I da Montefeltro: La Stirpe dei Conti e Duchi di Urbino

Dalle accuse di eresia medievali alla supremazia culturale rinascimentale: l'intensa storia militare della dinastia Montefeltro.

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Guidobaldo e Federico da Montefeltro
Guidobaldo da Montefeltro, Federico da Montefeltro

La dinastia dei Montefeltro: scomuniche, guerre mercenarie e la corte di Urbino

La famiglia nasce da un ramo dei conti di Carpegna. Mentre il ramo principale indirizza i propri interessi verso la valle del Foglia, quello dei futuri da Montefeltro punta sulla Val Marecchia. Si impadronisce nella seconda metà del secolo XII di San Leo (anticamente Mons Feretri), sede vescovile situata in provincia di Rimini, ed assume il nome attuale. I suoi domini si estendono rapidamente fino a permettere ai principali esponenti della casata di assumere il comando dei ghibellini di Romagna. I da Montefeltro emergono in tal modo nel cuore dell’Appennino umbro marchigiano come una delle famiglie ghibelline più tenaci e più a lungo perseguitate dalla Chiesa nella storia italiana del basso medioevo. Per oltre un secolo, tra la fine del Duecento e la metà del Trecento, i suoi membri vivono in uno stato di scomunica quasi permanente; sono dichiarati eretici e idolatri; sono fatti bersaglio di crociate ai loro danni, eppure sono sempre capaci di riconquistare Urbino dopo ogni rovescio. Solo con il progressivo riavvicinamento alla Santa Sede nel secondo Trecento la casata trova un assetto stabile, che culmina nel Quattrocento con la trasformazione di Urbino, sotto Federico da Montefeltro, in una delle corti più raffinate d’Italia. La parabola familiare racconta così due storie in una: quella dei conti guerreschi e scomunicati del primo periodo, radicati nelle faide della Marca e della Romagna, e quella dei signori rinascimentali che, forti del mestiere delle armi esercitato al servizio di stati più grandi, costruiscono uno stato duraturo e una civiltà di corte celebrata in tutta Europa.

FEDERICO DA MONTEFELTRO (Ghibellino)

Biografia: https://condottieridiventura.it/federico-da-montefeltro-ghibellino/

Conte. Figlio di Guido e di Manentessa di Guido, conte di Giaggiolo. Padre di otto figli, tra cui Francesco, Niccolò, Nolfo, Galasso ed Ugolino, vescovo di Fossombrone. Cugino di Speranza da Montefeltro. 1258 ca. – 1322 (aprile)

Compare per la prima volta in posizione di primo piano nel maggio 1295 quando viene assolto dalla scomunica in cui è incorso per aver coadiuvato nelle sue imprese il padre Guido, ormai vecchio e prossimo al ritiro in convento. Federico da Montefeltro è protagonista per oltre trent’anni delle guerre di fazione che insanguinano le Marche, l’Umbria, la Romagna e la Toscana tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento. Podestà di Arezzo, di Cesena e poi di Pisa, guida ripetutamente la lega degli “Amici della Marca” contro i guelfi e contro il rettore pontificio di turno; occupa Fano, Urbino, Cagli e numerose altre località, spesso perdendole e riconquistandole. Accorre incontro all’imperatore Enrico di Lussemburgo con il cugino Speranza e ne diventa uno dei capitani più fidati durante la discesa di quest’ultimo in Italia. Ripetutamente scomunicato, è infine dichiarato eretico e idolatra dal papa Giovanni XXII, che bandisce contro di lui una vera e propria crociata. Nell’aprile del 1322 Urbino si solleva al suo governo: assalito nella torre maestra del palazzo, si presenta alla folla insieme con il figlio Francesco con il capestro al collo; chiedono pietà. Entrambi sono trucidati dagli astanti su istigazione del vescovo di Rimini; il suo cadavere viene sepolto, in quanto scomunicato, in una fossa colma di letame di cavallo. Altri due figli riescono a fuggire per essere poi catturati a Gubbio; il cugino Speranza si rifugia nel castello di San Marino. Solo nel 1334, dodici anni dopo la sua morte, il papa Giovanni XXII, su richiesta dei figli Nolfo e Galasso, scampati alla strage, ordinerà la revisione del processo per eresia a suo carico. Il completo fallimento della sua politica si deve, secondo Tommaso di Carpegna Falconieri alla polverizzazione nell’Italia centrale delle capacità operative dei ghibellini locali, “nonché dalla ormai consolidata opposizione della casata dei Malatesta con la quale (la sua famiglia) rimarrà – e a lungo sarebbe rimasta – una radicale sovrapposizione di interessi”. Di intonazione differente sono altre citazioni a suo favore, sempre da parte di storici contemporanei, per le quali si va dall’ “indiscusso leader politico e militare della regione” (Francesco Pirani, in “Tiranni e città dello Stato della Chiesa”), all’accomunamento ad Uguccione della Faggiuola per il suo valore sul campo di battaglia (“il solo che si possa paragonare ad Uguccione di cui fu lungamente amico ed alleato” Carlo Cipolla, in “Storia delle signorie italiane dal 1313 al 1530”. “La sua carriera (infine) suggerisce che addirittura nell’incarico podesteriale, quando (questo) era conferito per ragioni inizialmente militari, si possono individuare le radici del mercenariato italiano trecentesco” Alessandro Barbero in “I signori condottieri”.

