovranità di quest’ultima casata su Forlì si rivela come un’importante esperienza di governo autonomo, contraddistinta, agli inizi, dalla lotta per la sopravvivenza contro lo stato della Chiesa e da un forte legame con la fazione ghibellina. L’affermazione degli Orledaffi, come potenza regionale, è il risultato di un’erosione graduale delle istituzioni comunali, accelerata dalla necessità di leadership militare in un periodo di caos. Gli Ordelaffi dominano in Forlì ed in parte della Romagna, con periodi di interruzione e riconquista della signoria, dal tardo Duecento alla fine del Quattrocento.
Come i Baglioni di Perugia o i Gonzaga di Mantova, gli Ordelaffi incarnano il signore-guerriero italiano. La loro egemonia non è mai acquisita, ma conquistata quotidianamente con le armi e difesa al suo interno con il veleno o con il pugnale. La loro storia si intreccia con alleanze strategiche — Impero, Visconti, Venezia — e faide interne che assumono sovente toni tragici.
In una Romagna lacerata dalla lotta tra guelfi e ghibellini, gli Ordelaffi si distinguono come imprenditori della guerra. I loro membri sono governanti e condottieri, le cui campagne militari finanziano nella città fortificazioni come la rocca di Ravaldino. Il prezzo è alto: la genealogia familiare è segnata dalla violenza fratricida, un virus endemico che infetta ogni generazione fino alla scomparsa della casata.
L’ascesa degli Ordelaffi va compresa attraverso la guerra permanente esistente nel periodo in Italia. Trasformano Forlì in un bastione ghibellino, sfidando papi e legati con ferocia che sfiora l’eresia. Da Scarpetta a Francesco “il Grande”, da Pino III ad Antonio Maria, la loro storia è quella di una dinastia che preferisce bruciare nel fuoco della guerra piuttosto che spegnersi nell’obbedienza.
I PROTAGONISTI
SCARPETTA ORDELAFFI
1260 ca.-1315. Fratello di Francesco I/Cecco I e di Sinibaldo I. Signore di Forlì dal 1295 al 1315. “Uomo gentile e temperato”, così Dino Compagni lo definisce nella cua “Cronica”. Subentra a Maghinardo da Susinana sia nella signoria della città, sia come punto di riferimento delle forze ghibelline romagnole e toscane. Scarpetta emerge come fondatore della potenza militare della sua casata ed uomo abile nel tessere alleanze oltre le mura cittadine. Nominato capitano generale dei ghibellini romagnoli, con Uguccione della Faggiuola ed il signore di Urbino Federico da Montefeltro conduce numerose campagne contro fiorentini, angioini e guelfi romagnoli. Dopo la sua cattura da parte degli avversari e la successiva liberazione dalla prigione di Castrocaro, di cui signore è Fulceri da Calboli, il suo ruolo in Forlì diventa marginale. Ufficialmente rimane sempre signore. Il governo è coperto di fatto dal fratello Cecco I, che assume la direzione della famiglia e della città accontentandosi, apparentemente, della sola carica di capitano del popolo. Scarpetta Ordelaffi resta nella storia per avere dato asilo a Dante Alighieri.
Signore di Bertinoro dal 1306 al 1310
FRANCESCO I/CECCO I ORDELAFFI
+ 1331 (agosto). Fratello di Scarpetta e di Sinibaldo I. Signore di Forlì dal 1315 al 1331. Succeduto al fratello, mostra in breve tempo le sue tendenze accentatrici. Si libera dei guelfi ocali, cancella le antiche costituzioni ed affida tutte le cariche pubbliche a ghibellini di provata fede. Tale evoluzione provoca la reazione dei guelfi romagnoli che, guidati dagli Orgogliosi, coadiuvati dai Manfredi di Faenza, tentano inutilmente di entrare in Forlì. Una analoga operazione si ripeterà alcuni anni dopo con lo stesso esito. Da ultimo, riprendono le lotte con i guelfi, coadiuvati ora dai pontifici. Nel luglio 1331 viene assalito in Forlì. Durante le operazioni di assedio, trascinato dal suo cavallo, cade a terra. Costretto a letto, prostrato per la perdita delle forze, muore dopo alcuni giorni. Gli succede il nipote Francesco II, figlio del fratello Sinibaldo I, che può considerarsi il vero fondatore della potenza della famiglia. Il caos politico dei primi anni del Trecento è, infatti, il terreno nel quale nascono le signorie, con il papato, ed i grandi stati come il ducato di Milano, o le repubbliche di Firenze e di Venezia, a rimescolare di tanto in tanto le carte.
