
Sangue e fango: l’ascesa dei Da Carrara a Padova
Tra il XIV e il XV secolo, l’Italia settentrionale vive una profonda trasformazione politica con il passaggio dal libero comune alla signoria. In questo scacchiere frammentato e violento, dominato dalle mire espansionistiche degli Scaligeri di Verona, dei Visconti di Milano e dalla crescente potenza di terraferma della Repubblica di Venezia, si inserisce anche la famiglia Da Carrara, che, cresciuta d’importanza durante l’età comunale, riesce ad assumere quasi ininterrottamente la signoria di Padova dal 1318 al 1405.
I Carraresi non sono semplici amministratori, ma veri “signori della guerra”. La loro sopravvivenza dipende dalla capacità di trasformare il potere feudale in forza militare, navigando tra alleanze precarie e conflitti endemici. Quando la pressione di Venezia diviene insostenibile, cancellando il dominio padovano all’inizio del Quattrocento, la resilienza della stirpe si manifesta attraverso il ramo cadetto : persa la patria d’origine, i Da Carrara rimasti si reinventano come condottieri di ventura, radicandosi nel centro Italia e intrecciando le loro imprese con le potenze presenti (Firenze, Mlano, Stato della Chiesa, Regno di Napoli) o con quelle nasciture (gli Sforza).
Durante la loro signoria i Da Carrara riescono a conquistare numerose località del Veneto e del Friuli. La loro fine termina tragicamente con la conquista di Padova da parte dei veneziani. Con la resa di Francesco Novello è il condottiero Jacopo dal Verme a dare lo spunto decisivo agli uomini della Serenissima per mettere tutti i membri della casata, fatti prigionieri, nelle condizioni di non più nuocere. Le sue argomentazioni riassumibili in”l’uomo morto no fa più guerra” e “spese del mantenimento risparmiansi” sono decisive in tal senso. Il Consiglio dei Dieci delibera la loro morte. Francesco Novello ed i figli Giacomo e Francesco III sono messi in una gabbia in Palazzo Ducale; sono processati per tradimento, sabotaggio e per avere corrotto alcuni membri del Senato. A metà gennaio 1406 l’ex-signore di Padova è ucciso in prigione dopo essere stato assalito da venti sicari. Afferrato per le braccia, per i piedi, trascinato per le vesti è colpito ripetutamente a colpi di bastone per essere strangolato successivamente da Bernardo Priuli. Simile sorte subiscono i figli Giacomo e Francesco III, mentre su altri due figli minorenni, messi precedentemente in salvo, è posta una taglia. Dal massacro si salva in particolare il fratello naturale di Francesco Novello, Conte da Carrara, allontanatosi dai congiunti per seguire la propria stella, ed al momento militante per il re di Napoli Ladislao d’Angiò. A tutti e tre i Da Carrara è negata anche la possibilità di un funerale dignitoso. La mattina seguente della loro morte vi è la dichiarazione ufficiale che Francesco Novello, Giacomo e Francesco III sono deceduti tutti a causa del catarro. Con la morte dell’ultimo signore di Padova si conclude un’epoca che ha avuto inizio quasi un secolo prima. La casata, tuttavia, come si è anticipato, non si spegne: eredi scampati alla strage, infatti, tenteranno inutilmente a più riprese di rivendicare i propri diritti sulla signoria patavina. Vi è invece, soprattutto, anche un’altra storia, quella dei membri del ramo collaterale legato a Conte Da Carrara che, cercando la loro fortuna nella ventura, divengono per qualche tempo signori di Ascoli Piceno e di altre località delle Marche e degli Abruzzi.
