I Rangoni di Modena: sette generazioni di condottieri nell’Italia rinascimentale

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Dinastia Rangoni
A sinistra Guido II Rangoni, a destra Madonna con il bambino. Offerenti Niccolò Maria Rangoni e la moglie Bianca Bentivoglio

Soldati, signori e diplomatici: la famiglia Rangoni nelle guerre d’Italia

In questo nostro tempo in cui perdiamo sempre più il gusto ed il senso della parola, dove la parola è semplificata, i termini come valore, coraggio, lealtà, amore per l’arte appaiono sempre più svuotati rispetto al loro significato originario. E’ con il vecchio spirito che si deve leggere la storia di una casata come quella dei Rangoni, specie in protagonisti come Guido II ed il padre Niccolò Maria. Analogamente a quanto succede ad altri signori della guerra, i Rangoni non amano le posizioni troppo equilibrate; sono innanzitutto combattenti a favore degli Estensi di Ferrara, dei Bentivoglio di Bologna e della Repubblica di San Marco. E’ nell’interno di tale zelo che si mostra la loro forza e la loro capacità di incidere nelle guerre d’Italia del loro tempo. I Rangoni sono una consorteria nobiliare di parte guelfa. Nel corso dei secoli forniscono diversi podestà alle città guelfe dell’Italia settentrionale. A partire dal XV secolo gli esponenti della casata iniziano a militare come capitani di ventura. La famiglia dei Rangoni rappresenta uno dei nuclei aristocratici più tenaci e longevi del territorio modenese, con una presenza documentata nelle vicende militari e politiche dell’Italia centro-settentrionale che si estende per oltre due secoli, dalla metà del Trecento alla fine del Cinquecento.

Originari di Modena, i Rangoni costruiscono la propria fortuna attraverso una combinazione di servizio militare, abilità diplomatica e gestione oculata dei feudi estensi nel contado: castelli come Spilamberto, Borgofranco (Castelfranco Emilia), Castelvetro di Modena, Levizzano Rangone, Campiglio di Vignola e Castelnuovo Rangone costituiscono l’ossatura patrimoniale della famiglia, difesa con determinazione anche quando i singoli membri militano lontano dalle loro terre di origine. I Rangoni si muovono stabilmente nell’orbita estense fin dalle origini, ma la loro posizione rimane quella di vassalli autonomi, capaci di stringere alleanze con Bologna, Venezia, la Chiesa o il regno di Francia a seconda delle convenienze del momento. Nel corso del Quattrocento producono alcuni tra i capitani più stimati del tempo; nella prima metà del Cinquecento la casata raggiunge il suo apice con Guido II Rangoni detto il Piccolo, ritratto da Tiziano e cavaliere dell’ordine di San Michele; nella seconda metà del secolo membri della famiglia si segnalano per il loro valore in Francia, in Inghilterra, nelle Fiandre e nella battaglia di Lepanto, prima che la casata si avvii verso un lento declino.

Prima generazione (metà XIV secolo)

GHERARDO I RANGONI + 1373 (ottobre) Padre di Jacopino. Sposa Amabilia di Porcia, figlia di Brizaglia.

Signore di Castelvetro di Modena, di Castelcrescente Ravarino e di Castelfranco Emilia (Borgofranco). Gherardo è uno dei primi Rangoni a emergere come forza militare nel modenese. Strettamente legato ai d’Este, combatte nella guerra contro i Visconti alla battaglia di San Polo d’Enza nel 1356; l’anno seguente affianca Lanfranco Rangoni, Ricciardo Cancellieri e altri capitani, con 1500 cavalli e 4000 fanti bolognesi, contro 2000 cavalli milanesi guidati da Galeazzo Pio. Nel 1358 papa Urbano V gli conferma i feudi, acquistati in precedenza da Pietro della Rocca, già medico curante del re Giovanni di Boemia. Tale è il suo prestigio in Emilia-Romagna, che nel 1359 viene chiamato a Ravenna come arbitro di una controversia pluridecennale sul possesso di Castiglione di Ravenna tra i da Polenta e i Pochepenne. La sua fine è violenta: di ritorno da Bologna nel 1373, mentre accompagna il marchese di Ferrara Niccolò d’Este, che si deve incontrare con il cardinale legato pontificio, è sorpreso ed ucciso presso la torre del Samoggia da Francesco e Manfredino da Sassuolo. Con la sua morte molte fortezze modenesi si consegnano ai Visconti. Le fonti lo ricordano come “celebre uomo d’arme ed uno dei più potenti sostegni degli Estensi contro i Visconti.” (Argegni)

LANFRANCO RANGONI di Modena (il Vecchio) +1367 ca. Sposa Agnese da Fogliano.

Armato cavaliere a Ferrara nel marzo 1352 da Obizzo, d’Este assieme con Galeazzo Pio ed Ugolino da Savignano, partecipa nello stesso mese al consiglio cittadino di Modena, che riconferma la fedeltà della città ai d’Este. Al servizio del marchese di Ferrara Aldobrandino d’Este nel 1353 ottiene in feudo Castelcicogna (?); esercita la podesteria in Ferrara nel 1360 e nel 1363. Famoso condottiero, è segnalato affrontare con Gherardo I Rangoni ed altri capitani le milizie viscontee guidate da Galezzo Pio.

Seconda generazione (fine XIV – inizio XV secolo)

JACOPINO RANGONI +1413 ca. Signore di Castelvetro di Modena, Levizzano Rangone, Spilamberto e Campiglio di Vignola. Figlio di Gherardo I, padre di Gherardo II, genero di Guido da Correggio. Sposa Fina Buzzaccarini, figlia di Arcuano (nobile, condottiero dei Carraresi di Padova) e Beatrice da Correggio, figlia di Guido, signore di Casalpò.