SINIBALDO I ORDELAFFI
Fratello di Scarpetta e di Francesco I/Cecco I. Padre di Francesco II. Ghibellino, sposa una guelfa, Onestina da Calboli, sorella di Fulceri.
1310 ca.-1373 (ottobre). Figlio di Sinibaldo I. Sposa Cia degli Ubaldini (leggendaria figura di donna guerriera), padre di Ludovico I, di Sinibaldo II, di Teodorico e di Tebaldo I. Nipote di Fulceri da Calboli, genero di Giovanni degli Ubaldini. Detiene la signoria di Forlì dal 1331 al 1359. E’ la figura più potente della sua casata ed uno dei personaggi più celebri della Romagna del secolo XIV. Egli è il miglior esempio di come si possono violare i diritti dello stato della Chiesa. Valoroso condottiero, è ardito, impulsivo, ostinato nelle sue azioni. Le fonti guelfe lo definiscono perfido tiranno, senza fede e senza pietà. Altri, ancora, lo descrivono come amato dalla popolazione. Dotato di una personalità, che lo vede al tempo stesso crudele e straordinario, per decenni combatte tanto le forze pontificie che vogliono impadronirsi di Forlì e del suo territorio, quanto quelle dei vicini, come i Malatesta, con i quali la discordia non ha mai fine. Scomunicato più volte, gli è predicata contro, dal cardinale Egidio Albornoz, la crociata che prevedeva, per chi fosse stato pronto ad affrontarlo, particolari indulgenze ed il perdono, a pagamento, di peccati d’ogni tipo. Francesco II l’eretico, l’Anticristo, il demonio, non combatte una personale battaglia contro il cattolicesimo, ma contro le gerarchie ecclesiastiche, a partire dai semplici preti fino al vicario di Cristo in terra. Con la sua fine si chiude un’era, un’epoca in cui signori e condottieri amano ostentare l’appartenenza ad una fazione, sia essa ghibellina o guelfa.
LUDOVICO I ORDELAFFI
+ 1356. Figlio di Francesco II, Fratello di Sinibaldo II, Teodorico e Tebaldo I. Combatte i pontiificia fianco del padre.
1336-1386 (ottobre). Figlio di Francesco II. Sposa Paola Bianca Malatesta, figlia del signore di Fano Pandolfo Malatesta. Signore di Forlì dal 1376 fino alla morte. Signore molto amato dalla popolazione. Si tratta di un uomo allegro che promette con facilità, ma che non sempre mantiene gli impegni presi, molto orgoglioso, assai devoto; sa valorizzare i propri collaboratori. Tragica è la sua morte. Riceve a corte un famoso astrologo che, leggendo le sue congiunzioni astrali, gli rivela l’esistenza di una congiura ai suoi danni cui partecipano anche i nipoti Pino II e Cecco II. Costoro negano ogni cosa. Sono da lui creduti. Giorni dopo, Sinibaldo prende parte ad un convito; nottetempo i nipoti forzano la porta del suo palazzo; si fanno consegnare i contrassegni delle rocche cittadine e rinchiudono lo zio nella rocca di Ravaldino. Vittima della frettolosa ambizione delle nuove generazioni, viene ucciso, probabilmente per avvelenamento, dopo quasi un anno in cui è stato rinchiuso nello stesso castello.
1349-1399. Figlio di Ludovico I, fratello di Tebaldo I. Sposa Taddea Malatesta. E’ il rappresentante della famiglia Ordelaffi costretto a darsi “alla ventura”; un Ordelaffi che, nonostante i suoi numerosi tentativi, non riesce ad impadronirsi delal signoria di Forlì ai danni dei nipoti Cecco II e Pino II. Capitano di gran valore, è soprannominato “Giovanni senza paura”. Incarna il tipico condottiero del suo tempo. E’ descritto come uomo imponente, molto grasso, con barba rada, uno dei migliori schermidori della sua epoca, come ricordato dal “Flos duellatorum” o “Fior di battaglia”, una sorta di Bibbia dei duellatori dell’Italia del Quattrocento. Affabile e generoso con i suoi uomini, arrogante ed avido con gli altri capitani con cui si trova a militare nella stessa impresa. Nella sua lunga carriera ha modo di combattere per gli estensi, i senesi, i Malatesta, gli angioini di Napoli, i perugini ed i bolognesi. Sempre in lotta con i nipoti. Richiamato, infine, a Forlì da Pino II, viene avvelenato da un cortigiano su istigazione dello stesso congiunto.
1356 ca.-1402 (luglio). Fratello di Cecco II. Figlio di Teodorico. Sposa Venanzia Brancaleoni, Venanzia da Varano e Costanza Pio. Con il fratello uccide lo zio Sinibaldo ed il cugino Giovanni. Signore di Forlì dal 1386 al 1402. E’ descritto come un uomo di grande corporatura, volto rubicondo, sanguigno, allegro, aitante. Muore per un attacco apoplettico.
