
Provenzali, guasconi, bretoni, borgognoni e corsi nelle guerre d’Italia tra il 1285 e il 1567
L’apporto militare dei capitani di origine francese all’Italia medievale e rinascimentale si articola in due fasi storicamente distinte, non consecutive, bensì separate tra loro da quasi un secolo. La prima va dalla fine del Duecento al primo Quattrocento: sono i provenzali, guasconi, borgognoni e bretoni della stagione angioina, delle compagnie di ventura trecentesche e della guerra anti-viscontea. La seconda coincide con le guerre d’Italia vere e proprie, che vede coinvolti stati nazionali stranieri (1494-1559): ad essere presenti ora sono i corsi, tutti originari di un’isola nominalmente genovese, che trovano nel mestiere delle armi l’unica alternativa alla povertà.
Il confine tra le due fasi è netto anche sul piano sociologico. I capitani della prima stagione sono nobili di spada, baroni o cavalieri con obblighi feudali, che portano le proprie armi al servizio di corone o repubbliche; nella seconda stagione, i capitani corsi sono connestabili di fanti, figli di famiglie di bassa condizione sociale, che cercano di affermarsi socialmente attraverso il mestiere delle armi. La Grande Compagnia di fra Moriale, organizzata nel 1353 con quattro segretari, quaranta consiglieri e un tesoriere, rappresenta l’apice organizzativo della prima stagione; Pasquino Corso e Gigante Corso, entrambi con simile esordio nella loro carriera militare agli ordini del capitano generale della fanteria veneziana Renzo di Ceri, rappresentano il tipo compiuto del secondo periodo.
Le schede che seguono attingono al sito condottieridiventura.it.
I capitani della stagione medievale (1285-1415)
Amerigo di Narbona
(Amailrico II de Narbonne, Amaury di Narbona) Provenzale, visconte di Narbona. Sposa Giovanna de l’Isle Jourdain e Vacquerie de Monteil-Adhemar. 1260 – 1328 (giugno)
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Prima ancora di giungere in Italia è segnalato partecipare ad una spedizione contro gli aragonesi agli ordini del re di Francia Filippo III l’Ardito; viene catturato a Perpignano. Nel 1285 si trasferisce in Italia, al servizio del re di Napoli Carlo II d’Angiò. E’ impegnato soprattutto in Toscana. Nel 1289, sempre agli stipendi degli angioini, affronta nuovamente gli aragonesi in Sicilia; è catturato nel corso di una battaglia navale. Liberato, a maggio ha il comando delle truppe fiorentine per combattere i ghibellini facenti capo ad Arezzo. A metà giugno prende parte alla vittoriosa battaglia di Campaldino. Conquista gran parte del territorio nemico, espugna molti castelli tra cui quello di Rondine alle porte di Arezzo. E’ accolto in trionfo a Firenze. Rientrato in Francia verso il 1290, milita per alcuni anni nelle Fiandre per conto del re Filippo il Bello. Un segnale della sua importanza alla corte francese è dato dall’incarico ricevuto dal sovrano (fonte la Gran Enciclopedia Catalana) di fare da arbitro nella disputa territoriale che oppone il re Giacomo di Maiorca con il conte di Foix-Béarn. L’alta considerazione del sovrano francese nei suoi confronti è fornita pure dal suo comando in Armenia, ove ha il compito di guidare una crociata in opposizione all’invasione dei mongoli. Dino Compagni nella sua “Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi” lo giudica “Gentile uomo, giovane e bellissimo del corpo, ma non molto sperto in fatti d’arme”. E’ ricordato, invece, dai fiorentini come vincitore della battaglia di Campaldino e come tale è stato immortalato da Dante Alighieri.
Simone di Belloc
(Simone di Beullieux, Simone di Belloloco, Simone Bellotto) Borgognone +1330 circa.
