La Grande Compagnia e i suoi capitani: dal duca Guarnieri al clan dei Lando
Nel pieno del Trecento, mentre la peste falcidia le città italiane ed i regni d’Europa si dilaniano in conflitti dinastici, una nuova figura militare prende forma nella penisola: il condottiero tedesco. Discendenti delle masnade calate in Italia al seguito di imperatori quali Enrico VII di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro, nonché del re Giovanni di Boemia, questi cavalieri svevi, sassoni, bavaresi e renani decidono, una volta congedati dagli eserciti dei rispettivi sovrani, di non tornare a casa. Si organizzano in compagnie di ventura sempre variabili nella loro composizione, per cui è facile trovare i singoli protagonisti inseriti ora in una compagine ora in un’altra, secondo le opportunità che si presentano, dove la parola amico-nemico non ha alcun senso. Tali soldati si vendono al miglior offerente tra le città-stato, le signorie e le potenze regionali italiane; una volta congedati e, quando nessuno li vuole sotto contratto, si trasformano in bande di taglieggiatori che riscuotono “doni” e tributi sotto la minaccia del saccheggio.
Il fenomeno esplode tra il 1338 e il 1339 allorché Mastino della Scala riunisce un nucleo di mercenari provenienti dall’area germanica nella Compagnia di San Giorgio al fine di fronteggiare i Visconti; l’evoluzione di tale processo trova la sua forma più compiuta nel 1342 con la fondazione della Grande Compagnia, detta anche Compagnia della Corona o Societas Theutonicorum. E’ questa un’aggregazione di cavalleria pesante che varia tra le 1500 e le 3000 barbute (il termine indica un tipo speciale di elmo sulla fronte e senza nessun cimiero), affiancata da migliaia di fanti, ausiliari, mercanti, prostitute e servitori, capace nelle sue massime estensioni di muovere fino a trentamila persone tra combattenti e seguito. Politicamente, la Grande Compagnia non risponde ad alcuna fedeltà se non al denaro: passa da una bandiera all’altra senza scrupoli e, quando non è assoldata, si mantiene con il taglieggiamento sistematico delle popolazioni attraversate. Opera soprattutto nell’Italia centrale dove le entità statali sono più deboli; i suoi capitani percorrono impuniti l’intera penisola dal Piemonte al regno di Napoli, dalla Lombardia alla Capitanata, dalla marca d’Ancona al Veneto.
Le schede che seguono sono dedicate ai protagonisti della prima generazione, quella che fonda il modello: i capitani della Grande Compagnia ed i loro eredi diretti, attivi tra la metà degli anni Trenta del Trecento ed i primi anni del Quattrocento.
GUARNIERI DI URSLINGEN / WERNER VON URSLINGEN/ DUCA GUARNIERI
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Di Islingen, in Svevia. Duca, discendente dai duchi di Spoleto. Muore in Svevia, avvelenato, nel febbraio del 1354.
Capostipite riconosciuto del fenomeno delle compagnie di ventura in Italia, Guarnieri di Urslingen inizia la propria carriera prima al servizio del re Giovanni di Boemia; in seguito a quello di Firenze, assoldato nel 1335 per affrontare i Tarlati di Arezzo. Combatte nel Veneto per i veneziani contro il signore di Verona Mastino della Scala; nel gennaio 1339, alla fine di un conflitto che ha visto veneziani e fiorentini avversari degli scaligeri, entra nella Compagnia di San Giorgio finanziata dagli stessi scaligeri per predare la Lombardia ai danni del signore di Milano Azzone Visconti: suoi compagni d’avventura sono l’ispiratore Lodrisio Visconti dell’operazione, il Malerba ed il Conte Lando. La compagnia muove da Vicenza con 2500 cavalli e 1000 fanti, varca l’Adige e si getta nel bresciano e nel bergamasco; la vicenda termina con la sconfitta di Canegrate, una battaglia che lascia sul campo 4000 cavalli ed altrettanti fanti tra le due parti.
Nel settembre 1342 il condottiero fonda la Grande Compagnia, o Compagnia della Corona, di cui adotta come impresa il motto inciso a lettere d’argento sulla corazza: “Duca Guarnieri, signore della Gran Compagnia, nemico di Dio, di pietà e di misericordia.” In essa vi sono raccolti tedeschi, italiani come Ettore di Panigo e Mazarello da Cusano, ungheresi e catalani; i venturieri percorrono senza sosta la Toscana, l’Umbria, la Romagna e le Marche imponendo taglie alle città che trovano sul cammino; Siena è costretta a versare somme oscillanti tra i 2800 ed i 12000 fiorini, mentre Volterra, San Miniato, San Gimignano e Colle di Val d’Elsa sono sistematicamente messe a sacco. Nel 1343 la compagnia attraversa il Po e depreda il modenese, il mantovano e tutto il bolognese, devastando Quistello, Correggio, Campagnola Emilia, Novi di Modena e Mirandola; alla fine si divide in tronconi con l’Urslingen che rientra in Germania, carico di bottino, per la via delle Alpi friulane.
Ritorna in Italia nel 1347 al servizio del re Ludovico d’Ungheria, deciso a vendicare l’uccisione del figlio Andrea d’Ungheria, fatto presumibilmente assassinare dalla moglie, la regina di Napoli Giovanna I d’Angiò. L’Urslingen opera negli Abruzzi ed in Campania; conquista Venafro e Teano. Nel 1348 è protagonista del massacro di Anagni perché gli abitanti hanno ucciso dodici suoi ambasciatori inviati a contrattare la consegna di vettovaglie. Guarnieri di Urslingen, dopo un breve assedio, fa passare a fil di spada l’intera popolazione (uomini, donne, bambini e persino gli animali, come ebbe modo di vantarsi successivamente). Nel 1349 è protagonista, accanto a Corrado Lupo ed al Conte Lando, della vittoria di Melito di Napoli contro gli angioini, ottenuta con uno stratagemma simulante risse interne tra ungheri e tedeschi per attirare il nemico allo scoperto. Negli anni successivi milita alternativamente per i pontifici, per Mastino della Scala e per i Visconti, finché nel 1351 si accorda con questi ultimo e rientra in Svevia. Muore avvelenato nel febbraio 1354 nella sua terra d’origine. Le cronache lo ricordano come uomo di altezza gigantesca; il Muratori lo considera il primo grande organizzatore delle compagnie di ventura in Italia, mentre Ercole Ricotti, il primo studioso italiano ad occuparsi del ruolo delle compagnie di ventura in Italia, lo descrive come figura “senza infamia e senza lode..Uomo che non ebbe né virtù né viizi..; nulla di meno il suo nome fissò, se non l’origine, la comparsa delle compagnie di ventura in Italia..del quale al vanto delle ardite gesta, all’alterezza e bravura dell’animo, ed alla forza del corpo accrescero pregio la nobiltà dei natali.”
CONTE LANDO / KONRAD WIRTINGUER VON LANDAU
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Di Burg Landau, nei pressi di Ertingen, nel Wurttemberg. Conte di Landau. Fratello di Broccardo; padre di Corrado, Lucio ed Everardo Lando. Muore nell’ aprile 1363, al ponte di Canturino presso Ghemme, in seguito alle ferite riportate in tale battaglia.
Erede diretto di Guarnieri di Urslingen alla guida della Grande Compagnia, il Conte Lando in trent’anni di attività è segnalato operare in tutte le regioni italiane con l’eccezione della Sicilia e della Sardegna. Esordisce nel 1338 al servizio dei veneziani contro gli scaligeri; è presente nella spedizione della Compagnia di San Giorgio nel 1339, impresa che termina con la disfatta di Canegrate. Nel 1346 attraversa il Po con 800 cavalli e 1000 fanti per contrastare i Visconti nel parmense; l’anno seguente passa agli stipendi del marchese di Saluzzo. Nel 1348, arruolato dal re Ludovico d’Ungheria, contrasta le milizie angioine in Puglia ed in Campania con Corrado Lupo, Guarnieri di Urslingen e fra Moriale. Nell’occasione contribuisce (giugno 1349) in modo decisivo al successo della battaglia di Melito di Napoli, dove conduce un attacco di 300 arcieri ungheri a cavallo che colpìsce alle spalle la cavalleria nemica. Per questa vittoria il voivoda Stefano di Transilvania deve riconoscere ai mercenari 150000 fiorini, ricavati dai riscatti dei numerosissimi prigionieri.
Dopo il sacco di Aversa e lunghi mesi di rapine nella Terra di Lavoro, nel 1350 si trasferisce in Italia centrale sempre al fianco dell’ Urslingen; nel 1354 ottiene il comando effettivo della Grande Compagnia allorché fra Moriale, successo al comando di essa, si allontana per recarsi a Roma. Nello stesso anno il Conte Lando taglieggia Siena (16000 fiorini), Firenze (28000) e Pisa (15000 fiorini più una cavalcatura, con tutti i suoi finimenti, valutata 1000 fiorini): in cambio promette sei anni di tregua. Nell’autunno, sempre del 1354, guida una grande offensiva contro i Visconti per conto della lega antiviscontea; devasta il bolognese con 5000 cavalli e 10000 fanti procurando danni stimati in 200000 ducati al solo territorio bolognese.
Nel 1356 ha il compito di agire in Lombardia per conto della lega antiviscontea: dopo aver dato alle fiamme Verdello e Comun Nuovo nel bergamasco e dato il guasto al milanese (Magenta e Vittuone sono distrutte), nel medesimo novembre è sorpreso e fatto prigioniero in un’imboscata tesagli da Lodrisio Visconti e da Francesco d’Este nei pressi di Casorate Primo. In questo frangente riesce, tuttavia, a salvarsi dopo avere corrotto i due soldati tedeschi che lo hanno catturato. Nel 1358 ottiene dall’imperatore Carlo di Boemia la nomina a vicario imperiale di Pisa; sempre in questo anno subisce una sconfitta tale da rappresentare il punto più basso della sua carriera e che, in un certo modo, ne inasprisce il carattere: alle Scalelle, presso il passo di Marradi in val di Lamone, la sua compagnia viene massacrata dai contadini guidati dai Manfredi, dai Guidi, dagli Ubaldini e dai fiorentini in un’imboscata mentre le sue truppe stanno cavalcando e marciando in un canalone strettissimo. I venturieri sono colpiti da pietre e tronchi gettati dall’alto dei monti; muoiono 300 cavalli; altri 1300 uomini sono spogliati di armi e cavalcature. Il Conte Lando, ferito alla testa da un colpo di lancia, viene fatto prigioniero; passa da un padrone all’altro per essere, infine, consegnato al signore di Bologna Giovanni Visconti che provvede alla sua guarigione. La sconfitta ispira un “Lamento del conte Lando” recitato nelle piazze e nelle corti italiane.
Liberato, riprende la sua “normale” attività; nel 1360 invade il Piemonte con Anichino di Baumgarten; mette a sacco Savigliano con metodi inusitati perfino per quei tempi: agli abitanti, incapaci di pagare il riscatto, sono tagliati mani, piedi o orecchi; per quelli da cui non è possibile ricavare nulla, è previsto l’annegamento. Tradisce poi il marchese del Monferrato per passare al servizio del signore di Milano Bernabò Visconti. Trova la morte nell’aprile 1363: mentre sta banchettando a Novara è spronato dal capitano Giovanni Caimi a muoversi contro i monferrini intenti a devastare il territorio di Romagnano Sesia. Lascia il campo in fretta con 400 barbute, sorprende la scorta delle salmerie al ponte di Canturino presso Ghemme; è qui raggiunto dagli avversari, la Compagnia Bianca del tedesco Alberto Sterz; gli ungheri ai suoi ordini si rifiutano di combattere contro i loro commilitoni militanti nel campo opposto; il Conte Lando rimane a contrastare con pochi uomini la cavalleria nemica. Ferito al viso da una pietra, alla bocca da un colpo di lancia e all’ascella, viene catturato. Muore dopo pochi giorni per le ferite riportate. Un suo ritratto è conservato in una lastra murale nella chiesa parrocchiale di Avane, nei pressi di Pisa; Antonio da Ferrara gli dedica una canzone adulatoria in cui viene definito “conte gientile” e valoroso “tanto d’arme”. William Caferro, sulle parole di Pietro Azario (storico piemontese contemporaneo al Conte Lando), lo definisce “un capitano tedesco ubriaco, che passava troppo tempo a bere vino al tavolo del banchetto,” ma anche “il più riuscito dei capitani tedeschi del decennio del Cinquanta.” A nostro modo di vedere le sue regole di vita sono bene delineate in un suo messaggio fatto avere al cardinale Egidio Albornoz riportato da Nino Valeri in “Storia d’Italia illustrata. Signorie e principati. 1343-1516”. “Costume nostro è rubare, saccheggiare, uccidere chi ci resiste. Le nostre rendite sono formate dalle ipoteche imposte nelle province che invadiamo. Chi ha cara la vita compera da noi pace e quiete con gravi tributi. Se dunque il signor legato vuol entrar con noi in accordo e assicurare la tranquillità di tutte queste città, faccia quello che tutto il mondo fa:paghi e paghi.”
BROCCARDO LANDO (Broccardo Tedesco)
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Tedesco. Conte di Umberg. Fratello del Conte Lando. Trova la morte nel luglio 1358 nella battaglia delle Scalelle.
Fratello del Conte Lando, Broccardo milita inizialmente nella Grande Compagnia diretta da fra Moriale; nel gennaio 1351 è protagonista, al servizio dello stato della Chiesa ed agli ordini di Astorgio di Durafort, dell’assedio di Bologna contro i Pepoli. A causa del ritardo delle paghe tratta con il signore di Milano Bernabò Visconti per consegnargli Andrea e Taddeo Pepoli, da lui imprigionati a tradimento per tale fatto, in cambio del saldo degli stipendi pregressi. Nel 1353, agli stipendi del cardinale Egidio Albornoz, è segnalato contrastare il prefetto Giovanni di Vico, signore di Viterbo; poco dopo passa al servizio del signore di Fermo, Gentile da Mogliano, allo scopo di affrontare i Malatesta. Segue il fratello in Puglia nel 1355 agli stipendi di Luigi di Durazzo; nel 1358 rientra nuovamente nella Grande Compagnia.
La sua fine è identica a quella della maggior parte dei suoi commilitoni: il 25 luglio 1358 si trova alla retroguardia della Grande Compagnia con 800 cavalli e 500 fanti in movimento dalla val di Lamone e diretto verso Bibbiena. Entrato nel cupo vallone del passo delle Scalelle, è colpito da un sasso gettato dall’alto del monte, precipita con la sua cavalcatura in un burrone e vi trova la morte. Il Tanzini lo ricorda come “uno dei più valenti capitani della Grande Compagnia.”
CORRADO LANDO / KONRAD VON WEITINGEN (Corrado d’Alemagna, Corrado Tedesco, Corrado Witinguer di Landau, Corrado Gottinger)
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Figlio del Conte Lando. Fratello di Lucio e di Everardo. Muore a Pisa nel febbraio 1403.
Tra i tre figli del Conte Lando, Corrado è quello dalla carriera più lunga, una traiettoria di quasi mezzo secolo che lo porta a militare per i fiorentini, i Visconti, gli Ordelaffi e per molti altri. Esordisce nel 1358 nella Grande Compagnia del padre al servizio di Francesco Ordelaffi; nel luglio 1359 partecipa al taglieggiamento del pisano accanto al padre, ad Amerigo del Cavalletto ed a Anichino di Baumgarten. Nel 1370 è assoldato dai fiorentini con i fratelli Lucio ed Everardo allo scopo di contrastare in Toscana Giovanni Acuto; nel 1372 è segnalato al seguito di Galeazzo Visconti con una condotta di 400 lance (unità tattica composta nel Medioevo da un cavaliere armato, da uno scudiero e da un paggio), alla cui testa prende parte alla difesa di Piacenza assalita dalle milizie pontificie. Nel 1375 è nominato dai fiorentini loro capitano generale per affrontare le truppe dello lo stato della Chiesa: gli sono affidati due stendardi, quello del comune ed un altro con la scritta a lettere d’oro “Libertà”. E’ inviato a Perugia con 500 lance in soccorso deila cittadinanza ribellatasi al dominio pontificio.
Nel marzo 1376 entra a Bologna favorendo la rivolta contro i pontifici; il mese seguente si reca a Milano con il fratello Lucio per ritirare la dote della figlia naturale di Bernabò Visconti, Isabella, recente sposa del fratello. Nel settembre 1377 (sempre contro la Santa Sede) è uno dei protagonisti della vittoria di Matelica ai danni del signore di Camerino Rodolfo da Varano; nello svolgimento della battaglia ha il comando della cavalleria nell’ala destra; al termine del combattimento viene armato cavaliere. Nel 1381 forma con il Boino, Corrado di Altinberg, Angelino d’Austria ed Amerigo Unghero una compagnia di 2000 cavalli e 1000 fanti che opera nella marca d’Ancona. In lotta con i signori di Forlì nel 1387 è sconfitto e catturato a Castrocaro Terme da Cecco e Pino Ordelaffi con 100 lance.