CECCO II ORDELAFFI
+ 1405 (settembre). Fratello di Pino II. Figlio di Teodorico. Sposa Caterina Gonzaga del fremo di Novellara. Padre di Lucrezia, moglie del signore di Cesena Andrea Malatesta e di Antonio (figlio naturale). Esercita la signoria di Forlì dalla morte del fratello fino al settembre 1405. Viene descritto dalle fonti come un uomo alto e magro, di bell’aspetto, irascibile e amante del buon vino. Dei due fratelli è il maggiore di età, con poca pratica di governo, dedito piuttosto alle armi ed alla caccia piutto che al governo dello stato. La sua signoria, a detta di alcuni commentatori della storia romagnola, si presenta nella sostanza inutile e pericolosa per il proseguo della permanenza degli Ordelaffi a Forlì.
TEBALDO I ORDELAFFI
1353-1382. Figlio di Francesco II; fratello di Sinibaldo II, Ludovico I e di Teodorico. Padre di Giorgio.
GIORGIO ORDELAFFI
+ 1423 (gennaio). Figlio naturale di Tebaldo I; padre di Tebaldo II e di Antonio. Sposa Lucrezia Alidosi. Signore di Forlì dal 1411 al 1423 (gennaio). Gli succede nominalmente il figlio Tebaldo II (1413-1425). La mancanza di un erede in età adulta offre al duca di Milano Filippo Maria Visconti l’opportunità di conquistare parte della Romagna, compresa Forlì. E’ il primo a stabilirsi nel nuovo Palazzo della Signoria: vi ospita il papa Martino V. La sua signoria sipresenta abbastanza incolore: le cronache del tempo non danno notizia di particolare sue azioni da ricordare, se non in rare occasioni.
ANTONIO ORDELAFFI
1388 ca.-1448 (agosto). Figlio naturale di Giorgio. Padre di Cecco III e di Pino III. Sposa Caterina Rangoni. Rientrato in Forlì con l’aiuto delle armi viscontee, ne regge la signoria tra il 1433 ed il 1436. Dopo esserne stato nuovamente scacciato dai pontifici, sempre con l’aiuto del duca di Milano Filippo Maria Visconti, ritorna a dominare la città dal 1438 fino all’anno della morte per peste. La sua vedova, a causa della giovane età dei figli, chiama il fratello Ugo ad aiutarla nella reggenza di Forlì. Nel 1454 i figli Cecco III e Pino III, insofferenti della tutela dello zio, costringono quest’ultimo ad abbandonare la città. Così Sergio Spada, nella sua opera riguardante gli Ordelaffi, descrive la sua figura. “Non è facile parlare del profilo psicologico, prima ancora che politico, di Antonio Ordelaffi. Perfino Giovanni di Mastro Pedrino, per quanto spettatore diretto di tutte le vicende che videro Antonio protagonista, espresse nei confronti del signore sentimenti di simpatia, di dispetto, di affetto e di contrariato stupore, quasi che lui stesso non avesse ben chiari i tratti per disegnare il volto di un uomo controverso, differente in ogni occasione da sé stesso, inafferabile. Anche politicamente Antonio divise ogni volta i suoi anni tra l’acclamazione e l’esilio, tra l’amore e il disprezzo della gente.”
La seconda metà del secolo XV vede Forlì sotto Cecco III e Pino III. Questo periodo rappresenta il punto più basso dal punto di vista morale e, paradossalmente, un momento di splendore della casata. Il veleno assume un ruolo sempre più importante nella regolamentazione delle questioni interne.
1435 (marzo)-1466 (aprile). Fratello di Pino III. Padre di Antonio Maria e di Ludovico II. Sposa Lucrezia Malatesta, figlia del signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta, ed Elisabetta Manfredi, figlia del signore di Faenza Astorre II. Signore di Forlì fino alla data della morte. Spregiudicato e ambizioso, vive in eterna discordia con il fratello, verso cui prova una certa gelosia perché, secondo lui, preferito dalla madre, in quanto malaticcio, mentre il fratello si presenta di fisico prestante. E’ così sospettato di avere tentato di avvelenare il fratello. Ciò fa scattare l’odio tra i due Ordelaffi, alimentato anche dalla madre Caterina Rangoni e dallo zio Ugo. Nell’aprile 1466 giace ammalato. Il suo ministro Francesco Bifolci da tempo esercita il potere in modo disonesto. I fautori del fratello approfittano della situazione ed istigano la popolazione contro l’esosità e le ruberie del Bifolci. Pino III cavalca la rivolta cittadina; suoi sostenitori incarcerano il fratello Cecco III con la moglie Elisabetta ed i figli. Vi è un tentativo di avvelenamento da parte della cognata Barbara Manfredi, anch’essa figlia di Astorre II. Alla fine uno dei congiurati irrompe nella prigione ed uccide Cecco III con un colpo di stiletto al cuore.
