Storia, gesta e fine dei capitani catalani, aragonesi e castigliani che hanno combattuto nella penisola tra Trecento e Cinquecento
La presenza di capitani spagnoli nelle guerre italiane copre quasi due secoli e mezzo e si lega, di volta in volta, a tre fenomeni storici distinti che solo in apparenza appaiono indipendenti l’uno dall’altro. Il primo è l’espansione della corona d’Aragona nel Mediterraneo occidentale a partire dalla fine del Duecento: dopo la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282, gli aragonesi si insediano in Sicilia e successivamente in Sardegna, mentre gli angioini mantengono il controllo del regno di Napoli. Tra le due corone, in costante competizione dinastica, si muove un nugolo di cavalieri catalani e aragonesi al servizio degli Angiò: gente d’arme abituata a combattere a cavallo o alla maniera dei mugaveri, fanti armati di giavellotto, conosciuti altrove come almogàvers, che gli angioini impiegano sistematicamente sia nel regno di Napoli sia, in trasferta, nelle guerre di Toscana, di Romagna e di Lombardia.
Il secondo fenomeno è la conquista aragonese del regno di Napoli, completata da Alfonso il Magnanimo nel 1442 dopo decenni di guerra contro gli angioini di Napoli e di Provenza: da questo momento, e per tutto il secolo successivo, capitani spagnoli si stabiliscono nell’Italia meridionale come feudatari e come condottieri di compagnie agli stipendi di pontifici, sforzeschi o aragonesi, alternando il servizio per lo stato della Chiesa, per Napoli, per Venezia o per le più piccole signorie romagnole e marchigiane. È in questo contesto che matura, nell’ultimo decennio del Quattrocento, un terzo fenomeno specifico e particolarmente denso: il ricorso di Cesare Borgia, il cosiddetto duca Valentino, ad un nucleo di ufficiali spagnoli, in parte legati alla sua famiglia di origine valenciana, da condurre alla conquista ed al governo della Romagna tra il 1500 e il 1503. Sono gli anni in cui i nomi spagnoli si moltiplicano nelle cronache italiane in un contesto di violenza politica spesso estrema.
Il quarto ed ultimo capitolo della vicenda coincide con le guerre d’Italia propriamente dette, dal 1494 in avanti. La discesa di Carlo VIII, i successi del Gran Capitán Consalvo di Cordoba, la progressiva affermazione della fanteria spagnola, che si appoggia su nuove tecniche di fortificazione e di assedio, fanno da sfondo alla carriera di Pietro Navarro, l’ingegnere militare che porta a perfezione l’uso delle mine da assedio e che resta, tra tutti i nomi spagnoli censiti dal sito, la figura di maggior rilievo storico. Intorno a lui, come intorno a Giovanni Acuto nella vicenda inglese, gravita una costellazione di capitani minori, alcuni legati a Venezia, altri al servizio della Chiesa o di Napoli, le cui traiettorie si incrociano ripetutamente sui campi di battaglia di Romagna, delle Marche, di Lombardia e del Mezzogiorno. Le pagine che seguono ne ricostruiscono le vicende attingendo unicamente al sito condottieridiventura.it, ordinandole per generazioni e per rapporti di servizio, di parentela e di alleanza dove questi siano documentati.
Catalani e aragonesi al servizio degli angioini: la prima generazione
Il primo nucleo di capitani spagnoli attivi in Italia si forma attorno alle guerre tra guelfi e ghibellini di inizio Trecento ed alla politica meridionale degli Angiò, che impiegano cavalleria e fanteria catalana sia nel regno di Napoli sia, con importanti incarichi di rettorato e di vicariato, in Toscana e in Romagna.
Dalmasio dei Banoli
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Originario di Maiorca, conosciuto anche come Diego Dalmasio di Bagnolo o Dalmaz di Banyuls, Dalmasio dei Banoli compare per la prima volta nelle cronache italiane al fianco di Diego della Ratta, alla difesa di Bologna, alla testa di settecento cavalli catalani. Nel settembre di quello stesso periodo viene inviato in soccorso del marchese di Ferrara Azzo d’Este contro gli scaligeri ed i Bonacolsi di Mantova: espugna il castello di Serravalle a Po, si impadronisce della flotta fluviale di Botticella Bonacolsi e conquista Ostiglia con i suoi catalani e con le milizie bolognesi. Nel 1309 è inviato a Ferrara dal nunzio del papa Clemente VI ed è nominato da Roberto d’Angiò governatore della città; nello stesso periodo è eletto capitano generale della Chiesa con l’ordine di togliere di mezzo Francesco d’Este, sospettato di volersi impadronire di Ferrara con l’appoggio di Lamberto da Polenta e di Bernardino di Cunio.
L’episodio più clamoroso della sua carriera risale all’agosto 1312: approfittando dell’uscita di Francesco d’Este per una partita di caccia, Dalmasio dei Banoli fa chiudere le porte della città e ne ordina l’arresto al ritorno. Il marchese si difende e viene ucciso da un soldato, colpito per primo da un fratello naturale dello stesso Dalmasio dei Banoli; il corpo, coperto di cinquanta ferite, resta esposto nudo sulla strada per quasi due ore. Seguono l’arresto e la tortura di tre consiglieri estensi, impiccati davanti alle bancarelle dei calzolai, e l’imprigionamento di Aldobrandino d’Este, presto rilasciato. La sollevazione popolare provocata dai soprusi dei soldati catalani porta Roberto d’Angiò a destituirlo dall’incarico.
Nel dicembre 1312 si offre al soldo di Venezia con due figli e due fratelli, ottenendo una condotta di mille cavalli per sei mesi contro Zara, in Croazia. Nel 1313, dopo un’infermità che lo tiene fermo per alcuni mesi, sbarca presso la città con un contingente di mille cavalli, mille fanti e mille balestrieri; pone l’assedio, ma intrattiene contemporaneamente trattative segrete con il bano di Croazia Mladen Šubić per tradire i veneziani: il complotto viene scoperto da un soldato di nome Lelio. Dalmasio dei Banoli entra comunque alla guardia di Zara e ne ottiene la resa a patti per conto della Serenissima. Al termine delle operazioni chiede di essere trasportato in Puglia secondo gli accordi presi con il regno di Napoli; le cinque galee, su cui si imbarca, naufragano nella traversata e da questo momento il suo nome scompare dalla storia. Unanimi sono i giudizi degli storici sulla sua condotta che va oltre al riconosciuto valore personale. “Uno dei capitani di ventura, che poi tanto si moltiplicarono in Italia, quando..fu trovato il far la guerra con truppe mercenarie, e sorse gara a chi più potesse stipendiarne per essere poi tradito o signoreggiato.”Samuele Romanin in “Storia documentata di Venezia”.
