La stirpe dei Trivulzio: strategie militari, alleanze politiche e dinastie di condottieri nel Rinascimento Italiano

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Gian Giacomo da Trivulzio, Teodoro da Trivulzio
Gian Giacomo da Trivulzio, Teodoro da Trivulzio

La biografia di una casata, specie se antica o ramificata, presenta sempre una ricca galleria di personaggi le cui biografie risaltano nell’ampio affresco della storia d’Italia di fine secolo XV e degli inizi del XVI. La vicenda della famiglia Trivulzio non rappresenta soltanto la parabola ascendente di una casata nobiliare milanese, ma costituisce un prisma attraverso il quale osservare le profonde trasformazioni che coinvolgono prima il ducato di Milano e, successivamente, l’intera penisola. Si tratta di una delle più grandi casate di Milano e della Lombardia, originaria del pavese, in particolare del comune di Trivolzio, un comune, oggigiorno, di 1100 abitanti. La famiglia, agli inizi di parte ghibellina, vede quattro suoi rappresentanti (Ambrogio, Gabriele, Riccardo ed Accomio) alleati ad altre famiglie milanesi, come i Baggio, i Pusterla, gli Aliprandi, i Maino, i Mantegazza (ognuna delle quali ha avuto un proprio congiunto vittima della crudeltà del duca Giovanni Maria Visconti) decise alla soppressione del tiranno. A metà maggio del 1412 un folto gruppo di congiurati, tutti favorevoli alla causa ghibellina ed all’ascesa al ducato di un figlio di Bernabò Visconti (Astorre o Giovanni che sia), si reca nella chiesa di San Gottardo e pugnala a morte il duca. Con la successiva sconfitta di tale candidato di fronte al cugino Filippo Maria (secondogenito di Gian Galeazzo Visconti), l’esito finale è la loro esclusione da ogni amnistia con la discendenza fino al quarto grado. Una analoga posizione antiviscontea (questa volta con adesione alla fazione guelfa) la assume più tardi anche Antonio, divenuto uno dei capi della Repubblica Ambrosiana. Il congiunto Erasmo, al contrario, segue fedelmente la sorte del duca Filippo Maria come condottiero e come commissario ducale a Parma. Con la morte dell’ultimo duca di casa Visconti quest’ultimo parteggia, come il sopra nominato Antonio, in un primo momento per la Repubblica Ambrosiana, per poi accostarsi al vincitore Francesco Sforza.

Emergenti, dunque, nel contesto turbolento del ducato di Milano, i Trivulzio sanno evolversi da capitani di milizie mercenarie a protagonisti della scena italiana, diventando, alla fine, interlocutori privilegiati persino con i re di Francia. La casata è l’unica della penisola ad avere nell’albo di famiglia la presenza di due marescialli di Francia, Gian Giacomo e Teodoro, e di sei suoi membri insigniti del prestigioso ordine cavalleresco d’oltralpe, il collare di San Michele (oltre ai soliti Gian Giacomo e Teodoro, sono da ricordare Paolo Camillo, Girolamo, Gianniccolò, Alessandro, le cui biografie complete si trovano nel presente sito). L’ascesa dei Trivulzio è legata al tramonto della dinastia Visconti e, con la caduta della Repubblica Ambrosiana, all’immediato appoggio a favore del potere sforzesco: scelte tutte che rivelano una notevole capacità di navigazione politica e, con il tempo, da parte degli Sforza, il riconoscimento nei Trivulzio di una perizia militare senza pari. In questo contesto, i membri della casata si distinguono pure per la loro visione strategica che travalica il campo di battaglia. Il dominio di feudi nevralgici come il castello di Mesocco nel Canton Ticino e quello di Vigevano (capisaldi per il controllo delle vie di comunicazione tra la pianura padana e i passi alpini) sono ulteriori segnali della loro capacità di prevedere il futuro verso obiettivi sempre più ambiziosi. Un’ultima annotazione : fin dal XVI secolo dal ceppo principale si staccano svariati rami, tra i quali sono da comprendere i signori di Codogno e Casteldidone (estinto nel 1549); il ramo dei marchesi di Pizzighettone (estinto nel 1532); il ramo dei marchesi di Vigevano, conti di Mesocco e della Val di Reno (1573); il ramo di Borgomanero, Porlezza e Boiano (1549); il ramo dei conti di Melzo ( 1622); il ramo dei conti di Melzo, principi dell’impero e di Mesocco ( 1678). Il declino della fortuna militare dei Trivulzio coincide con la fine della libertà politica in Italia e l’instaurazione del predominio spagnolo. Tuttavia, l’impronta della casata nel ducato milanese rimane indelebile, rappresentando l’ultimo esempio di una stirpe di condottieri capace di sognare in grande, attraverso l’unione dell’audacia della ventura con la legittimità del feudo. La fine di molti esponenti della casata, tra malattie contratte durante un conflitto (Francesco e Paolo Camillo), ferite più o meno gravi in battaglia (Renato, Gian Giacomo, Alessandro) e morti in esilio (Teodoro) sottolinea la precarietà di un’esistenza vissuta sulla lama di una spada, in un’epoca che vede trasformare i cavalieri di ventura in capitani di eserciti permanenti.