Negli anni Novanta milita in Toscana, Umbria e Lombardia; prende parte all’agguato di Civilerghe di Mazzano con Giovanni Acuto ai danni dei viscontei guidati da Taddeo dal Verme; è pure presente alla decisiva battaglia di Paterno (1391), dove al comando di 500 lance, collocato in agguato in un boschetto, completa la disfatta degli avversari. Per i suoi meriti i fiorentini gli concedono un vitalizio di 1200 fiorini, mentre ai suoi capitani sono donati oggetti d’argento del valore complessivo di 472 fiorini, opera dell’orefice fiorentino Giacomo di ser Zelli. Nel maggio 1392 è segnalato partecipare a Firenze ad una grande giostra in cui ha il comando di una squadra vestita di bianco contro un’altra vestita di rosso agli ordini di Antonio da Palagio dei conti Guidi; il premio, due leoncini di perle, viene diviso tra Corrado Lando e Fuzzolino Tedesco. Nell’agosto 1397 si distingue nella battaglia di Governolo, dove, al comando di 2000 cavalli, si scontra con Ottobono Terzi: il capitano nemico, affrontato in duello, viene gettato a terra. Nel 1399 entra a Pisa con Antonio Porro per assistere alla cessione della signoria della città al duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Nel febbraio 1403 muore in tale località. E’ sepolto nella locale cattedrale. Con altri condottieri tedeschi come Giovanni di Raten, Flach di Risach, Everardo della Campana ed i fratelli Lucio ed Everardo così viene ricordato in un suo studio dal Caferro “Their names are obscure today, but they were well known and much in demand in the middle decades of the fourteenth century.”
LUCIO LANDO / LUTZ VON LANDAU (Luzo Tedesco, Conte Lussi)
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Svevo, di Costanza. Conte. Figlio del Conte Lando. Fratello di Corrado e di Everardo Lando. Sposa Elisabetta Visconti, figlia naturale di Bernabò Visconti, che gli porta in dote il castello di Costanza e 12000 fiorini. Cognato di Bernardo della Sala e di Giovanni Acuto, entrambi maritati con figlie naturali del signore di Milano. Muore nel 1402 ca., probabilmente nel bolognese.
Dal punto di vista militare Lucio è il più dotato dei figli del Conte Lando; gode anch’egli di una lunga carriera che lo vede passare attraverso quasi tutte le grandi guerre italiane della seconda metà del Trecento; la sua presenza in un campo non è mai costante, in quanto alterna secondo le circostanze la propria fedeltà ai destinatari del momento (nel tempo i i Visconti, i fiorentini, gli scaligeri e gli Ordelaffi.) Esordisce nel 1357 nella Grande Compagnia del padre al servizio di Francesco Ordelaffi; dopo la disfatta paterna subita dal padre alle Scalelle è tra i pochi capitani a salvarsi ed a raggiungere a Forlì Amerigo del Cavalletto con i resti della compagnia. Nel gennaio 1370 viene condotto dai fiorentini con 500 lance e 50 arcieri per uno stipendio totale di 38500 fiorini per tre mesi e quattro giorni, con una provvigione personale di 1100 fiorini al mese. Nel 1371 ottiene la nomina di capitano generale per affrontare i Visconti: libera Reggio Emilia dall’assedio con la vittoria di San Raffaele, salvo poi essere sconfitto e fatto prigioniero a Mirandola da Giovanni Acuto.
Nel 1372 forma una propria compagnia di 5000 barbute. Con le sue scorrerie costringe i fiorentini a riconoscergli 10000 fiorini: nel complesso la sua azione devastatrice procura danni nel contado della repubblica per 50000 fiorini; si sposta nel senese per una analoga operazione. A maggio entra in Reggio Emilia tramite un accordo segreto stipulato con Feltrino Gonzaga; accetta un’offerta di 60000 ducati, da parte del signore di Milano Bernabò Visconti, per scacciare dalla località gli stessi estensi che hanno avuto l’idea di ingaggiarlo. Nei ventidue giorni in cui rimane in tale città, i suoi uomini mettono a sacco anche chiese e ospedali. Nel 1376, dopo aver sposato Elisabetta Visconti, milita per il suocero contro la Compagnia dei Bretoni di Giovanni di Maléstroit al servizio dello stato della Chiesa. Nel settembre 1377, con il fratello Corrado, è uno dei protagonisti della vittoria di Matelica ai danni di Rodolfo da Varano. Al termine del combattimento arma cavaliere il fratello Everardo. Nel maggio 1378 combatte gli scaligeri per conto di Bernabò Visconti con la collaborazione di Giovanni Acuto: si allontana con quest’ultimo autonomamente dal campo con l’obiettivo di saccheggiare il distretto veronese. Un simile comportamento, ripetuto nel 1379, provoca la rottura definitiva con il suocero, tanto che Bernabò Visconti promette una taglia di trenta fiorini per ogni venturiero della sua compagnia, inglese o tedesco che sia, catturato e ucciso.
Nel 1381 si reca a Praga alla corte dell’imperatore Venceslao di Boemia; dal 1379 al 1383 funge da intermediario tra l’imperatore e la città di Lucca nelle trattative sul riconoscimento imperiale delle libertà cittadine. Nel 1386 si allea con Astorre Manfredi e Taddeo Pepoli per tentare di impadronirsi di Bologna in cambio della promessa del sacco della città per dieci giorni; la prova è destinata al fallimento. Nello stesso ottobre ha il comando delle milizie scaligere dal signore di Verona Antonio della Scala per fronteggiare i carraresi di Padova: distrugge il castello di Onigo sul Piave, mette a ferro e fuoco il trevigiano, devasta i vicini territori fino a Valdobbiadene ed Asolo; colpisce con le bombarde, con successo, le torri di Novaglia a Longare, posizione vitale che controlla le acque del fiume Bacchiglione che fanno girare i mulini padovani. Nel febbraio 1387 è disfatto a Castrocaro Terme dagli Ordelaffi insieme con il fratello Corrado; si salva ad Argenta con soli tre cavalli. Muore probabilmente nel 1402 nel bolognese, dove si trova con Bernardo della Serra al servizio dei fiorentini. Le valutazioni dei cronisti sono differenziate: il Gatari lo definisce “capitano di giente d’arme in Itallia e gran signore in Alemagna”, mentre i Monumenta Pisana lo dicono “sempre tenuto poco leale”. Da ultimo, singolare è una citazione che lo riguarda riportata in internet tempo fa (www.chiamamicittà.it) “Rimini ha dedicato una via di San Giuliano Mare a Lucio Lando. I motivi di questo onore restano misteriosi, considerato che costui, senza essere nemmeno un grande condottiero, si creò una fama sinistra seguendo fedelmente le orme del padre in crudeltà e slealtà. E che a Rimini non compì alcun fatto significativo procurando in compenso solo danni, come del resto in buona parte dell’Italia.”
EVERARDO LANDO / EBERHARD VON LANDAU
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Figlio del Conte Lando. Fratello di Lucio e di Corrado. Muore presumubilmente verso il 1390.
La carriera del terzo figlio del Conte Lando presenta un profilo inferiore a quella dei fratelli. Opera, infatti, spesso al loro fianco in maniera subordinata o alle dipendenze di altri capitani del suo tempo. Esordisce nel gennaio 1370 con i fratelli Lucio e Corrado al servizio dei fiorentini contro i Visconti; nel 1371 irrompe nel senese fino a Fonte Becci con Lucio, costringendo Siena a versare 8000/10000 fiorini in cambio di una tregua quinquennale. Nel luglio 1377 contrasta le truppe dello stato della Chiesa: è inviato dai fiorentini in soccorso dei perugini con il fratello Lucio e Guglielmo Ferrebach, assale il castello di Poggio in val Topino, partecipa alla conquista di Gualdo Tadino e Bevagna con la rocca, combatte a Spello contro la Compagnia dei Bretoni guidata da Silvestro di Budes. Nel settembre dello stesso anno è armato cavaliere dal fratello Lucio a seguito della vittoria di Matelica sui medesimi avversari.
Nel marzo 1380 alla testa di 500 lance affronta a Gangalandi la Compagnia di San Giorgio di Alberico da Barbiano: sorprende nel sonno 300 lance nemiche. Nel corso del combattimento viene inizialmente fatto prigioniero dagli avversari dopo essere stato ferito alla bocca con la perdita di due denti; liberato dai suoi, prevale alla fine con la cattura di 200 cavalli e di due caporali (ufficiali superiori, nel Medioevo il termine ha questo significato). Ad aprile partecipa alla battaglia di Malmantile, dove viene catturato Giovanni da Barbiano con 70 cavalli (in totale 200 alla fine dello scontro). Nel maggio 1384 entra a far parte della Compagnia della Rosa fondata da Giovanni Acuto, Giovanni degli Ubaldini, Riccardo Ramsey e Boldrino da Panicale. Nell’agosto 1385 prende parte ad una grande scorreria nel senese con Taddeo Pepoli, Giovanni Beltoft e l’Acuto: sono razziati nella circostanza 600 paia di buoi, 15000 pecore, sequestrati 80000 moggia di frumento ed una grande quantità di panni di lana e di lino: l’intero bottino viene rivenduto agli stessi senesi per 15000 fiorini grazie alla mediazione degli ambasciatori fiorentini. Muore intorno al 1390. Il Buoninsegni lo ricorda come “nostro soldato gagliardo”.
ANICHINO DI BAUMGARTEN / HANNEKEN VON BAUMGARTEN/ANICHINO DI BONGARDO
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Di Bongart, diocesi di Colonia. Appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà della Renania. Signore di Caraglio in Piemonte. Muore nell’ ottobre 1375 in Germania.
Tra i capitani della seconda generazione della Grande Compagnia, Anichino di Baumgarten risulta probabilmente il più astuto ed il più abile dal punto di vista politico. La sua attività in Italia è documentata già nel 1351 nel contado di Cortona accanto a Nolfo da Montefeltro ed a Gisello degli Ubaldini. Nel 1356 risulta inquadrato nella Compagnia degli Speranti, comandata da Ermanno di Wartenstein, agli stipendi del signore di Ravenna Bernardino da Polenta. Nel marzo 1358 viene assoldato per quattro mesi dai senesi con 800 barbute e 400 fanti ungheri allo scopo di liberare Cortona dall’assedio postovi dai perugini; il mese seguente, il giorno di Pasqua, accetta avventatamente la sfida a battaglia da parte di Smeduccio Salimbeni a Torrita di Siena. I senesi sono messi in fuga; Anichino è fatto prigioniero con il suo maresciallo e 50 cavalli. Liberato, riprende il comando dell’esercito senese, fa occupare il priorato di San Pietro a Petroio, un’azione tanto efficace che gli è riconosciuta una ricompensa di 500 fiorini.
Dopo il disastro delle Scalelle, in cui è coinvolto riuscendo tuttavia a sfuggire alla cattura, è uno dei protagonisti del lungo decennio centrale della Grande Compagnia. Nel febbraio 1359 si impossessa con il Conte Lando del castello di Serra San Quirico, impone tributi di 4000 fiorini ognuno ai signori di Camerino e di San Severino Marche, rispettivamente Rodolfo da Varano e Smeduccio Salimbeni. In primavera obbliga il cardinale Egidio Albornoz a riconoscere ai venturieri 50000 ducati in cambio di quattro anni di tregua. Nell’agosto passa al servizio del marchese di Monferrato (condotta di 700 barbute e soldo di 28000 fiorini); ha il comando delle truppe monferrine; tutto ciò non gli impedisce, il novembre successivo, di tradire il suo signore per passare ai Visconti con una condotta aumentata a 1000 barbute. Nel marzo 1360 entra in Piemonte e con il Conte Lando mette a sacco Savigliano con la stessa crudeltà sistematica che caratterizza il suo collega. Tra il 1360 e il 1361 depreda gli Abruzzi e la Basilicata, occupa Acerenza, si fortifica in Melfi; tenta di impadronirsi di Salerno; sempre alla testa della compagnia continua nella sua campagna ai danni degli angioini di Napoli per venire alla fine respinto da Niccolò Acciaiuoli.
Nel 1364 è assoldato da Galeazzo Visconti; si collega poi, agli stipendi dei pisani, con la Compagnia Bianca di Alberto Sterz per contrastare i fiorentini. In aprile entra in val di Nievole alla testa di 6500 cavalli tra inglesi e tedeschi e 1000 pisani con funzione di guastatori; assale Prato, penetra nel Mugello per la val di Marina ed arriva sotto le mura di Firenze con un attacco portato alla Porta di San Gallo. Nell’occasione si fa armare cavaliere; a sua volta arma cavalieri Everardo della Campana e William Gold. A seguito delle perdite conseguite nei vari combattimenti, stimate in 600 cavalli uccisi e 2000 feriti, ed al suo credito verso i pisani di 60000 fiorini per paghe arretrate del quale non si prevede il saldo a tempo breve, accetta l’offerta dei fiorentini: 9000 fiorini per sé e 70000 per la sua compagnia in cambio dell’abbandono del servizio a favore dei pisani e dell’impegno di non molestare il territorio di Firenze per cinque mesi. Fonda allora con Alberto Sterz ed Ugo della Zucca la Compagnia della Stella ispirata ad un ordine cavalleresco francese.
Negli anni successivi alterna il servizio dei Visconti, dello stato della Chiesa, dei perugini e del conte di Savoia. Nel 1370 il conte di Savoia gli concede Caraglio in feudo. Nel maggio 1373, dopo un iniziale successo a Gavardo per conto dei Visconti, viene sconfitto a Montichiari da Giovanni Acuto: si salva con la fuga insieme con Gian Galeazzo Visconti. Sentendo avvicinarsi la morte, nel 1375 si prepara spiritualmente ad essa. Riceve da Avignone, dove ha sede il papato di Roma, quattro indulgenze ordinarie ed una plenaria “in articulo mortis”; ottiene pure dal papa Gregorio XI un solenne documento che attesta la sua accoglienza sotto la protezione della Chiesa. Rientra in Germania, dove muore nell’ottobre dello stesso anno. Ingeborg Walter lo descrive come “scaltro, perfido, audace e sempre unicamente sollecito del proprio vantaggio”; l’Anonimo Senese come “el magiore traditore che fussi mai in queste parti.” L’esposizione ai metodi commerciali italiani permette ai suoi eredi di fondare la compagnia Paumgartner, una ditta di mercanti tedeschi attiva tra Avignone, Barcellona, Milano e Praga.
CORRADO LUPO / KONRAD WOLFHARDT (Konrad Wolff von Wolfurt)
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Di Bregenz, ora sita in Austria sulle rive orientali del lago di Costanza. Al tempo in cui è vissuto il condottiero la località fa parte della regione della Bassa Sassonia. Signore in Campania di Nocera Superiore e di Guglionesi in Molise. +1360 ca.
Quarto grande capitano del nucleo originario della Grande Compagnia, Corrado Lupo è colui che mantiene più a lungo i legami con la causa ungherese e che diviene, ad un certo punto, un signore feudale a tutti gli effetti del regno di Napoli. Nel giugno 1347 partecipa alla conquista del regno di Napoli al fianco del re Ludovico d’Ungheria; entra a Lanciano. Nel gennaio 1348 si inimica con il suo collega Guarnieri di Urslingen che sospetta di tradimento a favore degli avversari, gli angioini di Napoli: convince il sovrano ungherese a licenziarlo. Quando Ludovico rientra in Ungheria, Corrado Lupo rimane in Italia come viceré della Puglia con 1200 cavalli tedeschi ed ungheri; gli è riconosciuto il merito di governare senza opprimere la popolazione.
Tra il novembre e il dicembre dello stesso anno conduce la decisiva campagna per il soccorso di Lucera, dove il capitano Malgerio di Guilborio sta resistendo all’assedio postovi dagli angioini: con 1200 cavalli percorre in un solo giorno quaranta miglia eludendo la sorveglianza di 800 cavalli nemici condotti da Giovanni Pipino d’Altamura e da Giovanni di Asperg. Il giorno successivo, all’arrivo, sfida a battaglia Luigi di Taranto mediante l’invio di un guanto insanguinato consegnato da un trombetta; è ora l’Urslingen, militante nel campo avverso, a convincere il re napoletano a non accettare lo scontro. Dopo aver rifornito Lucera, si dirige su Foggia: il primo assalto è respinto, il secondo dura sei ore, finché il terzo, della stessa durata del precedente, vince ogni resistenza. La città è messa a sacco; il bottino conseguito viene valutato in 22000 once d’oro, equivalenti a circa 90000 fiorini. Duemila persone tra donne e bambini si rifugiano nella cattedrale; Corrado Lupo, dopo due giorni, ne favorisce l’evacuazione facendoli scortare con 100 cavalli fino ad Ascoli Satriano.
Nel maggio 1349 prende parte ai saccheggi di Lucera, Troia e Canosa al fianco di fra Moriale e del Conte Lando; prosegue verso la valle beneventana. Al passo di Arpaia supera la resistenza di 500 cavalli angioini comandati da Giovanni di Asperg; sono indi messe a sacco Arpaia, Arienzo e Cancello; fa costrure in due giorni un ponte di legno sul Volturno in piena, occupa Acerra (dove i suoi uomini massacrano la popolazione nonostante l’opposizione dei capitani ungheri), entra in Capua ed in Aversa. Nel giugno seguente è il principale artefice della vittoria di Melito di Napoli: simula una divisione nel suo campo tra le milizie tedesche e quelle ungheri per attirare gli angioini allo scoperto. Dopo essere stato lui stesso catturato all’inizio dello scontro, viene liberato dall’intervento del Conte Lando che coglie gli avversari alle spalle. La vittoria è totale: nessun ungaro o tedesco rimane ucciso, mentre tra gli angioini si contano 1000 uomini tra morti e prigionieri.