GLI UOMINI D’ARME
La sua vicenda politica si colloca agli inizi del Trecento in un momento particolarmente agitato della vita padovana, che vede nella città la prima instaurazione della signoria dei Da Carrara. Nato nel 1282, Niccolò è inizialmente una figura emblematica della resistenza padovana contro l’espansionismo veronese. Signore di possedimenti strategici come Cervarese Santa Croce ed Este, difende strenuamente la sua terra, distinguendosi nel 1312 al campo di Montegalda contro le truppe di Cangrande della Scala. Il desiderio del potere e l’invidia per la potenza raggiunta dal cugino Marsilio I, signore effettivo di Padova dopo la morte di Giacomo I, sfocia presto in lotta aperta con il congiunto Marsilio per il primato sulla città. Nel tentativo di prevalere, Niccolò cerca un’alleanza matrimoniale con i nemici Scaligeri offrendo la figlia Iselgarda a Mastino della Scala. E’ tuttavia superato dall’astuzia politica di Marsilio. Sconfitto nelle sue ambizioni signorili, si ritira a Venezia. Muore a Chioggia nell’ottobre del 1344. Sposa in prime nozze Elena della Torre e, dopo la morte di quest’ultima, la vicentina Giacoma (non se ne conosce il casato). I due figli Giacomo II e Giacomino saranno entrambi signori di Padova.
Marsilio (1294–1338) incarna il pragmatismo politico necessario per sopravvivere alle lotte tra fazioni. Dopo essere stato catturato dagli Scaligeri nel 1314 e aver subito una prigionia a Vicenza, comprende che la salvezza del proprio potere passa per il compromesso. Nel 1328 compie l’atto decisivo: consegna Padova a Cangrande della Scala, ottenendo in cambio il vicariato della città e la conservazione del dominio familiare. Consolida questa alleanza strategica dando in sposa la giovane figlia Taddea a Mastino della Scala. Unanimamente dai cronisti e dagli storici locali gli sono riconosciute doti di qualità personale, di pietà, di illibati costumi, di sperimentato valore, di fedeltà verso gli amici accompagnate, peraltro, da atti di crudeltà verso gli avversari. Muore dopo avere costituito come proprio erede Ubertino da Carrara. Sono nominati curatori delle sue volontà i procuratori di San Marco per l’edificazione nell’isola della Giudecca, posta a sud del centro storico di Venezia, un monastero con chiesa a beneficio dell’ordine dei serviti. Sepolto in un primo momento nella basilica di Sant’Antonio, a Padova, nella cappella di San Giacomo a fianco di Pietro e Marsilio dei Rossi, il suo corpo viene più tardi tumulato nell’abbazia di Santo Stefano sita nell’odierno comune di Due Carrare.
Di vivace cultura, di temperamento ambizioso ed abile uomo d’arme (c. 1340–1390), questo esponente della famiglia rappresenta il destino dei figli cadetti esclusi dalla successione principale. Dopo l’assassinio del padre nel 1350, cresce in un clima di instabilità che lo porta a complottare più volte contro il fratello maggiore Francesco il Vecchio, colpevole di essere al suo posto signore di Padova. Perdonato, cerca fortuna lontano dal Veneto. Diviene cavaliere dell’Ordine Gerosolomitano; viaggia tra Cipro e Rodi; alla corte pontificia di Avignone è favorito dal papa Urbano V che lo insignorisce di alcune località dell’Umbria. Il suo successore, Gregorio XI, gli nega tali concessioni e, su pressione del fratello Francesco, che lo vuole tenere lontano da Padova, gli conferisce l’incarico di conte di Campagna. La sua indole irrequieta e i metodi di governo oppressivi lo portano presto a scontrarsi anche con il papato. Rientra a Padova. Vittima sempre della sua ambizione, con la connivenza dei veneziani, attenta nuovamente alla vita del fratello Francesco. E’ scoperta una nuova congiura, da lui organizzata, della quale sono consapevoli alcuni condottieri al servizio dei Carraresi come Bonifacio Lupo e Giovanni degli Obizzi. Viene condannato in contumacia alla decapitazione ed i suoi beni sono sequestrati. Numerosi suoi complici sono catturati e squartati; il fratello Niccolò è rinchiuso nella rocca di Monselice dove morirà 21 anni dopo. Si dà alla ventura. Milita agli stipendi dei pontifici contro i fiorentini nella guerra degli Otto Santi; segue poi Carlo di Durazzo teso alla conquista del regno di Napoli ai danni della regina Giovanna I d’Angiò. Muore, alfine, nel 1390. Non se ne conoscono le circostanze.