SPERANZA DA MONTEFELTRO

Biografia: https://condottieridiventura.it/speranza-da-montefeltro-conte/

Cugino di Federico; zio di Nolfo e di Niccolò. Muore nel 1345.

Speranza da Montefeltro condivide per tutta la vita le sorti militari e le scomuniche del cugino Federico, che affianca nelle varie campagne condotte nelle Marche contro i pontifici ed i Malatesta di Rimini fin dai primi anni del Trecento. Anch’egli capitano degli “Amici della Marca”, partecipa all’accoglienza dell’imperatore Enrico di Lussemburgo e viene più volte colpito da interdetto e da scomunica insieme con il congiunto. Quando nell’aprile 1322 Urbino cade in mano ai pontifici e Federico viene ucciso dalla folla, Speranza riesce a mettersi in salvo riparando nel castello di San Marino. Negli anni successivi rientra in Urbino e ne condivide il governo con il nipote Nolfo; nel 1334, istigato dal signore di Arezzo Pier Saccone Tarlati e da quello di Rimini Malatesta Malatesta Guastafamiglia, ordisce una congiura per spodestare il nipote e restare unico signore della città. Il complotto è scoperto e Speranza è costretto ad abbandonare precipitosamente Urbino per riparare ad Arezzo, dove trascorre gli ultimi anni al fianco dei Tarlati. Muore nel 1345, ultimo protagonista della generazione ghibellina della casata.

NOLFO DA MONTEFELTRO (Sighinolfo da Montefeltro)

Biografia: https://condottieridiventura.it/nolfo-da-montefeltro/

Figlio di Federico da Montefeltro, nipote di Speranza da Montefeltro, cognato di Ferrandino Novello Malatesta. Sposa Giovanna Gabrielli, figlia di Cantuccio, signore di Gubbio. 1295 – 1363 (settembre).