Nel gennaio 1350 si rappacifica con i reali di Napoli stipulando un accordo che prevede la consegna ai suoi uomini di 100000-120000 fiorini, nonché la cessione di Capua e Aversa nelle mani del cardinale legato Annibaldo da Ceccano. Negli anni successivi alterna operazioni in Capitanata ed in Toscana. Nel 1352 ottiene dalla regina di Napoli Giovanna I d’Angiò la signoria di Nocera Superiore; vi si fortifica con 700 barbute innalzando l’insegna imperiale. Corrotto, alfine da Luigi di Taranto, vende la località con la contea di Guglionesi per 35000 fiorini, scioglie la propria compagnia e promette di non scorrere il regno di Napoli per un biennio. Sempre al servizio del re d’Ungheria, nel 1356 prende parte all’assedio di Treviso alla testa di 40000 uomini tra cavalli e fanti ungheri e schiavoni; la dissoluzione dell’esercito per la mancanza di vettovaglie (dovuta al fatto che il signore di Padova Francesco da Carrara smette di rifornire il campo per le devastazioni subite nel proprio territorio) costringe il re Ludovico d’Ungheria a rientrare in patria. Nel 1358 Corrado Lupo viene eletto viceré di Napoli con l’allontanamento della regina Giovanna I d’Angiò. Muore intorno al 1360. Il Villani lo descrive come “franco capitano e sollecito” che il re ungherese “aveva provato fedele e ardito in molti suoi servigi”.
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 2
Mentre il clan dei Lando consolida la sua presenza nella Grande Compagnia ed Anichino di Baumgarten ne diventa il regista politico, sull’altra sponda delle Alpi matura una seconda ondata di mercenari destinati a trasformare ancora una volta la fisionomia della guerra in Italia. Sono gli anni della pace di Brétigny (1360) in cui sono congedati dal servizio dei re d’Inghilterra e di Francia migliaia di soldati di ventura inglesi, guasconi e tedeschi, reduci tutti della guerra dei Cent’Anni: una massa armata che, ribattezzatasi Compagnia Bianca per il bagliore delle armature, varca le Alpi e fa irruzione in Piemonte. Al suo interno operano anche capitani tedeschi di antica scuola, formatisi nella Grande Compagnia di Guarnieri di Urslingen e del Conte Lando, e nuove leve cresciute agli stipendi dei Visconti, del marchese del Monferrato e degli angioini di Napoli. Le schede che seguono ricostruiscono questa generazione intermedia: dal maresciallo Ermanno di Wartenstein, ultimo erede diretto della scuola di fra Moriale, fino al duca-condottiero Ottone di Brunswick, principe di Taranto ed ultimo marito della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò.
ERMANNO DI WARTENSTEIN / HARTMANN VON WARSTEIN (Armanno Tedesco, Artimanno)
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Di Warstein, in Westfalia. Conte di Warstein. Muore intorno al 1367.
Di famiglia nobile decaduta, è presto costretto a cedere il suo diritto di caccia in Warstein al conte Enrico di Wurttemberg per il corrispettivo di 400 marche. Nel 1346 è costretto a darsi al mestiere delle armi, alla ventura; si porta in Italia dove milita nella compagnia di fra Moriale. Nel 1354, divenuto maresciallo della Grande Compagnia, costringe i fiorentini a versare 28000 fiorini in cambio dell’allontanamento dei venturieri dalla regione; nell’ottobre dello stesso anno è segnalato a Peschiera del Garda a combattere a favore della lega antiviscontea. Nel febbraio 1356 assume il comando della Compagnia degli Speranti, formazione di otto consiglieri e di due marescialli allontanatisi dalla Grande Compagnia del Conte Lando; a fine mese, con altri dieci connestabili tedeschi tra cui Anichino di Baumgarten, viene assoldato per due mesi dal cardinale Egidio Albornoz e dal signore di Ravenna Bernardino da Polenta, allo scopo di contrastare gli Ordelaffi. 8000 fiorini è il compenso di tale breve prestazione.
Nell’ottobre, sempre del 1356, stipula a Ravenna nel palazzo di Bernardino da Polenta, davanti agli ambasciatori della Serenissima Ermolao Venier e Giovanni Zeno, una condotta di quattro mesi a favore dei veneziani (800 barbute e 300 fanti); e’ pure prevista a suo beneficio una provvigione personale di 200 ducati mensili. Ha il compito di affrontare nel trevigiano le truppe del re d’Ungheria Ludovico: attraversa il Po, dal ferrarese si sposta nel veronese e nel vicentino; bloccato sul Brenta in piena, viene sorpreso a Caldogno da una banda di ungheri proveniente da Castelfranco Veneto e da Bassano del Grappa. Persi 500 cavalli, ripiega a Verona con Arnoldo di Crichemberg; da qui invia inutilmente a Venezia i suoi capitani Giovanni di Brindisach, Giovanni di Civitate ed Eriprando di Leye allo scopo di ottenere il risarcimento dei danni stimati in 12000 fiorini. La Serenissima rigetta la sua richiesta. L’episodio apre un contenzioso che si trascina per anni: solo nel gennaio 1361 il doge Lorenzo Celso gli propone una transazione di 400 ducati, accettata e consegnata tramite notaio sull’altare di San Giacomo nella basilica di San Marco.
Coinvolto nella disfatta della Grande Compagnia alle Scalelle nel luglio 1358, Ermanno di Wartenstein riemerge nel 1363 alla testa di 1000 cavalli inesperti al servizio di Firenze contro Pisa: il suo comportamento passivo finisce per favorire gli avversari; nell’ottobre dello stesso anno si fa sorprendere a Incisa dalla Compagnia Bianca di Alberto Sterz e dai pisani di Manetto da Jesi. Immediata è la sua resa con la consegna della località ai vincitori. Nel 1364 entra nella Compagnia del Cappelletto; con Niccolò da Montefeltro, Ciupo Scolari ed Ugolino dei Sabatini si riappacifica con Siena dopo aver depredato il senese su istigazione dei fiorentini. Nel 1366 fonda la Compagnia Nera, alla quale verso fine anno si aggrega Anichino di Baumgarten. Muore probabilmente nel 1367.
ALBERTO STERZ / ALBRECHT STERZ (Alberto Tedesco, Alburetto)
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Di Colonia. Marchese. Muore nel novembre 1366, decapitato a Perugia.
Alberto Sterz ha il pregio con Giovanni Acuto di aver condotto in Italia la Compagnia Bianca (così chiamata per il candore delle armature), detta anche Compagnia degli Inglesi. Risulta uno degli architetti della prima grande migrazione di soldati di ventura che, reduci della guerra dei Cent’Anni, si spostano alla ricerca di avventure e di bottino dalla Francia in Italia. Lo Sterz, sempre con l’Acuto, ha avuto la capacità di imporre nella penisola un uso tutto inglese della cavalleria pesante, un utilizzo che prevede per il cavaliere un duplice ruolo, quello di affrontare gli avversari sia a terra che a cavallo. Guerreggia inizialmente in Francia per gli inglesi; dopo la pace di Brétigny del maggio 1360 risulta tra i cofondatori della Grande Compagnia che unisce soldati di tutti i fronti, inglesi, guasconi e tedeschi rimasti senza ingaggio. La compagnia discende la valle del Rodano; a metà dicembre 1360 occupa con Walter Lesley, l’ Acuto e Richard Musard Port-Saint-Esprit, a venticinque miglia da Avignone; nel gennaio 1361 lo Sterz prende parte con gli altri condottieri all’assedio della città dove risiede il papa di Roma, Innocenzo VI. Sono riscossi 100000 fiorini per il loro allontanamento.
L’estate del 1361 segna l’ingresso della compagnia nella penisola: spinto dai pontifici a combattere i Visconti per il marchese del Monferrato Giovanni Paleologo, lo Sterz attraversa le Alpi Marittime superando la resistenza del conte Amedeo VI di Savoia; devasta Marsiglia durante la marcia, dilaga nel Canavese. La compagnia conta 17 caporali (di cui 15 sono inglesi) per 5500 cavalli e 2000 fanti; nel novembre 1361, a Rivarolo Canavese, viene stipulato con il marchese del Monferrato un contratto valido fino al luglio successivo. La campagna del 1362 è condotta nel novarese con violenza sistematica: Oleggio è rasa al suolo, benché siano stati consegnati dagli abitanti ai venturieri 1500 fiorini; altre località come Olengo, Pombia, Romagnano Sesia, Ghemme, Sizzano sono date alle fiamme. Gli avversari reagiscono ed a loro volta fanno terra bruciata davanti agli uomini della compagnia. Lo Sterz è così costretto a desistere temporaneamente dalle operazioni per la mancanza di vettovaglie e per la peste, peraltro già attiva nelle sue file in Francia. Castelnuovo Scrivia è presa con tradimento a fine maggio: le atrocità perpetrate nell’occasione sono terribili. A novembre i suoi uomini incendiano Casalnoceto; sono gettate nel fossato del castello i cadaveri squartati degli ostaggi consegnati in precedenza al marchese del Monferrato.
Nel dicembre 1362, in una scorreria notturna a Lanzo Torinese, lo Sterz cattura il conte Amedeo VI di Savoia, Edoardo di Savoia-Acaia, il cancelliere d’Estrées ed un figlio del conte di Ginevra: il riscatto ammonta a 180000 fiorini. Nel gennaio 1363 la sua più audace incursione lo porta ad attraversare il Ticino, dilagare nel Seprio, occupare Magenta e Corbetta, raggiungere Castano Primo dove raccoglie 100000 fiorini di sole taglie dai seicento nobili milanesi catturati nelle loro case di campagna. Nelle sue incursioni giunge fino a cinque miglia da Milano. Nell’aprile 1363 sconfigge e cattura al ponte di Canturino, presso Ghemme, il Conte Lando, che muore pochi giorni dopo per le ferite riportate in tale combattimento. A maggio, a seguito delle trattative tra il marchese Giovanni del Monferrato e Galeazzo Visconti, viene avvicinato dai fiorentiini che gli offrono un contributo di 70000 fiorini. L’accordo sfuma per volontà della stessa repubblica in quanto, nel consiglio cittadino, prevale la tesi di coloro che ritengono troppo onerosa la cifra per assicurarsi i servizi della sua compagnia. Lo Sterz sceglie di militare per i pisani contro gli stessi fiorentini per un compenso, per sei mesi, di 40000 fiorini. A luglio irrompe in Toscana, percorre il contado fiorentino fino al ponte di Rifredi dove i pisani fanno battere moneta ed impiccano tre asini con al collo il nome di altrettanti notabili fiorentini. Ad agosto 1363 i senesi gli versano 12250 fiorini per evitare il saccheggio del loro territorio; ad ottobre vince in battaglia a Incisa Pandolfo Malatesta e Ranuccio Farnese (oltre 400 le perdite fiorentine tra morti e prigionieri). A Pisa la sua ferma viene rinnovata per altri sei mesi a 150000 fiorini: tra le clausole per la sua accettazione vi è quella che gli concede il monopolio dei frutti del saccheggio ed il licenziamento da parte del comune di tutti i mercenari estranei alla Compagnia Bianca.
Nell’aprile-maggio 1364, mentre il papa Urbano V predica la crociata contro le compagnie di ventura, lo Sterz invia ad Avignone il capitano Robert Wodhaus per offrire i suoi servizi alla causa pontificia. I venturieri sono creditori verso i pisani per paghe arretrate (60000 fiorini). Tratta allora con i fiorentini che gli offrono 35000 fiorini per i tedeschi di Anichino di Baumgarten (aggiuntosi nel periodo alle sue truppe con 3000 barbute) e 70000 per i suoi uomini. La diserzione è inevitabile; fonda allora con il Baumgarten ed Ugo della Zucca, altro capitano della Compagnia Bianca, la Compagnia della Stella, ispirata all’omonimo ordine cavalleresco creato dal re Giovanni di Francia nel 1351. Ne inserisce l’emblema nel proprio stemma. Opera poi secondo le circostanze per Firenze, Siena, lo stato della Chiesa, gli angioini di Napoli, Perugia. Nel luglio 1365, agli stipendi di tale comune, si scontra a San Mariano con i resti della Compagnia Bianca, ora guidata da Ugo della Zucca e da Andrea di Belmonte. Dopo due giorni di assedio in un castello in cui gli inglesi si trovano senza acqua e vino, gli avversari sono costretti alla resa. Nel giugno 1366 è assoldato nuovamente dai perugini con il Baumgarten per contrastare la Compagnia di San Giorgio agli ordini di Ambrogio Visconti e di Giovanni Acuto. Ad ottobre è accusato di voler consegnare Assisi agli avversari; rinchiuso nella torre della Porta Sant’Angelo, giudicato colpevole, viene decapitato a novembre. Non esistono prove certe del tradimento. Pietro Azario lo elogia scrivendo che “la sua virtù in guerra rendeva virtuosi tutti gli altri”; aggiunge, inoltre, che gran parte della sua efficacia è dovuta alla sua capacità di parlare inglese e di comunicare direttamente con i suoi soldati. Più negativo è il giudizio degli storici moderni come Stonor Saunders che gli imputano di non essere mai stato un valido stratega; incapace, inoltre, di comprendere gli intricati sviluppi della diplomazia dei vari stati italiani.
OTTONE DI BRUNSWICK / OTTO VON BRAUNSCHWEIG-GRUBENHAGEN/ OTTO DER TARENTINER
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Di Landshut, in Baviera. Duca della casa di Braunschweig-Grubenhagen, principe di Taranto, conte di Acerra. Signore di Asti, Alba (con i nipoti, i figli del marchese Giovanni di Monferrato), Saint-Lambert in Provenza, Taranto, Caluso, Marcianise, Teano, Eboli e Guardia dei Lombardi nel regno di Napoli. Figlio di Enrico II di Brunswick-Grubenhagen e di Jutta del Brandeburgo. Cugino di Giovanni II Paleologo, marchese del Monferrato. Fratello di Baldassarre. Suoi pupilli sono Secondotto, Giovanni III, Teodoro e Guglielmo del Monferrato. Sposa Violante di Vilaragut e la regina di Napoli Giovanna I d’Angiò. 1319–aprile 1393. Muore a Foggia dove viene sepolto.
Tra tutti i condottieri tedeschi attivi nel Trecento, Ottone di Brunswick è l’unico ad unire al mestiere delle armi una dignità sovrana e, contemporaneamente, l’unico a sposare una regina regnante. Membro di un’antica famiglia della più alta nobiltà tedesca, si trasferisce nel 1339 in Piemonte alla corte del cugino Giovanni II Paleologo marchese del Monferrato; diviene il braccio armato della politica monferrina nei conflitti con angioini, Savoia e Visconti. Nell’aprile 1345 partecipa alla battaglia di Gamenario contro gli angioini. In suo onore i ghibellini locali adottano il grido “Rome reiter sus Rome reiter” (cavaliere italiano sopra cavaliere italiano, un antico grido di battaglia medievale di origine mista, francese e tedesco). Nel 1349 viene ferito gravemente all’assedio di Strambino; con l’ucisione del marchese di Busca, il marchese del Monferrato per rappresaglia ordina il massacro dell’intera popolazione cittadina. Nel 1351 combatte in Francia agli stipendi di Giovanni II di Francia nella guerra dei Cent’Anni; nel dicembre 1352 sfida a duello il duca di Lancaster Enrico Plantageneto per certe sue affermazioni offensive nei confronti dei nobili di Colonia. La sfida ha luogo davanti ai re di Francia e di Navarra, al duca di Borgogna e ad altri nobili francesi: il combattimento è interrotto con intervento diretto del re di Francia allorché il Lancaster sta per aver la meglio.
Nel maggio 1355 è a Pisa con Giovanni di Monferrato; con il marchese scorta a Roma Carlo IV di Boemia per esservi investito della dignità imperiale dal cardinale di Ostia. Nell’occasione Ottone di Brunswick viene nominato vicario imperiale di Pavia ed ottiene alcuni feudi in Provenza nella diocesi di Carpentras. L’occupazione da parte sua del castello di Saint-Lambert provoca le proteste del vescovo locale e l’intervento del papa Innocenzo VI che lo costringe alla sua restituzione. E’ negli anni Sessanta che viene a contatto con la Compagnia Bianca di Alberto Sterz; nel novembre 1361 presenzia, a Rivarolo Canavese, alla stipula del contratto della condotta dello Sterz a favore del marchese; nel 1362 affianca gli inglesi nelle operazioni piemontesi; nel gennaio 1363 tenta invano, sempre con lo Sterz, di impadronirsi di sorpresa di Borgomanero. Alla morte del marchese Giovanni di Monferrato nel marzo 1372, assume, insieme con Amedeo VII di Savoia (il conte Rosso), la tutela dei figli del defunto: Secondotto, Giovanni, Teodoro e Guglielmo. Per scacciare i viscontei dal Monferrato, alla ricerca di alleati, si reca prima ad Avignone presso il nuovo pontefice Gregorio XI; a giugno conclude un accordo con il conte di Savoia che prevede il sostegno di quest’ultimo dietro un compenso di 200000 fiorini; sono pure dati in pegno ai sabaudi Poirino, Riva, Chivasso ed altre terre sulla riva sinistra del Po. Nell’estate viene attaccato in Asti da Ambrogio Visconti, Ruggero Cane, Giovanni Acuto, Jacopo dal Verme, Arnaldo Tedesco e Francesco d’Este; sono respinti tutti gli assalti con l’aiuto di Gaspare di Montmajeur e di Oddo di Villars. Si pone davanti al castello di Malemont e finisce per catturare Jacopo dal Verme, giunto in soccorso dei difensori. Nel castello di Malemort sono custoditi 50000 ducati destinati alle paghe nemiche. Nel maggio 1373, accanto ad Amedeo VII di Savoia ed a Luchino Novello Visconti, conduce un’offensiva nel milanese che lo porta a razziare le scuderie di Galeazzo Visconti nel parco di Mirabello; sconfitto a Gavardo sul Chiese da Francesco d’Este (700 morti complessivi), si rifa pochi giorni dopo a Montichiari con l’aiuto di Giovanni Acuto (che nel frattempo ha cambiato partito), di Enguerrand de Coucy e di Amerigo del Pommerio. I viscontei sono ora sgominati con la cattura dello stesso Francesco d’Este.