GIOVANNI DA TRIVULZIO

+1423 Padre di Antonio. Sposa Antonia Fagnani. E’ il primo ad entrare nel collegio dei Decurioni di Milano.

ANTONIO DA TRIVULZIO

+ 1454 (gennaio). Guelfo. Signore di Codogno e di Pontenure. Figlio di Giovanni, padre di Gian Giacomo e di Renato. Sposa Domenica Aicardi Visconti. Condottiero di chiara fama al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti e di Francesco Sforza, in difesa dei domini di quest’ultimo nelle Marche minacciati da aragonesi e pontifici. E’ tra i fondatori della Repubblica Ambrosiana; prende parte alle lotte intestine che vedono una volta di più come avversari le fazioni ghibellina e guelfa. Presto Antonio aderisce alla causa dello Sforza teso alla conquista del ducato milanese. I milanesi lo scelgono con altri sei cittadini (tra i quali Pietro Francesco Visconti e Gaspare da Vimercate) ad insignire il nuovo duca (lo Sforza) dei simboli del potere (ha l’incarico di cingergli la spada alla fine della cerimonia). Il figlio Gian Giacomo è allevato a corte con altri giovani nobili milanesi e gli stessi figli dello Sforza.

ERASMO DA TRIVULZIO

1383-1459 (febbraio). Marchese di Varzi. Signore di Brescello, Boretto e Gualtieri. Sposa Caterina Spinola. Non ha figli. E’ considerato un capitano di medio calibro, tanto che non risulta avere mai avuto un ruolo apicale nell’esercito milanese. Milita al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti. E’ presente in numerosi combattimenti, nel corso di quali risulta a volte vincitore (Zagonara, Gottolengo, Castel Bolognese) e talora perdente (San Romano, Maturano, battaglia del Mezzano). E’ in ogni caso un condottiero esperto, soprattutto come supervisore delle milizie in condotta, un incarico che gli conferisce una grande autorità sugli uomini d’arme (la cavalleria pesante), con il potere di multare, licenziare, concedere le licenze; in particolare, secondo gli usi militari del tempo, ha una giurisdizione senza limiti sulle truppe a sua disposizione, il che prevede per i casi di disobbedienza, di diserzione o di tradimento (secondo la gravità degli episodi) la mutilazione o la condanna a morte del soldato inquisito. Cittadino ragguardevole per autorità e prestigio, ha un notevole ruolo anche nella vita politica dello stato milanese. Personaggio di una concreta levatura morale, con la fine della dinastia viscontea, appoggia la Repubblica Ambrosiana e contrasta le mire ambiziose sul ducato da parte di Francesco Sforza. Catturato dagli avversari, è rinchiuso prima nei Forni di Monza e, successivamente, in carcere a Pavia. Liberato, viene riabilitato. Con la vittoria dello Sforza è lo stesso condottiero ad armarlo cavaliere a Milano. E’ anche chiamato a far parte del consiglio ducale. Ragguardevole, infine, è pure il suo contributo alla vita culturale lombarda come amico e protettore di umanisti e letterati.