Figlio naturale di Francesco il Vecchio, Conte (c. 1350–1421), è l’artefice della rinascita della famiglia dopo la caduta di Padova in potere dei veneziani. Inizialmente avviato alla carriera ecclesiastica come arciprete del capitolo della cattedrale di Padova e, successivamente, protonotario apostolico, abbandona l’abito talare nel 1385 per darsi al mestiere delle armi. Trasformandosi stabilmente in capitano di ventura sposta il baricentro della propria azione verso l’Italia centro-meridionale. Sino alla caduta della dinastia serve gli interessi della famiglia svolgendo un’attività politico-militare coordinata con quella del fratello Francesco Novello. I suoi personali progetti lo allontanano gradualmente dalla sorte del signore di Padova. Come condottiero risulta uno dei più prodi guerrieri del suo tempo. La sua scelta si rivela vincente: dopo alcuni anni di ventura, dà vita e trasmette ai figli Obizzo ed Ardizzone la signoria di Ascoli Piceno e di altre località delle Marche e degli Abruzzi. La sua legittimazione nel panorama politico italiano è sancita dal matrimonio con una figlia di Francesco Gonzaga, che lo lega a una delle più prestigiose casate del nord Italia. Secondo lo storico Antonio Rigon (“Gente d’arme e uomini di Chiesa. I Carraresi tra stato pontificio e regno di Napoli. XIV-XV sec.”) Conte incarnava un modello di condottiero legato al passato, non tanto nei valori professati, quanto proprio nei “comportamenti” e nei modi di concepire la guerra sul campo…Ma in battaglia valevano ormai le capacità manovriere, l’abilità nel disporre sul campo, coordinare e far muovere le truppe. Strategia e tattica risultavano alla fine vincenti rispetto al coraggio fisico e alle personali doti di combattente di un condottiero.”
Figlio di Conte, Ardizzone, segue inizialmente la carriera del padre fino ad entrare anch’egli nel capitolo della cattedrale di Padova e nell’ottenimento del canonicato di Pernumia. Datosi al mestiere delle armi, combatte le truppe della Serenissima. Prima della definitiva caduta di Padova in potere dei veneziani lo zio Francesco Novello lo invia in salvo a Firenze con il fratello Obizzo ed altri 21 membri della famiglia. Varie sono le sue militanze iniziali (Ladislao d’Angiò, lo stato della Chiesa) fino al momento in cui viene a combattere per Alfonso d’Aragona agli ordini di Braccio di Montone. Nel settembre 1423 ottiene con il fratello Obizzo il riconoscimento dallo stato della Chiesa per le signorie di Ascoli Piceno, Offida e Rotella. Alla fine i pontifici, con Jacopo Caldora e Pietro Colonna, senza aspettare la fine del triennio concesso, ne scacciano il fratello Obizzo (che ne è al governo) e se ne impadroniscono definitivamente. E’ da parte di Ardizzone il ritorno alla ventura, con impegni alterni, vuoi per i fiorentini (con accuse di slealtà), vuoi per i loro avversari, i viscontei del duca di Milano Filippo Maria Visconti. L’ultimo suo servizio avviene a favore dei senesi. Attaccato di sorpresa a Montemerano dai fiorentini comandati da Simonetto da Castel San Pietro, si muove contro il nemico senza indossare la corazza. Monta a cavallo; chiude la sua vita come la ha vissuta; è ucciso da un fante con un colpo di lancia (settembre 1441). Sposa Antonia Sforza, figlia di Muzio Attendolo Sforza.