Simone da Villa
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Catalano, signore del castello piemontese di Melazzo ricevuto in feudo dagli angioini nel 1312, Simone da Villa combatte per anni nelle file della monarchia napoletana in Piemonte con l’incarico di maresciallo delle truppe angioine. Di seguito è segnalato a Parma, dove riceve a nome del re Roberto d’Angiò il giuramento di fedeltà di Giberto e Matteo da Correggio. Trasferito alla difesa di Pistoia contro i pisani, sventa un trattato volto a consegnare la città ad Uguccione della Faggiuola. Nell’agosto 1315 prende parte alla battaglia di Montecatini, dopo essere riuscito a fare entrare in città un convoglio di vettovaglie attraverso le linee ghibelline. Muore nell’ottobre 1318 a Genova, assediata dai ghibellini: accorso a piedi nel punto in cui gli avversari hanno fatto crollare una casa scavando una galleria sotto le mura, resta gravemente ferito alle gambe e muore alcuni giorni dopo. “Prudente e valoroso” lo definisce Michelangelo Salvi in “Delle historie di Pistoia e fazioni f’Italia”; “Lo quale era uno de’ cavalieri de’ migliori e de più prodi che il re avesse.” Storie Pistoresi:1300-1348, opera storica facente parte della raccolta “Rerum italiacarum scriptores”.
Guglielmo della Scala
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Catalano, ricordato dalle fonti anche come Guglielmo Scoliere, Guglielmo della Scala opera in Toscana al servizio del regno di Napoli nel contrastare le milizie dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Nel febbraio 1313, in particolare, sconfigge un contingente imperiale diretto verso Casole d’Elsa: lo scontro termina con la cattura del nobile lorenese Adamo di Belmont e di una trentina di altri cavalieri. Tra marzo e maggio assedia Asinalunga, oggi Sinalunga, con il podestà di Siena Nello dei Gueffoni. Le operazioni hanno termine con la resa a patti dei difensori rimasti senza acqua: la campagna costa ai senesi la morte di molti uomini ed il ferimento di altri 800. L’episodio è riportato in un affresco di Ambrogio Lorenzetti nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. Muore nel 1320.
Gilberto di Santilla e Diego della Ratta, conti di Romagna
Le carriere di Gilberto di Santilla, conosciuto anche come Giliberto Scintilli o Gilberto di Centelles, e di Diego della Ratta, aragonese o catalano ricordato anche come Diego de Larat, si intrecciano a più riprese nel governo della Romagna angioina, terra in cui entrambi ricoprono per periodi alterni la carica di conte e di vicario per conto di Roberto d’Angiò.
Gilberto di Santilla, che oltre al mestiere delle armi si dedica anche al commercio del legname, è nominato conte di Romagna nel 1311 al posto del più conciliante Nicola Caracciolo. Appena giunto a Forlì, con l’aiuto dello stesso Diego della Ratta, fa spianare i fossati della città. Nel tentativo di tenere sotto controllo le fazioni cittadine alterna arresti e scarcerazioni in cui sono coinvolti, da un lato capi ghibellini come Scarpetta, Pino e Bartolomeo Ordelaffi e, dall’altro quelli dei guelfi come Fulceri da Calboli ed i fratelli Marchese e Nerio degli Orgogliosi. La strategia si rivela inefficace: gli Ordelaffi, una volta liberati, attaccano gli Orgogliosi senza che Gilberto di Santilla riesca ad intervenire, mentre i Calboli si ribellano apertamente rifugiandosi nei loro castelli di Predappio, Pietra dal Moro, Rocca d’Elmici e Petrignano. Scacciato da Cesena nel 1315, il Santilla tenta più volte, senza successo, di rientrare a Forlì in soccorso degli Orgogliosi, finché nel 1316 viene sostituito nell’incarico proprio da Diego della Ratta. Muore intorno al 1320. “Uomo senza scrupoli”, così viene “battezzato” oggigiorno da Sergio Spada in “Gli Ordelaffi. Signori di Forlì e di Cesena”; un’attitudine questa rilevata anche da Leone Cobelli con un commento similare nei suoi confronti presente nelle sue Cronache forlivesi di fine Quattrocento: “Vicario crudele e maligno”.
Diego della Ratta, di famiglia originaria della zona di Saragozza, giunge in Sicilia al tempo dei Vespri al seguito dell’infanta Violante d’Aragona, sorella del re Federico; diviene presto scudiero presso il sovrano Giacomo II d’Aragona. Nel 1302 scorta Violante a Napoli per le nozze con il duca di Calabria Roberto d’Angiò; riceve in feudo il castello di Ruviano in Terra di Lavoro. Da questo momento la sua carriera si svolge quasi interamente al servizio della casa angioina: nel 1305, capitano generale delle milizie catalane in Toscana, assedia Pistoia alla testa di trecento cavalli aragonesi e catalani e di numerosi mugaveri; nel 1307 è inviato a contrastare il marchese di Ferrara Azzo d’Este, riconquista Ostiglia, data alle fiamme, ed il castello di Serravalle a Po. Rientra a Bologna ed ha il compito di domarvi un’insurrezione. Esce dalla cittadella dove è assediato, sconfigge gli avversari: 30 prigionieri sono impiccati ed altri sono costretti a riscattarsi con il pagamento di forti somme. Nel 1308 è nominato conte camerlengo in Romagna.