Figlio di Federico assiste, poco più che ventenne, al linciaggio di suo padre effettuato dalla popolazione di Urbino in rivolta.Trovato rifugio presso il vescovo di Arezzo Guido Tarlati, nel giro di pochi mesi quello stesso popolo (luglio 1323), stanco delle vessazioni dei pontifici, lo proclama trinfalmente signore della città con lo zio Speranza. Come suo primo atto affronta in combattimento le truppe dello stato della Chiesa guidate da Ferrandino Malatesta. Gli avversari sono sconfitti; il Malatesta si salva a stento; tutti i responsabili della sedizione di Urbino di due anni prima, fatti prigionieri, sono passati per le armi. Nel 1334, quando scopre che lo zio sta tramando a suo scapito per assumere da solo il governo cittadino, lo scaccia dalla città insieme con i cugini. Capitano di lunga esperienza, milita al servizio di Pisa contro Firenze, partecipa alla conquista di Lucca, passa poi agli stipendi di Venezia contro il conte di Gorizia guadagnandosi l’iscrizione alla nobiltà veneziana; da ultimo, si mette al servizio dei Visconti di Milano e, come capitano generale, contrasta fiorentini e perugini in Umbria, nelle Marche ed in Toscana. Negli ultimi anni di vita si riconcilia con la Chiesa attraverso il cardinale legato Egidio Albornoz, che gli riconosce il vicariato di Urbino, di Cagli e di San Leo: viene in tal modo chiusa, almeno formalmente, la lunga stagione dell’eresia e della scomunica che ha segnato la vita del nonno Guido e del padre Federico. Muore nel settembre del 1363. “Huomo di gran valore e sagacissimo”, così lo descrive Paolo Tronci nella sua opera “Memorie istoriche della città di Pisa”; intelligenza che si rivela nell’abbandono degli antichi sogni di espansione della casata “che si erano rivelati tanto rovinosi all’economia di una città e di un distretto montuoso assai poveri”. Utili per raggiungere i suoi nuovi obbiettivi sono invece “le sue fortunate attività di capitano (con la quale) il conte Nolfo portò i suoi soldati per l’Italia in cerca di fortuna” Gino Franceschini in “I Montefeltro”. Certamente un freno alle sue ambizioni è dato dalla presenza del nuovo legato pontificio, il cardinale Egidio Albornoz, capace di contenere nei loro distretti tanti signori di Lazio, Marche, Umbria e Romagna.

NICCOLO’ DA MONTEFELTRO

Biografia: https://condottieridiventura.it/niccolo-da-montefeltro/

Conte di Urbino, appartenente ad un ramo secondario della casata. Il suo nome non va confuso con un omonimo, figlio naturale di Federico da Montefeltro, fratello di Nolfo, morto nel 1348. Sposa la cugina Agnese da Montefeltro. Vive dal 1319 al 1367 (agosto).

Niccolò da Montefeltro costruisce la propria carriera soprattutto come capo di una compagnia di ventura alla cui testa milita agli stipendi di Firenze, di Perugia, dei signori romagnoli e dello stato della Chiesa. Fonda la Compagnia del Cappelletto, forte di circa mille cavalli, in prevalenza italiani (romagnoli, umbri e marchigiani, ma anche lombardi e toscani, mentre in misura minore risultano uomini dell’Italia meridionale). Alla testa di tale compagnia, in cui sono presenti anche cavalli tedeschi e borgognoni, percorre a lungo la Toscana danneggiando in particolare il territorio senese; catturato in battaglia a Torrita di Siena, viene liberato dietro la consegna di ostaggi, tra cui un proprio figlio. Confluisce di seguito nella Compagnia di San Giorgio agli ordini di Giovanni Acuto, di cui diventa cancelliere; viene, infine, nominato dal cardinale Egidio Albornoz capitano generale delle truppe dello stato della Chiesa, per cui conto, sconfigge i perugini nella battaglia di Ponte San Giovanni. Il suo matrimonio con la cugina Agnese da Montefeltro suggella la pace raggiunta tra i diversi rami della famiglia. Muore a fine agosto del 1367 nella fortezza di Belriposo a Viterbo. La sconfitta della Compagnia del Cappelletto, subita in Val di Chiana nel 1363, è ricordata nell’affresco di Lippo Vanni conservato nel Palazzo Pubblico di Siena. “Nella storia della milizia italiana, (Niccolò da Montefeltro) meriterebbe un posto d’onore. Quanto l’ambizione e l’interesse potessero influire nel vario giuoco che doveva portare i più animosi e i più abili alla testa di queste compagnie di mercenari, non è ben chiaro; ma è evidente che il conte Niccolò era ben consapevole d’essere d’un gran nome e, quel che più conta, si trovava nella necessità di servirsi di questo nome come dell’unica ricchezza disponibile” Franceschini. La sua figura risulta pertanto tra i condottieri più prestigiosi dell’Italia centrale del tempo, come risulta anche dalla “Cronaca senese” di Donato di Neri.