QUADRO GENEALOGICO SINTETICO
| Periodo storico | Nome del Condottiero | Padre | Relazioni e Note |
| Inizi del Trecento | Niccolò da Carrara (1282-1344) | Ubertino il Vecchio | Appartenente ad un ramo collaterale. Signore di Este. Con l’aiuto degli scaligeri punta alla signoria di Padova. In lotta con Marsilio. Padre di Giacomo II e di Giacomino futuri signori di Padova. |
| Giacomo I da Carrara + 1324 (novembre) | Fratello di Marsilio. Primo signore di Padova dalla fine del luglio 1318 ai primi di novembre 1319. Mantiene il controllo della città come vicario, in un primo momento del conte Enrico di Gorizia e, successivamente, di Enrico di Carinzia, fratello del re dei Romani Ferdinando d’Asburgo. | ||
| Marsilio I da Carrara 1294-1338 (marzo) | Fratello di Giacomo I, cui succede nella signoria cittadina verso la fine del 1324. Costretto a cedere agli scaligeri nel 1328, mantiene sempre il controllo della città come vicario, inizialmente di Cangrande della Scala e poi del figlio di quest’ultimo Mastino. Riacquista la signoria con l’aiuto dei veneziani nel dicembre 1337. Senza eredi, nomina suo successore il cugino Ubertino. | ||
| Ubertino da Carrara + 1345 (marzo) | Bonifacio | Cugino di Marsilio. Signore di Padova dal marzo 1338 al marzo 1345. Protegge il commercio, cura le vie di comunicazione, l’irrigazione agricola e l’edilizia. | |
| Marsilietto Papafava + 1345 (maggio) | Signore di Padova da fine marzo 1345 ai primi di maggio dello stesso anno. Muore assassinato da Giacomo II, che assume il potere rivendicando i propri diritti di successione. | ||
| Metà Trecento | Giacomo II da Carrara + 1350 (dicembre) | Niccolò | Fratello di Giacomino; padre di Francesco il Vecchio e di Marsilio. Escluso dalla successione per volontà del cugino Ubertino, prende possesso della signoria dal maggio 1345 al dicembre 1350, allorché viene pugnalato a morte da Guglielmo da Carrara, figlio illegittimo di Giacomo I. Quest’ultimo è immediatamente trucidato dalle persone presenti al fatto. E’ famoso per aver creato una corte di artisti come Francesco Petrarca, nominato canonico del duomo cittadino. |
| Giacomino da Carrara +1372 | Niccolò | Fratello di Giacomo II; zio di Francesco il Vecchio. Signore di Padova con il nipote Francesco il Vecchio dal dicembre 1350 al 1355. Il nipote sospetta che egli stia siglando un accordo segreto con i veneziani, allo scopo di spodestarlo dal governo della città. Il congiunto si libera della sua presenza ed ordina che sia incarcerato in un sotterraneo del castello di Monselice, dove muore nel 1372. | |
| Fine Trecento | Francesco da Carrara (Il Vecchio) 1325 (settembre) – 1393 (ottobre) | Giacomo II | Signore di Padova. Padre di Francesco Novello, di Conte; fratello di Marsilio e di Niccolò. Signore di Padova dal dicembre 1350 al novembre 1388. Le continue guerre con i veneziani e l’ultimo conflitto, anche con i Visconti, provocano il malumore della popolazione vessata da pesanti tasse per finanziare le sue mire espansionistiche. Per tale motivazione non sorprende che Padova abbia resistito pochi mesi e che si siano verificate insurrezioni di fronte agli avversari (veneziani e viscontei). Si consegna a quest’ultimi nel novembre 1388. Portato a Verona, è poi trasferito a Como. Dopo avere subito la prigionia in varie fortezze lombarde, è, alla fine, condotto a Monza dove muore, probabilmente per cause naturali, nei primi giorni dell’ottobre 1393. Uno degli aspetti più positivi della sua biografia è dato dai suoi rapporti con i principali letterati residenti a Padova. Famosa è la sua amicizia con il Petrarca, che gli lascia nel testamento, oltre alla sua famosa biblioteca anche un dipinto di Giotto. |