Nel settembre dello stesso anno è segnalato a Firenze, dove con il cognato, il catalano Berengario Caroccio, insegue Corso Donati, che ha tentato di farsi signore della città con l’appoggio di Uguccione della Faggiuola: i suoi catalani catturano il nobile fiorentino a Rovezzano. Secondo alcune fonti riportate dalla scheda, è lo stesso Berengario Caroccio ad uccidere il Donati con un colpo di lancia alla gola mentre viene condotto a Firenze. Nominato vicario generale in Provenza e in Romagna nel 1310, nel 1312 difende Firenze dagli attacchi portati alla città dalle truppe dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. La sconfitta subita a Montelfi ne scuote tanto il prestigio, al punto che i fiorentini affidano la difesa della città proprio al cognato Berengario Caroccio; si riscatta l’anno seguente vincendo gli imperiali a Castelfiorentino e costringendoli a rifugiarsi a Pisa. Ricopre più volte, anche alternandosi con Gilberto di Santilla, la carica di conte e vicario di Romagna. Finisce la carriera attiva come gran connestabile e conte di Caserta nel regno di Napoli dove ha modo di dedicarsi all’amministrazione dei propri beni.
Diego della Ratta sposa in prime nozze Domicella di Maiorca, favorita della regina d’Aragona Sancia, che gli porta in dote una rendita annua di cinquanta once d’oro, ed in seconde nozze Oddolina Chiaromonte, signora di Mignano Monte Lungo. La sua notorietà fiorentina è tale da attirare l’attenzione di Giovanni Boccaccio, che lo inserisce nella terza novella della quarta giornata del “Decameron” come il bel cavaliere catalano, capace di conquistare i favori della nipote di un vescovo pagando il marito di lei con moneta contraffatta. Muore nel giugno 1328, dopo aver redatto testamento nel maggio dell’anno precedente. Unanimi sono le valutazioni sul suo operato da parte degli storici più o meno contemporanei. “Huomo di gran valore, e governo” Giovanni A. Summonte in “Dell’historia della città e regno di Napoli” “Pratichissimo e valorosissimo nell’arte militare” Raffaele R. Roncioni in “Istorie pisane”.
Raimondo di Cardona/Ramon de Cardona
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Di Tarascona. Marchese d’Incisa, visconte di Tarascona. Raimondo di Cardona è presente in tutti i conflitti che vedono contrapposti nella prima metà del Trecento angioini, viscontei ed aragonesi lasciando di sé una traccia tra le più estese di quelle riportate nel sito. Dopo essersi segnalato nella difesa di Gerona contro i francesi ed in alcune imprese minori in Liguria ed in Piemonte, viene nominato siniscalco e vicario in Lombardia dal papa Giovanni XXII nel 1321. L’incarico comporta la conduzione di una vera e propria crociata ai danni dei Visconti, accusati di eresia. Devasta il territorio di Alessandria, assedia Milano con un esercito di ottomila cavalli e trentamila fanti raccolti da pontifici, angioini e dai comuni toscani ed emiliani. Alla fine è costretto a ritirarsi allorché la peste decima le sue file riducendole a duemilacinquecento cavalli utilizzabili. Decide di ripiegare a Monza con le salmerie. Approfitta della peste, che ha colpito anche il campo avverso, per riprendere il conflitto. Rimasto il suo esercito senza vettovaglie, cerca la battaglia campale. E’ sconfitto sulle rive dell’Adda. Fatto prigioniero, è rilasciato da Galeazzo Visconti con la promessa che si sarebbe fatto parte attiva per iniziare un negoziato con i pontifici e dietro il giuramento di non portare più le armi contro i ghibellini milanesi ed i loro alleati.
Nel 1325 viene chiamato a Firenze come capitano di guerra contro il signore di Lucca Castruccio Castracani: dopo una serie di assedi vittoriosi a Montefalcone, ad Altopascio ed a Carmignano, subisce nel settembre dello stesso anno la disfatta di Altopascio. La fuga dal campo di battaglia del maresciallo Bornio di Borgogna con parte della cavalleria, e la sua stessa inazione, provocano la rotta dell’esercito fiorentino; viene fatto prigioniero da Azzone Visconti e costretto a seguire, con un figlio, l’ingresso trionfale di Castruccio Castracani in Lucca. Nella circostanza è costretto a precedere il carro in cui si trova il vincitore con una torcia accesa in mano. Resta incarcerato per tre anni fino alla morte del Castracani.
Liberato dietro pagamento di una taglia, si trasferisce in Sardegna come governatore e luogotenente generale del regno per conto del re Alfonso il Benevolo. Affianca il giudice d’Arborea nelle sue lotte contro i Doria ed i Malaspina; vince in battaglia le truppe genovesi obbligandole alla sottomissione. Rientra infine in Catalogna, dove muore nel 1338 senza che le fonti ne tramandino con certezza il giorno: si sa solo che nell’ ottobre viene eseguito il suo testamento. “Uomo famoso ed eccellente nell’arte della guerra e della pace”, secondo Niccolò Tegrimi, autore di una biografia sulla vita di Castruccio Castracani. Nei primi anni del Cinquecento è attivo in Italia un altro Raimondo di Cardona, Ramon Folch de Cardona, catalano, barone di Bellpuig, conte di Alvito e duca di Somma, generale spagnolo delle truppe della Lega Santa e viceré di napoli dal 1509 al 1522, anno della sua morte.
Il Quattrocento: capitani spagnoli al servizio della Chiesa e delle compagnie di ventura
Dopo quasi un secolo di silenzio nelle cronache, nomi spagnoli ricompaiono nell’Italia centrale del Quattrocento; sono tutti legati alle guerre che coinvolgono lo stato della Chiesa, le signorie umbro-marchigiane e le compagnie di ventura che sconvolgono l’Italia centrale in anni in cui si impongono per il loro carisma prima, Braccio di Montone e Muzio Attendolo Sforza; successivamente, Niccolò Piccinino e Francesco Sforza.
Pietro Navarrino
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Originario della Navarra, Pietro Navarrino ricopre nel 1407 l’incarico di luogotenente generale delle compagnie del signore di Fermo Ludovico Migliorati insieme con Angelo della Pergola. Al servizio dei pontifici, viene inviato nel 1423 in soccorso degli abitanti di L’Aquila contro Braccio di Montone: scendendo da Rocca di Mezzo viene sorpreso in un’imboscata dallo stesso Montone e fatto prigioniero (maggio). E’ incarcerato nel castello di Ocre e vi rimane fino alla morte del rivale nella battaglia di L’Aquila del giugno 1424. Passa quindi al servizio di Firenze contro i Visconti e, di seguito, dei veneziani contro i viscontei. Nel 1427 cade in un’imboscata tesagli da Niccolò Piccinino, da Angelo della Pergola, da Francesco Sforza e da Guido Torelli a Gottolengo: si salva a stento dalla cattura; a settembre diserta dalle file della Serenissima. Tale scelta fa sì che per qualche tempo la sua immagine compaia a Venezia impiccata per i piedi nel bordello pubblico di Rialto.