ANTONIO DA MONTEFELTRO

Biografia: https://condottieridiventura.it/antonio-da-montefeltro-conte/

Di Urbino. Figlio di Federico Novello e di Teodora Gonzaga. Padre di Guidantonio, Battista (sposa Galeazzo Malatesta di Pesaro), Anna (sposa Galeotto Belfiore Malatesta del ramo di Rimini), di altre due figlie (di cui non si conosce il nome. Una di queste sposa Astorre Manfredi) e di Niccolò. Nipote di Nolfo da Montefeltro. Sposa Agnesina di Vico, figlia di Giovanni. Vive dal 1348 al 1404 (aprile).

Uomo di guerra e politico abilissimo sa inserirsi con autorevolezza nelle lotte dei maggiori stati italiani, tanto da essere ritenuto come il vero fondatore dello stato di Urbino. Riesce ad estendere il suo dominio su Cagli, Gubbio e Cantiano riuscendo in tal modo a controllare un territorio valutabile sui 2000 Kmq. Antonio da Montefeltro attraversa una giovinezza segnata dall’esilio: tenta invano di occupare Urbino nel 1369 e trova rifugio a Perugia; si reca, successivamente, ad Avignone presso il papa, ne ottiene il perdono ed è in grado di rientrare gradualmente in possesso dei suoi domini. Nel dicembre 1375, quando Urbino e le città vicine si sollevano contro il malgoverno pontificio, muove da Città di Castello e si impadronisce della città, ponendosi alla testa di una vasta lega di piccoli signori dell’Appennino. Negli anni seguenti consolida il proprio stato acquisendo Cagli e soprattutto Gubbio, città che resterà definitivamente legata a Urbino. Alterna alleanze con Firenze, con i Visconti di Milano e con lo stato della Chiesa, ricoprendo per un periodo la presidenza del consiglio segreto ducale a Milano. Prende parte alla battaglia di Casalecchio di Reno (1402) che segna la fine dei Bentivoglio alla signoria di Bologna. E’ anche autore di sonetti e mecenate di letterati e di architetti. Muore ad Urbino a fine aprile del 1404; viene sepolto nella chiesa dei frati minori osservanti. Antonio da Montefeltro è uno dei protagonisti del successo della sua casata come evidenziato nelle loro opere rispettivamente da Filippo Ugolini e da Gino Franceschini “Governò il conte con mansueto imperio il suo popolo, che sempre gli rimase fedele anche nella fortuna avversa; e niun suo atto di crudeltà o prepotenza ci è registrato dalla storia” Così il primo autore nella sua “Storia dei conti e duchi d’Urbino”. “Con lui spariva dalla scena politica italiana da quella fine di secolo una delle più eminenti figure di soldato e di politico; una delle più significative che avesse espresso l’antica schiatta dei Montefeltro, pur così ricca d’intrepidi soldati e di abili e virtuosi capitani”. Così il secondo nel suo già citato lavoro “I Montefeltro”.