| Marsilio II da Carrara c. 1340-1390 | Giacomo II | Fratello di Francesco il Vecchio e di Niccolò. Di temperamento ambizioso, complotta in più occasioni ai danni del fratello maggiore per sottrargli la signoria patavina. Perdonato una prima volta, il suo secondo tentativo avviene con la connivenza dei veneziani. Scoperto, è condannato alla decapitazione in contumacia. Si dà alla ventura, al servizio in particolare di pontifici e di Carlo di Durazzo, teso alla conquista del regno di Napoli. | |
| Francesco Novello da Carrara 1359 (maggio)- 1406 (gennaio) | Francesco II (il Vecchio) | Signore di Padova nel 1388 a seguito dell’abdicazione del padre (fine giugno). Con la conquista della città da parte dei viscontei viene relegato nell’astigiano nella rocca di Cortesone. Sparge la voce di volersi recare, per soddisfare un vecchio voto, all’abbazia di Saint-Antoine-l’Abbay (nei pressi di Vienne nel Delfinato). Vi si reca nel marzo 1389 con la moglie ed un figlio. Da qui si dà alla fuga e, con un viggio avventuroso che tocca Avignone, raggiunge Genova nonostante l’inseguimento dei viscontei. Raggiunge per mare Pisa; a Firenze. Trova alleati in fiorentini e bolognesi. In Baviera ottiene l’appoggio anche del duca Stefano. A fine giugno riesce a penetrare in Padova ed a ritornarne alla signoria. Intraprende varie guerre contro i Gonzaga di Mantova ed i Visconti di Milano al fine di espandere i confini del suo stato. Ciò irrita i veneziani, specie dopo la sua conquista di Verona con l’ausilio dei della Scala. Inevitabile è l’ultimo conflitto con la Serenissima, che ha termine a fine novembre del 1405 con la perdita di Padova e la successiva resa della popolazione. Viene rinchiuso in una cella del Palazzo Ducale con il figlio Francesco III; qui vi trova anche il figlio Giacomo, catturato dai veneziani alla difesa di Verona. La scoperta, avvenuta negli stessi giorni, di un sistema di spionaggio da lui utilizzato, durante l’ultimo conflitto, allo scopo di conoscere le deliberazioni segrete dei veneziani, provoca la sua morte e quella dei congiunti. E’ strangolato con i figli nel gennaio 1406. Educato dall’infanzia da vari letterati, diviene l’erede, seppure in un tono più leggero, dello splendido mecenatismo paterno. | |
| Inizi Quattrocento | Conte da Carrara c. 1350-1421 (novembre) | Francesco il Vecchio | Figlio naturale. Fratello di Francesco Novello da Carrara, signore di Padova. Genero di Francesco Gonzaga. Fonda il ramo marchigiano della famiglia. Signore di Ascoli Piceno dal gennaio 1416, allorché ne ottiene il vicariato dal papa Martino V fino alla morte avvenuta nel novembre 1421. Uno dei più grandi condottieri di ventura del suo tempo. |
| Metà Quattrocento | Ardizzone da Carrara + 1441 (settembre) | Conte da Carrara | Con il fratello Obizzo cosignore di Ascoli Piceno dal novembre 1421 (data della morte del padre Conte) fino all’agosto 1426, allorché la città viene in potere dei pontifici comandati da Jacopo Caldora. Milita agli ordini di Braccio di Montone al servizio del re Alfonso d’Aragona. Dopo la perdita della signoria paterna è segnalato combattere ora per, ora contro per fiorentini e viscontei. Prende parte alla battaglia di Maclodio. L’ultimo suo servizio è a favore della repubblica di Siena. |
| Obizzo da Carrara + 1440 ca. | Conte da Carrara | Fratello di Ardizzone, con cui condivide la signoria di Ascoli Piceno dalla morte del padre (novembre 1421) fino all’agosto 1426 allorché la città viene in potere dei pontifici comandati da Jacopo Caldora. Trova asilo nel ducato di Milano. Più tardi, nel dicembre 1437, affianca Francesco Piccinino e Giosia Acquaviva in un vano tentativo di recuperare Ascoli Piceno a spese di Francesco Sforza, che al momento ha il controllo della città. Rientra a Milano al servizio del duca Filippo Maria Visconti. Muore verso il 1440 senza lasciare più notizie sulla sua vita privata. |