La svolta della sua vita avviene nel dicembre 1375, ad Asti, con la firma in gran segreto dei patti prenuziali con la regina Giovanna I d’Angiò, mediati dal conte camerario Giacomo Arcucci di Capri. L’accordo ha un carattere restrittivo: Ottone di Brunswick è espressamente escluso dalla dignità reale, dal governo del regno e dalla successione al trono, gli è pure vietato di farsi incoronare re di Sicilia; in cambio gli è assicurato il principato di Taranto, devoluto alla corona dopo la morte dell’ultimo principe. Nel marzo 1376 entra a Napoli da Porta Capuana accolto trionfalmente dalla popolazione; il matrimonio viene celebrato in Castelnuovo; a maggio il condottiero viene investito della contea di Acerra, di Teano, Eboli, Montella e Guardia dei Lombardi, beni confiscati al ribelle duca d’Andria Francesco del Balzo. Nel giugno-agosto 1378, dopo la contestata elezione del papa Urbano VI da parte dei cardinali francesi, si reca a Roma con un sontuoso corteo di 2000 lance, 100 fanti, esperti di diritto canonico e 400000 ducati per fare da mediatore con il partito avverso al pontefice: il papa, suo vecchio conoscente già da arcivescovo di Bari, lo umilia durante un pranzo lasciandolo in ginocchio con la coppa di vino tra le mani: non lo degna della minima considerazione fino al momento in cui un cardinale non gli ricorda di bere. Per questo atteggiamento il Brunswick avrà modo di definire Urbano VI con il termine di “Turbano” per finire, da ultimo, ad appoggiare il partito favorevole all’antipapa Clemente VII.
Il dramma napoletano si consuma nel giugno 1381 quando Carlo III di Durazzo invade il regno di Napoli. Ottone di Brunswick si apposta sulla strada di Cassino; deve presto ripiegare ad Arienzo per la superiorità numerica dei rivali; si accampa a Casa Nova presso Porta Capuana, mentre Carlo di Durazzo si porta verso Napoli al ponte del Sebeto. Due capitani durazzeschi, Palamede Bozzuto e Martuccio Aiossa, riescono ad entrare nella città per la Porta della Conciaria trovata sguarnita di presidio; la popolazione viene chiamata alla rivolta, è aperta la Porta del Mercato all’esercito durazzesco. Ottone di Brunswick attacca la retroguardia uccidendo 500 venturieri; al termine dei combattimenti è costretto a ritirarsi a Sicciano. Ad agosto si accampa a Poggioreale, toglie l’acqua agli acquedotti di Napoli per costringere gli avversari ad uscire dalle mura. Giovanna I d’Angiò è da un mese assediata in Castelnuovo. Ugo da San Severino esce dal castello, si incontra con gli avversari; è stabilito che se entro cinque giorni non giunge in soccorso della regina il marito, Giovanna si sarebbe arresa a discrezione. Il condottiero esce da Capua per muovere al’assalto: per il valore degli avversari, una pioggia ed un vento improvvisi che rendono lo scontro molto duro, per l’inaspettato abbandono dalle sue file di Roberto d’Artois con 400 lance e i balestrieri, la battaglia volge a suo sfavore: ferito da una freccia, gli è uccisa la cavalcatura; deve arrendersi nelle mani di Andreolo da Sant’Angelo, caposquadra di Villanuccio da Villafranca. Il giovane Giovanni III di Monferrato cade combattendo al suo fianco. Imprigionato successivamente a Castel dell’Uovo, ad Altamura, a Melfi ed a Molfetta, viene liberato solo nell’aprile 1384 a condizione di lasciare il regno. Nel frattempo Giovanna I d’Angiò viene strangolata nel castello di Muro Lucano nel settembre 1382.
Negli anni successivi milita al servizio degli angioini di Provenza e di Maria di Blois, vedova di Luigi I d’Angiò. Nell’ottobre 1386, ottenuti 6000 fiorini subito, con la promessa di altri 32000, è nominato capitano generale delle truppe provenzali e di quelle dell’antipapa Clemente VII con l’obiettivo di riconquistare il regno di Napoli. Sbarcato in Campania, nel giugno dell’anno successivo marcia su Napoli con Tommaso da San Severino; a luglio sconfigge Raimondo Orsini del Balzo nei pressi di Santa Chiara. Sono decapitati dodici baroni durazzeschi. L’antipapa concede a lui ed al San Severino il permesso di impossessarsi di tutto l’oro e l’argento che si trova nelle chiese e nei monasteri cittadini per pagare le truppe. Con l’arrivo dalla Provenza di Luis de Montjoie come viceré muta per il Brunswick e per il San Severino la loro posizione di predominanza. Uno si allontana per raggiungere i suoi feudi in Basilicata, mentre il Brunswick si trasferisce al campo avverso, mantenendo sempre il titolo di principe di Taranto, probabilmente nella speranza di un matrimonio con Margherita d’Angiò, vedova di Carlo di Durazzo (nozze mai realizzate per volontà della donna). Nell’aprile 1392, ad Ascoli Satriano, in Capitanata, viene sorpreso all’alba da Tommaso da San Severino a seguito di una marcia di 70 miglia compiute ventiquattrore alla testa alla testa di 5000 fanti e di 2000 cavalli. Nella stessa azione viene catturato anche Alberico da Barbiano. Per essere liberato deve versare ai vincitori 28000 fiorini, ottenuti con la vendita di Acerra, Marcianise e Guardia Lombardi a Raimondo Orsini del Balzo; deve, inoltre, promettere di non combattere per dieci anni contro le truppe del duca di Venosa e degli altri San Severino. Muore a Foggia nell’aprile 1393 ed è sepolto in tale città. Secondo il Collenuccio, in una “certissima relazione di veduta” trasmessa al duca di Ferrara Ercole d’Esta, dopo un secolo il suo corpo si conserva intero, con sei dita per piede come quelle attribuite a Ercole. Il Muratori lo definisce “principe di gran senno e valore”; anche lo storico tedesco, specialista di storia medievale Arnold Esch esprime un giudizio favorevole nei suoi riguardi “Membro di un’antica famiglia della più alta nobiltà tedesca..il Brunswick non sfuggì al destino di tanti feudatari, grandi e piccoli, costretti a cercare fortuna nel mestiere delle armi. Erede però di una secolare tradizione di prestigio e radicato negli ideali feudali e cavallereschi ai quali era stato educato, il Brunswick non si ridusse mai alla condizione di semplice avventuriero e riuscì sempre a non confondersi con la folla di capitani di ventura senza fede e senza scrupoli che infestò l’italia nel secolo XIV.”
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 3
Mentre la generazione dei venturieri si esaurisce nel sangue delle guerre napoletane tra angioini e durazzeschi, un notevole numero di capitani tedeschi meno celebri, ma altrettanto operativi, continua a popolare le cronache del regno di Napoli, dello stato della Chiesa e della Lombardia viscontea. Alcuni di loro, come Pietro della Corona, divengono signori feudali; altri si specializzano nella difesa di piazzeforti o nell’esecuzione di razzie e devastazioni, sempre pronti a passare al servizio del miglior offerente. Da ultimo, verso la fine del Quattrocento compaiono nella penisola i lanzichenecchi (dal tedesco “landskecht), “servi della terra” o “del paese”. Nel pieno delle guerre d’Italia questa presenza militare assume una forma del tutto nuova: non più cavalleria pesante condotta da nobili svevi o bavaresi, ma fanteria di massa, organizzata in compagnie di soldati armati di picca lunga o alabarda, di una daga o spada corta e larga, spesso anche di archibugio. Si tratta talora di un’accozzaglia di uomini feroci e bramosi di prede, quasi sempre privi di soldo, sempre pronti al saccheggio, senza troppi riguardi per le città amiche e rivali. Il loro padre riconosciuto è Giorgio Frundsberg: un capitano che, nelle battaglie della Bicocca e di Pavia sancisce il primato di tali milizie sul quadrato svizzero. Il condottiero chiude la propria parabola militare alla vigilia del Sacco di Roma del 1527.
GIORGIO FRUNDSBERG / GEORG VON FRUNDSBERG
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Di Mindelheim in Baviera. Signore di Mindelheim. Padre di dieci figli, tra i quali, datisi al mestiere delle armi, Melchiorre (morto nel 1528, sepolto a Roma nella chiesa di Santa Maria dell’Anima) e Gaspare. Si sposa in prime nozze con Caterina von Scchrofenstein ed in seconde con Anna di Lodrone, sorella di Ludovico di Lodrone. 1473 – agosto 1528. Muore nel suo castello di Mindelheim dove è sepolto anche il figlio Gaspare.
Figlio cadetto di una famiglia nobiliare sveva, Giorgio Frundsberg combatte dapprima nella guerra di Ratisbona del 1492, in Svizzera, nell’Engadina durante la guerra di successione di Landshut del 1499, ed infine nel ducato di Milano al servizio di Ludovico Sforza. Da fante a doppio soldo diviene in breve tempo capitano. Nel 1509 milita agli stipendi del re di Francia Luigi XII contro i veneziani; nel maggio 1511 (ancora francesi vs pontifici) prende parte alla battaglia di Casalecchio di Reno dove viene sbaragliato Francesco Maria della Rovere. Nell’ottobre 1513 (spagnoli vs veneziani) è l’artefice della vittoria di Creazzo ai danni di Bartolomeo d’Alviano: alla testa di un quadrato di 3000 lanzichenecchi, organizza le linee in modo che gli archibugieri si ritirano continuando sempre ad utilizzare le loro armi allo scopo di indebolire il fronte avversario; quando i lanzichenecchi contrattaccano, i quadrati della Serenissima non reggono l’urto e le cernite delle file retrostanti (soldati arruolati nel contado, inquadrati da ufficiali di mestiere) si danno alla fuga gettando le picche. Le cronache tedesche ricordano la vittoria di Creazzo come una specie di miracolo. Negli anni della difesa di Verona il Frundsberg combatte sempre contro le truppe della Serenisima; è più volte costretto a domare ammutinamenti dei lanzichenecchi ai suoi ordini per il ritardo delle paghe. Frequente è in tal caso il suo ricorso a soluzioni varie che prevedono, per calmare gli animi, consegne parziali di denaro e capi di vestiario.
L’aprile 1522 lo vede protagonista alla Bicocca, dove i suoi uomini affrontano il quadrato degli svizzeri di Alberto Pietra: picca alla mano nello schieramento centrale, respinge con il fuoco degli archibugi gli svizzeri che perdono 1000 uomini prima ancora del contatto diretto, in totale 3000 fanti con ventidue capitani. Lo stesso Frundsberg viene ferito ad una coscia da un colpo di picca. Nel maggio dello stesso anno è presente all’orribile sacco di Genova. La sua carriera raggiunge l’apice nel febbraio 1525 a Pavia dove ha il comando di 13000 fanti. Il combattimento è preceduto dal raduno dei suoi uomini in cerchio e dal suo discorso ad eccitarne l’orgoglio nazionale; indossa sopra la corazza la tonaca francescana per dichiararsi anch’egli un povero uomo d’armi. Nell’assalto notturno al parco di Mirabello, e nella battaglia decisiva, fa strage dei lanzichenecchi delle Bande Nere militanti per i francesi; tra i nemici sono uccisi il duca di Suffolk Richard de la Poole e Longmanno di Augusta, al quale un soldato recide la mano carica di anelli. Nel corso del combattimento lo stesso Frundsberg viene salvato dalla morta grazie all’intervento di un soldato chiamato Baltes Kopp: gli restituirà il favore procurandogli un salvacondotto per discolparsi dall’accusa di omicidio davanti al tribunale della sua città.
Nel 1525 e nel 1526 combatte nel Tirolo ed in Austria contro i contadini ribelli guidati da Michael Gaissmayr. Per mantenere i suoi impegni con l’imperatore Carlo V e scendere in Italia contro la Lega di Cognac, è costretto ad impegnare i propri castelli e possedimenti, compreso quello di Mindelheim. Ne ricava 38000 fiorini con i quali è in grado di assoldare svevi, franconi, bavaresi e tirolesi cui consegna a ciascuno uno scudo. La maggior parte dei soldati è di fede luterana come lo stesso Frundsberg: si dice che porti con sé un cordone d’oro destinato al collo del papa ed altri di seta per i cardinali. Il suo grido di battaglia è ora “Molti nemici, molto onore” (viel feind, viel ehr). Nel novembre entra nei territori della repubblica veneta; durante la sua marcia tocca i territori di Trento, Brescia, Lonato, Castiglione delle Stiviere; penetra nel mantovano; si scontra con gli avversari a Governolo, dove un falconetto dell’alleato estense fracassa la gamba a Giovanni dalle Bande Nere causandone la morte a Mantova cinque giorni dopo. Nell’occasione perde 300 lanzichenecchi contro 50 italiani; il disorientamento provocato dalla morte di un avversario tanto famoso gli permette di varcare il Po e di congiungersi con il Connestabile di Borbone tra Parma e Piacenza. Nel marzo 1527, di fronte all’ennesimo ammutinamento delle sue truppe ridotte alla fame e che chiedono il saldo delle paghe, è colpito da un attacco apoplettico mentre tenta di sedare il tumulto; trasportato in barca a Ferrara, è ospitato nella città dal duca Alfonso d’Este nel palazzo Bevilacqua. Da questo momento non è più in grado di seguire le operazioni. I medici locali, per guarirlo, ricorrrono a metodi per lo meno strani, come bagni d’olio d’oliva nei quali è stata messa a bollire una volpe, scottature della pelle con l’oro ed unzioni con unguenti preziosissimi. Non si riprende mai del tutto; quando i suoi lanzichenecchi, senza di lui, raggiungono Roma e nel maggio 1527 mettono la città al sacco, Frundsberg è ormai lontano dalla guerra. Torna in Germania in lettiga e muore otto giorni dopo l’arrivo nel suo castello di Mindelheim (agosto 1528). Gregorovius lo definisce “il più grande fra tutti i capitani tedeschi vissuti fino al tempo del Wallenstein”; Niccolò Capponi sintetizza il suo pensiero ricordando che, definito “il padre dei lanzichenecchi”, lo è non tanto per averli creati, quanto per aver fatto della loro fanteria la prima d’Europa, sottraendo agli svizzeri il primato militare goduto dalle guerre contro Carlo il Temerario in poi. Differente è il profilo che emerge dalle ricerche di Alessandro Luzio “Il Frundsberg raffigurato dalla tradizione per l’arcangelo della Germania luterana contro Roma papale ci si presenta alla luce de’ documenti come un buon cattolico che fa baciare il piede di S. S.tà; e in ammenda del sacco di Roma, a cui dopo tutto egli non aveva partecipato, offre volonteroso il suo aiuto a Clemente VII per restituirlo signore di Firenze.”
PIETRO DELLA CORONA / PETER KRANZ (Peter von Krone)
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Tedesco. Signore di Angri, nel salernitano. Muore nel marzo 1391, a Napoli, per le ferite riportate in una rissa. Sepolto nella cattedrale della stessa località.
Soldato di ventura attivo soprattutto nel conflitto che vede di fronte nel regno di Napoli angioini e durazzeschi, Pietro della Corona inizia in Italia la sua carriera al servizio del comune di Perugia: il giudizio è così positivo che nel 1377 gli è donata una casa in città già appartenente a Filippo Oddi. Nell’estate dello stesso anno, di fronte alla cattura di 200 contadini di Spello, compiuta dagli abitanti di Foligno contro accordi precedenti, predispone un agguato attorno a una torre in tale territorio: l’operazione si conclude con 70 morti e 30 prigionieri tra gli avversari. Nel 1379 ottiene una breve condotta con Guglielmo Ferrebach (Guglielmo Filimbach) al servizio dei fiorentini. Nell’autunno 1381, conclusa la condotta con Perugia, lascia la città con il Ferrebach; raccoglie venturieri bretoni, tedeschi ed ungheri liberi sul mercato: insieme, assalgono Bevagna, controllata dai perugini, e ne scacciano gli abitanti. I perugini protestano inviando loro come ambasciatori Ranuccio Mecca e Niccolò dei Michelotti: alla fine è concessa ai due capitani una condotta di 100 lance per venti giorni; sette mesi dopo la coppia abbandona l’Umbria con 7300 fiorini all’incasso.