GIAN GIACOMO DA TRIVULZIO

1442 (giugno)-1518 (dicembre). Guelfo. Conte di Mesocco, marchese di Vigevano, barone di Loir in Francia, duca di Melfi e di Venosa allorché milita per gli aragonesi di Napoli. Signore di Castell’Arquato, Basilicagoiano, Torricella, Vespolate, Trecate, Bassignana, Castelnuovo Scrivia, Chiavenna, Musso, Borgomanero, Mesocco, Garlasco, Gravedona. Figlio di Antonio; fratello di Renato e di Gianfermo; padre di Gianniccolò, l’unico figlio legittimo, e di altri otto figli naturali, tra i quali si danno al mestiere delle armi Gianfermo e Camillo, il secondo in contrasto con il padre e morto assassinato nel marzo 1522; cugino di Teodoro. Sposa la dodicenne Margherita Colleoni (che hli porta in dote 4000 ducati) e Beatrice d’Avalos (dote di 10000 ducati). Universalmente noto come “il Magno”, “si ritrovò in diciassette fatti d’arme, e di sedici ne riportò vittoria.” Morigi. Gian Giacomo è la figura che più di ogni altra segna il destino della famiglia e, per molti versi, quello del ducato di Milano. Condottiero di una statura monumentale, vive una vita di contrasti, passando dal servizio fedele degli Sforza, agli stipendi del re di Napoli, alla luogotenenza per la corona di Francia, scelte che gli attirano l’odio dei ghibellini milanesi e che, nello stesso tempo, gli garantiscono un posto d’onore nelle guerre che hanno sconvolto l’Italia tra la fine del 1400 ed i primi decenni del 1500.

Dopo tante felici imprese che arricchiscono il suo curriculum (al riguardo vedi la apposita scheda riportata nel sito) la sua fine è quanto mai triste. A causa del suo carattere e dell’invidia, inevitabile in certi ambienti, molti sono i suoi detrattori nella corte francese. La causa apparente è rappresentata dai suoi beni in Svizzera, che gli permettono di condurre una propria politica indipendente. Stipula, infatti, per tali territori un trattato di alleanza con i grigioni, volto a difendere i suoi interessi di feudatario nella regione. Ciò desta sempre più sospetti nei suoi confronti. Negli stessi giorni il parlamento di Parigi inizia a dargli torto nella vertenza riguardante il possesso di Castelnuovo Scrivia, contestatogli da Galeazzo da San Severino. Viene per di più condannato al risarcimento delle spese. Rinuncia a favore di Galeazzo da Birago all’ufficio superiore delle cacce: deve subire il diniego del re Francesco I che assegna l’incarico ad un’altra persona. Si reca allora in Francia allo scopo di perorare direttamente il suo caso. Appena passato il confine, è fatto arrestare per timore di una sua ribellione. A Milano, nel contempo, il governatore francese del ducato, il Lautrec, mette agli arresti domiciliari la moglie Beatrice ed il nipote Gianfrancesco. E’ più che evidente la sua caduta in disgrazia. Discolpato dalle accuse e liberato, cerca senza esito di incontrarsi con il sovrano. Rinuncia all’accordo con i grigioni, concede metà della sua compagnia al figlio naturale Camillo, che lo ha anch’egli accusato a corte. Muore di notte ai primi del dicembre 1518 a Chartres-sous-Monthléry, una ventina di miglia da Parigi. Il figlio Camillo è il primo a sospettare che il padre sia stato avvelenato nella casa del ricettore generale delle imposte. Il Trivulzio, fino all’ultimo, rifiuta di essere visitato dai medici del re Francesco I. Gli sono tributati funerali solenni dallo stesso sovrano. E’ sepolto a Milano nella chiesa di San Nazaro in Brolo (San Nazaro e Celso). Alle esequie sono presenti il cugino Teodoro ed il Lautrec, l’unico quest’ultimo tra i presenti (con Ettore Visconti) a non portare il lutto, anzi ad ostentare un abito di colore diverso dal nero. “Era Gian Giacomo Trivulzio uno di quegli uomini i quali non hanno amici ma o devoti ammiratori, o accaniti accusatori.” Ricotti