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Nell’agosto 1311 ricopre l’incarico di podestà di Ravenna. Nel 1312 milita al servizio del re di Napoli Roberto d’Angiò in Romagna come luogotenente del rettore Gilberto di Santilla. La sua sede è Rimini; riceve l’ordine dal sovrano di raggiungerlo con le truppe catalane in Toscana. Nell’ottobre 1313 affronta gli imperiali nel senese. A novembre viene nominato rettore della Romagna al posto del Santilla. A dicembre mette in vendita nel forlivese i castelli di Frassano, Lanzolo e Salichio. La sua figura è quella del funzionario militare francese che la politica angioina installa nei territori dell’Italia centrale, in un’epoca in cui la distinzione tra governo civile e comando militare è molto labile.
Guglielmo di Noren
Originario dell’Artois +1330 circa
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Nel novembre 1324 è assoldato dai fiorentini con 500 cavalli per combattere il signore di Lucca Castruccio Castracani. Nell’aprile 1325 viene coinvolto in un complotto di Tommaso di Lipaccio, agente di Castruccio: scoperta la trama, il monaco confessore delle masnade francesi è condannato al carcere a vita e Tommaso di Lipaccio viene decapitato. Il capitano generale Raimondo di Cardona non lo fa giustiziare per timore di reazioni negative da parte dei mercenari francesi militanti ai suoi ordini. Licenziato, finge di prendere la strada per il regno di Napoli; passa, invece, al servizio del signore di Lucca. Nel gennaio 1326 il nuovo capitano generale dei fiorentini Piero di Narsì apre trattative con alcuni connestabili al servizio del Castracani per ottenere la consegna di Signa e di Carmignano. La trama è scoperta e si conclude con la decapitazione di due connestabili borgognoni e di uno inglese. Nell’occasione sono licenziati tutti i francesi, tra cui il Noren. Da questo momento non si hanno più notizie al suo riguardo.
Piero di Narsi
Della Lorena, di Naix-aux-Forges +1326 (maggio)
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Si tratta di un cavaliere banderese del circondario di Bar-le-Duc, vale a dire un cavaliere nobile con una rendita tale da poter mantenere una trentina di uomini armati che combattono sotto la sua bandiera. Reduce da un viaggio in Terrasanta, nel settembre 1325 è assoldato dai fiorentini per affrontare le truppe di Castruccio Castracani. Prende parte alla battaglia di Altopascio dove perde un figlio nel combattimento. Fatto prigioniero, è costretto a seguire il vincitore nel suo ingresso trionfale in Lucca. Dopo due mesi viene riscattato dai fiorentini che pagano la sua taglia di 1200 fiorini; è liberato dietro la promessa di non combattere più il Castracani. Contro ogni aspettativa, nel gennaio dell’anno seguente viene nominato dai fiorentini loro capitano di guerra. Affronta gli avversari non solo infrangendo un giuramento, ma anche utilizzando come sue armi il tradimento ed il sotterfugio. Tratta con tre connestabili di stanza a Signa affinché uccidano il Castracani e gli consegnino Signa. Promette loro una condotta di 200 cavalli. La congiura è scoperta e termina con la decapitazione dei tre militari e la pena capitale per altri sei loro complici. Il Castracani è costretto a licenziare tutti i mercenari di origine francese per timore di eventuali reazioni. Nel frattempo il Narsi prosegue nelle sue trame. Senza aspettare l’arrivo dei rinforzi angioini che gli dovrebbero essere portati dal duca di Atene Gualtieri di Brienne, raduna 200 cavalli e 500 fanti. Esce da Prato senza informare i fiorentini. Punta su Carmignano, dove cerca di organizzare una trama simile alla precedente. Tradito da uno dei suoi interlocutori, cade in un’imboscata ed è catturato con due connestabili, alcuni cavalieri con i loro scudieri (40) e molti fanti. Sono tutti impiccati ai merli delle mura di Carmignano. Il Narsì è condotto a Pistoia e qui viene fatto decapitare. Giovanni Villani, nella sua “Nova cronica” lo giudica leale e prode cavaliere.”