Nel giugno 1382 transita per Fano con 1000 cavalli per andare al soldo di Spoleto e dei signori di Camerino, da Varano, allo scopo di contrastare le milizie di Luigi I d’Angiò teso alla riconquista del regno di Napoli. Sono devastati il territorio di Fossombrone e le terre dei Malatesta lungo la via Flaminia. Dopo una nuova scorreria nel perugino ed in Val Tiberina nell’agosto 1382 (40 contadini uccisi, molti catturati, grande quantità di frumento predata), passa al servizio del re di Napoli Carlo di Durazzo. Nel 1384 cambia committente e contrasta il Durazzo a favore ddegli angioini: in un episodio raccontato dalle fonti napoletane, forse con eccesso di colore, si trova nelle gole di Pietracatella dove, durante un combattimento, permette a Luigi d’Angiò di darsi alla fuga dopo avere scambiato vesti ed armatura con le sue. Nel maggio 1385, a Pentecoste, è segnalato ad Avignone alla cerimonia in cui l’antipapa Clemente VII consegna il gonfalone della Chiesa (scismatica) al giovane Luigi II d’Angiò: Pietro della Corona regge il vessillo del regno di Sicilia, mentre Bernardo della Sala sostiene quello dello Chiesa. L’antipapa promette ai due condottieri 40000 franchi e si fa carico di gran parte del costo della loro condotta a causa delle difficoltà economiche in cui versa l’Angiò.
Nel 1386, ottiene il titolo di ciambellano, è nominato castellano di Manfredonia con 300 lance; riceve per le paghe dei suoi uomini 70000 fiorini tratti dalle gabelle di Bari. Nel 1387 è segnalato a Napoli alla guardia del fortilizio dello Sperone; nel febbraio 1388 affianca Louis de Montjoie nella difesa della città assalita dai durazzeschi; presto (marzo) si trova in dissidio con il viceré francese ed abbandona il campo con il Brigante e Martino Polsort. Negli anni 1389-1390 si trasforma nell’antagonista principale di Ottone di Brunswick: nel giugno 1389, da Castellamare di Stabia, cavalca verso Scafati e sfida il Brunswick a battaglia; lo costringe a ripiegare e lo insegue fino ad Angri; nel novembre dello stesso anno, mentre è di scorta ad un convoglio di legname a Liburna, sconfigge nuovamente il Brunswick e Giacomo Stendardo, cui cattura 60 cavalli e molti fanti. La sua fine è molto banale: nel marzo 1391 si trova nelle sue terre di Angri: viene a conoscenza che i Costanzo hanno razziato numeroso bestiame nel territorio di Scafati, controllato sì dai nemici durazzeschi, ma al momento in pace con i suoi uomini a causa di una tregua in corso. Chiede a tale famiglia nobiliare la restituzione del bottino. Schiaffeggia Ettore Costanzo; il fratello di costui lo colpsce alla faccia con la spada e Pietro della Corona muore dopo sei giorni per la ferita. I funerali si svolgono nella cattedrale di Napoli. Dietrich di Niem, scrittore e funzionario papale, lo ricorda, con Guglielmo Ferrebach, come “milites strenui et rei militaris experti”, capitani che possiedono anche castelli e terre proprie.
ALTRI CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 4
Tra le ultime figure di rilievo della grande stagione delle compagnie trecentesche ed i primi capitani tedeschi inquadrati in funzione subordinata nelle compagnie professionali del Quattrocento, si colloca un gruppo di condottieri che fa da cerniera tra il modello mercenario antico e quello successivo, in cui i capitani di tale nazionalità non appaiono più come capitani autonomi ed alla guida di proprie compagnie, ma come uomini d’arme militanti agli ordini di condottieri italiani come Braccio di Montone e Muzio Attendolo Sforza. Everardo della Campana è uno degli ultimi epigoni della fase militare precedente; uno dei più longevi soldati di ventura tedeschi, presente in Italia per quasi mezzo secolo nelle guerre che insanguinano l’Italia centrale; un vulcano di energia come lo sono stati Giovanni Acuto, Lucio Lando, Bernardo della Sala e Boldrino da Panicale. Federico Tedesco, una generazione più tarda, è invece un singolo uomo d’arme, che milita inizialmente per Braccio di Montone e, successivamente, agli ordini di Muzio Attendolo Sforza. La sua carriera si chiude sul ponte di Lanciano in uno dei momenti più drammatici della guerra dell’Aquila.
EVERARDO DELLA CAMPANA / JOHANN VON EBERHARDSWILER (Everardo Swiler, Everardo Suyler, Everardo Sniler, Averardo Tedesco, Edoardo Snyler)
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Tedesco. +1405, ucciso in battaglia in Svizzera.
La sua attività italiana è documentata fin dal settembre 1351, quando con una piccola compagnia al servizio della Chiesa contrasta nel Patrimonio le truppe del prefetto Giovanni di Vico. Nel maggio 1364 milita nella Compagnia Bianca di Alberto Sterz e, agli ordini di Anichino di Baumgarten, attacca la Porta di San Gallo a Firenze: si distingue penetrando in città fino alla piazza di San Gallo prima di essere respinto da Arrigo di Montfort. Per le sue gesta, in serata, è riconosciuto ufficialmente il suo valore ed è armato cavaliere dal Baumgarten a Sant’Antonio del Vescovo. Nell’ottobre-novembre 1369, al servizio di Perugia contro la Chiesa, devasta il viterbese ed espugna Monteverde catturandovi un arcivescovo; al ritorno a Perugia, scopre che il comune ha preferito nominare capitano generale Flach di Risach al suo posto; rifiuta di giurargli fedeltà. A seguito di una rissa sorta tra un uomo d’arme tedesco ed un italiano militante nella compagnia di Concio degli Ubaldini, i due condottieri ordinano le rispettive schiere a combattimento; solo l’intervento dei priori placa gli animi. Nel maggio 1373, agli stipendi dei Visconti, viene sconfitto e catturato nella battaglia di Montichiari.
Nel 1375 milita nella Compagnia Santa di Giovanni Acuto; nel 1378 lo affianca nel suo cambiamento di campo a favore dei fiorentini. Nell’aprile 1385 è tra i fondatori della Compagnia della Rosa con l’Acuto, Giovanni degli Ubaldini, Taddeo Pepoli e Boldrino da Panicale: 3000 cavalli e 1000 fanti. In agosto (sei mesi, Perugia), sostituisce nel comando il malato Ugolino da Montemarte, conduce una campagna di scorrerie ai danni di Assisi, località in cui assedia Guglielmino d’Assisi favorevole alla fazione dei Michelotti espulsa da Perugia. Nell’ottobre dello stesso anno (alla testa della sua compagnia) entra in Mogliano e Francavilla d’Ete (Marche) alla testa di 1000 cavalli e di 3000 arcieri; ottiene da Fermo una taglia di 3000 ducati. Nel 1387 il suo nome è legato all’occupazione di Cannara, ceduta poi ai perugini per 17000 fiorini; nel dicembre 1387, in compagnia di Bernardo della Sala, di Guido d’Asciano e di Corrado Lando dilaga nel pisano: sono strappati 8000 fiorini ai pisani, 9000 ai senesi, 4000 ai lucchesi e 7000 ai fiorentini in cambio della promessa di non recare danni al contado di Firenze per quattordici mesi. La sua sconfitta più rovinosa è quella riportata nel marzo 1389 vicino ad Umbertide, dove Pandolfo Malatesta lo mette in fuga catturandogli 50 cavalli e 200 fanti ed impossessandosi di tutte le salmerie della compagnia. Nel 1390 rientra in Germania dove combatte ancora per quindici anni: muore in Svizzera, in battaglia, nel 1405. William Caferro lo accomuna ad altri condottieri tedeschi come Giovanni di Raten, Flach di Risach, Corrado Lando, Lucio Lando ed Everardo Lando: oggi, nomi oscuri, ma presagi di sventura ai loro tempi.
FEDERICO TEDESCO
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Muore nel gennaio 1424, presso il ponte di Lanciano, gettato giù dal ponte da Braccio di Montone.
Soldato di ventura tedesco dei primi decenni del Quattrocento, milita inizialmente nelle compagnie del signore di Perugia Braccio di Montone; lo abbandona nel 1418 per passare al campo avverso. Nello stesso maggio segue Foschino Attendolo in Campania per affrontare le milizie della regina di Napoli Giovanna II d’Angiò con altri otto uomini d’arme di valore. Nel 1421, in Calabria, è segnalato al fianco di Francesco Sforza nello sforzo di organizzare il partito angioino contro quello aragonese: alla notizia, rivelatasi falsa, della morte dello Sforza, lascia il campo e si trasferisce al servizio degli avversari del momento, gli aragonesi del luogotenente Giovanni di Issera. Sconfitto e catturato presso Cosenza dallo stesso Sforza, da Micheletto Attendolo e da Luigi di San Severino, viene perdonato per la sua diserzione e ritorna al servizio della regina. Nell’ottobre 1423 affianca Muzio Attendolo Sforza negli Abruzzi contro Braccio di Montone; nel gennaio 1424, dopo l’annegamento di Muzio nel fiume Pescara, si dà ad una fuga disordinata con altri condottieri sforzeschi come Taliano Furlano, Marco Attendolo e Cesare da Martinengo. Catturato, è fatto precipitare da Braccio dal ponte di Lanciano. Antonio Minuti, autore a metà Quattrocento di una biografia dedicata esclusivamente a Muzio Attendolo Sforza, lo ricorda assieme con Donnino da Parma e Giannuzzo d’Itri come uno degli “homini d’arme avantegiati” del suo tempo.
PAOLO TEDESCO (Paolo Catena, Paolo delle Catene)
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+1438 (maggio) a Corneto (Tarquinia), impiccato per ordine del cardinale Giovanni Vitelleschi.
Braccesco di formazione, Paolo Tedesco esordisce nelle compagnie del Tartaglia da Lavello; dopo la morte di costui si trasferisce nelle compagnie di Micheletto Attendolo. Nell’ottobre 1419, con Cristoforo da Lavello (400 cavalli), prende parte al fatto d’armi di San Gemini dove sono catturati Brandolino Brandolini ed il Gattamelata. Nel giugno 1424 prende parte alla battaglia dell’Aquila nella quale ha il comando dell’undicesima schiera; nel novembre dello stesso anno gli è affidato il comando delle compagnie già al servizio del Tartaglia. Negli anni Trenta combatte soprattutto al servizio dello stato della Chiesa nel Lazio; nel 1432 assale Mugnano e Bomarzo con le bombarde finché il loro signore, Ulisse Orsini, viene consegnato al papa Eugenio IV dai propri vassalli; nel 1433 a Ronciglione, non potendo entrare nella località per il rifiuto del governatore Giacomo di Capranica, depreda i territori tra Sutri e Caprarola facendo prigionieri sei abitanti e dieci fanti di Niccolò Fortebraccio; sono pure razziati 400 maiali. Nel maggio 1436 sconfigge a Priverno Antonio da Pontedera, catturato e fatto impiccare dal cardinale Giovanni Vitelleschi.
Nell’agosto 1437 contribusce alla vittoria angioina di Montefusco contro gli aragonesi, scontro in cui viene catturato il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo. Caduto, a sua volta, in un’imboscata tesagli a Mercato Saraceno nel novembre-dicembre 1437, è liberato solo a seguito di una tregua di tre mesi stipulata tra i pontifici ed il re Alfonso d’Aragona. Nel febbraio 1438, con la fuga del cardinale Vitelleschi da Bisceglie a Venezia, rimane alla testa dell’esercito pontificio insieme con Lorenzo Attendolo. La sua fine è repentina: nel maggio 1438 il cardinale Vitelleschi lo fa catturare a Corneto; è subito impiccato con l’accusa di volersi vendere agli aragonesi. Giovan Battista Valentini (detto il Cantalicio), poeta dialettale abruzzese e coevo agli avvenimenti del periodo, ricorda la sua presenza alla battaglia dell’Aquila qualificandolo come “Paulo Todisco più che paladinu”.
MATTEO TEDESCO
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Muore a Milano nel 1417, di malattia.
Soldato di ventura tedesco di estrazione modesta, Matteo Tedesco inizia la carriera come vetturale nella compagnia di Angelo della Pergola; passa quindi al soldo del duca di Milano Giovanni Maria Visconti. Nel maggio-giugno 1412, alla morte di Facino Cane, con Filippo Arcelli e Castellino Beccaria favorisce l’ascesa al ducato milanese di Filippo Maria Visconti rispetto alle pretese di Astorre Visconti. La sua azione è decisiva in tal senso. Nel 1416, nominato capitano generale dal nuovo duca, conduce una spedizione contro Como terminata con la sottomissione del signore locale; nel 1417 affronta i Colleoni, conquista Trezzo sull’Adda alla cui difesa si trova Bartolomeo Colleoni. Ammalatosi nel corso delle operazioni, è condotto a Milano dove trova la morte in breve tempo. Gian Pietro Cagnola, storico milanese vissuto nella seconda metà del secolo XV, lo ricorda come “homo excelente ne la militare disciplina”.
GUGLIELMO DI BAVIERA (Guglielmo di Colonia)
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+1445 circa.
Capitano tedesco del Quattrocento, è prsente soprattutto in Lombardia e nelle Marche. Nel 1427 contrasta i viscontei per conto dei veneziani alla testa di 188 cavalli. Nel febbraio 1430 viene condotto dai fiorentini con una lancia e 40 fanti (un terzo balestrieri, un terzo pavesari, un terzo picchieri); è segnalato al campo di Ponte a San Pietro contro Lucca e Milano. Dal 1440 milita nelle compagnie di Francesco Sforza: nell’agosto 1443, posto a guardia di Massaccio (Cupramontana) presso Jesi, defeziona a favore del nemico con l’Attaccabriga; riconosciuto rapidamente l’errore, ritorna agli stipendi sforzeschi. E’ posto a guardia di Fano. Nella primavera 1444 affronta, sempre nella marca d’Ancona, pontifici e aragonesi. Muore intorno al 1445.
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 5 (A-B)
Accanto ai grandi nomi che danno forma e lustro alle compagnie di ventura tedesche in Italia, una folla di capitani minori percorre la penisola fra il 1338 ed il primo Quattrocento al seguito dell’ Urslingen, dei Lando, di Sterz e di Brunswick. Nelle schede che seguono sono raccolti i loro profili in ordine alfabetico.
UGO DELL’ALA
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Tedesco. +1370 circa.
Capitano legato in particolare al servizio dei senesi. Ugo dell’Ala milita inizialmente per i pisani contro Firenze. Nell’agosto-settembre 1363 viene assoldato da Siena con 22 bandiere di cavalli tedeschi (in totale 600 cavalli) per contrastare le scorrerie di Alberto Sterz. Nell’ottobre dello stesso anno, agli ordini di Francesco Orsini, sorprende in disordine la Compagnia del Cappelletto a Torrita di Siena. Nello scontro ha modo di catturare personalmente il capitano avversario Niccolò da Montefeltro. Per il valore mostrato in tale occassione gli è riconosciuta paga doppia, mese compiuto e il rimborso delle cavalcature uccise. Nel dicembre 1363 abbandona sdegnato tale comune con Armanno Tedesco per ritirarsi a Cortona: presto è convinto a rientrare dagli ambasciatori della città. Muore intorno al 1370. Donato di Neri, cronista senese vissuto nei suoi stessi anni, lo ricorda come “il primo che abattesse la prima bandiera, e pigliare el conte Nicolò loro capitano”.
GIOVANNI DI ASPERG / JOHANN VON HOHENASBERG (Conte di Sprech, Giovanni di Aspruch)
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Di Ludwigsburg, svevo. Duca di Teck e signore di Vasto. +1360 circa.
Soldato al seguito dell’imperatore Ludovico il Bavaro, nel gennaio 1338 è inviato in soccorso del signore di Verona Mastino della Scala; entra indi in Treviso come governatore imperiale; nel marzo successivo, creditore di molte paghe arretrate, tenta di farsi signore della città. Alla fine preferisce consegnare la località agli scaligeri rapidi a soddisfare le sue richieste economiche. Nel giugno 1345 (al soldo degli estensi), con Maffeo da Pontecarali, Carlotto da Piacenza e Arnoldo di Bach, prende parte al fallito assalto di Reggio Emilia: suoi soldati raggiungono la piazza; sono fronteggiati dal signore di Mantova Filippino Gonzaga che li mette in fuga. Nel novembre 1348 si reca nel regno di Napoli; con Giovanni Pipino d’Altamura tenta invano di bloccare a Corrado Lupo i passi degli Appennini tra Abruzzi e Puglia. A dicembre muta partito e passa al servizio del re Ludovico d’Ungheria. Con il conte di Trivento conquista e mette a sacco Foggia. Tornato agli stipendi di Napoli (nuovo cambiamento di casacca) nel maggio 1349 è sconfitto e catturato nella battaglia di Melito assieme con altri capitani angioini come Roberto da San Severino e Raimondo del Balzo. Nel settembre 1350 il papa Clemente VI, da Avignone, lo ringrazia per il suo sostegno continuato a favore della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò. Nell’aprile 1352 sgomina a Cesa la compagnia di Bertrando della Motta; lo scontro termina con la cattura di 22 connestabili tedeschi, di 300 cavalli e di 400 fanti. Matteo Camera in “Annali delle Due Sicilie dalle origini alla fondazione della monarchia” lo definisce come “uno de’ primi capitani del re Ungaro”.