RENATO DA TRIVULZIO

1430-1498 (dicembre) Figlio di Antonio, padre di Francesco, fratello minore di Gian Giacomo, cugino di Teodoro. Sposa Luchina Visconti e Taddea Torelli. Il grado di parentela con quest’ultimo risente, nella sua valutazione di uomo d’arme, del grande ruolo avuto nelle guerre d’Italia del tempo dal congiunto, non a caso definito Magno. Le fonti lo descrivono come un condottiero esperto ed energico, doti che rivela agli stipendi dei veneziani nella vittoriosa battaglia di Campomorto contro le milizie aragonesi e, soprattutto, contro gli svizzeri, al servizio del reggente (al momento) del ducato milanese Ludovico Sforza. Due sono le vittorie nel secolo XV dei ducali nei confronti degli elvetici: la prima, ad Arbedo, ad opera del Carmagnola e di Angelo della Pergola, la seconda verificatasi al ponte di Crevola, sul fiume Toce, sotto la guida di Renato da Trivulzio. Un combattimento questo con moltissime vittime d’ambo le parti, 2000 dalla parte degli svizzeri e 4000 di parte milanese. Si racconta che al termine della battaglia il fiume si sia tinto di rosso per il sangue depositatosi nel suo letto e che sia esondato per una specie di diga, creatasi per il gran numero di cadaveri ivi accatastivi. Con la sconfitta degli invasori svizzeri la popolazione della Val d’Ossola inizia a dare la caccia ai fuggiaschi, rifugiatisi nei vicini monti, per vendicare i numerosi saccheggi e massacri subiti in tanti di prevaricazioni provenienti d’oltre frontiera. “Una voce persistente afferma che le donne, sventrati gli svizzeri, abbiano dato viscere umane in pasto ai fratelli prigionieri, perché ricordassero ch’esse stesse eran state tante volte condotte da loro in percolo di vita”. Madrignano. Oltre alle doti guerriere, Renato si rivela come un abile amministratore, ricoprendo l’incarico di governatore di Pavia.

FRANCESCO DA TRIVULZIO

+1501 Figlio naturale di Renato, padre di Renato. Signore di Formigara. Sposa Margherita Grassi, vedova di Giulio Sforza, figlio naturale di Francesco Sforza, e Bianca Borromeo. Nel settembre 1499 strangola nottetempo la prima moglie a letto. Il mattino seguente finge di trovarla morte e si reca a Milano per scusarsi con il fratello del defunto, Ludovico Sforza. Il duca di Milano non lo vuole ricevere in udienza in quanto non crede ad una morte naturale. Francesco da Trivulzio, accompagnato da alcuni balestrieri, si impadronisce della dote della moglie (50000 ducati) con la scusa di preservarli a favore del figlio minorenne. Gli sono confiscati i beni ed è costretto a fuggire dalla Lombardia. Al servizio dei francesi, affianca Gian Giacomo da Trivulzio contro le truppe sforzesche. Con la sconfitta dello Sforza a Novara (aprile 1500) si mette all’inseguimento dell’ex duca; con il cugino Gianniccolò prende possesso di Como, Lugano e Bellinzona a nome del re di Francia Luigi XII. A fine mese cerca di entrare in Milano. La popolazione fa suonare le campane a martello per impedirgli l’accesso in città. Sempre negli stessi giorni il sovrano transalpino lo spedisce in Toscana in soccorso dei fiorentini impegnati nella guerra di Pisa. Ammalatosi l’anno seguente, muore durante le operazioni di assedio di tale città.