Primo membro della linea principale ad ottenere un profilo da condottiero-signore di pieno spessore, Jacopino è podestà di Padova nel 1373-1375: nel gennaio del secondo anno condanna a morte i membri di un complotto volto a consegnare la signoria cittadina a Marsilio da Carrara ai danni del fratello di quest’ultimo, Francesco. Di seguito ricopre l’incarico di podestà a Rimini nel luglio 1375 e quello di capitano del popolo a Perugia nel 1388. Nel 1391 ottiene in feudo Castelnuovo Rangone dal marchese di Ferrara Niccolò d’Este. Nel 1396 è al governo di Vignola allorché la città viene attaccata da Giovanni da Barbiano: è costretto alla fine a cedere all’avversario dopo che costui è riuscito ad impadronirsi della rocca. Sempre al servizio degli Estensi, nel 1404 affianca Uguccione Contrari in una spedizione su Reggio Emilia. Affronta le milizie del signore di Parma Ottobono Terzi. Appoggia ancora il Contrari in una nuova azione contro Reggio Emilia. Entra in Parma con Niccolò d’Este alla caduta della cittadella di Porta Nuova. Rimane nella città come luogotenente del marchese di Ferrara. Muore a Spilamberto nel 1413: è sepolto nella chiesa di San Francesco a Modena.

VITTORE RANGONI (Vittorio Rangoni) +1450 ca. Di Modena

Vittore appartiene ad un altro ramo dei Rangoni, la cui base è Modena. Agli inizi della sua carriera esercita l’incarico amministrativo-giudiziario di podestà in varie località dell’Italia centrale come Trevi (Umbria), Sansepolcro (Toscana) e Forlì (Romagna). E’ dopo quest’ultima esperienza, che il personaggio in questione si dedica ad un’attività prettamente militare. A seguito del rendiconto del suo operato nella podesteria romagnola, viene condannato dai pontifici ad una multa di 400 lire per irregolarità gestionali. Gli abitanti di Forlì si interpongono a suo favore; gli stessi pontifici finiscono per assolverlo da ogni accusa dopo breve tempo. L’esperienza lo convince a darsi alla ventura, al mestiere delle armi. E’ inizialmente al servizio di Francesco Sforza. E’ ora segnalato agire in Campania (Benevento) alla difesa dei possedimenti del futuro duca di Milano dagli assalti delle truppe del re di Napoli Alfonso d’Aragona. E’ chiamato, successivamente, a combattere in Puglia a sostegno della causa angioina di Renato d’Angiò, nel tentativo perpetrato da quest’ultimo di impadronirsi di tale regno. Nel 1443 opera in Puglia, prima alla difesa di Troia e, successivamente, a quella di Manfredonia. Assediato per lunghi mesi nella rocca della seconda località, alla fine è costretto a cedere. Passa agli stipendi dei vincitori ed affronta, per conto degli aragonesi, gli sforzeschi nelle Marche. Francesco Sansovino lo ricorda come “capitano famoso nell’armi.”

Terza generazione (prima metà XV secolo)

GHERARDO II RANGONI + 1447 Di Modena. Signore di Spilamberto, Castelvetro di Modena, Campiglio di Vignola, Levizzano Rangone e Castelnuovo di Sopra nel reggiano. Figlio di Jacopino, padre di Guido I. Sposa Beatrice Boiardi, figlia di Selvatico signore di Rubiera.

Figlio di Jacopino, Gherardo consolida il controllo della famiglia sulle terre paterne del contado modenese. Capitano di ventura a tutti gli effetti e vassallo degli Estensi, nel 1409 combatte al fianco del marchese Niccolò III contro Ottobono Terzi, signore di Parma; nel 1420 ricopre l’incarico di capitano in tale centro sempre sotto i d’Este. Nel corso degli anni allaccia contatti con la potente famiglia dei Bentivoglio divenendo, in particolare, amico di Antongaleazzo. Con l’uccisione di quest’ultimo da parte dei pontifici (1435), cerca di vendicarne la memoria; nel 1438 tenta di far intervenire Niccolò Piccinino ed i Visconti in Emilia per scacciare costoro da Bologna. Nel 1443 ospita a Spilamberto Annibale Bentivoglio, figlio naturale di Antongaleazzo, appena liberato dai Visconti dalla rocca di Varano de’ Melegari; si fa intermediario per la sua riconciliazione con la potente famiglia rivale dei Canedoli e lo aiuta a rientrare in segreto a Bologna, dove una sollevazione popolare lo porta alla signoria cittadina a spese di Francesco Piccinino, rappresentante del duca di Milano. Ne segue un conflitto con i nuovi avversari, che lo vede protagonista nella difesa della città e, poco dopo, con altri capitani in un successivo saccheggio dei territori di Imola e di Faenza. Per la salvaguardia degli stessi, Astorre Manfredi, succeduto nella signoria di tali terre alla morte del fratello Guidantonio da soli tre mesi, è costretto ad abbandonare gli stipendi di Filippo Maria Visconti. Gherardo Rangoni muore nel 1447.

Quarta generazione ( XV secolo)

GUIDO I RANGONI + 1467 (ottobre). Conte, signore di Cordignano nel Friuli. Con i fratelli Uguccione e Venceslao controlla un vasto patrimonio nel contado modenese, in particolare di Castelcrescente Ravarino, Castelfranco Emilia (Borgofranco), Spilamberto, Castelvetro di Modena, Levizzano Rangone, Campiglio di Vignola e Castelnuovo di Sopra. Figlio di Gherardo II e di Beatrice Boiardi. Fratello di Ugo, Uguccione e Venceslao. Sposa Giovanna Boiardi, figlia di Feltrino, conte di Scandiano ed in seconde nozze Guiduccia da Correggio. Padre di Niccolò Maria, suocero di Antonio da Tolentino.