GUIDANTONIO DA MONTEFELTRO

Biografia: https://condottieridiventura.it/guidantonio-da-montefeltro-conte/

Figlio di Antonio e di Agnesina di Vico. Sposa in prime nozze Rengarda Malatesta dalla quale, in ventisei anni di matrimonio, non ha figli. Secondo una notizia non confermata da una relazione con Elisabetta degli Accomandati, dama di compagnia della contessa, nasce Federico, il futuro duca di Urbino. Da un’altra relazione extraconiugale nasce Aura, sposa del condottiero Bernardino degli Ubaldini della Carda, probabilmente i veri genitori di Federico. Dopo la morte di Rengarda (1423) sposa in seconde nozze (gennaio 1424) Caterina Colonna, nipote del papa Martino V. La coppia ha sei figli: Raffaello Maria (nato morto), Oddantonio, (che gli succederà al governo dello stato urbinate), Brigida (vive solo due mesi), Violante (moglie di Domenico Malatesta, che si farà monaca alla morte del marito), Agnese (sposa di Alessandro Gonzaga, marchese di Castel Goffredo, Castiglione delle Stiviere e Solferino), Sveva (moglie di Alessandro Sforza; costretta a farsi monaca, è ricordata come la Beata Serafina) e di un’altra figlia, rimasta anonima, moglie del signore di Faenza Guidantonio Manfredi. Cognato di Carlo Malatesta, Pandolfo Malatesta e Andrea Malatesta, suocero di Alessandro Sforza, Domenico Malatesta, Guidantonio Manfredi e Bernardino degli Ubaldini. Insignito della Rosa d’Oro. Vive dal 1378 al febbraio 1443.

Conte di Urbino: signore in varie riprese di Assisi, Bastia Umbra, Cagli, Castel Durante (Urbania), Città di Castello, Forlì.Forlimpopoli, Gubbio, Lamoli, Mercatello sul Metauro, Monte Locco, Montone, San Gemini, Nocera Umbra, Ostra, Sant’Angelo in Vado e Spello. Il governo di Guidantonio da Montefeltro è il più lungo della storia della casata. Succede al padre Antonio nel 1404 ottenendo l’investitura pontificia di Urbino; negli anni seguenti diventa uno dei condottieri più stabilmente impiegati d’Italia, ricoprendo, la carica di Gran Connestabile del regno di Napoli e quella di Gonfaloniere dello stato della Chiesa. Le sue campagne lo portano dagli Abruzzi alla Lombardia. Il conflitto più costante della sua vita è quello contro il capitano perugino Braccio di Montone, che gli sottrae ripetutamente Assisi e altri territori umbri, salvo poi riconciliarsi con lui a Firenze, dove il papa Martino V lo insignisce della Rosa d’Oro. E’ al contempo uomo d’arme e di cultura, dando avvio alla biblioteca dei signori di Urbino. Muore a Urbino a fine febbraio 1443 dopo una breve malattia. E’ sepolto con il saio francescano nella chiesa di San Donato. “Molle capitano” lo definisce Neri di Gino Capponi nei suoi “Commentarii di cose seguite in Italia dal 1419 al 1456”. Sulla stessa falsariga è il giudizio anche di un altro storico fiorentino Giuseppe Cavalcanti (“Istorie fiorentine”) vissuto negli stessi anni “Egli cavalcò nel nostro esercito, e da ciascuno fu onorato. E’ più si confidava nella milizia del genero (Bernardino degli Ubaldini della Carda), che nella dottrina di sé: concossiacosa che egli aveva più praticato la masserizia di casa, che ordinare schiere ed armare cavalieri; e de’ canti e de’ suoni si dilettava; dello strepito delle trombe temeva; canzoni e balli volentieri ascoltava e vedeva. Egli era gentile e nobile, di lealtà portava corona, ma di guerra non era apprezzato”. Ben diversa è, al contrario, la valutazione sul suo valore militate effettuata da storici settecenteschi come Bernardino Baldi (Encomio d’Urbino) e Rinaldo Reposati (“Della zecca di Gubbio e delle gesta de’ conti e duchi di Urbino”). “Fu per la nobiltà così della stirpe come dell’animo, stimato uno de’ migliori e più valorosi cavalieri del suo tempo”, (il primo) “Senz’adulazione può annoverarsi fra i migliori e più valorosi Capitani non solo di quei tempi, ma fra quei che di poi fiorirono tra i conti di Montefeltro e duchi d’Urbino..Fu Guid’Antonio principe di gran prudenza e bontà, amante della giustizia, conservatore della pace e quiete de’ suoi sudditi, dai quali fu amato e riverito grandemente”, (il secondo).