Gherardo di Castelnuovo
Di Tolosa. +1340 circa
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Opera in Italia nella prima metà del Trecento agli stipendi dei pontifici. Si tratta di uno dei capitani della Francia meridionale che giungono nella penisola prima della grande ondata mercenaria della metà del secolo. Nel dicembre 1333 si unisce con i guelfi romagnoli guidati da Francesco da Calboli per contrastare Ramberto Malatesta, signore di Cesena, e Francesco Ordelaffi, signore di Forlì. Alla testa di 2000 cavalli e di 6000 cavalli si muove in soccorso di 130 guelfi assediati dagli avversari nella rocca di Cesena. Espugna alcune località del circondario; altri castelli ottiene a patti. Per un mese sono saccheggiate le campagne e distrutti i vigneti. Gli avversari non gli si muovono contro preferendo rimanere inattivi nelle due città. Non si hanno più notizie al suo riguardo.
Gualtieri VI di Brienne
Della Champagne. Figlio di Gualtieri V e di Giovanna di Chatillon 1304-1356 (settembre)
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Gualtieri VI di Brienne duca d’Atene (solo nominale), conte di Lecce e di Brienne. Signore di Firenze, Pistoia, Arezzo, Colle di Val d’Elsa, San Gimignano, Castelfiorentino, Volterra, Conversano, Casamassima, Putignano. Possiede feudi anche nella Champagne, in Grecia ed a Cipro. Alla morte del padre Gualtieri nella battaglia di Cefiso contro la Compagnia degli Almogavari (1314), ripara a Napoli dove il re Roberto d’Angiò riconferma alla madre i feudi nel regno. Dal 1326 inizia la carriera militare in Italia al servizio dei fiorentini. Nel 1342 viene nominato capitano generale; a febbraio ottiene la signoria a vita su Firenze. Il suo potere di governo è controverso e breve: favorisce i magnati e le corporazioni minori contro i banchieri, mostra tendenze despotiche che alienano rapidamente ogni sostegno. Nel luglio 1343 una rivolta popolare lo caccia; la sua espulsone da Firenze diventa soggetto del celebre dipinto di Stefano Ussi, opera oggi conservata presso la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Rientra in Francia, assume il comando delle truppe regie contro gli inglesi nella guerra dei Cent’Anni; cade a Poitiers nel settembre 1356. È la figura di un capitano francese di alto lignaggio, che tenta di trasformare una condotta militare in una signoria stabile su una grande città italiana: il suo fallimento è dovuto all’irriducibilità delle libertà comunali fiorentine. Unanimi, peraltro, sono i giudizi di parte toscana sul suo operato a Firenze, che mettono in luce, soprattutto, il suo aspetto fiisico. “Crudele e avaro..di bruto e spiacevole presenza” Ammirato. “Di poca fermezza e di meno fede, cupido e avaro..picolo di persona e bruto”. A del Tura. “Piccoletto di persona e bruto..e parea meglio greco che francese, sagace e malizioso molto…E come egli tradì il comune, così dai cittadini fu tradito. Il quale n’andò con molta sua onta, ma con molto danaro tratto da noi Fiorentini, detti orbi per antico volgare e proverbio per i nostri difetti e discordie, lasciandoci di male querele.” Villani
Astorgio di Durafort
(Ettore di Durfort) Del Limousin, conte di Romagna. Appartiene al ramo Aurillac dei Dutfort, imparentato con i la Tour, i la Jugie ed i Chateauneuf. Sposa una nipote del papa Clemente VI. +1360 circa