1436 (marzo)-1480 (febbraio). Fratello di Cecco III. Padre d Antonio Maria e di Ludovico II. Sposa Barbara Manfredi, figlia del signore di Faenza Astorre II, Zaffira Manfredi, figlia del signore di Imola Taddeo Manfredi e Lucrezia della Mirandola. Il fratello Cecco III è infermo ed il governo è esercitato dal suo ministro Francesco Bifolci, odiato dalla popolazione per le tasse che impone alla comunità. L’avvento al suo potere in città avviene con l’omicidio del fratello. Con il concorso del suocero Astorre II Manfredi, suoi soldati si impadroniscono della piazza cittadina e delle principali strade. Ordina ai congiurati di recarsi nella camera di Cecco III e di incarcerarlo con la moglie ed i figli nella Torre dell’Orologio. Il ministro è ucciso dalla folla in rivolta con il figlio. Gli è legata una cordicella ai genitali ed il cadavere è trascinato fino al Palazzo delle Gabelle per esservi impiccato con i pantaloni abbassati. Il mattino seguente vi è un tentativo, fallito, di avvelenamento del congiunto. La situazione è risolta da un nobile che, accompagnato da alcuni sicari, irrompe nel carcere dove è custodito il signore di Forlì, che viene ucciso con un colpo di stiletto al cuore. Divenuto signore della città nel 1466, può essere considerato l’ultimo autentico personaggio della casata. La sua storia è ricca di gloria e di veleni. E’, infatti, accusato di vari omicidi, che vanno dal fratricidio (Cecco III), al matricidio ed all’uxoricidio (Zaffira Manfredi). Calcolatore spietato nel privato, è capace di gesti di devozione pubblica come quando fa erigere un altare nella chiesa di San Francesco. Si rivela sempre attento al benessere dei forlivesi, munifico protettore delle arti ed amministratore accorto. Muore a metà febbraio del 1480 dopo una cena a casa del suo amico Francesco Paolucci. La moglie Lucrezia della Mirandola è sospettata di avere avvelenato il marito.
1460 (maggio)-1504 (febbraio). Fratello di Ludovico II. Alla uccisione del padre Pino III da parte del fratello Cecco III viene rinchiuso in carcere con la madre ed i fratelli. Riesce a fuggire prima a Ferrara e poi a Faenza presso Carlo Manfredi. Quest’ultimo perde la signoria della città ad opera del fratello Galeotto. E’ costretto a darsi alla ventura ed a militare al servizio dei veneziani. Solo sulla fine del 1503 riesce nel suo obiettivo di farsi riconoscere signore di Forlì. Ammalato da tempo, muore nei primi giorni dell’anno seguente. Con la sua morte si estingue il ramo principale della famiglia.
LUDOVICO II ORDELAFFI
+ 1504 (maggio). Figlio di Pino III e fratello di Antonio Maria. Signore di Forlì dai primi giorni del febbraio 1504 ai primi giorni di aprile del medesimo anno. Muore a Ravenna il mese successivo, forse per veleno. Si chiude in tal modo un capitolo con l’uscita dalla storia di una grande famiglia.
Forlì, sulla via Emilia, risulta essere un crocevia strategico. Gli Ordelaffi trasformano questa posizione in rendita politica, operando come impresa militare. Ogni membro maschio è addestrato al comando ed è immesso nel mercato delle condotte. I proventi dei contratti con Venezia, Milano o Firenze vengono reinvestiti nel consenso interno e nell’aggiornamento delle difese. La rocca di Ravaldino diventa una delle fortezze più inespugnabili d’Italia. A differenza dei Montefeltro, gli Ordelaffi praticano un realismo politico estremo. Ghibellini fanatici con Francesco, pronti poi a trattare con il papa quando conviene, si alleano con Venezia per bilanciare Milano e viceversa. Questa fluidità, come per i Gonzaga, è l’unico modo per una piccola signoria di sopravvivere tra giganti. L’uso sistematico della violenza spettacolare non è follia, ma messaggio politico. Lo scorticamento dei preti o l’esposizione dei cadaveri servono a paralizzare l’opposizione interna. Gli Ordelaffi capiscono che essere temuti è più sicuro che essere amati. La loro parabola si chiude con l’alba del Cinquecento, quando le guerre d’Italia spazzano via le piccole signorie autonome.