CORRADO DI ALTINBERG / KONRAD VON ACHIELBERG (Corrado di Altemberg, Hechsberg, Achilberg)
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Probabilmente di Heckberg, Renania-Westfalia. Conte. +1402 circa. Sepolto nella cattedrale di Siena.
Attivo per quasi trent’anni in Toscana, Umbria e Lombardia, Corrado di Altinberg esordisce nella storia (settembre 1374) in una compagnia di ventura guidata da Giovanni Acuto con la quale viene depredato il territorio di Siena. Nella primavera 1381, in Romagna, costituisce con Corrado Lando, il Boino, Angelino d’Austria e Amerigo Unghero una compagnia di 2000 cavalli e 1000 fanti destinata ad agire nella marca d’Ancona. Nel marzo 1389, dopo essersi rappacificato con Boldrino da Panicale, scorta ad Orvieto un convoglio di vettovaglie per la città affamata; nel mese successivo affianca Bertoldo Farnese contro Bertoldo Orsini con l’obiettivo di liberare dall’assedio la rocca di Vallocchia. Nel 1395, in Romagna, (agli stipendi del marchese di Ferrara Niccolò d’Este) costringe alla resa Azzo d’Este, Conselice da Barbiano, Lancillotto Montecuccoli e Ato di Rodiglia in un cruento combattimento avvenuto nei pressi di Portomaggiore; alla fine dello stesso anno passa al servizio del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Sempre per i viscontei, nel 1397 affianca Jacopo dal Verme ed Ugolotto Biancardo all’assedio di Borgoforte; viene ferito in uno dei tanti combattimenti legati a questa operazione. Nel febbraio 1399, con Antonio Porro ed il vescovo di Novara, riceve dagli Appiano la cittadella e la città di Pisa a nome del Visconti; nell’agosto seguente prende possesso di Siena con la stessa delegazione. Nominato maresciallo ducale nel novembre 1401, muore probabilmente l’anno successivo. Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, autore di biografie , di elogi e del primo libro di cucina a stampa, ne mette in risalto la continua attività definendolo “egregius hostilium copiarum Dux”.
PIERO DEL BIANCO
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Tedesco. + 1380 circa.
Capitano di cavalli ungheri al servizio di Firenze nella guerra degli Otto Santi, nel luglio 1376 è inviato alla difesa di Bologna; esce dalla città con Lucio Sparviero per scontrarsi con la Compagnia dei Bretoni (agli stipendi dei pontifici) a Casalecchio di Reno. Sconfitto con la perdita di 200 cavalli tra morti e prigionieri, gli avversari si vendicano sui prigionieri accecandoli e tagliando loro le mani. Il giorno seguente Piero del Bianco esce nuovamente con 600 armati ed è nuovamente battuto a Mongiorgio nella valle del Samoggia; nell’occasione i fanti bolognesi (60 morti) sono abbandonati dalla cavalleria datasi alla fuga. Nell’agosto successivo si dirige verso Ascoli Piceno con Piero del Verde; respinge presso Fabriano un attacco di Venanzio e di Gentile da Varano cui cattura 100 cavalli. Nel 1377, con Astorre Manfredi, sconfigge nuovamente le milizie del signore di Camerino Rodolfo da Varano (200 prigionieri). Nell’aprile 1379 è arrestato a Firenze dal capitano del popolo Cante Gabrielli, con il vescovo di Fiesole, con l’accusa di aver preso parte ad una congiura organizzata da Palla Strozzi e da Guerriante Marignolli. Muore intorno al 1380.
OSVALDO BULER
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Tedesco. +1385 circa.
Capitano della seconda metà del Trecento, nell’ottobre 1372 è segnalato agli stipendi del signore di Milano Bernabò Visconti al comando di 300 lance assieme con Enrico di Chié. Nell’agosto 1373 lascia la Lombardia con Everardo della Campana ed il Chié per recarsi al servizio di Venezia allo scopo di combattere i carraresi; Bernabò Visconti diffida i tre condottieri dal procurare danni al mantovano nel transito di tale territorio. Nel 1378 prende parte con Lucio ed Everardo Lando ad un vano tentativo di impadronirsi di Verona: la città sta per cadere in potere dei viscontei allorché il Buler, i due Lando, il Chié e Thil di Alzentali abbandonano inspiegabilmente le operazioni d’assedio per darsi al saccheggio del contado. Licenziato, nel 1379 viene spinto dai genovesi a depredare con Lucio Lando i territori viscontei. Muore intorno al 1385.
GOTTIFREDO DI BACH (Gozzo di Bachanzel)
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Tedesco. Figlio, di Arnoldo. +1360 circa.
Nel maggio 1346 è segnalato agli stipendi del marchese d’Este Obizzo d’Este ai danni dei Visconti: con Urbach Tedesco ed Ermanno di Grazia esce da Modena alla testa di 25 barbute e di due balestrieri a cavallo. Sulle rive del Secchia viene informato che Bozzano si è ribellata a favore dei Gonzaga; con i suoi uomini assale vittoriosamente 100 barbute che stanno assediando la ocalità. I prigionieri sono condotti a Modena. Nell’aprile 1353 milita agli stipendi dello stato della Chiesa contro il signore di Viterbo Giovanni di Vico: scaduta la ferma, il cardinale Egidio Albornoz gli impedisce di trasferirsi nel campo avversario da cui è stato contattato, gli salda le paghe a Perugia e lo invia a Montefiascone. A maggio, viene nominato dagli stessi pontifici maresciallo del Patrimonio; a giugno, con Albertaccio Ricasoli, contatta la compagnia di fra Moriale per saggiarne le intenzioni. Nel gennaio 1356 condivide con Gerlach di Tunneveld il comando di 5 bandiere di cavalli 125 cavalli). Muore verso il 1360.
GIOVANNI DI BRINDISACH
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Di Brendenscheyd o Brendtscheid, nobile della Westfalia. +1360 circa.
Nel 1353 è segnalato come vassallo di Margherita di Walkenburg, signora di Schoeneck. Nell’ottobre 1356, a Ravenna, firma con Ermanno di Wartenstein una condotta con i veneziani allo scopo di contrastare nel trevigiano le milizie del re Ludovico d’Ungheria (800 barbute, 300 fanti). Dopo la rotta di Caldogno subita ad opera degli avversari, è inviato a Venezia dal Wartenstein con Giovanni di Civitate ed Eriprando di Leye per reclamare 12000 fiorini a fronte delle paghe e delle perdite subite; in piazza San Marco i tre savi Bernardo Giustinian, Giovanni Contarini e Giovanni Mocenigo gli danno risposta negativa. Nel gennaio 1357 milita in Piemonte agli ordini di Luchino dal Verme; nel febbraio 1358 entra nella Grande Compagnia del Conte Lando; nel marzo prende parte alla battaglia di Montichiari. Nel corso di tale scontro cattura e fa impiccare un nipote di Giovanni di Bileggio che, in precedenza in Piemonte, lo ha derubato di alcune paghe. Per rappresaglia il signore di Milano Bernabò Visconti fa accecare diversi uomini della sua compagnia, lasciando un solo occhio ad uno di costoro per poter condurre i disgraziati compagni al campo. Muore intorno al 1360.
ARNOLDO DI BACH
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Tedesco. Padre di Gottifredo di Bach. +1350 circa.
Nel giugno 1345, agli stipendi di Ferrara contro Milano e Mantova, è avviato con Maffeo da Pontecarali alla conquista del castello di San Quirico, nel parmense, appartenente a Cagnolo da Correggio; insieme con il Pontecarali, Carlotto da Piacenza e Giovanni di Asperg partecipa al vano tentativo di impadronirsi di Reggio Emilia. Nell’occasione alcuni soldati riescono a superare il fossato, a salire sulle mura, a raggiungere la piazza; alla fine vengono sconfitti dalle milizie di Filippino Gonzaga qui schierate. Muore intorno al 1350.
CORRADO DI BUSSINA (Corrado Tedesco)
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Tedesco. +1390 circa.
Soldato di ventura nell’agosto 1387 viene assoldato a Ravenna da Desiderato Lucio per gli udinesi con 50 lance ed una provvigione di 100 ducati mensili. Nominato capitano generale degli udinesi nel settembre dello stesso anno, ad ottobre esce da Udine attraverso due porte distinte e sconfigge a Savorgnano/Godia i carraresi comandati da Conte da Carrara, da Giacomo Pio e da Anderlino Trotti: nello scontro muoiono 1500 uomini d’ambo le parti, molti annegano nell’attraversare il Tagliamento; i carraresi perdono artiglierie, salmerie e 1200 prigionieri. Muore intorno al 1390. G.A. di Maniaco, nella sua storia del Friuli, lo definisce “hominem antiquum in armis, multum sagacem et expertum”.
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 6 (C-L)
ENRICO DI CHIÉ (Enrico Cher)
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Tedesco. +1385 circa.
Nell’ottobre 1372 al servizio del signore di Milano Bernabò Visconti, condivide con Osvaldo Buler il comando di una condotta di 300 lance. Nell’agosto 1373 si trasferisce verso Venezia con Everardo della Campana ed il Buler, tutti assoldati dalla Serenissima per combattere i carraresi. I tre condottieri nell’attraversare il mantovano sono diffidati dal Visconti dal compiere razzie e devastazioni nel loro tragitto verso il Veneto. Rientrato al servizio dei Visconti nel 1378, affianca Lucio ed Everardo Lando, il Buler e Thil di Alzen in un tentativo di impadronirsi di Verona. I condottieri preferiscono abbandonare le operazioni di assedio per darsi al saccheggio del territorio circostante. Sono tutti licenziati. Nel 1379 appoggia Lucio Lando nelle sue scorrerie in territorio visconteo effettuate per conto dei genovesi. Nel gennaio 1382 il suo operato viene raccomandato ai fiorentini da Giovanni Acuto per un eventuale arruolamento da parte del comune. Muore intorno al 1385.
CORRADO CODISPILLO (Corrado Gottspiel)
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Tedesco. +1370 circa.
Dal 1347 combatte nel regno di Napoli al servizio di Giovanna I d’Angiò contro le truppe del Ludovico d’Ungheria. E’ segnalato successivamente al soldo del re Luigi di Taranto ai danni dei baroni ribelli. Nel 1356 abbandona il servizio prestato al sovrano; alla testa di 80 barbute e di 100 masnadieri ( servi armati addetti alla persona del signore feudale) entra a Venafro, preda il territorio da Capua agli Abruzzi. E’ sconfitto mentre sta per abbandonare il regno; Venafro, la sua sede, viene messa sacco. Ritornato al servizio del regno di Napoli nel settembre 1368, sconfigge pesantemente il conte di Trivento ed altri ribelli nei pressi di Isernia. Muore intorno al 1370.
GUGLIELMO FERREBACH/GUGLIELMO FILIMBACH
URL: https://condottieridiventura.it/guglielmo-ferrebach-guglielmo-filimbach/
Tedesco. +1395 circa.
Molte sono le condotte da lui sostenute a favore di Firenze, Venezia, Siena, Perugia, Carlo di Durazzo nella sua conquista del regno di Napoli; molte sono pure le sue scorribande con compagni di ventura come Pietro della Corona, Alberico da Barbiano, Villanuccio da Villafranca, Lucio Lando, Lucio Sparviero. L’ultima informazione nei suoi confronti lo vede, con Alberico da Barbiano, vendere Pescara a Nicola Orsini per 16000 ducati per conto del re di Napoli Ladislao d’Angiò. Ricordato da Dietrich di Niem che lo giudica, unitamente a Pietro della Corona, condottiero esperto e signore di terre e castelli in Italia. Muore intorno al 1395.
GIACOMO DI FIORE (Jacob di Fiore)
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Tedesco. +1360 circa.
Dal 1341 al 1357 milita agli stipendi di Firenze per quattordici anni, non come soldato permanente ma con il rinnovo della condotta ogni sei/quattro mesi; nel 1350 è inviato in Germania alla ricerca di soldati da arruolare per il comune. La sua impresa più celebre rimane la difesa di Scarperia (agosto-ottobre 1352), assalita dai viscontei di Giovanni Visconti da Oleggio a capo di un esercito di 5000 barbute, di altri 2000 cavalli e di 6000 fanti. Con Salvestro dei Medici, al comando di 150 cavalli scelti e di 300 masnadieri, vi fa costruire a un doppio fossato ed un terrapieno con steccati e contrafforti. Viene respinto l’attacco generale in cui i viscontei riescono a calare 64 scale nel primo fossato ed altre tre nel secondo: i fiorentini rispondono con un’azione di controscavo nelle gallerie sotterranee viscontee, uccidendo gli addetti e dando alle fiamme due castelli mobili di legno costruiti per proteggere i lavori. Seguono da parte milanese una serie di altri attacchi condotti con un gran numero di macchine d’assedio. Sono distrutti case e fortificazioni nella località; frecce e pietre bloccano dall’interno l’avanzata nemica. Dopo quaranta giorni di assedio è segnalato l’arrivo dell’esercito fiorentino di soccorso proveniente da Borgo San Lorenzo: la presenza di rinforzi ai difensori, cui vanno uniti il fallimento di un ulteriore tentativo notturno di scalata, la scarsità di vettovaglie, il grande numero di feriti ed il timore delle piogge autunnali convince alla fine Visconti da Oleggio a ritirarsi in buon ordine. Giacomo di Fiore ed il Medici sono armati cavalieri dal podestà ed ottengono ciascuno un premio di 500 fiorini. Muore intorno al 1360. Lorenzo Pignotti nella sua “Storia della Toscana sino al Principato” lo ricorda come “valoroso capitano tedesco”.
MONACO DI HECZ (Monaco di Herckz)
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Tedesco. +1375 circa.
Soldato di ventura attivo in Piemonte. Nell’ottobre 1366, con la connivenza di Filippo di Savoia-Acaia, minaccia il territorio di Moncalieri alla testa di 500 cavalli tedeschi e inglesi e di 2000 fanti, definiti dalle fonti coeve, con l’appellativo di predoni. Nel marzo 1368 è segnalato al servizio dello stesso Filippo con due compagnie di 300 cavalli tedeschi ciascuna: partendo dalle fortezze di Fossano e Vigone devasta il Piemonte con omicidi, ruberie e saccheggi; il bottino è ammassato a Vigone. Trascorrono pochi mesi ed a giugno viene contattato dal conte Amedeo VI di Savoia con offerte per la sua diserzione. Queste sono respinte da Monaco di Hecz; il conte di Savoia accusa Filippo di Acaia di tradimento davanti all’imperatore ed al duca Filippo di Clarence, nello stesso tempo sfida a duello lo stesso Hecz. Ad agosto 1368 è convenuta una sfida tra due squadre di 50 cavalli: l’imperatore Carlo IV di Boemia e Galeazzo Visconti impediscono lo scontro; nel giorno fissato, Filippo di Savoia-Acaia non osa uscire da Fossano e Monaco di Hecz passa al servizio di Amedeo di Savoia che gli versa 4000 fiorini. Nel 1369 milita agli stipendi del marchese Federico di Saluzzo; a febbraio appoggia i viscontei contro la compagnia di Edward Despenser. Muore intorno al 1375.
ORLANDO DI LUCHOM
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Tedesco. +1340 circa.
Maresciallo del re Giovanni di Boemia, nel 1333 affronta le truppe della lega antipontificia. Nel 1334 costituisce la Compagnia della Colomba con altri tedeschi reduci dal lucchese al servizio di Marco Visconti: il nome deriva dalla badia della Colomba in Lombardia, dove i suoi membri si sono raccolti la prima volta. Quando la compagnia non ha ingaggi, essa si dedica a rapine e rapimenti. Nel luglio 1335 è condotto dai perugini con 1300 cavalli tedeschi per 13000 fiorini allo scopo di combattere Arezzo; nell’agosto, accanto a Ranieri Casali, devasta il territorio nemico ed assedia Castiglion Aretino. A settembre, a seguito di un accordo con Guido del Monte Santa Maria, si impadronisce di Città di Castello ai danni di Rodolfo Tarlati. Ad ottobre dello stesso anno, sorprende gli avversari in agguato mentre stanno rientrando carichi di prede da una scorreria nel territorio di Cortona. Insegue i nemici fino a Montecchio lasciando sul campo 130 morti. Muore intorno al 1340.
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 7 (H-M)
UGO DI MONFORTE (Ugo d’Alemagna, Ugo di Montfort)
URL: https://condottieridiventura.it/ugo-di-monforte/
Della Renania. Conte di Montfort. Sposa Giovanna da Carrara, sorella di Francesco da Carrara, a Padova nell’estate 1363. Cognati: Francesco da Carrara, Giovanni Savelli (sposatosi il suo stesso giorno con Lieta da Carrara). Nipote di Leopoldo d’Austria. +1410 circa.