GIANNICCOLÒ DA TRIVULZIO

1479- 1513 (luglio) Conte di Mesocco, signore di Castelnuovo Scrivia, di Vespolate e di San Giovanni in Croce. Figlio di Gian Giacomo, fratello di Gianfermo e di Camillo, padre di Gianfrancesco. Sposa Paola Gonzaga. Cavaliere dell’ordine di San Michele. Milita al servizio dei francesi affiancando il padre in tutte le sue campagne. Prende così parte alla battaglia di Fornovo, dove unico tra tutti i combattenti di parte francese, viene armato cavaliere dal re Carlo VIII. Con la conquista di Milano insegue l’ex duca Francesco Sforza in fuga verso la Germania. E’ in questa circostanza che gli viene conferito dal nuovo sovrano francese Luigi XII il collare dell’ordine di San Michele, cui si devono aggiungere incarichi, allora ritenuti prestigiosi, come la nomina di Gran Cacciatore e di Falconiere del ducato di Milano. Prende anche parte alla guerra del Patto di Cambrai ai danni dei veneziani. Compie numerose razzie di bestiame nel trevigiano, nel padovano e nel vicentino; altre mandrie acquista a prezzi stracciati dai francesi e dagli alleati imperiali. 6000 capi sono condotti nel parmense e nel cremonese per esservi venduti. Per tale operazione si parla di un suo guadagno di 55000 ducati. Di seguito è segnalata la sua presenza nelle battaglie di Casalecchio di Reno e, sprattutto, nella vittoriosa giornata di Ravenna. Muore nei primi giorni del luglio 1513. La sua ascesa è stroncata prematuramente non dalle armi nemiche, ma dal “mal francese”, la sifilide.

GIANFERMO DA TRIVULZIO

+1556 (dicembre) Conte di Mesocco, marchese di Vigevano. Signore di Codogno e di Melzo. Figlio naturale di Gian Giacomo, fratello di Gianiccolò, padre di Alessandro e di Girolamo. Sposa una figlia di Rodolfo Gonzaga, Margherita Valperga e Caterina dei Landi. Tale personaggio rappresenta l’ala della famiglia che, dopo una lunga militanza a favore del regno di Francia, sceglie di passare al campo avverso, il partito imperiale. Il suo rapporto con il re Francesco I entra in crisi per motivi apparentemente privati: il sovrano si oppone, infatti, al suo progetto di sposare la figlia di Girolamo Morone, commissario generale del duca di Milano Francesco II Sforza presso l’esercito imperiale. Il diniego è interpretato come un affronto al proprio onore ed alla propria autonomia: con questa motivazione è naturale il suo passaggio alla parte avversa. Il medesimo lato caratteriale lo dimostrerà anni dopo nella violenta faida che lo oppone agli Scotti per il possesso di un piccolo borgo, frazione di Fombio nel lodigiano. La vicenda ha un epilogo mortale con l’uccisione da parte di suoi sicari a Venezia di due membri della famiglia rivale. L’episodio dimostra come ancora a metà Cinquecento in molti condottieri, nonostante che abbiano ormai tutti un ruolo istituzionale (l’appartenenza al senato milanese nel caso di Gianfermo da Trivulzio), rimanga sempre viva una mentalità legata alla vendetta pivata.