Agli stipendi di Lucca contro i fiorentini, nel 1430 è coinvolto in una congiura ai danni del signore della città Paolo Guinigi; ne arresta il figlio Ladislao per conto di Francesco Sforza, che, a sua volta, lo consegna in catene al duca di Milano Filippo Maria Visconti. Ritorna agli stipendi dei veneziani; nel 1443 è catturato a tradimento dagli avversari ed incarcerato in Bologna da parte di Niccolò Piccinino. La città si ribella su istigazione di Annibele Bentivoglio che ne diviene signore. Liberato, viene nominato capitano generale; sconfigge i viscontei a San Giorgio di Piano, occupa San Giovanni in Persiceto e mette a sacco il territorio di Imola. Nel 1447 viene fatto incarcerare dal senato bolognese insieme al figlio Giovanni ed al proprio cancelliere, perché sospettato di voler consegnare Castelfranco Emilia ai fuoriusciti. Liberato, si ritira nel ducato di Milano, dove vive ancora per alcuni anni fino alla morte avvenuta nel 1465. Una carriera molto controversa la sua, fatta di tradimenti e tanto carcere. Eppure le citazioni nei suoi confronti non riguardano questi aspetti, preferendo soffermarsi sul suo valore. “Erat enim vir cupidus rerum, sed bellicae gloriae cupidissimus” Angelo Fonticolano in “De bello Aquilae gesta”; “Era valente e savio capitano”, Gaspare Broglio in “Cronaca malatestiana del secolo XV.”
Jacopo Catalano
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Al servizio di Venezia, Jacopo Catalano si distingue nella lunga difesa di Brescia contro i viscontei tra il 1438 e il 1440. Si colloca alla guardia del bastione di Canton Mombello e respinge con Andrea Leoni e Moccino da Lugo l’assalto generale di Niccolò Piccinino; alla conclusione dell’assedio il consiglio cittadino gli concede l’onore di inserire il leone di San Marco nel proprio stemma gentilizio. Combatte ancora per Venezia nelle campagne contro la Repubblica Ambrosiana e contro Francesco Sforza, distinguendosi alla battaglia di Caravaggio del 1448, dove è il primo a contrastare gli avversari prima di essere ferito e fatto prigioniero da Guglielmo di Monferrato. Viene lasciato fuggire da quest’ultimo, a ricordo di una vecchia amicizia che ha legato nel passato i due capitani. Muore nel gennaio 1450, colpito da un colpo di colubrina mentre combatte sul ponte di Brivio contro gli sforzeschi. A riconoscimento del suo valore, dopo quattro mesi, la Serenissima concede alle figlie cinquecento ducati per la loro dote. “Si contano con eccesso di compiacimento le valorose sue imprese, le sue fatiche, i pericoli corsi, la sua prudenza, la sua magnanimità, la sua fervida prontezza ne’ più difficili azzardi, nulla stimando la vita in mezzo al fuoco, e alle violente saette.” Antonio Brognoli in “Memorie anedote spettanti all’assedio di Brescia dell’anno 1438”.
Sante Carillo/Sancho Carillo
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Sante Carillo opera per decenni al servizio dello stato della Chiesa e, successivamente, del regno di Napoli nei territori compresi tra Marche, Romagna e Toscana. Combatte Braccio di Montone negli Abruzzi e partecipa alla riconquista pontificia di San Severino Marche nel 1427; nel 1431 entra a Pesaro alla testa di quattrocento cavalli insieme allo zio Alfonso, cardinale di Sant’Eustachio, approfittando della ribellione della città ai danni di Galeazzo Malatesta. Passa poi al soldo del duca di Milano e, infine, a quello del re Alfonso d’Aragona. Prende parte all’assedio di Piombino nel 1448; dal 1451 ricopre l’incarico di governatore di Castiglione della Pescaia. Nel 1459 appoggia i baroni ribelli contrari a Ferrante d’Aragona; respinge con i suoi schioppettieri francesi e tedeschi un attacco portato dallo stesso sovrano a Calvi ed a Teano. Viene catturato nel 1463 a Sessa Aurunca da Roberto da San Severino. Muore nel 1465. “Huomo vigilantissimo, e nel mestier delle armi di molti anni consumato” Così lo ricorda Gioviano Pontano nella sua opera “Le guerre di Napoli”. Analogo è il giudizio del già citato Summonte “Huomo desto, et giuditioso”.
Pietro da Cartagine
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Pietro da Cartagine, originario di Cartagena, prende parte alla difesa di Scutari contro i turchi nel 1477; sempre agli stipendi dei veneziani si segnala negli anni successivi in Lombardia (avversari i ducali) ed in Trentino (gli austriaci). In precedenza, nel 1485, viene scelto da Roberto da San Severino come arbitro nelle giostre organizzate in piazza San Marco. Anziano, nel 1499 preferisce inviare al proprio posto, al comando della compagnia, il figlio piuttosto che raggiungere personalmente il campo; i suoi uomini, tuttavia, non accettano la soluzione preferendo militare nella compagnia di Filippo Albanese. Al suo ritiro, gli è concesso dalla Serenissima un vitalizio mensile di venti fiorini. Muore nel 1500.
Tra Venezia e le guerre d’Italia: capitani spagnoli di fine Quattrocento e inizio Cinquecento
Con l’arrivo della fanteria spagnola nel regno di Napoli al seguito di Consalvo di Cordoba e con il moltiplicarsi dei fronti aperti dalle guerre d’Italia, una nuova generazione di capitani spagnoli, talora venuti dal nulla, si distribuisce in prevalenza al servizio di Venezia o del regno di Napoli.