Cugino del duca Leopoldo d’Austria, Ugo di Monforte nell’ottobre 1383 è inviato con 500 lance in soccorso di Treviso assediata dai carraresi di Simone Lupo. Costringe Arcuano Buzzaccarini ad abbandonare le operazioni; a novembre, con Falck Zimberg, depreda i territori di Cittadella e di Bassano del Grappa ricavandone 250 carri carichi di biade, animali, vino e masserizie. Sono tolti ai contadini altri 200 carri, necessari per trasportare la rimanente parte del bottino razziato. Si dirige verso Treviso. I carraresi, di stanza a Castelfranco Veneto, assalgono il convoglio e recuperano gran parte delle prede. Sopraggiungono in soccorso di Ugo di Monforte altre schiere di soldati tedeschi. I carraresi sono sconfitti; gli austriaci rientrano in possesso dei carriaggi. Agli stipendi di Firenze, nel 1391 affianca Giovanni Acuto nella spedizione contro i Visconti; partecipa alla battaglia di Paterno ed al suo termine è armato cavaliere con altri condottieri come Corrado Prospero, Fuzzolino Tedesco ed Ugo Guazzalotti. Nel dicembre dello stesso anno, sempre di scorta con John Beltoft ad un convoglio di vettovaglie, viene catturato a Cascina da Jacopo dal Verme e da Jacopo d’Appiano: i fiorentini lo riscattano subito per il coraggio dimostrato e gli donano due belle cavalcature; il Beltoft viene invece licenziato per la sua viltà. Nell’aprile 1395, agli stipendi del marchese di Ferrara Niccolò d’Este ed agli ordini di Astorre Manfredi, sconfigge a Consandolo Conselice da Barbiano. Nel luglio 1397 (sempre contro i viscontei) viene sconfitto a Borgoforte; rimane ferito nel combattimento. Di seguito è inviato nottetempo in soccorso di Marcaria. Per strada è informato che i difensori del castello si sono nel frattempo arresi. Cambia obiettivo e, alla testa di 500 cavalli e di altrettanti fanti, assale il campo avversario. I nemici, messi all’erta da Corrado di Altinberg, non si sbandano e si preparano a sostenere lo scontro. Ugo di Monforte chiede un colloquio all’Altinberg a nome della loro vecchia amicizia. Si lamenta di essere stato da lui offeso e lo sfida inutilmente a duello. Catturato nel 1398 dai ducali di Ugolotto Biancardo presso Marcaria e condotto a Milano, viene interrogato dal duca di Milano Gian Galeazzo Visconti sulla situazione generale e sull’opinione di Francesco Gonzaga nei confronti del conflitto in atto: la sua risposta sincera serve da base per la pace successiva. Liberato, è citato dai creditori a Firenze per 14000 fiorini; sentendosi tradito dallo stato per il quale ha combattuto lealmente, passa al servizio dello stesso Visconti che gli concede 6000 fiorini ed altri 10000 in prestito per fare fronte ai suoi debiti. Nel luglio 1400, alla testa di 800 cavalli del conte di Savoia, sconfigge Facino Cane a Caravino; sorpreso, a sua volta la notte successiva, viene fato prigioniero con 600 cavalli. Nel settembre 1404, al servizio di Padova contro i viscontei, getta da cavallo Taddeo dal Verme con un colpo di lancia e gli rompe l’arma con un’accetta; il dal Verme si arrende nelle mani del marchese di Ferrara defraudandolo della taglia. A dicembre, a Camponogara, è catturato di nuovo mentre sta difendendo Francesco Novello da Carrara colpito da una freccia. Muore intorno al 1410. Giovanni Sercambi nelle sue “croniche” lo definisce “huomo vigoroso e ardito”; Alfredo Professione in “Siena e le compagnie di ventura nella seconda metà del sec. XIV”, lo descrive come “uomo di provata onestà ed esperienza d’armi”.
GERARDO DA MONTELORO (Gerardo di Mathelor, Gerardo di Mantelor)
URL: https://condottieridiventura.it/gerardo-da-monteloro/
Tedesco. Figlio di Federico di Mathelor. +1385 circa.
Capitano al servizio dei carraresi di Padova, nel giugno-luglio 1378 affianca, contro i veneziani, Giovanni degli Obizzi all’assedio di Mestre; fa trasportare due gatti (specie di macchine ossidionali) nel fossato per coprire l’attacco dei carraresi alle mura. Ad agosto subentra all’Obizzi nel comando dell’esercito padovano. Nel maggio-giugno 1379 espugna il castello di Romano d’Ezzelino, alla cui difesa si trova Andrea Morosini, grazie ai lavori di sterro dell’ingegnere Fasuola di Val di Lamone: con l’escavazione di un cunicolo sotto la torre, questa è fatta crollare con parte delle mura. Nell’agosto dello stesso anno ha il comando dell’attacco generale via terra contro Chioggia; divide l’esercito in tre parti con Giorgio Tedesco, Arcuano Buzzaccarini e lo Squarciamischia; dietro la promessa di 150 ducati a chi riesce di dare alle fiamme il ponte di collegamento con la spiaggia, un genovese, a bordo di una piccola barca, è in grado di incendiare il manufatto con paglia, pece e polvere di bombarda; la città viene conquistata e messa orribilmente a sacco con 860 morti ed oltre 3800 prigionieri. Gerardo di Monteloro abbandona presto Chioggia per dissensi con Pietro Doria (il capitano generale dei genovesi alleati nella guerra alla Serenissima con i carraresi) per questioni riguardanti la suddivisione delle prede. Nell’agosto-settembre 1380 prende parte all’assedio di Treviso con Guecellone e Gerardo da Camino; viene costruita in trentasette giorni una grande bastia presso Casale sul Sile. Nel 1381 è nominato capitano di Udine al servizio del patriarca di Aquileia Filippo di Alençon. Muore nel 1385.
FEDERICO DI MATHELOR
URL: https://condottieridiventura.it/federico-di-mathelor-tedesco/
Tedesco. Padre di Gerardo da Monteloro. +1375 circa.
Milita al servizio dei carraresi di Padova. Nel febbraio 1354 è inviato con Manno Donati in soccorso del signore di Verona Cangrande II della Scala in difficoltà contro il fratello Frignano ribellatosi alla sua signoria. Nel settembre 1357, passato al servizio del re Ludovico d’Ungheria, è protagonista della conquista di Zara: organizza un trattato con un tedesco, l’abate di San Crisogono, scala le mura cittadine di notte, sono uccise le sentinelle ed è aperta dall’interno una porta a favore delle truppe del bano di Bosnia. Nel 1362-1363 ha l’incarico di condurre alcune missioni diplomatiche in Friuli e in Croazia per conto del signore di Padova e del patriarca di Aquileia. Nel 1373 è inviato da Francesco da Carara in Ungheria con Giovanni di Polisna alla ricerca di aiuti necessari per contrastare con efficacia i veneziani. Ad aprile è segnalato a Padova: controlla i lavori legati alla costruzione del fossato che collega Curano con Camponogara e quelli relativi alla bastia di Lova, opere tutte completate in sette giorni durante la Settimana Santa. Risulta consapevole della congiura di Marsilio da Carrara ai danni del fratello Francesco. Muore intorno al 1375.
OLFO / WOLF DI GROVENICH
URL: https://condottieridiventura.it/olfo/
Tedesco. Muore in combattimento nell’ottobre 1384.
Nel 1370 milita al servizio del signore di Milano Bernabò Visconti; combatte i pontifici nel reggiano. Passato agli stipendi dei fiorentini, nel giugno 1376, prende parte alla guerra degli Otto Santi sempre contro i pontifici; si collega con Enrico Paher e Francesco di Vico, sconfigge a Capranica gli angioini di Luigi da Capua ed infligge loro la perdita di 150 uomini d’arme tra morti e prigionieri. Nel settembre 1377 segue Lucio Lando nelle Marche; è presente nella battaglia di Matelica finita con la sconfitta del signore di Camerino Rodolfo da Varano. 900 sono i morti d’ambo le parti; 1000 sono i prigionieri di parte pontificia tra uomini d’arme bretoni e fanti. Nel marzo 1379, a Firenze, sorge una rissa tra i mercenari tedeschi e quelli italiani al Canto della Marina. Assale nottempo questi ultimi nella piazza di San Lorenzo ed in quella di San Giovanni dove, con otto commilitoni, uccide Giovanni da Fano. Muore nell’ottobre 1384 combattendo le milizie angioine di Enguerrand de Coucy sotto le mura di Arezzo.
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 8 (P-R)
MARTINO POLSORT
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Tedesco. +1405 circa.
Capitano presente nel regno di Napoli durante le guerre tra angioini e durazzeschi. Affianca Louis de Montjoie (febbraio 1388) alla difesa di Napoli; il mese seguente abbandona il campo insieme con Pietro della Corona ed il Brigante per dissidi con il viceré francese. Tre anni dopo è segnalato militare al servizio dei fiorentini ai danni delle truppe del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. A luglio, agli ordini di Giovanni Acuto, prende parte alla battaglia di Paterno che termina con la sconfitta di Jacopo dal Verme. Allla fine del combattimento è armato cavaliere con altri 19 condottieri. Nel 1401 si trova al servizio dei Visconti. Coadiuva Giovanni Bentivoglio nel suo tentativo di entrare in Bologna e, successivamente, in quello di farsi proclamare signore della città. Passa ai suoi stipendi. Nel giugno 1402 è sconfitto dai viscontei nella battaglia di Casalecchio di Reno. Muore verso il 1405. La sua fama come uomo d’arme è attestata da alcuni autori. In particolare Cristoforo Poggiali nel suo lavoro “memorie storiche di Piacenza” lo accomuna ad altri condottieri del suo tempo come il Tartaglia e Muzio Attendolo Sforza definendoli tutti come “capitani provatissimi e già in fama per coraggio e valentia.”
HEINRICH PAHER (Enrico Paher)
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Dell’alta Germania. +1385 circa.
Milita inizialmente per i pontifici. Passato agli stipendi della lega antiviscontea, nel 1361 è fatto prigioniero dai Gonzaga. Condotto a Mantova, per ottenere la libertà si impegna a non combattere per un anno gli avversari; promette pure che se, su richiesta, si dovesse trovare entro un raggio di venticinque miglia da Reggio Emilia, avrebbe combattuto a favore degli stessi Gonzaga per otto giorni a sue spese e per altri due mesi a soldo ridotto. Di seguito (1364) è segnalato agli stipendi dei fiorentini contro i pisani (la Compagnia Bianca); nel 1367, per Perugia, contrasta la Compagnia di San Giorgio condotta da Ambrogio Visconti e da Giovanni Acuto; nel 1369, sempre per il comune di Perugia affronta i pontifici. Catturato da Francesco da Castello a seguito di una sollevazione popolare in Città di Castello, è subito rilasciato. Ha modo, nel gennaio dell’anno seguente, di fare prigioniero, a sua volta, Francesco da Castello: lo fa subito liberare memore del gesto di cortesia da lui ricevuto in precedenza. Ritornato agli stipendi dei fiorentini, nel 1377 prende parte alla battaglia di Matelica terminata con la sconfitta di Rodolfo da Varano. Muore intorno al 1385.
CORRADO PROSPERO/KONRAD PRASSBERG
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Della regione dell’Allgau. Di nobile famiglia. Signore di Cannara. Sposa una figlia di Giovanni Acuto, di nome Catherine. +1422.
Dopo avere militato nella compagnia di Corrado Lando nei primi anni Ottanta, nel dicembre 1385 è contattato a Faenza da Lucio Lando per conto dei bolognesi. Segue una sua condotta con Firenze ed il duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Ritornato agli stipendi dei bolognesi, nell’aprile 1390 appoggia Ugolino Ghislieri in una spedizione in Romagna ai danni del signore di Rimini Carlo Malatesta. E’ sconfitto da Nicolò Malatesta assieme con Conte da Carrara. Liberato in breve tempo, ritorna con il condottiero padovano al servizio dei bolognesi. Nel 1391 affianca Giovanni Acuto nella sua campagna in Lombardia contro i Visconti effettuata a favore di carraresi e fiorentini. Nel 1393 è assoldato dai fiorentini affinché con la sua compagnia non compia scorrerie in Toscana; anche i lucchesi contribuiscono al pagamento della sua condotta. Nella stessa primavera contrasta i pontifici in Romagna in soccorso dei signori di Forlì Pino e Cecco Ordelaffi. A settembre lo si trova agli stipendi dei pontifici per combattere i perugini. E’ in questa occasione che si insignorisce di Cannara. Nel gennaio 1394 si sposa a Firenze con la figlia quattordicenne di Giovanni Acuto, di nome Catherine. Per il matrimonio chiede ai fiorentini un anticipo di 1000 fiorini affinché le nozze abbiano il giusto sfarzo. Seguono nel tempo altre condotte con pontifici, Perugia, i Montefeltro di Urbino, nuovamente Firenze, Bologna, Venezia. Nel 1402 rientra in Germania con la moglie e tre figli. Muore nel 1422. “Brillantissimo uomo d’arme” per Antonio Rigon e “Giovane e valoroso soldato di ventura” per J. Temple Leader e G. Marcotti nella loro biografia dedicata all’Acuto.
GOTTFRIED ROUGHER
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Tedesco. +1360 circa.
Milita per diciotto anni consecutivi dal 1334 al 1345 al servizio dei fiorentini. Si tratta di un ingaggio discontinuo, rinnovabile secondo le necessità delle autorità locali, ogni quattro-sei mesi. Dopo un breve periodo agli stipendi di Siena, nel giugno 1353 è assoldato per conto dei pontifici dal rettore del Patrimonio Giordano Orsini con 250 barbute. Ha il compito di fronteggiare le truppe del signore di Viterbo Giovanni di Vico. E’ prepoto alla difesa di Montefiascone; a luglio si distingue nell’assalto al castello di Marta sulla sponda meridionale del lago di Bolsena. Scaccia da Narni gli avversari; ad agosto assedia Orvieto con fra Moriale; alla fine, a settembre è contattato assieme con il condottiero francese da Giovanni di Vico e defeziona dalle file pontificie. Di seguito opera nel territorio di Todi ove sostiene la causa dei fuoriusciti Chiaravalle contro il capoluogo. Muore intorno al 1360. E’ citato da William Cafierro in una delle sue opere per la lunghezza del suo rapporto con i fiorentini, un evento anomalo nel XIV secolo.
GIOVANNI DI ROD (Giovanni di Rood)
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Tedesco. Signore di Santo Stefano di Sessanio +1380 circa.
Soldato di ventura della seconda metà del 1300. Nel 1368 milita al servizio della regina di Napoli Giovanna II d’Angiò. E’ inviato nel territorio di L’Aquila a combattervi i Pretalti ribellatisi alla sovrana. Con la sconfitta di Nicola d’Alemagna a Corvaro deve abbandonare il campo e rientrare a L’Aquila. L’anno seguente (1369) è segnalato agli stipendi del signore di Milano Bernabò Visconti. Con Giannotto Visconti (1500 cavalli) è inviato a Lucca per prestare soccorso agli uomini dell’imperatore Carlo di Boemia. Si colloca nella piazza cittadina ai primi cenni di disordini da parte degli abitanti. Presto è costretto a ripiegare nei vicini borghi a causa dell’azione dei rivoltosi. Di seguito forma una propria compagnia il cui obiettivo è sostanzialmente quello di devastare i territori di Cortona, Arezzo e Siena. Contattato dai pontifici nel 1371, è avviato a Camerino per impadronirsi della località a spese dei da Varano. Con il fallimento dell’iniziativa, rientra in Toscana con la sua compagnia di ventura; assale Castiglion Fiorentino, ne depreda il contado. Si sposta negli Abruzzi; coadiuva a L’Aquila Lallo dei Camponeschi nel suo tentativo di pacificare le fazioni cittadine; restiuisce agli abitanti di tale città la rocca di Santo Stefano di Sessanio, di cui si è impadronito in precedenza. Nel 1372 combatte per i fiorentini contro i viscontei. Fatto prigioniero nella battaglia di Rubiera, è sospettato di tradimento ed incarcerato. Liberato, viene licenziato. Le ultime condotte lo vedono agli stipendi dei carraresi di Padova e dei Visconti di Milano. Muore intorno al 1380.
GIOVANNI DI RATEN / JOHANN VON RIETEN /ANZI TEDESCO
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Di Augusta, in Baviera. +1380 circa.