FEDERICO DA MONTEFELTRO (Duca di Urbino)

Biografia: https://condottieridiventura.it/federico-da-montefeltro-di-gubbio/

Nato nel castello di Petroio, nel comune di Gubbio. E’ ufficialmente fatto passare per figlio naturale di Guidantonio da Montefeltro e di Elisabetta Accominducci, dama di compagnia della contessa Rengarda Malatesta: l’atto di legittimazione in tal senso avviene con una bolla emessa dal papa Martino V, zio di Caterina Colonna, seconda moglie di Guidantonio. Opinione odierna è che egli sia figlio del condottiero Bernardino degli Ubaldini della Carda, sposato con Aura da Montefeltro, a sua volta figlia illegittima dello stesso Guidantonio. Esistono diversi documenti, tra cui scritti di papa Pio II e del papa Sisto IV, in cui la paternità di Federico da Montefeltro, è attibuita all’Ubaldini. In ogni caso lo stesso Federico si considererà pubblicamente sempre figlio del condottiero. Sposa in prime nozze la cugina Gentile Brancaleoni, figlia del signore di Mercatello sul Metauro e di Sant’Angelo in Vado Bartolomeo, ed in seconde nozze Battista Sforza, figlia di Alessandro. Numerosi sono i figli nati con il secondo matrimonio: si va da una bambina che vive solo tre mesi, alle figlie Elisabetta (moglie di Roberto Malatesta), Giovanna (Giovanni della Rovere, duca di Sora, Arce e Senigallia. Da tale coppia nasce Francesco Maria della Rovere, futuro duca di Urbino), Costanza (sposa Antonello da San Severino, principe di Salerno e conte di Marsico), Agnese (Fabrizio Colonna, duca dei Marsi e di Paliano, conte di Tagliacozzo e di Celano), Anna, Violante, Girolamo e Guidobaldo. In gioventù numerosi sono anche i figli naturali, tutti legittimati: Buonconte (erede designato, muore di peste), Antonio (conte di Cantiano e rettore di Sant’Agata Feltria, suo luogotenente in guerra), Gentile (sposa in prime nozze Carlo Malatesta, signore di Giaggiolo, ed in seconde Agostino Fregoso, signore di Voltaggio). Insignito dell’ordine della Giarrettiera e di quello dell’Ermellino, cavaliere di San Pietro. Vive dal giugno 1422 al settembre 1482.