Alfonso Spagnolo
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Alfonso Spagnolo combatte nel 1462 per il signore di Faenza Astorre Manfredi contro quello di Imola Taddeo Manfredi; nel 1474, agli stipendi dei pontifici ed agli ordini di Pino Ordelaffi, assedia nel 1474 Niccolò Vitelli in Città di Castello. Nel 1478 affronta gli aragonesi in Toscana al soldo dei fiorentini. Nel marzo 1480 il papa Sisto IV lo invia a Forlì con molti fanti per proteggere la signora della città Lucrezia della Mirandola dagli attacchi dei partigiani di Antonio Maria Ordelaffi. Costretto inizialmente ad abbandonare la località, ha modo, sempre per conto dei pontifici, di respingervi due anni dopo un nuovo tentativo di conquista da parte dell’Ordelaffi. Negli ultimi suoi anni milita prima al servizio del marchese di Saluzzo ed infine a quello del duca di Milano Ludovico Sforza. Nell’agosto 1499 è preposto alla testa del presidio di Castello d’Annone, in Piemonte, assalito dalle truppe del re di Francia Luigi XII. In un attacco gli avversari perdono 300 uomini. Dopo un intenso fuoco di artiglieria i francesi fanno a pezzi i difensori e si impadroniscono della fortezza. Alfonso Spagnolo è catturato; trascinato ad Asti con altri due capitani fatti parimenti prigionieri, viene impiccato con costoro per la resistenza opposta agli avversari. Lo ricordano nei loro scritti “C’était un soldat très vigoureux” R. de Maulde La Clavière e “Homme d’expèrience” Leon G. Pélissier.
Rames Spagnolo e Giovanni di Villa
Rames Spagnolo Nel 1482, preposto alla difesa di Rovigo per conto degli estensi, si arrende a patti ai veneziani dietro la promessa di un vitalizio mensile di 25 ducati. Di seguito milita per quasi trent’anni agli stipendi della Serenissima fino alla difesa di Padova nel 1509; è segnalato, quindi, al soldo dei francesi contro gli stessi veneziani che lo catturano nell’estate del 1511. Muore nel 1515. Giovanni di Villa, è segnalato anch’egli al servizio dei veneziani. Milita nella compagnia di Giampaolo Manfrone dal 1496. Nel 1510 si trasferisce agli stipendi degli imperiali contro gli stessi veneziani. Scontento del trattamento ricevuto, abbandona il campo con 13 cavalli. Per strada si ferma a Montagnana allo scopo di offrirsi al servizio della Serenissima. Li informa sulla situazione di scontento presente nel campo degli avversari e sulla possibilità di fare disertare dalle loro file 400 fanti spagnoli. Muore intorno al 1515.
Luigi di Palma/Alfonso Spagnolo
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Luigi di Palma milita al servizio della Serenissima alla difesa di Brescia e di Treviso negli anni 1512 e 1513. Muore nell’ottobre 1513 nella battaglia di Creazzo, dove si segnala per il proprio valore prima di cadere in combattimento: al cadavere viene tagliata la testa, che è portata al viceré di Napoli Raimondo di Cardona, militante nel campo avversario e suo nemico personale.
Pietro Maldonado
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Al servizio di Venezia dal 1498, Pietro Maldonado difende il castello di Mignano in Toscana insieme con Malmignato da Lendinara; catturato, viene rapidamente liberato a seguito di un assalto di Paolo Vitelli. Trasferito in Grecia e poi richiamato alla difesa del Veneto durante la guerra della Lega di Cambrai, sovrintende nel 1518 ai lavori di fortificazione di Corfù insieme con Bergamo da Bergamo. Mantiene tale incarico fino alla morte, avvenuta nel 1520. Nel 1511, sospettato di tradimento, si reca a Venezia con moglie e figli per dissipare ogni dubbio sulla propria fedeltà. Ottiene piena assoluzione. “In arme longamente experto”. Così lo ricorda il poeta Bartolomeo Cordo in “La obsidione di Padua”.
Fernando di Peralta
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Connestabile di Navarra, ricordato anche come Mosen Pietro di Peralta, Fernando di Peralta si segnala con Pietro Navarro nella difesa di Canosa di Puglia nel luglio 1502, dove i due capitani spagnoli resistono per ore agli assalti francesi prima di essere costretti alla resa. Quando Consalvo di Cordoba si rifiuta di liberare alcuni ostaggi francesi, nonostante gli accordi presi, Fernando di Peralta interviene personalmente in loro favore; accusato di tradimento e incarcerato, fugge con l’aiuto di alcuni amici e passa al servizio dei francesi contro i suoi connazionali. Nel novembre 1510 si presenta a Parma alla testa di settanta cavalli quasi tutti spagnoli, vestito di velluto, accompagnato da due fratelli e dal padre: nella città è protagonista di un celebre duello a cavallo, in un campo innevato, contro un altro capitano spagnolo militante anch’egli al servizio dei francesi, l’Aldana: riesce solo a ferire la cavalcatura del rivale prima di essere dichiarato perdente. Muore nel maggio 1511 sulle rive del fiume Secchia. Viene decapitato da un colpo di cannone mentre sta parlando con altri capitani spagnoli al soldo francese, durante un colloquio per il quale era stata garantita una tregua; un venturiero francese strappa dal collo del suo cadavere la catena d’oro che porta al momento della morte. “Homme bien expert de la guerre. Vaillant capitaine”. Così Jean d’Auton, scrittore e poeta francese in “Chroniques de Louis XII”.
Gli uomini del Valentino: il circolo spagnolo di Cesare Borgia
Tra il 1500 e il 1503 Cesare Borgia, duca Valentino, si appoggia su un nucleo di ufficiali spagnoli per condurre la conquista della Romagna e per regolare, spesso con metodi spietati, i rapporti con i condottieri italiani al suo servizio. Le loro vicende, parallele ed in più punti intrecciate, costituiscono uno dei capitoli più cupi e più noti della storia dei condottieri spagnoli in Italia.