Ricorda Pompeo Litta, nella sua raccolta di 184 fascicoli riguardanti 150 famiglie “Famiglie celebri taliane”, che il Rangoni è un capitano che “gode di essere stato uno de’ buoni condottieri al servizio della repubblica veneta, i di cui storici lo chiamano eccellente nella militare disciplina.” Anche Bernardino Corio, autore di poco posteriore alle sue vicende, è dello stesso parere, tanto che nella sua opera “L’historia di Milano” lo giudica anch’egli con gli stessi termini “Huomo eccellente nella militar disciplina”. Guido I Rangoni è invero il primo condottiero della casata ad avere un generale riconoscimento delle sua capacità . Agli stipendi dei veneziani su segnalazione del Gattamelata, si trova più volte a scontrarsi con Francesco Sforza, sia quando il futuro duca di Milano combatte a favore della Repubblica Ambrosiana, sia quando costui si rivolge ai danni della medesima, ora alleata della Repubblica di San Marco, tutto teso alla realizzazione del suo ambizioso obiettivo. Nell’agosto 1448 appoggia il capitano generale veneziano Micheletto Attendolo in soccorso di Caravaggio, assediata dal capitano avversario. Compie alcune scaramucce verso le opere difensive nemiche nel tentativo di prestare soccorso ai difensori. E’ contrattaccato nel tardo pomeriggio, quando i suoi uomini hanno il sole negli occhi. Gli avversari assalgono il suo campo fortificato; il Rangoni è costretto a ritirarsi con alcune perdite. Anche nel successivo conflitto, che oppone lo Sforza ai veneziani, il condottiero si segnala per il suo valore. Con la successiva pace di Lodi (1454), nel novembre dello stesso anno, la Serenissima lo premia infeudandolo nel Friuli del castello di Cordignano. Come il padre Gherardo I, ha modo di intervenenire più volte con le sue compagnie nella vita bolognese a favore dei Bentivoglio: ciò succede nel luglio-agosto 1443 quando con le sue milizie si muove in soccorso di Annibale Bentivoglio, divenuto signore di Bologna a spese dei Visconti. Un suo analogo intervento si ripete nel giugno 1445, all’uccisione dello stesso signore Bentivoglio ad opera della famiglia rivale dei Canedoli. Negli ultimi anni della sua carriera rinuncia alle offerte di buone condotte propostigli prima dal duca di Borgogna Carlo il Temerario, e poi dagli stessi veneziani per affrontare i turchi in Morea. Preferisce por fine al suo mestiere di soldato, un anno prima della morte, con un incarico meno impegnativo come il capitanato generale delle truppe estensi affidatogli dal duca di Modena e Reggio Borso d’Este. Muore a Splamberto nei primi giorni dell’ottobre 1467. E’ sepolto a Modena nella chiesa di San Francesco; anni dopo, nella stessa chiesa sarà sepolto al suo fianco anche il figlio Niccolò Maria.

LANFRANCO RANGONI + 1483 (dicembre) Fratello di Cesare. Sposa Maria Trotti, figlia di Antonio Trotti, signore di Ovada, suocero di Albertino Boschetti, signore di San Cesario sul Panaro e di Rodi Garganico.

Si tratta di un Rangoni minore se si vuole, ma pur significativo in una casata tanto ricca di uomini d’arme. Secondo i cronisti locali J. e T. de’ Bianchi, nella loro opera “Cronaca modenese”, risulta con il fratello Cesare uno dei migliori capitani di cavalleria pesante del suo tempo. Da vero condottiero di ventura milita per vari committenti quali Estensi, veneziani (contro i turchi in Friuli), i Visconti (in Liguria contro i Fieschi) ed ancora gli Estensi nella cosiddetta guerra di Ferrara del 1482. Preposto alla guardia di Rovigo, assalito dalle truppe della Serenissima, è costretto a cedere di fronte all’azione portata dagli uomini di Roberto da San Severino. Muore nei primi giorni di dicembre dell’anno successivo. E’ sepolto, come molti altri membri della sua casata, nella chiesa di San Francesco a Modena. Lodovico Vedriani, altro storico di Modena del 1600, lo definisce “Illustre anch’egli per le sue valorose imprese.”

CESARE RANGONI +1505 ca. Fratello di Lanfranco, zio di Guido II.

Come accade per altri membri della casata Rangoni, il suo nome è legato ai Bentivoglio. “Uomo esperto nelle armi e di gran riputazione” lo definisce il Litta. Capitano generale delle truppe di Giovanni Bentivoglio signore di Bologna, rimane al suo servizio fino al 1479, allorché viene sostituito nel comando dal congiunto Niccolò Maria. Passato agli stipendi degli Estensi, affronta nel 1482 i veneziani nella guerra di Ferrara. E’ segnalato alla difesa di Rovigo; nel luglio 1484 si fa particolarmente notare in una scaramuccia svoltasi nei pressi del Castel Nuovo, un bastione difensivo della stessa Ferrara. Nello scontro sono catturati 200 fanti e rimangono feriti i capitani avversari Bernardino di Montone e Pietro Carlino. Ritornato a militare con i Bentivoglio, ha l’incarico di luogotenente nella compagnia di Niccolò Maria Rangoni; alla morte del congiunto, ha l’incarico dal Bentivoglio di assistere con la sua esperienza il figlio Guido II. Muore nel 1505 ca.

GHERARDO III RANGONI + 1523 (agosto) Conte di Borgofranco. Signore di Castelfranco Emilia (Borgogranco), di Castelvetro di Modena, di Castelcrescente Ravarino e di Levizzano Rangone. Ghibellino. Figlio di Ugo, padre di Ugo vescovo di Reggio Emilia. Cugino di Guido II, con cui la sua vicenda umana si incrocia varie volte. Sposa Lucia Boschetti, sorella di Roberto, signore di San Cesario sul Panaro, ed in seconde nozze una donna della famiglia Bevilacqua.

Gherardo III è il principale rappresentante di un ramo collaterale della famiglia tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. Riguardo a questo condottiero il fatto curioso è che nonostante la sua lunga presenza nella cronaca, non abbia ricevuto da nessun storico alcuna valutazione di merito o demerito sul suo operato. Eppure si tratta di un uomo duro, che agisce senza mezzi termini, spinto, talora, alla crudeltà dallo spirito di fazione. La sua vita deve essere giudicata come la “rappresentazione” normale di ciò che accade in alcune comunità emiliane verso la fine Quattrocento: località come Modena o Reggio Emilia, in cui sono presenti forti interessi cittadini, rappresentati da famiglie nobili che si nascondono dietro il nome di guelfi e ghibellini. Il suo comportamento non si fa tanto notare in particolari azioni guerresche come scaramucce o imboscate, quanto in interventi sulla popolazione cittadina (Modena) per sedare tumulti, causati dalla carestia o dal passaggio di milizie straniere provocatrici di saccheggi, o in odi dettati nei confronti della fazione avversa. La sua è una carriera legata agli Estensi ed allo stato della Chiesa in contrapposizione ai Bentivoglio di Bologna. Già al fianco del duca di Ferrara Ercole d’Este in Toscana contro aragonesi e pontifici, si segnala una prima volta durante la guerra di Ferrara (1482), quando nel dicembre di tale anno interviene in Modena con il congiunto Niccolò Maria per domare una rivolta degli abitanti che, a causa della carestia, hanno messo a sacco due imbarcazioni cariche di castagne, spelta ed altri rifornimenti destinati ai soldati al fronte. Un’altra azione similare è segnalata nell’agosto 1483 quando deve entrare in azione a Bondeno, nel ferrarese, a causa sempre di una carestia. Motivazione diversa il mese successivo a Modena: con i suoi partigiani è coinvolto in una rissa, che lo vede in contrapposizione con i rivali di sempre, i Ronchi ed i Rangoni di fede guelfa. Di seguito milita per gli aragonesi di Napoli salvo, successivamente, a contrastare costoro nello stesso regno di Napoli agli stipendi dei francesi.