TEODORO DA TRIVULZIO

1458 ca. 1532 (ottobre) Guelfo. Conte di Lauria, marchese di Pizzighettone. Signore di Borgomanero, Maccastorna, Melzo, Melegnano, Formigara, Zevio. Cugino di Gian Giacomo, suocero di Gianfrancesco, zio di Renato II e di Paolo Camillo. Sposa Bona Bevilacqua. Cavaliere dell’ordine di San Michele e maresciallo di Francia. Cugino del più celebre Gian Giacomo, detto il Magno, viene considerato dai commentatori come un comandante militare inferiore rispetto al congiunto; è lodata la sua fedeltà; la sua eccessiva prudenza è considerata un grave difetto: “è tardo e pigro”, ad esempio, è il giudizio espresso nei suoi confronti dal doge di Venezia Andrea Gritti, così come viene riportato nei suoi diarii dal Sanudo. La sua carriera ha inizio con gli aragonesi del regno di Napoli. Milita al loro servizio per diciotto anni; è chiamato a far parte del consiglio regio ed è insignorito da costoro di Lauria in Basilicata e di un altro feudo negli Abruzzi. Con la caduta del regno ad opera di francesi, passa al servizio di questi ultimi combattendo contro veneziani e spagnoli in importanti battaglie come Agnadello e Ravenna. Al servizio dei veneziani, il suo titolo è ora governatore generale, coopera con il Lautrec al recupero a favore della Serenissima prima di Brescia e poi a quello di Verona. Ottiene il permesso dalla Serenissima e ritorna a militare per il re di Francia Francesco I. Viene elevato alla dignità di maresciallo di Francia: ha l’incarico di governatore di Milano e di Genova. In entrambi i casi è obbligato ad abbandonare le città ed a ordinare la ritirata delle sue truppe: la sconfitta di Pavia nella prima vicenda e la sollevazione della popolazione genovese nei confronti di transalpini, nella seconda. Eletto, da ultimo, governatore di Lione muore in tale città nell’ottobre 1532.

ALESSANDRO DA TRIVULZIO

+ 1521 (giugno) Guelfo. Del ramo di Melzo e Mesocco. Signore di Pontenure. Figlio di Gianfermo, fratello di Girolamo. Sposa Ludovica da Gallarate. Cavaliere dell’ordine di San Michele. E’ considerato unanimamente capitano eccellente dagli storici coevi come il Giovio, il Sansovino ed il Grumello. La sua fama militare è legata in particolare alla strenua difesa di Mirandola nel 1510-1511. Assediato dalle truppe del papa Giulio II, che guida personalmente le operazioni in mezzo alla neve, resiste a lungo prima di arrendersi. Nonostante la resa il suo valore è riconosciuto da tutti, dai francesi agli avversari. E’ stimato dal re di Francia Francesco I che gli fa avere il collare dell’ordine di San Michele. La sua fine è tragica ed improvvisa. Nel 1521 affianca il Lescun contro gli imperiali. Giunge nei pressi di Reggio Emilia. Il Lescun chiede al governatore della città Francesco Guicciardini (lo storico) la consegna di alcuni fuoriusciti che hanno trovato asilo nella città. E’ organizzato un incontro nei pressi di una porta cittadina. Durante i colloqui sorge una rissa tra attaccanti e difensori. Alessandro da Trivulzio è ferito a morte da un colpo di archibugio, mentre il capitano francese sfugge alla morte per la presenza di spirito del Guicciardini che attira a sè il capitano francese nel vicino bastione. Il Trivulzio muore pochi giorni dopo. La sua compagnia di uomini d’arme ed il suo incarico di senatore di Milano sono attribuiti al fratello Girolamo.

GIROLAMO DA TRIVULZIO

+1524 (novembre) Figlo di Gianfermo, fratello di Alessandro. Cavaliere dell’ordine di San Michele, senatore di Milano. Sposa Antonia Barbiano da Belgioioso. Anche nel suo caso, come per il fratello Alessandro, viene definito dai commentatori come uno dei più prodi condottieri al servizio dei francesi. Con il nonno Gian Giacomo viene ricordato da uno storico spagnolo del XVI secolo, Prudencio de Sandoval, “caballeros milaneses foragidos, enemigos de su duque y capitanes de gente de armas del rey de Francia”. Affronta più volte gli imperiali in combattimento. Nel novembre 1524 si trova alla difesa di Melzo. Alle prime luci dell’alba la località è attaccata dalle truppe del marchese di Pescara Ferdinando d’Avalos. Il Trivulzio esce loro incontro senza elmo. E’ gettato dalla sua cavalcatura con un colpo di picca all’occhio; nella confusione gli è tagliata la mano destra. Fatto prigioniero, viene fatto portare a Lodi dove muore pochi giorni dopo per le ferite riportate.