Ramiro di Lorca/Ramiro de Lorqua
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Ramiro di Lorca, ricordato anche come Ramiro de Lorqua o Ramiro d’Orco, ciambellano di Cesare Borgia, accompagna quest’ultimo in Francia nel 1498 in occasione del suo matrimonio con Carlotta d’Albret. Nominato governatore di Forlì e successivamente di Pesaro, Cesena e dell’intera Romagna, è incaricato di costruire opere pubbliche e di reprimere le fazioni cittadine: a Cesena fa impiccare un soldato responsabile di malversazioni per calmare la popolazione, mentre a Rimini sventa un trattato a favore dei Malatesta e dei veneziani. Nel dicembre 1502, accusato da Cesare Borgia di aver sottratto e venduto a proprio profitto una grande quantità di frumento dai magazzini di Cesena, viene arrestato, processato e condannato a morte. Decapitato a Cesena il giorno di Santo Stefano, riccamente vestito con un mantello rosso, il suo cadavere è squartato dagli abitanti e la testa, infissa su una lancia, resta esposta al popolo per una giornata intera. Secondo quanto il papa Alessandro VI confiderà più tardi all’ambasciatore veneziano Antonio Giustinian, prima di morire Ramiro di Lorca avrebbe confessato di essersi accordato segretamente con gli Orsini per consegnare loro Cesena e di aver promesso a Vitellozzo Vitelli ed a Oliverotto da Fermo di uccidere lo stesso Borgia con un colpo di balestra durante una cavalcata. “Famoso, uomo molto capace, crudele..Odiato da tutta la Romagna per la sua crudeltà e per la disonestà di cui diede ripetute prove. Una volta, adirandosi contro un paggio che aveva rovesciato del vino, lo fece bruciare vivo.” Pier D. Pasolini in “I tiranni di Romagna e i papi nel medio Evo”.
Michelotto Coreglia/Miguel de Corella
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Michelotto Coreglia studia a Pisa insieme con Cesare Borgia prima di diventarne il braccio esecutivo per gli incarichi più gravosi. Nell’agosto 1500 irrompe nella torre nuova dei giardini vaticani per sorprendervi Alfonso d’Aragona, secondo marito di Lucrezia Borgia già scampato a un primo attentato; lo strangola a letto mentre è ancora convalescente, impedisce a chiunque, comprese Lucrezia Borgia e Sancia d’Aragona, di vederne il cadavere e di assistere ai suoi funerali. Tra il 1501 e il 1503 conduce per conto di Cesare Borgia una serie di esecuzioni sommarie che comprendono lo strangolamento di Giulio Cesare da Varano nella rocca di Pergola, quello dei suoi familiari Pirro, Annibale e Venanzio da Varano, l’impiccagione del vescovo di Cagli Gaspare Gulfi e, l’ultimo giorno del dicembre 1502 a Senigallia, lo strangolamento con una corda di violone, la cosiddetta corda pisana, di Vitellozzo Vitelli e di Oliverotto da Fermo. Senza contare che lo stesso Coreglia contribisce a catturare con un inganno anche Paolo e Francesco Orsini. Nel giugno 1503 strangola in una torre di Trastevere, davanti a un Cesare Borgia che resta nascosto ad osservare, il cameriere segreto del papa Francisco Troccies, accusato di spionaggio a favore dei francesi.
Dopo la morte di papa Alessandro VI nell’agosto 1503, minaccia con un pugnale alla gola il cardinale camerlengo Casanova per farsi consegnare le chiavi del tesoro vaticano: il tutto per permettere a Cesare Borgia di impossessarsi di centomila ducati in contanti e di gioielli per un valore complessivo di trecentomila. Catturato dai fiorentini dopo la caduta in disgrazia del Borgia, viene consegnato al papa Giulio II ed incarcerato a Roma; liberato nel 1505, presta servizio per Firenze come bargello nel contado del Mugello e del Casentino (capo della polizia e responsabile della sicurezza). E’ alfine licenziato per i contrasti con le autorità locali. Muore nel gennaio 1508; è ucciso a Milano da alcuni suoi compatrioti mentre sta uscendo dal palazzo del governatore francese Charles d’Amboise; gli assassini non saranno mai scoperti ed il suo corpo viene sepolto in una fossa comune del cimitero degli stranieri, fuori le mura della città. “C’était un capitaine d’infanterie, un soldat de fortune, qui avait servi César dès les débuts de sa carrière militaire, l’homme qo’on dit avoir étranglé Alphonse d’Aragon sur l’ordre de César..Par sa fidelité à César et la manière implicite dont il éxecutait les ordres de son maitre, il s’acquit une haine considérable. On a dit de lui qu’il était l’ame damnée de César; mais c’est là une note romantique semblable à celle qui a fait attribuer le meme désignation au père Joseph à l’égard de Richelieu”. Rafael Sabatini in “César Borgia. 1475-1507”.
Pietro Remiro/Pedro Ramires
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Pietro Remiro prende parte all’assedio di Faenza nel 1500. Nel febbraio 1501 rapisce per conto del duca Valentino, Cesare Borgia, la moglie di Giovambattista Caracciolo, capitano generale della fanteria veneziana. Si rifugia a Forlì. Nominato commissario pontificio del ducato di Urbino e del Montefeltro, conduce nel 1503 l’assedio del castello di San Leo, alla cui difesa si trovano Ottaviano Fregoso e Lattanzio da Bergamo: sfoga la propria impotenza militare sui congiunti dei difensori pervenuti nelle sue mani. Nominato governatore di Cesena e di Forlì, riceve da Cesare Borgia, dopo la morte di Alessandro VI, l’ordine segreto di uccidere il proprio ex famigliare Pietro d’Oviedo; lo cattura e lo fa impiccare o precipitare dalle mura prima di trattare la resa del castello di Cesena allo stato della Chiesa in cambio di centocinquanta libbre d’oro. Passato al servizio di Pisa e poi di Firenze, compare ancora nel 1512 al fianco di Melchiorre Ramazzotto nel bombardamento di Bologna e nel 1527 nell’aretino al fianco del viceré di Napoli Carlo di Lannoy. Muore nel 1530.