Ritornato al servizio degli Estensi, è inviato dal duca di Ferrara alla guardia del Castelletto di Genova, dato in pegno ad Ercole d’Este a garanzia del rispetto della pace conclusa tra il re di Francia Carlo VIII ed il duca di Milano Ludovico Sforza. Nell’aprile 1501 è chiamato ancora una volta ad agire in Modena, dove la popolazione si è sollevata contro 150 svizzeri, al soldo dei francesi, installatisi arbitrariamente in città. Molti sono gli uccisi ed i feriti tra i mercenari stranieri. La vicenda si chiude con una certa rapidità: i cittadini devono risarcire con 400 ducati i soldati rimasti vivi per evitare ogni vendetta da parte francese. Segue un periodo militare vero e proprio al servizio dei fiorentini nella guerra di Pisa ed a quello dello stato della Chiesa. E’ investito di Castelvetro di Modena dal papa Giulio II. E’ nel maggio 1507 che peggiorano i suoi rapporti con i congiunti di parte guelfa. Con le sue iniziative contribuisce a far fallire il tentativo perpetrato dai Bentivoglio e dal loro alleato Guido II Rangoni di scacciare i pontifici da Bologna. Nel 1508 viene preposto dal pontefice alla guardia di tale centro allo scopo di reprimere alcune discordie suscitate dai partigiani dei Bentivoglio. Nel novembre 1509, ritornato a militare per gli Estensi, è nominato governatore di Modena: esercita come il solito con durezza il suo mandato. Il 1510 lo vede di ritorno sotto le bandiere pontificie. Nell’agosto-ottobre approfitta dell’infermità del governatore estense Ercole d’Este (un omonimo) per aprire la porta cittadina di Saliceto e farvi entrare le milizie pontificie di Francesco Maria della Rovere. Gli ultimi suoi anni sono caratterizzati da guerre private contro famiglie locali come i Montecuccoli, i da Fogliano ed i Carandini. Gode, al contrario dell’appoggio del pontefice Giulio II. In questo clima non mancano rappresaglie ai suoi danni come quando, nel dicembre del 1511, viene saccheggiato a Modena il suo palazzo da fautori del partito popolare. Modena passa per qualche tempo sotto il controllo degli imperiali: Gherardo viene convocato dal governatore, il tedesco Vitfurst, per dare il suo contributo nel riportare la calma tragli abitanti.

A fine anno il controllo della città passa ai pontifici; ne è preposto alla guardia. In tale veste, a dicembre, riceve Guido II Rangoni (il rivale di sempre) che prende possesso del castello cittadino (il suo incarico) a nome degli stessi pontifici. Seguono cerimonie religiose nel duomo con un nuovo governatore. Terminano le tregue tra le fazioni nel marzo 1515. Gherardo si collega con i Tassoni e scatena una grossa scaramuccia rivolta contro Guido II ed i suoi fautori. Molti sono i feriti. E’ firmata una nuova tregua. 300 partigiani degli avversari irrompono in Modena per la Porta Baggiovara. E’ messo regolarmenre a sacco il suo palazzo; dopo un giorno abbandona il castello, dove si è rifugiato, per riparare a Carpi. Nel mese successivo riceve soccorsi dai Pepoli; nonostante ciò, i suoi fautori devono abbandonare Modena, mentre egli è costretto a ritornare a Carpi. Non contento persevera nelle sue trame: sue vittime sono ancora i Montecuccoli, signori del Frignano, e gli Estensi del nuovo duca di Ferrara Alfonso d’Este. Muore a Roma nell’agosto 1523. E’ sepolto a Modena, in un’altra chiesa rispetto a quella dove si trovano le salme dei congiunti di parte guelfa (San Francesco). Il suo sepolcro si trova nella chiesa di Santa Cecilia.

NICCOLO’ MARIA RANGONI 1455-1500 (ottobre) Di Bomporto. Signore di Cordignano e di Spilamberto. A soli tredici anni con il fratello Uguccione scaccia da Spilamberto i congiunti Venceslao ed Ugo (padre di Gherardo III). Ne segue un lungo contenzioso con gli Estensi che si conclude solo nel 1476 con l’investitura ufficiale da parte del duca di Ferrara Ercole d’Este. Conte palatino. Figlio di Guido I, padre di Guido II, Ludovico, Francesco, Annibale, Ercole (vescovo di Adria, Modena, cardinale) e delle figlie Ginevra (sposa Giangaleazzo da Correggio e Luigi Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere) e Costanza (sposa Tommaso Calcagnini ed in seconde nozze Cesare Fregoso): donna celebrata in poesie ed epigrammi, nonché in alcune novelle di Matteo Bandello. Il Rangoni si unisce in matrimonio con Bianca Bentivoglio, figlia del signore di Bologna Giovanni.