Fa inizialmente parte (1364) della Compagnia della Stella di Anichino di Baumgarten. Quattro anni dopo (1368) milita agli stipendi dell’imperatore Carlo di Boemia contro il signore di Milano Bernabò Visconti. Pochi altri mesi ancora (giugno) lo si nota agli stipendi dei pontifici in lotta con i perugini. Agli ordini di Simone da Spoleto, con Flach di Risach, sorprende in un’imboscata nei pressi di Arezzo Giovanni Acuto. Il condottiero inglese è catturato dagli uomini dello stato della Chiesa. In tale occasione Giovanni di Raten viene armato cavaliere. L’Acuto è presto liberato dietro il pagamento di un riscatto. Alla scadenza della ferma il Raten è contattato dall’avversario per passare con Flach di Risach agli stipendi dei perugini. Si reca ad Assisi con il Risach; è invitato a pranzo da un ministro del papa Urbano V: il pontefice, informato della prossima defezione dei due condottieri, ordina di catturare entrambi e di condannarli a morte. Venuto a conoscenza del pericolo, si dirige subito nel perugino. Nel marzo 1369, ritornato sotto le bandiere imperiali, tenta un colpo di mano per occupare Pisa a spese del signore della città Piero Gambacorta. Nel corso della campagna un fratello di Flach di Risach uccide un nobile tedesco nella Loggia dei Mercanti di Lucca. Sorgono disordini; si rifugia nel Palazzo di San Michele. Attaccato dalle milizie imperiali, è costretto alla resa. Non viene punito nonostante che nella zuffa vi siano stati numerosi morti e feriti. Probabilmente licenziato, con Flach di Risach riprende la strada della ventura; irrompe nel senese; combatte per i pontifici contro Perugia; poi per Perugia contro le milizie ecclesiastiche finché, verso la fine dell’anno è assunto dai viscontei con l’incarico di depredare con l’Acuto la Valdarno. Agli ordini di quest’ultimo sconfigge i fiorentini, comandati da Giovanni Malatacca, a Cascina. Nell’estate del 1370 viene scomunicato dal papa con il Risach. Urbano V scrive anche ai vescovi di Augusta e di Costanza in Germania affinché la sentenza sia pubblicata nelle loro diocesi e che le terre dei due condottieri siano sottoposte ad interdetto. Per il resto dell’anno il Raten si dà al suo passatempo preferito, lo scorrere in Toscana ed in Emilia. Nel febbraio 1371 devasta nuovamente la Toscana in compagnia di Federico di Vallelonga e di Lucio Lando. Seguono a questa iniziativa nuove condotte con i Visconti e Perugia. Stanco di una vita così avventurosa rientra in Germania, ove si trasforma (fonte William Caferro) in agente della banca milanese dei Maino. Muore verso il 1380.
FLACH DI RISACH / FLASCHEN VON RIESACH (Falco di Risach, Freccia di Risach, Frezza degli Scacchi)
URL: https://condottieridiventura.it/flach-di-risach-flaschen-von-riesach/
Di Costanza. +1385 circa.
Capitano di rilievo nella generazione successiva al Conte Lando. Il suo esordio riportato dalle cronache non è particolarmente brillante in quanto Flach di Risach (marzo1367) si rivela protagonista di un comportamento fortemente ambiguo nei confronti del suo committente: Perugia è in lotta con i pontifici. Nella battaglia di Ponte San Giovanni, in cui è presente agli ordini di Enrico Paher, ha il comando di una schiera. Assalito dai rivali, la Compagnia di San Giorgio guidata da Ambrogio Visconti e da Giovanni Acuto, si dà alla fuga senza abbozzare un tentativo di resistenza. L’anno successivo (giugno) è segnalato con Giovanni di Raten, agli ordini di Simone di Spoleto; ha ora modo di riscattarsi sorprendendo e catturando, nei pressi di Arezzo, lo stesso condottiero inglese, che, a sua volta, al momento milita per Perugia contro le milizie ecclesiastiche. Di seguito il suo nome si accompagna sempre a quello del Raten. Al servizio entrambi degli imperiali, un episodio li accomuna in particolare avvenuto nell’aprile 1369 a Lucca a seguito del’uccisione, da parte di un suo fratello, di un nobile tedesco nella Loggia dei Mercanti. Licenziato, non resta inattivo se, nell’ottobre-novembre dello stesso anno, viene nominato capitano generale di Perugia: in questa veste si trova al centro di un grave incidente con Everardo della Campana reduce vittorioso dal viterbese: al rientro a Perugia costui rifiuta di prestargli giuramento. Segue una rissa tra un tedesco della sua compagnia ed un italiano militante con Concio degli Ubaldini. I due condottieri ordinano le rispettive schiere a combattimento. Solo l’intervento dei priori perugini placa gli animi ed evita uno scontro all’interno della città. Nel maggio 1370, ancora con il Raten, è scomunicato dal papa Urbano V e le sue terre in Germania sono sottoposte ad interdetto (severa pena canonica della Chiesa cattolica che vieta la celebrazione di messe e la somministrazione dei sacramenti). La sua presnza è segnalata nuovamente in Umbria anche nel 1373. Da questo momento se ne perdono le tracce in Italia; ricompare solo nel 1382 al servizio del duca d’Austria nel trevigiano contro i carraresi di Padova. William Caferro lo annovera tra i capitani tedeschi più noti del decennio centrale del Trecento, accanto a Giovanni di Raten ed ai Lando. Muore intorno al 1385.
ANDREA DI ROD (Andrea Tedesco)
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Tedesco. +1375 circa.
Soldato di ventura attivo nei decenni centrali del Trecento. Andrea di Rod opera nelle compagnie tedesche di passaggio tra la Grande Compagnia originaria e le formazioni successive di Anichino di Baumgarten e di Alberto Sterz, in paticolare nella Compagnia della Stella. La sua è una presenza subordinata, senza il rilievo politico dei grandi capitani contemporanei. Muore intorno al 1375.
I CONDOTTIERI TEDESCHI NELL’ITALIA MEDIEVALE — PARTE 9 (S-V)
SQUARCIAMISCHIA
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Tedesco. +1390 circa.
Capitano agli stipendi dei carraresi, presente nelle guerre tra Padova e Venezia nella seconda metà del Trecento. Nell’agosto 1379 prende parte all’attacco generale via terra contro Chioggia: Gerardo da Monteloro divide l’esercito padovano in tre parti, affidandone una a lui, una a Giorgio Tedesco ed una a Arcuano Buzzaccarini. L’azione si conclude con la conquista della città ed un saccheggio durissimo con 860 morti ed oltre 3800 prigionieri. Lo Squarciamischia continua a militare per i carraresi anche negli anni successivi. Muore intorno al 1390. E’ ricordato da Andrea Gatari in “Cronaca carrarese” come “huomo valoroso nell’armi”.
ULZIO TROTTINGER
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Tedesco. +1390 circa.
Capitano dell’ultima generazione della Compagnia Bianca, Ulzio Trottinger si segnala negli anni Settanta e Ottanta del Trecento nelle compagnie tedesche al servizio delle città-stato toscane e della lega antiviscontea. La sua attività è documentata in azioni minori di scorrerie e di difesa, nella fase in cui il modello della compagnia di ventura va progressivamente cedendo il passo alle compagnie professionali italiane di formazione braccesca. Muore intorno al 1390.
ROBERTO TEDESCO
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Tedesco. +1390 circa.
Soldato di ventura della seconda metà del Trecento. Milita per vari committenti come Pisa, Padova, il duca Stefano di Baviera. Si segnala in particolare nel giugno 1390 prendendo parte alla riconquista di Padova, a spese dei Visconti, al fianco di Francesco Novello da Carrara. Muore probabilmente nello stesso anno.
RINALDO TEDESCO (Rinaldo d’Alemagna)
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Tedesco. +1375 circa.
Presente in Italia a metà Trecento, milita agli stipendi dei Visconti e dei veneziani. Lorenzo Coleschi nella sua “Storia della città di Sansepolcro” lo identifica come “illustre condodottiero di masnade tedesche.” Muore intorno al 1375.
GOBBOLE TEDESCO
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Tedesco. +1335 circa.
Tra i più antichi capitani tedeschi presenti in Italia, la sua presenza è documentata la prima volta in Italia nel giugno 1330 allorché si trova al soldo del signore di Lucca Gherardino Spinola. Assediato più mesi nella città, ad ottobre defeziona nel campo fiorentino in occasione dei tre palii fatti correre davanti alle porte cittadine dal capitano avversario Alamanno degli Obizzi. A dicembre è segnalato, a sua volta, all’assedio di Lucca. Promuove nella città un trattato a favore dei fiorentini. Alla fine, a scorno di tutti, entra in Lucca il re Giovanni di Boemia, chiamato dallo Spinola, che se ne fa signore. Ricordato dal Villani come “molto maestro di guerra”. Muore intorno al 1335.
GIORGIO TEDESCO
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Tedesco. +1420 circa.
Milita al servizio di Ottobono Terzi contro gli estensi. Vendica l’uccisione a tradimento del signore di Parma (maggio 1409) avvenuta nei pressi di Rubiera ad opera di Muzio Attendolo Sforzo e di Micheletto Attendolo. In un successivo scontro con gli avversari, si imbatte nel governatore di Modena Alidosio Forzatè, lo scavalca e pone fine alla sua vita. Nel 1412, al soldo dell’antipapa Giovanni XXIII affronta nelle Marche ed in Umbria le truppe del re di Napoli Ladislao d’Angiò, teso alla conquista di Roma e di parte dello stato della Chiesa. Rimasto nell’Italia centrale, nel 1416, sempre a favore dell’antipapa, affronta nel territorio di Fermo le milizie giunte in soccorso del papa Gregorio XII guidate da Andrea Malatesta. Muore intorno al 1415.
FUZZOLINO TEDESCO
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Tedesco. +1402 (giugno).
E’ nel maggio 1389 che compare il nome di tale condottiero nelle storie delle guerre italiane nel 1300: si segnala alla difesa di Fermo assediata inutilmente dalle truppe pontificie. Nel 1390 è agli stipendi di Bologna contro i viscontei. Nel luglio 1391 appoggia Giovanni Acuto nella sua spedizione in Lombardia. Con la vittoria di Paterno su Jacopo dal Verme è armato cavaliere con altri 19 condottieri, tra i quali spiccano nomi come Ugo di Monforte, Corrado Prospero ed Ugo Guazzalotti. Nello stesso settembre si sposta in Emilia dove, sempre ai danni dei viscontei, mette a soqquadro con Corrado Prospero il reggiano ed il parmense. Dopo una nuova condotta con Bologna, nel 1399 passa agli stipendi dei Malatesta di Rimini. A maggio si scontra nelle Marche, a Cingoli, con la compagnia di ventura condotta da Ceccolo Broglia e da Conte da Carrara. E’ sconfitto dopo nove ore di combattimento. L’ultimo suo contratto, dopo una breve parentesi con la Serenissima, è con il nuovo signore di Bologna Giovanni Bentivoglio. La città viene assalita dai viscontei. Nel giugno 1402 prende parte alla battaglia di Casalecchio di Reno, dove con Muzio Attendolo Sforza ha il comando della prima schiera forte di 2000 cavalli. Lotta contro gli armati di Francesco Gonzaga; è scavalcato a terra da Facino Cane ed è ucciso.
FRANCESCO TEDESCO
URL: https://condottieridiventura.it/francesco-tedesco-signore-di-chiusi/
Tedesco. Signore di Chiusi. +1375 circa.
Soldato di ventura tedesco divenuto per qualche tempo signore di Chiusi. Opera nei decenni centrali del Trecento al servizio dell’imperatore Carlo di Boemia e di Perugia. La sua traiettoria, sia pure su scala minore, ricalca quella di Corrado Lupo nel regno di Napoli o di Anichino di Baumgarten in Piemonte, capitani tedeschi capaci di trasformare il proprio servizio mercenario in un breve radicamento territoriale. Muore intorno al 1375.
FEDERICO TEDESCO
URL: https://condottieridiventura.it/federico-tedesco-1/
Tedesco. +1390 circa
Milita al servizio del duca Stefano di Baviera. Nell’autunno 1389 coadiuva Francesco Novello da Carrara alla riconquista di Padova ai danni dei Visconti. Nel giugno 1390 prende parte a tale azione conclusasi positivamente. Si distingue in particolare per i suoi assalti alle porte cittadine superando la prima e la seconda cinta muraria. Muore probabilmente nello stesso anno.
ENRICO DELLA TRECCIA (Enrico Tedesco)
URL:https://condottieridiventura.it/enrico-dalla-treccia/ Tedesco. +1410 circa.
Capitano della fine del Trecento e dei primi anni del Quattrocento, Enrico della Treccia svolge la sua attività nelle ultime fasi delle compagnie tedesche in Italia, in un periodo in cui il modello mercenario antico viene ormai assorbito dalle nuove formazioni italiane braccesche e sforzesche. Muore intorno al 1410.
BENEDETTO TEDESCO
URL:https://condottieridiventura.it/benedetto-tedesco/ Tedesco. +1345 circa.
Tra i capitani della prima generazione delle compagnie tedesche in Italia, Benedetto Tedesco si fa notare negli anni che precedono ed accompagnano la fondazione della Grande Compagnia di Urslingen. Muore intorno al 1345.
ARNALDO TEDESCO
URL:https://condottieridiventura.it/arnaldo-tedesco/ Origine: Tedesco. +1380 circa.
Soldato di ventura della seconda metà del Trecento, Arnaldo Tedesco è documentato tra i capitani che nell’estate 1372 attaccano Asti, alla cui difesa si trova Ottone di Brunswick, assieme con altri condottieri del calibro di Ambrogio Visconti, Ruggero Cane, Giovanni Acuto, Jacopo dal Verme e Francesco d’Este. La sua attività prosegue nelle file viscontee fino agli ultimi anni del decennio. Muore intorno al 1380.
ARNALDO TEDESCO
URL:https://condottieridiventura.it/arnaldo-tedesco-conte/ Tedesco. Conte. +1345 circa.
Distinto dall’omonimo capitano appartenete ad una generazione successiva alla sua, l’Arnaldo Tedesco in questione appartiene alla prima ondata di nobili tedeschi calati in Italia al seguito degli imperatori. E’ particolarmente attivo negli anni che precedono la fondazione della Grande Compagnia. Affronta i turchi in Asia Minore per conto della Serenissima. Suo monumento funebre a Venezia in Santa Maria dei Frari. Muore intorno al 1345.
ARMANNO TEDESCO (Ermanno Spisser)
URL:https://condottieridiventura.it/armanno-tedesco/ Tedesco. +1396 (febbraio)
La sua prima condotta in Italia risale al 1351 allorché milita per i fiorentini contro i viscontei. Solo dodici anni dopo ricompare nella storia dei condottieri di ventura prima agli stipendi di Pisa e, successivamente, a quelli di Siena. Fronteggia la Compagnia del Cappelletto di Niccolò da Montefeltro. Nell’ottobre 1363, agli ordini di Francesco Orsini, coglie in disordine i venturieri a Torrita di Siena: sono catturati 300 cavalli e 1000 fanti. Dopo un mese abbandona Siena con Ugo dell’Ala per dirigersi verso Cortona. Gli ambasciatori del comune convincono i due condottieri a rientrare. Altre sue notizie si hanno solo nel 1378 per il suo servizio a favore dei carraresi di Padova in lotta con i veneziani. A settembre riesce a liberare l’amico Gerardo da Monteloro, catturato a Noale, che sta per essere condotto prigioniero a Venezia. Altro salto temporale si ha allorché nel giugno 1390 è segnalato al fianco di Francesco Novello da Carrara alla riconquista di Padova. Da ultimo passa agli stipendi del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Gli è affidato l’incarico di capitano della cittadella di Bergamo. Muore in tale città nel febbraio 1396. E’ sepolto nella chiesa di San Francesco.
AMERIGONE TEDESCO
Vedi scheda in sito. Tedesco. +1370 circa.
Agli stipendi di Firenze contro Pisa, nel maggio 1363 appoggia Piero Farnese nella sua azione. Corre con 300 cavalli sotto le mura della città fino al borgo di San Marco. Viene sconfitto e fatto prigioniero da Gisello degli Ubaldini, uscito dal centro alla testa di 600 barbute e di molti popolani. Liberato a settembre, ritorna a contrastare i pisani scontrandosi in particolare con i venturieri della Compagnia Bianca di Alberto Sterz. Muore intorno al 1370. Paolo Tronci in “memorie istoriche della città di Pisa” lo ricorda come “Capitano fedele e bravo.”
PIERO DEL VERDE
URL:https://condottieridiventura.it/piero-del-verde/ Tedesco. Signore di Colle di Val d’Elsa. +1384
Si segnala nella guerra degli Otto Santi agli stipendi dei fiorentini contro i pontifici. Ai primi di dicembre del 1375 si presenta davanti a Città di Castello. Con l’aiuto di quattordici abitanti fa sì che la località si ribelli allo stato della Chiesa. Assedia gli avversari che si sono rinchiusi nel cassero della cattedrale ed in altre due fortificazioni. Da Perugia il governatore della città, l’abate di Montmajeur Gherardo di Puy, invia Giovanni Acuto in soccorso dei difensori. Sono ribattuti due tentativi di assalto alle mura portati dal condottiero inglese, costretto alla fine ad abbandonare l’impresa. Nell’agosto 1376 Piero del Verde si dirige verso Ascoli Piceno insieme con Piero del Bianco. Respinge nei pressi di Fabriano un attacco portato da Venanzio e da Gentile da Varano. Nel 1378 è inviato con Arnaldo Tedesco in soccorso dei senesi. Di seguito (1379) opera in Toscana, nel Lazio ed in Umbria (agli stipendi dell’antipapa Clemente VII) contro le truppe del pontefice di Roma Urbano VI. Ad agosto si fa signore di Colle di val d’Elsa. Affrontato dal conte di Pitigliano Aldobrandino Orsini è catturato con i suoi uomini. Ottiene la liberazione dietro il pagamento di una taglia di 500 fiorini. La sua attività prosegue al servizio dei perugini per conto dei quali combatte ancora Città di Castello ed i fuoriusciti locali. Muore nel 1384. Per Pompeo Pellini in “Della historia di Perugia” Piero del Verde è considerato “huomo in quei tempi nel mestier delle armi molto pratico e valoroso.”