Francisco Maldonado
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Al servizio di Cesare Borgia dal 1502, Francisco Maldonado vende per denaro la rocca di Rimini a Pandolfo Malatesta insieme con il capitano Sanchez: l’episodio gli comporta la privazione dei propri beni da parte del papa Alessandro VI con un apposito breve. Passato al servizio prima dei francesi e poi degli spagnoli, è catturato e liberato più volte nelle corso dei combattimenti che avvengono in Lombardia e nel Veneto del primo decennio del Cinquecento. Si distingue nel 1513 nella conquista di Peschiera del Garda e nel 1516 in un sanguinoso scontro notturno a Tombetta, vicino a Verona, dove i lanzichenecchi al suo fianco non fanno prigionieri, mentre i suoi fanti spagnoli si comportano in modo diverso. Nel gennaio 1517, al termine della guerra, decide di assecondare il tentativo di Francesco Maria della Rovere di recuperare il ducato di Urbino: tratta tuttavia segretamente con i pontifici, tramite l’intermediazione del capitano Suarez di Leon, la consegna dello stesso della Rovere e di Carlo Baglioni in cambio di quindicimila ducati e di un beneficio ecclesiastico per un figlio. Il tradimento viene scoperto quando alcuni carriaggi diretti a Pesaro sono intercettati dai feltreschi con le lettere che lo provano. Convocato ad un consiglio di guerra, viene fatto giustiziare a Gubbio nell’aprile 1517 insieme con i complici Suarez di Leon, Plazo, Marchio, Perez e Gonzales. I suoi bagagli sono messi a sacco ed alle donne del suo seguito, tra cui una concubina, vengono sottratti un salvacondotto ed i loro beni. “Huomo veramente degno di lode di guerra, se mosso d’avaritia, et da superbia, essendo oggimai vecchio, con quella scelleraggine, e più bruttissima e horribil morte, non havesse macchiata la riputatione acquistata con lunga fatica” Paolo Giovio in “Dell’historie del suo tempo”. Sulla stessa falsariga è anche la valutazione che ne fa Gio. Battista Leoni nella sua biografia riguardante il duca di Urbino Francesco Maria della Rovere. “Il quale avaro e oltre modo ambitioso, essendo di spirito inquieto e ardito, era da essere sommamente temuto quasi perpetuo fomite di seditioni e di discordie”.
Pietro Navarro/Pedro Navarro
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Se un nome spagnolo domina la storia militare italiana tra Quattrocento e Cinquecento, allo stesso modo in cui Giovanni Acuto domina quella inglese del secolo precedente, è quello di Pietro Navarro, ricordato anche come Pedro de Roncal o El Salteador, nato nel 1454 a Roncal in Navarra da una famiglia della piccola nobiltà locale. Inizia la carriera come staffiere del cardinale d’ Aragona prima di darsi al mestiere delle armi; nel corso della sua carriera si segnala come ingegnere militare nelle guerre tra Firenze e Genova in Lunigiana. Esercita anche per alcuni anni la guerra di corsa nel Mediterraneo, prima in proprio e poi al servizio del marchese di Crotone Antonio di Centelles. In tale sua attività sono date alle fiamme o catturate numerose navi genovesi e veneziane. Nel 1500, a seguito della morte in mare di un fratello con l’intero equipaggio nelle acque calabresi, decide di militare per gli spagnoli contro i turchi agli ordini di Consalvo di Cordoba.
Divenuto l’uomo di fiducia del Gran Capitán, Pietro Navarro porta a perfezione, tra il 1502 e il 1503, l’uso delle mine da assedio: con il concorso dell’ingegnere Antonello da Trani fa saltare in aria Castelnuovo e Castel dell’Ovo a Napoli e, ad agosto, supera la resistenza di Gaeta. Tiene testa con Fernando di Peralta all’assedio francese di Canosa di Puglia nel luglio 1502; guida l’avanguardia della fanteria spagnola nella vittoriosa battaglia di Cerignola dell’aprile 1503, dove si contrappone con successo al quadrato dei picchieri svizzeri. Nel dicembre dello stesso anno comanda l’avanguardia spagnola nella battaglia del Garigliano. Nominato conte di Oliveto nel 1504 e successivamente conte di Alvito, riceve in feudo Settefrati, Posta, Vicalvi, Campoli Appennino, Atina e Picinisco. Conduce inoltre numerose spedizioni nel Maghreb per conto della corona spagnola, espugnando con mine e assalti combinati Mazalquivir, Orano, Bougie e Tripoli tra il 1509 e il 1510. Una successiva sua spedizione contro l’isola di Djerba si conclude con un disastroso agguato in cui muoiono migliaia di soldati spagnoli, incluso il duca d’Alba don Garcia Alvarez de Toledo.
Il momento di svolta nella sua carriera arriva con la battaglia di Ravenna del 1512, dove ha il comando della fanteria spagnola, posta all’avanguardia dell’esercito della Lega: avversari i francesi agli ordini di Gastone di Foix. Dispone l’artiglieria dietro una linea di carrette a due ruote armate di picche e di falci, una sorta di trincea mobile tra le prime sperimentate in Europa. Nella circostanza viene accusato dai suoi connazionali di aver tardato troppo nell’intervento di fuoco a sostegno della cavalleria spagnola, uscita peraltro intempestivamente dalle sue posizioni e destinata in tal modo alla sconfitta. Catturato dal francese Vincenzo de la Fayette, insieme con Fabrizio Colonna e Ferdinando d’Avalos, resta prigioniero in Francia fino al 1515, quando il re Francesco I paga personalmente il suo riscatto di ventimila scudi. Sdegnato per il mancato intervento del re di Spagna Ferdinando il Cattolico nel pagamento della propria taglia, e ritenendosi nello stesso tempo ingiustamente accusato per la disfatta di Ravenna, Pietro Navarro passa al servizio dei francesi. Ha il comando della fanteria guascona; in tale veste si fa valere nella vittoriosa battaglia di Melegnano del settembre 1515. Il mese successivo si colloca all’assedio del Castello Sforzesco di Milano: rimane gravemente ferito da un merlo abbattuto dall’artiglieria mentre sta dirigendo personalmente il tiro dei cannoni.