Costretto dalle circostanze ad intraprendere giovanissimo la carriera militare, con tale scelta si adegua alla più pura tradizione del suo tempo ed a quella della sua influente famiglia; Niccolò Maria è un soldato; un capo di milizie esperto, noto ed apprezzato, tanto da essere chiamato da Giovanni Bentivoglio a comandarne le truppe al posto di Antonio Trotti. Il suo successivo matrimonio con la figlia del signore di Bologna stabilisce una solida alleanza tra le due famiglie, un fatto questo, che influenzerà il destino delle stesse per la generazione successiva. Niccolò Maria è la figura più complessa e rinomata della casata prima del figlio Guido II. Si può tranquillamente affermare che la sua, e quella del figlio primogenito, siano due facce della stessa medaglia. “Huomo di somma integrità et valoroso” lo descrive il contemporaneo Cherubino Ghirardacci nella sua opera “Della historia di Bologna”; dello stesso parere sono anche i due cronisti modenesi (coevi) J. e T. de’ Bianchi “Zentilhuomo e dabene, honorevole, bon, utile a la cità de Modena e per tuto dove l’andava” (Cronaca modenese) e per il più tardo Girolamo Tiraboschi “Benché egli fosse uomo di guerra, il veggiamo ciò nonostante, lodato come splendido protettore de’ dotti e de’ poeti singolarmente” (Memorie storiche modenesi). Scompare con lui una figura aristocratica del Rinascimento italiano, a suo modo fedele alle amicizie ed a uno stile di vita cavalleresco e brillante che si rivela con l’organizzazione di giochi (il cosiddetto “gioco del pallone”, importato direttamente da Firenze) e la partecipazione in prima persona a giostre e tornei vari, organizzati per celebrare matrimoni o feste patronali (San Petronio). Inferiore, invece, a quella del figlio è la sua reputazione sul piano militare, limitata dalla sua morte precoce e dalla sua militanza ai soli Bentivoglio. Come comandante degli uomini d’arme del suocero, si fa notare in alcuni episodi accaduti durante la guerra di Ferrara (1482-1484). E’ nell’aprile 1488 che è costretto ad entrare in azione, allorché viene inviato in soccorso di Caterina Sforza per assicurarle il controllo di Forlì ed Imola subito dopo l’assassinio del marito Girolamo Riario. Nello stesso giugno coadiuva il tentativo del suocero di impadronirsi di Faenza in conseguenza dell’assassinio del suo signore Galeotto Manfredi da parte della stessa figlia del Bentivoglio, Francesca. Nei successivi tumulti rimane ucciso un condottiero sforzesco, Giampietro Bergamino, mentre egli è costretto a rinchiudersi nella rocca cittadina. Assediato, è in breve costretto alla resa: viene quasi subito liberato con il Bentivoglio catturato nella medesima situazione. Passano dieci anni e nell’ottobre 1498 viene emarginato e confinato probabilmente a Modena. Non ha voluto tradire la sua amicizia con il signore di Firenze Piero dei Medici: il che ha suscitato le ire del duca di Milano Ludovico Sforza e del suocero stesso, che ha il comando delle truppe sforzesche fuori dai confini lombardi. Solo con la vittoria di francesi e veneziani sullo Sforza (luglio 1500) può rientrare a Bologna. Anche in questo caso non manca la sua lealtà nei confronti dei Bentivoglio. Ad ottobre Cesare Borgia minaccia Bologna; Niccolò Maria Rangoni si fa trovare al fianco del suocero Giovanni. Muore a fine mese di notte. E’ sepolto a Modena nella chiesa di San Francesco a fianco del padre Guido I.

Quinta generazione (XVI secolo)

GUIDO II RANGONI (il piccolo) 1485-1539 (gennaio). Di Modena. Conte, marchese di Longiano e di Savignano. Signore di Cordignano, Spilamberto, Sant’Arcangelo di Romagna, Vignola, Beauregard, Belleville, La Tour du Pin. Nel 1507 il duca di Ferrara gli confisca Spilamberto per l’aiuto prestato ai Bentivoglio nel loro tentativo di recuperare Bologna. Figlio di Niccolò e di Bianca Bentivoglio. Fratello di Annibale, Francesco, Ludovico, Ercole (cardinale), Ginevra (moglie di Giangaleazzo da Correggio e di Luigi Gonzaga), Costanza (Moglie di Tommaso Calcagnini e di Cesare Fregoso). Padre di Baldassarre; di Lavinia moglie di Sigismondo Gonzaga, marchese di Vescovato, e di Gian Francesco Pusterla; Bianca, sposa Gian Francesco da Bagno; Isabella, moglie di Ermes Stampa, marchese di Soncino. Sposa Argentina Pallavicini, figlia di Federico, marchese di Zibello. E’ chiamato dai cronisti locali “piccolo” per distinguerlo dal cugino Guido, un omonimo, detto “grosso”. Nel suo caso il termine “piccolo” non è un diminutivo, ma un termine qualificativo, tipo “giovane”. Del resto la sua struttura fisica viene resa nel quadro conservato dalla Confraternita di San Geminiano di Modena, di cui fu un grande benefattore, che lo rappresenta magro e muscoloso come si addice ad un vero soldato.

Molteplici sono le citazioni reportate nella sua scheda del presente sito (35). Guido II è, infatti, il più celebre dei condottieri della casata Rangoni; lo testimoniano il ritratto del Tiziano, il conferimento dell’ordine di San Michele da parte del re di Francia (con alcuni feudi di accompagnamento); è famoso pure per avere appreso l’uso delle armi alla Scuola di Bologna, insieme con Giovanni de’ Medici, sotto la guida del maestro Guido Antonio de Luca. Non a caso, sotto questo aspetto, lo giudica uno storico dell’Ottocento come Albano Sorbelli “Tenuto per uno de’ primi spadaccini e capitano del tempo”. La valutazione di stima si amplia con Leandro Alberti, suo contemporaneo “Fu questo valoroso Capitano non isperto solamente nell’armi, ma etiamdio letterato, eloquente, liberale, e dei virtuosi ottimo padrone.” Lodato pure da storici francesi come il Du Bellay ed il Picot, l’apice è raggiunto dai cronisti locali come J. e T. de’ Bianchi, che lo hanno conosciuto di persona “Questo sig.r conte Guido è lo più grande e honorato sig.r e zentil homo che sia nasuto (nato) de Modena asai tempo fa; è beneamato, perché sua ill.ma sig.a (signoria) è sempre stato liberalissimo e splendido più che niuno de casa Rangona.” Come ha scritto G.C. Montanari nella sua biografia dedicata a tale condottiero “Visse una vita sufficientemente lunga..forse troncata anzitempo..Un capitano di ventura, si potrebbe definirlo con molta approssimazione. Fu certo un uomo d’arme”, vissuto a cavallo tra due epoche, il Rinascimento e l’Età Moderna, cresciuto in fretta come il padre e dotato di grandi qualità personali. Muore a Venezia nel gennaio 1539 non senza sospetto di essere stato avvelenato. E’ sepolto nella città lagunare nella più grande basilica della città, la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, dove si trovano le tombe e i monumenti equestri di altri condottieri che hanno combattuto con lui nella guerra della Lega di Cambrai (Niccolò Orsini, Dionigi Naldi, fra Leonardo Prato). Per quanto attiene la sua attività di uomo d’arme si rimanda all’apposita scheda presente nel sito.