GIANFRANCESCO DA TRIVULZIO

1509-1573 (luglio) Conte di Bassignana, marchese di Vigevano. Signore di Codogno, Melzo e Castelnuovo Scrivia. Figlio di Gianniccolò. Sposa Giulia da Trivulzio, figlia di Teodoro. Al servizio di molti “padroni”, prima la Francia, poi l’impero, indi di alcune piccole signorie italiane, da ultimo, dello stato della Chiesa. Sua caratteristica, nota in un suo studio il francese Picot, è quella di avere tradito tutti, per cui più volte viene condannato a morte. Scrive ancora il Litta nei suoi confronti “(Servì) molti principi, indifferente per tutti, fors’anche a tutti infedele, colmo di debiti privati, senza virtù pubbliche, vero ritratto della degradazione della specie italiana dopo le invasioni degli oltramontani.”

PAOLO CAMILLO DA TRIVULZIO

+1528 Del ramo di Borgomanero. Conte di Porlezza, duca di Boiano. Nipote di Teodoro da Trivulzio. Sposa Barbara Stanga. Cavaliere dell’ordine di San Michele. Milita agli stipendi dei francesi contro gli imperiali in vari fronti quali il Veneto e l’Emilia. Ha l’incarico di luogotenente della compagnia dello zio Teodoro da Trivulzio. Per le sue azioni guerresche gli è riconosciuto dai transalpini il collare dell’ordine di San Michele. Nel 1528 segue il Lautrec nella sua spedizione volta alla conquista del regno di Napoli. Si segnala all’assedio della città partenopea. Costretto al ritiro a causa della peste, come altri partecipanti alla medesima impresa (Pietro Navarro e Guido Rangoni) ripara ad Aversa. Muore in tale località, vittima della malattia infettiva che ha colpito il campo francese.

RENATO DA TRIVULZIO (II)

1495-1543 Guelfo. Figlio di Francesco, nipote di Teodoro. Sposa Isabella Borromeo. Come tutti i membri della sua casata milita per i francesi contro gli imperiali. Un episodio, in particolare, ne rivela l’indole, propria dei Trivulzio, lo spirito di orgogliosa indipendenza. Per ragioni di precedenza ferisce al volto nella chiesa di San Francesco a Milano il ghibellino Giacomo Maria Stampa, “colpevole” di non avergli ceduto il passo in una cerimonia in cui è presente anche il governatore del ducato, il francese Lautrec. Quest’ultimo considera l’accaduto molto grave, non tanto perché è avvenuto in un luogo sacro, ma per essersi verificato davanti ai suoi occhi. Catturato, Renato è rinchiuso in una torre del Castello Sforzesco: viene liberato dopo quattro mesi solo a seguito di una sua rappacificazione con lo Stampa (cui è costretto a consegnare garanzie per 6000 ducati) e l’elargizione di altri 1000 ducati al convento di San Francesco. Deve, infine, chiedere la grazia in ginocchio al Lautrec. Esegue il tutto; per la vergogna lascia Milano e raggiunge lo zio Teodoro allo scopo di combattere al suo fianco contro gli imperiali. Con la sconfitta di Pavia e la morte a Lione dello zio, abbandona il partito francese; si rappacifica con il duca di Milano Francesco II Sforza; viene reintegrato nei suoi possedimenti dall’imperatore Carlo V. Può così trascorrere in Lombardia gli ultimi suoi anni occupato in compiti di carattere diplomatico. E’ ora molto onorato in città per la sua cultura e la sua prudenza, tanto da essere considerato dai contemporanei come un poeta di una certa importanza.

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