Federico da Montefeltro diventa, nell’arco di sei decenni, il condottiero più ricercato e meglio pagato d’Italia, al servizio di vari stati come Milano, Firenze, Napoli e lo stato della Chiesa,. Sua caratteristica è quella di essere sempre impegnato in una rivalità pluridecennale con il signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta. Ostaggio a Venezia e poi a Mantova da ragazzo, dove studia alla scuola di Vittorino da Feltre, perde l’occhio destro in un torneo nel 1451, incidente che lo porterà a farsi ritrarre sempre di profilo. Nel luglio 1444 il fratellastro Oddantonio, duca da pochi mesi, viene assassinato in una congiura a Urbino; Federico, che si trova a Pesaro, accorre nella notte e si fa proclamare signore della città, mentre i congiurati vengono amnistiati, circostanza che induce molti contemporanei a sospettarlo complice. Da questo momento costruisce metodicamente il proprio stato, acquistando Fossombrone e Sassocorvaro; alla fine sottrae al Malatesta, gran parte dei suoi domini in Romagna e nel Montefeltro, incluse Fano e numerose fortezze. Capitano generale di più leghe italiane e delle armate pontificie, guida la vittoria della Riccardina contro Bartolomeo Colleoni (luglio 1467). L’ultimo suo comando risale all’aprile-maggio 1482 quale comandante generale delle truppe di Firenze, Milano, Napoli e quelle degli Estensi. Suoi rivali sono ancora una volta i veneziani, capitanati ora da Roberto da San Severino. Muore dopo pochi mesi (metà agosto) a Ferrara a causa della malaria, assistito dalla sorellastra Violante, suora in un monastero di tale città. E’ sepolto ad Urbino nella chiesa francescana di San Bernardino di fronte alla tomba del figlio Guidobaldo. Trasforma Urbino in una delle corti più celebrate del Rinascimento, costruendo il celebre Palazzo Ducale e circondandosi di artisti tra cui Piero della Francesca. Numerose sono nel sito le citazioni riguardanti la sua attività di uomo di cultura e di condottiero. Di queste (93) se ne sono scelte tre, ciascuna relativa ad un dato periodo storico: il primo, cinquecentesco, ne esalta l’aspetto umano; il secondo, ottocentesco, focalizza l’attenzione sulla sua corte di Urbino; il terzo, di uno storico moderno, ne mette in luce le qualità dal punto di vista militare. “Huomo veramente e ottimo et invittissimo..Costui sendo prima tenuto valentissimo soldato e poi singolar Capitano generale, fu talmente ammirato al tempo de’ nostri padri, che meritatamente fu paragonato a quelli antichi Capitani, i quali s’acquistarono opinione e fama di singolare valore: percioché pareva che con argutissimo ingegno egl imitasse certe virtù particolari di diascuno..Vedevasi in lui a tempo di guerra et di pace un ingegno molto grave, ma però senza severità alcuna, essendo egli piacevole e humano verso ogniuno, senza delicatezza e non mai iracondo, sì che facesse villania veruna. Hebbe eloquenza gagliarda et temperata molto, con la quale non offendendo nessuno insegnava a ognuno modestia e bontà, senza mai riprendere alcuno con aspre parole” Giovio “Federico intratteneva cinquecento persone: le cariche vi erano completate quanto in qualsiasi delle corti delle maggiori monarchie; ma nulla vi si sprecava, tutto aveva uno scopo, e un severissimo controllo vigilava su tutti. Qui in generale, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva essere al tempo stesso una scuola di educazione militare per i figli di altre grandi case” Burckhardt “(Con la sua morte) se ne andava el primo capitano di gente d’arme d’Italia”, come assicurò un anonimo cronista volterrano. Formatosi alla scuola di Niccolò Piccinino, continuatore della tradizione braccesca, seppe da essa trarre l’arte del temporeggiare, la cautela nelle decisioni da prendere con la ragione più che con l’istinto. Passato poi a militare con Francesco Sforza, erede della tradizione paterna, vide e imparò la tattica e la strategia di un capitano che sulla forza dell’assalto improvviso e intelligente basava il suo modo di intendere la battaglia. Federico andò oltre sviluppando la capacità di fondere le due scuole e di creare un suo modo di combattere che si basava sul cauto temporeggiare della prima scuola e sulla spontaneità guidata della seconda. Forgiò il tutto sulla potenza delle nuove armi da fuoco, su cui poggiò la grandezza di un ducato che trasformò in ricettacolo di sapienza, scienza, arte e cultura.” Staffa. Un’ultima annotazione, sono nove le biografie consultate che trattano direttamente la sua attività di uomo di cultura e di guerra.

GUIDOBALDO DA MONTEFELTRO

Biografia: https://condottieridiventura.it/guidobaldo-da-montefeltro-di-gubbio/

Figlio di Federico e di Battista Sforza, morta pochi mesi dopo la sua nascita. Fratellastro di Antonio, zio e padre adottivo di Francesco Maria della Rovere, cognato di Fabrizio Colonna, di Giovanni della Rovere, di Francesco e Giovanni Gonzaga, nipote di Alessandro Sforza. Sposa Elisabetta Gonzaga. Vive dal gennaio 1472 al settembre 1508.