Conduce per anni, al servizio della Francia, gli assedi di Brescia e di Genova, alternando il comando della fanteria ad operazioni navali contro i corsari barbareschi e contro la flotta imperiale; catturato una seconda volta a Genova nel 1522 da Giovanni d’Urbina, che ha militato anni prima come suo luogotenente, viene rinchiuso nel castello d’Ischia da Ferdinando d’Avalos. E’ liberato solo nel 1526 in uno scambio di prigionieri. Negli ultimi due anni di vita ha ancora la responsabilità di presiedere operazioni navali e terrestri nella guerra della Lega di Cognac; conquista Pavia, Bosco Marengo e gran parte degli Abruzzi e della Puglia. La spedizione nel regno di Napoli agli ordini del Lautrec finisce tragicamente. E’ nuovamente fatto prigioniero dagli imperiali nell’agosto 1528 nel corso della disastrosa ritirata da Napoli di un esercito decimato dalla peste, di cui lo stesso Navarro è vittima. L’imperatore Carlo V ordina la sua decapitazione pubblica; il governatore di Castelnuovo Luigi Icardo, secondo le fonti riportate dalla scheda, lo fa strozzare o soffocare in prigione mentre dorme per impedire l’esecuzione pubblica. Agli inizi del Seicento il duca di Sessa, nipote di Consalvo di Cordoba, ne fa traslare i resti nella chiesa di Santa Maria Nuova a Napoli, accanto a quelli del suo antico avversario e poi alleato francese Odet di Foix, signore di Lautrec, facendo scolpire da Annibale Caccavello due tombe gemelle con iscrizioni latine composte da Paolo Giovio. Pietro Navarro è inoltre ritratto da Giorgio Vasari nella sala di Giovanni in Palazzo Vecchio a Firenze, nell’atto di combattere nella battaglia di Ravenna: l’unico capitano spagnolo censito dal sito ad aver ricevuto, come l’inglese Giovanni Acuto un secolo e mezzo prima di lui, un riconoscimento iconografico paragonabile a quello riservato ai grandi condottieri italiani. Ci piace terminare il suo ricordo con le valutazioni di due storici spagnoli, il primo del 1600 ed il secondo del nostro tempo. “Capitan de tanto nombre como sus valerosos hechos merecian..Fue tan singular hombre de guerra Pedro Navarro, an por mar como por tierra, que se podia poner con los mas famosos espanoles de su siglo..Otras muchas virtudes de sabio y prudente capitan.. fue venturoso la mayor parte de sa vida, y estimado de los reyes. Su consejo era maduro y sano en trazar y asentar un real, y en hacer las trinchezas y otros reparos; ninguno lo tuzo ventaja en sa vida y pocos se lo igualeron” Prudencio de Sandoval in “Historia de la vida y hechos del emperador Carlos V, maximo, fortissimo rey catolico de Espana”. “Un compagno di combattimento (per Consalvo di Cordoba), più che un amico. Era un uomo dall’aspetto torvo e dall’espressione ferma come tutti gli abitanti di quella regione del Nord della Spagna..Ma né il desiderio di avventure, né la leggenda che parlava di lui come “Roncal l’assaltatore” riuscirono ad alterarne la lucidità di uomo del Rinascimento..Genio militare possedeva la capacità di inventare marchingegni al servizio della guerra. Da vero antesignano, osservando con gli occhi dell’istinto quelle che potevan essere le esigenze dell’assedio..questo figlio di contadini traccia il proprio solco con l’ostinata lentezza di coloro che lavorano la terra da generazioni. Il frutto che ne nasce è il sistema moderno di minamento, così temuto dagli assediati dell’epoca” José Enrique Ruiz-Domènec in “Il Gran Capitan. Ritratto di un’epoca”.
Il peso geopolitico dei condottieri spagnoli in Italia
Le ventuno schede recuperate dal sito condottieridiventura.it disegnano una mappa più estesa nel tempo e più frammentata nello spazio di quella compatta in un solo trentennio, dei capitani inglesi del Trecento. I condottieri spagnoli in Italia non costituiscono mai un corpo unitario: catalani e aragonesi al servizio degli Angiò nei primi decenni del Trecento, capitani isolati al soldo dello stato della Chiesa e delle compagnie di ventura nel pieno Quattrocento, ufficiali del circolo borgiano nella Romagna di inizio Cinquecento, soldati di lunga ferma al servizio di Venezia e infine ingegneri militari delle guerre d’Italia: questo il quadro complessivo rappresentano in cui generazioni distinte appaiono unite solo dalla comune origine iberica.
Le morti riflettono la varietà delle traiettorie. Alcuni, come Raimondo di Cardona e Diego della Ratta, muoiono dopo una vita di servizio politico ai vertici delle amministrazioni angioine o aragonesi, il primo in Catalogna dopo aver governato la Sardegna, il secondo a Napoli come gran connestabile del regno. Altri, come Dalmasio dei Banoli e Simone da Villa, affogano in mare o decedono sotto le mura di una città assediata secondo le sorti ordinarie del mestiere. I più, come Sante Carillo, Pietro Navarrino, Jacopo Catalano e Pietro da Cartagine, si spengono dopo decenni di onorato servizio per Venezia, per lo stato della Chiesa o per le signorie romagnole. Nel caso di Jacopo Catalano, tale è il suo ricordo che la Serenissima fornisce una dote alle figlie. Le fini più violente toccano agli uomini del clan di Cesare Borgia: la decapitazione pubblica di Ramiro di Lorca a Cesena, l’assassinio notturno di Michelotto Coreglia a Milano, l’esecuzione di Francisco Maldonado a Gubbio, compongono tutti insieme una sorta di tragedia in più atti, segnata da un livello di violenza politica che né i capitani inglesi del Trecento né gli altri condottieri spagnoli delle altre generazioni hanno conosciuto nella stessa misura. Su tutti, per rilievo storico e per durata della carriera, domina la figura di Pietro Navarro, capace di attraversare al servizio di tre corone, Napoli, Spagna e Francia, in alleanza con Venezia e con il papato, l’intero arco delle guerre d’Italia, e di lasciare in eredità all’arte della guerra europea l’uso sistematico della mina da assedio.
I legami di sangue e di parentela documentati dalle schede sono pochi ma non irrilevanti: il vincolo di cognato tra Diego della Ratta e Berengario Caroccio; lo zio cardinale di Sant’Eustachio al fianco di Sante Carillo; i fratelli e il padre che accompagnano Fernando di Peralta nel suo ingresso a Parma; il figlio Giovanni incarcerato insieme con Pietro Navarrino; il fratello di Pietro Navarro perduto in mare nelle guerre di corsa. Sul piano geopolitico, il contributo più duraturo dei condottieri spagnoli riguarda l’innovazione tecnica: l’uso su scala crescente della mina da assedio perfezionato da Pietro Navarro a Napoli, a Gaeta e nel Maghreb; l’impiego sistematico della fanteria spagnola appoggiata su trincee mobili sperimentate a Ravenna; la trasformazione del regno di Napoli, dopo la conquista di Ferdinando il Cattolico e, soprattutto dell’imperatore Carlo V, in un vivaio stabile di feudatari e di capitani d’arme da utilizzare nelle guerre che ora dilaniano non più la sola Italia, ma l’intera l’Europa.