ANNIBALE RANGONI + 1523 (aprile). Conre. Signore di Cordignano e di Spilamberto. Figlio di Niccolò Maria e di Bianca Bentivoglio. Fratello di Guido II, Francesco, Ludovico, Ercole (cardinale), ginevra, Costanza. Sposa juna francese, la contessa di Marienne.

“Essendo riuscito famoso per molte valorose prove, fu nel tempo suo guerriero honorato.” Sansovino “Splendido protettore de’ dotti e de’ Poeti.” Tiraboschi. Sono tali le caratteristiche riportate dagli storici riguardanti questo personaggio. Annibale, come il padre ed i fratelli Guido, Francesco e Ludovico si vota anch’egli al mestiere delle armi impraticandosi all’uso della spada quasi certamente presso la “Scuola bolognese” di scherma. Non si sa con certezza se abbia frequentato le lezioni dello stesso maestro di Guido II, Guido Antonio de Luca. Nel 1511 affianca i Bentivoglio nel loro tentativo di recuperare la signoria di Bologna. Due anni dopo è segnalato con Annibale II Bentivoglio confinato a Ferrara su indicazione del papa Giulio II. Passa al servizio dello stato della Chiesa con l’avvento al pontificato di Leone X. Nel 1518 le cronache lo riportano come uno degli attori della guerra privata che oppone le famiglie laziali dei Conti e dei Gaetani di Sermoneta ai Colonna. Sono messe a sacco alcune località della Campagna romana appartenenti ai rivali. Sempre al servizio dei pontifici, nel maggio 1520 arresta a Roma Giampaolo Baglioni, che sarà decapitato in Castel Sant’Angelo il mese successivo per molti crimini, tra cui l’accusa di avere suscitato una rivolta nella Marca d’Ancona. Questo esempio non gli impedisce nella primavera del 1522 di avere il comando delle truppe dei Bentivoglio nel loro ultimo tentativo di recuperare la signoria in Bologna: il giorno di Pasqua assale la città con le scale. Ferito ad una gamba da un colpo di archibugio, e con 500 morti nelle sue file, deve alla fine ritirarsi. Tra i caduti vi è anche un fratello, morto successivamente a Spilamberto per le ferite riportate. L’episodio non sembra avergli troppo nuociuto. Ha modo di rientrare a Spilamberto e di ritornare alla guardia di Modena, sempre per conto dei pontifici. E’ chiamato a Roma, dove viene nominato cavaliere dell’ordine di San Giovanni Battista. Muore nell’aprile 1523 nei pressi di Roma per i postumi della ferita riportata a Bologna.

FRANCESCO RANGONI +1528 (maggio). Signore di Spilamberto e Cordignano. Patrizio di Modena. Figlio di Niccolò Maria e Bianca Bentivoglio. Fratello di Guido II, Annibale, Ludovico, Ercole (il cardinale), Ginevra e Costanza. Sposa Fiammetta d’Appiano, figlia del signore di Piombino Jacopo e Cassandra da Collalto.

Nessuna citazione al suo riguardo. Le sue prime esperienze militari, al comando di una compagnia di balestrieri a cavallo, risalgono, per conto dei veneziani, al 1512. Ha modo di affrontare gli spagnoli in numerose occasioni in Piemonte, Emilia e Lombardia. Nel 1513, dopo la disfatta di Bartolomeo d’Alviano nella battaglia di Creazzo, è segnalato alla difesa di Padova; nel 1514 rientra in Lombardia alla difesa di Crema agli ordini di Renzo di Ceri. Al termine di tale conflitto, nel 1517, passa al servizio dello stato della Chiesa: affronta nelle Marche Francesco Maria della Rovere teso alla riconquista del ducato di Urbino. Nel 1522 affianca il fratello Annibale nel tentativo di rimettere alla signoria di Bologna i Bentivoglio. Da ultimo, passa al servizio dei francesi. Nel 1528 segue il Lautrec nella sua spedizione nel regno di Napoli; prende parte all’espugnazione di Melfi ed all’assedio di Napoli. Muore di peste nel maggio 1528 nei pressi della città campana; il fratello Guido II, colpito dallo stesso male, negli stessi giorni giace infermo a Capua.

LUDOVICO RANGONI +1552 (dicembre). Marchese di Zibello, conte di Roccabianca. Signore di Spilamberto, Cordignano, Zibello, Roccabianca e, per brevi periodi, anche di Montecchio Emilia, Tizzano Val Parma, Nonantola e Forlimpopoli. Figlio di Niccolò Maria e di Bianca Bentivoglio. Fratello di Guido II, Francesco, Annibale, Ercole (il cardinale), Ginevra e Costanza. Padre di Pallavicino e di Giulio. Sposa Barbara Pallavicini, figlia di Rolando, che gli porta in dote Zibello e Roccabianca. Padre di Pallavicino e di Giulio.