Guidobaldo da Montefeltro succede al padre Federico nel 1482; eredita sì uno stato consolidato ma non, secondo le fonti dell’epoca, il genio militare: tormentato dalla gotta fin dalla giovinezza, viene descritto come inferiore al padre nelle armi ma pari o superiore a lui nella prudenza civile. Combatte per Firenze, per Venezia e per lo stato della Chiesa, viene fatto prigioniero nella battaglia di Soriano nel Cimino nel 1497 e deve pagare da solo il proprio riscatto. Nel 1502 subisce il colpo più duro della sua vita: Cesare Borgia, approfitta di un tradimento ed occupa Urbino. Il duca fugge rocambolescamente attraverso l’Appennino travestito, riuscendo a salvarsi a Ravenna e poi a Venezia. Riconquista il ducato pochi mesi dopo grazie alla congiura degli Orsini e dei Vitelli contro il Borgia; con la morte di Alessandro VI recupera definitivamente i suoi stati diventando capitano generale e Gonfaloniere dello stato della Chiesa con il papa Giulio II. Non avendo figli propri, a causa della sua sterilità, adotta come erede il nipote Francesco Maria della Rovere. La sua corte, animata dalla moglie Elisabetta Gonzaga e frequentata da Pietro Bembo e da Baldassarre Castiglione, che ne farà lo scenario del “Cortegiano”, resta uno dei modelli di civiltà cortigiana del Rinascimento italiano. Muore di podagra a Fossombrone a fine settembre 1508; è sepolto a Urbino nella chiesa di San Bernardino di fronte alla tomba del padre. Difficile per Guidobaldo convivere con la grande figura del padre, cui è inferiore nel campo delle armi, ma pari “nella prudenza civile, e nel consiglio, eguale o forse superiore a lui..Nemico per natura dell’ozio passava virtuosamente il tempo, spendendo ora nelle cacce, alle quali si sentiva grandemente inclinato, ed ora nelle giostre, ed altri esercizi militari; e non era minima parte delle sue delizie, fra gli studi delle cose della guerra, il piacere ch’egli prendeva dalla conversazione degli uomini letterati de’ quali aveva sempre piena la corte” Bernardino Baldi, in “Vita e fatti di Guidobaldo duca d’Urbino”. “Dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue infermità e disgrazie..La corte di Guidobaldo, come scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassarre Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il Tirsi, dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio, e più tardi collocò i dialoghi del suo Cortegiano nel circolo della coltissima duchessa, Elisabetta Gonzaga” Jacob Burckhardt (“La civiltà del Rinascimento in Italia”).

ANTONIO DA MONTEFELTRO (Conte di Cantiano)

Biografia: https://condottieridiventura.it/antonio-da-montefeltro/

Figlio naturale di Federico, fratellastro di Guidobaldo, cognato di Roberto Malatesta. Sposa Emilia Pio, figlia di Marco. Vive dal 1450 all’agosto 1508.

Figlio naturale di Federico, Antonio abbandona gli studi per seguire il padre nelle campagne militari contro i pontifici; prende parte alla battaglia di Mulazzano a seguito della quale Roberto Malatesta riacquista la signoria di Rimini. Riceve dal padre il rettorato di Sant’Agata Feltria che mantiene per quasi trent’anni; attraverso il matrimonio con Emilia Pio diventa per un decennio anche capitano d’armi del suocero Marco Pio, signore di Carpi. Alla morte del padre nel 1482 assume, insieme allo zio Ottaviano degli Ubaldini, la tutela del giovane fratello Guidobaldo, appena succeduto al ducato, e ne comanda le compagnie militari. Presta servizio per Siena, per Firenze e per Venezia. La sua carriera subisce una battuta d’arresto decisiva nel 1495: alla battaglia di Fornovo, comandante di uno squadrone di quasi cinquecento lance, si rifiuta di entrare in azione contro i francesi del re Carlo VIII per ordini ricevuti in precedenza da Francesco Gonzaga: per tale motivo viene licenziato su due piedi dai veneziani. Negli ultimi anni affianca il fratello nella spedizione del Casentino contro i fiorentini. Muore a Gubbio nell’agosto del 1508, secondo alcune fonti di sifilide, secondo altre di idropisia. E’ sepolto nella cappella del suo castello di Cantiano; compare ritratto accanto al padre, nelle vesti di un angelo, nella Pala di Brera dipinta da Piero della Francesca. Brevi i commenti sulla sua figura e tutti intonati al suo valore in guerra. Su tutti la valutazione che ne fa Filippo Ugolini nel suo lavoro “Storia dei conti e duchi d’Urbino” “Gentile e valoroso cavaliere e chiaro anche in guerra”.

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