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Il Durafort non si distingue dagli altri numerosi parenti del pontefice Benedetto XII fino al momento in cui, alla fine del dicembre 1347, gli è affidato un compito di grande responsabilità, il rettorato di Romagna. Si tratta di ristabilire l’autorità pontificia in una delle regioni ecclesiastiche nelle quali la lontananza, prima da Roma e poi da Avignone, ha favorito le iniziative dei signori ghibellini locali e le ambizioni dei Visconti. Tutta la sua attività può essere sintetizzata in termini di ricorso al sotterfugio, piuttosto che al combattimento: ciò dovuto in gran parte ad una cronica mancanza di denaro da parte della Camera Apostolica, incapace, dopo averlo spinto, di far fronte finanziarmente alle sue iniziative guerresche. Il fatto si verifica in modo specifico nei primi mesi del 1350 allorché si muove nel bolognese. In lotta con Giovanni Manfredi, cui ha strappato la signoria di Faenza, incomincia ad ordire un trattato in Bologna ai danni degli alleati Pepoli. Convinti tali signori di essere all’oscuro di ogni trama interna alla città, li invita al suo campo di Solarolo dove è intento all’assedio di tale castello. Uno dei due signori della città, Giovanni con un nipote figlio del fratello Giacomo, vi si reca con la scorta di 200 cavalli. Sono accolti nel padiglione del conte di Romagna con un sontuoso banchetto. Al momento della partenza sono tutti, signori e cavalieri, fatti prigionieri. Il Durafort impone per la loro liberazione la consegna di Bologna allo stato della Chiesa. Promette a ciascun soldato paga doppia e mese compiuto per ogni conquista. Intanto non ha i mezzi per saldare le paghe pregresse. Il signore di Milano, l’arcivescovo Giovanni Visconti, approfitta della situazione, provvede al pagamento residuo delle paghe dell’esercito pontificio ed entra in Bologna senza combattere. Il Durafort assale la città con forza. La sua offensiva è costretta a fermarsi sempre per il cronico ritardo delle paghe: ancora una volta la Camera Apostolica non è in grado di sostenere la sua iniziativa. In difficoltà, a dicembre, rientra ad Avignone. Tornato in Francia combatte anch’egli gli inglesi nella guerra dei Cent’anni. Nel novembre 1355 cade in un’imboscata ed è sconfitto sonoramente dalle truppe del principe di Galles, il famoso Principe Nero. Da questo momento anche il Durafort scompare dalla storia. “Uomo di vastissima ambizione, di pochissima fede e capace di ogni tradimento”, così lo definisce G.B. Verci nella sua “Storia della Marca Trivigiana e Veronese”.
Fra Moriale / Montreal d’Albarno
Del dipartimento dell’Aude. Narbonese, figlio del signore di Bar-sur Loup, cavaliere dell’ordine di San Giovanni in Gesusalemme. Signore di Aversa. Fratello di Arcimbaldo (dottorato in legge a Perugia) e di Rimbaldo (prete); suo nipote è Bertrando della Motta. +1354 (agosto)
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Jean de Montréal du Bar, noto come fra Moriale o Montreal d’Albarno, è la figura dominante del mercenariato italiano della prima metà del Trecento. Giovanissimo, nel 1345 si imbarca in Provenza su una galea diretta a Napoli. Naufraga alla foce del Tevere; gli abitanti del litorale saccheggiano la nave e si appropriano delle sue mercanzie. Raggiunge Napoli e si pone al servizio di Carlo di Durazzo. Prende l’abito di cavaliere dell’ordine di San Giovanni ed ottiene in breve tempo il comando di tali truppe. Nel 1346, agli stipendi del principe di Taranto Roberto, contrasta le bande di Luigi di Taranto ed entra in Castel dell’Ovo. Nel 1347 passa al servizio del re Ludovico d’Ungheria, giunto in Italia per vendicare l’uccisione del figlio Andrea, marito della regina Giovanna I d’Angiò. E’ segnalato alla difesa di L’Aquila. Nel 1348 è assoldato dai genovesi contro i Visconti; concede al comune un mutuo di 10.000 lire in cambio del castello di Lerici; ritorna, successivamente, agli stipendi ungheresi e diventa, di fatto, signore di Aversa. Nel 1349 mette a sacco diverse terre della Puglia e della Campania; nel gennaio 1350 stipula un accordo con la controparte, Luigi di Taranto, e per 120.000 fiorini cede le piazzeforti nelle sue mani. Nel 1352 forma una propria compagnia di ventura e devasta il napoletano, finché, a dicembre è costretto alla resa da Pandolfo e Galeotto Malatesta collegati con Niccolò Acciaiuoli. Consegna Aversa e subito ricostituisce una nuova compagnia di ventura costituita da 500 barbute e 1200 fanti.