Al di là delle citazioni encomiastiche nei suoi confronti come quella del Bonifacio ” Uomo di grande ardire e di gran perizia militare”, o quella del Sansovino “Per grandezza d’animo e per peritia d’armi uguali a maggiori de suoi passati”, leggendo il suo curriculum ci sembra più verosimile la valutazione espressa da Giovanni Battista Giraldi “Huomo molto debole di consiglio” nella sua opera “Commentario delle cose di Ferrara et de’ Principi d’Este”. Ludovico ha la carriera più lunga e movimentata tra i fratelli. Per un esame più dettagliato della sua storia militare si rimanda alla scheda presente nel sito. Si tratta di un uomo arrogante ed attaccabrighe, in contrasto con chiunque sembri ledere i suoi interessi. Sempre per la stessa motivazione è anche sospettato di avere fatto avvelenare la moglie. Numerose sono le volte che viene in urto con pontifici, con gli Estensi, con il marchese di San Secondo Piermaria dei Rossi, provocato a duello con un cartello di sfida posto sulle colonne di piazza San Marco a Venezia: l’accusa è quella di essere stato vittima di un tentativo di avvelenamento. Seguono in questo elenco il duca di Parma Pier Luigi Farnese, i Pallavicini con la stessa cognata Argentina, vedova del fratello Guido II, il papa Paolo III allorché egli si impadronisce con un colpo di mano di Forlimpopoli ai danni dell’avversario del momento, Antonello Zampeschi. Alla fine è bandito dagli stati estensi per avere ucciso un ferrarese colpevole, con altri uomini, di avere rapito donne residenti nei territori da lui controllati. Si ritira a Cremona e dopo cinque anni lo si trova riconciliato con la cognata ed assolto da ogni condanna dai duchi di Ferrara. Trova la pace solo al servizio dei veneziani, che gli affidano il governo del Friuli. Muore ad Udine nel dicembre 1552. E’ ricordato in una novella da Matteo Bandello.

CLAUDIO RANGONI 1507 (luglio)-1537 (febbraio) Conte. Signore di Castelvetro di Modena e di Levizzano Rangone. Fa parte di un ramo collaterale a quello dei Rangoni di Spilamberto., quello di Castelvetro di Modena. Cugino di Guido II, Ludovico, Francesco, Annibale, Ercole, Ginevra e Costanza. Sposa Lucrezia della Mirandola, figlia di Ludovico e sorella di Galeotto.

Nonostante la brevità della sua vita (trenta anni) notevole è il florilegio di giudizi espressi nei suoi confronti da storici di epoche diverse: valutazioni che vanno dall’esaltazione del suo valore di capitano, al concetto più ampio, di “valore” inteso come insieme di qualità morali ed intellettuali. “Signor d’animo generoso e civile” (Sansovino); “Speme ed onor del secol afflitto” (Varchi); “Fu uno de’ più valorosi Condottieri d’armi, che avesse il secolo XVI, e se la morte non l’avesse colpito nel fior degli anni avrebbe potuto emular la gloria de’ più rinomati” (Tiraboschi) “Nel tempo che era sano era soldato del re di Franza con bonissima provisione, e al presente s’era aconzo con la Sig.a de Venetia con bona conduta de soldo, lui era splendidissimo e dava recapito a signori in casa sua molto honorevolmente, et era ben voluto in Modena, et se delectava de virtù” (J. e T, de’ Bianchi). Dopo il suo apprendistato militare avvenuto nelle compagnie del cugino Guido II gode di importanti comandi al servizio dei fiorentini e del duca di Urbino. Di seguito milita al servizio del re di Francia Francesco I. Nel 1526 assale Monza con Lorenzo Cybo, entra in città e costringe alla resa la guarnigione spagnola nella rocca; nell’occasione uccide il capitano Sivilla con un colpo di archibugio. Nel febbraio 1527 effettua audaci incursioni nel piacentino; cattura a Mucinasso 80 cavalli e 100 fanti imperiali, tra cui il capitano imperiale Zuchero e il maestro di stalla del principe d’Orange; si spinge fino alle porte di Roma con Luigi Gonzaga. Dal 1527 al 1529 milita al servizio della Serenissima in Lombardia, distinguendosi in varie azioni dalla difesa di Melzo alla battaglia di Pavia, in una serie di scontri tattici tra i più documentati dell’intera casata. Muore nel febbraio 1537 per i postumi di una caduta da cavallo. Viene sepolto, inizialmente, a Modena nella chiesa di San Biagio, dove è collocato il suo sepolcro commemorativo eretto da Niccolò Cavallerino su disegno di Giulio Romano. In un secondo momento la sua tomba viene traslata nella chiesa di San Francesco (ora San Giorgio), accanto ai Rangoni di Spilamberto,

Settima generazione (metà – fine XVI secolo)

BALDASSARRE RANGONI 1535-1581 Marchese di Longiano e di Savignano, barone di Pernes, conte di Castelcrescente Ravarino. Signore di Spilamberto, Longiano, Savignano e Vignola. Figlio di Guido II e di Bianca Bentivoglio. Padre di Guido III. Sposa Giulia Orsini, figlia di Camillo, marchese di Mentana ed Elisabetta Baglioni.

Figlio di Guido Ii, Baldassarre proietta la casata nello scenario internazionale del tardo Cinquecento. Governatore di Carpentras, cavaliere dell’ordine di San Michele, barone di Pernes, governatore della Dalmazia e dell’isola di Creta. Questo in breve il suo cursus honorum. Scarse, invece, e da parte di autori coevi minori, le citazioni a suo favore “E’ stato de’ capitani maggiori della sua età (De’ Crescenzi) e “Honoratissimo guerriero” (Cirni). Alla morte del padre il papa Paolo III gli conferma i feudi di Longiano e di Savignano siti in Romagna. Sceglie anch’egli la carriera militare. Nel 1550 combatte nella guerra di Parma per i pontifici agli ordini del futuro suocero Camillo Orsini; prende parte all’assedio della Mirandola. Nel 1556 fronteggia gli imperiali nel Lazio; catturato dal conte di Popoli in un’imboscata tra Grottaferrata e Frascati, viene poco dopo liberato. Nel 1557-1559 subisce le persecuzioni dei Carafa (Paolo IV); si trova coinvolto nelle vicende del cardinale Giovanni Morone, vescovo di Modena. E’ incarcerato dall’Inquisizione ad Ancona e si vede sottrarre il feudo di Longiano con accuse di profanazione di chiese e rapporti con ebrei. Riabilitato ed assolto da ogni accusa di eresia dal nuovo pontefice Pio IV, è inviato ad Avignone (la città fa ancora parte dello stato della Chiesa), dove partecipa con impegno alle lotte contro gli ugonotti. Al comando delle milizie pontificie, nel 1562 il suo comportamento gli fa avere dal re di Francia Carlo IX la baronia di Pernes. Ha l’incarico di governatore di Carpentras nel 1563 ed ottiene la cittadinanza francese nel 1568. Nel 1570-1571 ritorna in Italia al soldo dellla Serenissima. Governatore generale della Dalmazia ha modo di affrontare i turchi. Nel 1578 restituisce ai pontifici i feudi di Longiano e di Savignano, ottenuti dal padre come pegno a fronte di un prestito fornito allo stato della Chiesa. Muore nel 1581 a Candia (Creta), ultima sua meta guerresca. Il figlio, il conte Guido III, si rivela un uomo snza scrupoli. Viene imprigionato dagli Estensi con l’accusa di prepotenze varie accompagnate da omicidi. Rinchiuso nel castello di Ferrara, tenta di fuggire calandosi nella fossa della fortezza cittadina. Cade dal cordolo della torre ed affoga nel fossato.

GIULIO RANGONI +1583 Marchese di Roccabianca, signore di Spilamberto, Campiglio di Vignola, Castelcrescente Ravarino e Cordignano. Patrizio di Modena. Figlio di Ludovico Rangoni e di Barbara Pallavicini. Fratello di Pallavicino, cugino di Baldassarre. Sposa Lucia Scotti.

Come per altri esponenti della sua casata è l’amore per le lettere a dare lustro a questo personaggio. “Fu uomo che non trascurò le lettere e fu colto poeta” (Litta). Certo non manca l’aspetto guerresco testimoniato dalla sua partecipazione a tanti fatti d’armi. Giovanissimo, parte volontario per affrontare i turchi del sultano Solimano il Magnifico. Nel 1554 combatte per il duca di Parma Ottavio Farnese contro le truppe del papa Paolo IV. Gli anni seguenti lo vedono impegnato in campagne che si svolgono all’estero piuttosto che nella penisola. Al servizio degli spagnoli si segnala nel 1568 nelle Fiandre allorché fronteggia le truppe di Guglielmo d’Orange. Nel 1571, ancora una volta contro gli ottomani, rimane ferito nella battaglia di Lepanto. Muore nel 1583.

PALLAVICINO RANGONI +1570 Marchese di Roccabianca, signore di Campiglio di Vignola, di Castelnuovo di Sopra e di Cordignano. Figlio di Ludovico e di Barbara Pallavicini. Fratello di Giulio; cugino di Baldassarre. Cavaliere dell’ordine di San Michele. Patrizio di Modena.

“Datosi alla militar disciplina, vi fece honorate prove” afferma il Sansovino. La sua attività si svolge tutta fuori d’Italia. Inizia con i pontifici, per conto dei quali combatte in Francia gli ugonotti. Si sposta, successivamente, in Inghilterra. Al servizio del re Edoardo VI fronteggia gli scozzesi. Alla morte del sovrano rientra in Italia nel 1553. Nel 1565 gli ottomani assalgono l’isola di Malta; raccoglie a proprie spese una compagnia di fanti ed affronta gli avversari agli ordini di don Garcia di Toledo. Anni dopo (1569) è segnalato in Francia agli stipendi del re Carlo IX. Suoi avversari sono ancora gli ugonotti; si distingue alla battaglia di Poitiers. Il suo comportamento è tanto efficace da essere insignito dai transalpini dell’ordine di cavaliere di San Michele e di essere riconosciuto come cittadino francese. Nel 1570 è assunto dai veneziani; viene inviato in Grecia a contrastare gli ottomani. Destinato alla difesa dell’isola di Cipro, è tale il suo orgoglio da rifiutare di trasferirsi alla difesa di Famagosta pur di non sottostare agli ordini di Astorre Baglioni. Biasimato per tale condotta, non viene licenziato dalla Serenissima, ma semplicemente trasferito nell’isola di Creta, dove ha l’incarico di reclutare le truppe destinate alla difesa di Cipro. Muore per malattia a Licona nello stesso anno.

ALESSANDRO RANGONI 1532-1572 (gennaio) Di Modena. Conte di Borgofranco (Castelfranco Emilia). Signore di Castelvetro di Modena e di Levizzano Rangone. Figlio di Ercole e della ferarrese Beatrice Roverella. Il padre è un nobile modenese, largamente implicato come fiancheggiatore del dissenso religioso nella sua città. Sposa Renata d’Este, figlia naturale del cardinale Ippolito d’Este. .

Abbraccia giovanissimo il mestiere delle armi, nonostante che sia stato destinato dai suoi famigliari alla carriera ecclesiastica. Sintetico è nei suoi confronti il giudizio del Tiraboschi, che accomuna la sua indole a quella di altri membri della sua casata. “Servì con fama di valoroso guerriero diversi principi. Ma benché visse quasi sempre fra l’armi, coltivò nondimeno la volgar poesia (la poesia in italiano)” Il suo primo impegno (1551) lo vede in Ungheria a combattere gli ottomani, per conto degli imperiali, agli ordini di Francesco d’Este. Nel 1554 prende parte alla guerra di Siena, dalla parte francese, contro imperiali e fiorentini; presente alla battaglia di Marciano, vi è fatto prigioniero; condotto prigioniero a Firenze, è liberato dietro il pagamento di 700 scudi (richiesta iniziale 1000). Tre anni dopo, nel 1557, affronta nuovamente gli imperiali al servizio del duca di Ferrara Ercole II d’Este. Trascorrono dieci anni e nel 1567 è segnalata la sua presenza in Francia agli stipendi del re Carlo IX. Sono gli ugonotti i suoi avversari. Ottiene dal duca di Savoia Carlo Emanuele Filiberto il comando di un colonnello di fanti e la nomina di suo consigliere, con una provvigione di 500 scudi annui. Sempre attivo, ultima è la Serenissima ad averlo nelle sue file (1570). In tale frangente un ostacolo si oppone al suo desiderio di scontrarsi con gli ottomani in Grecia. Una rissa di soldati, infatti, nata alla partenza per il fronte da Chioggia, gli impedisce di prendere parte alla spedizione a causa di una grave ferita. Muore a Siviglia nel gennaio 1572: è sepolto a Modena nel successivo aprile nella chiesa di San Vincenzo.

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