Nel settembre 1353 milita al servizio del cardinale Egidio Albornoz contro il signore di Viterbo Giovanni di Vico; a settembre defeziona con 400 cavalli e forma la Grande Compagnia: quattro segretari di cavalleria, quattro segretari connestabili, 40 consiglieri ed un tesoriere garantiscono la correttezza nella vendita del bottino e nella ripartizione degli utili. La compagnia cresce presto nei suoi effettivi arrivando in breve tempo a schierare fino a diecimila armati. Nel 1354 devasta la marca d’Ancona occupando o distruggendo 44 castelli dei Malatesta; saccheggia poi Umbria e Toscana ricavandone bottino per oltre 200.000 fiorini. I senesi, senza esito, tentano persino di avvelenare le vettovaglie della compagnia. Ad agosto fra Moriale si reca a Roma per rendere omaggio a Cola di Rienzo. Quest’ultimo lo invita in Campidoglio con i fratelli e 40 connestabili; il tribuno lo fa catturare e processare come ladrone pubblico. La mattina del 29 agosto, dopo aver ascoltato la messa scalzo, viene condotto sul luogo del supplizio ai piedi della scala capitolina; viene qui decapitato con i suoi due fratelli ed i 40 capitani. Cola di Rienzo si impossessa di 100.000 fiorini; altri 60.000 depositati presso mercanti veneziani vengono requisiti dal papa. La sua ultima parola è rimasta celebre: “Homo so, come ciello (uccello) fui ingannato.” Valgono per lui le lodi che gli sono rivolte da Ercole Ricotti nella sua storia delle compagnie di ventura in Italia “Buon soldato, prode capitano, prudente, alacre, temperante, fra Moriale fu il primo a dominare con nobile dimestichezza gli incomposti voleri di una compagnia di ventura, e porle ordine e darle forma di stabile reggimento. Né certa grandezza d’animo e di concetti gli mancò, né la corrispondente stima presso i contemporanei: anzi tra questi fu chi con bonaria esagerazione dubitò di paragonarlo a Giulio Cesare.” Certo, in questo contesto, non mancano rilievi negativi come quelli riportati sulla sua figura dal tedesco Ferdinand Gregorovius nella sua monumentale “Storia della città di Roma”. “Il terribile capobanda non diede mai a vedere la la più piccola ombra di pentimento per i propri delitti che, in piena armonia con lo spirito dei tempi in cui visse, riteneva azioni gloriose degne di un eroico guerriero, il quale ha tutto il diritto di andare in cerca di fortuna con la spada in questo mondo di falsità e di miserie.”
Bozzo
Probabilmente un corso proveniente dal Boziu, una storica regione montuosa della Corsica centro-settentrionale. +1445 circa.
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Nel giugno 1432 prende parte alla battaglia di San Romano al servizio di Siena contro Firenze. Nella primavera del 1436 milita al servizio del re Alfonso d’Aragona negli Abruzzi: si trova alla difesa di Sulmona quando la città viene attaccata da Jacopo Caldora; a metà maggio è costretto alla resa e rimane prigioniero qualche giorno. Nel giugno 1437, con Rosso d’Aversa ed il Palermo, segue Orso Orsini in una scorreria nel territorio di Terracina. Nel gennaio 1440 è di guardia a Padula con 50 cavalli
in gravi difficoltà per il ritardo delle paghe; il mese successivo defeziona nel campo napoletano e scorta Renato d’Angiò a Lucera in Puglia con 50 lance. Nella primavera del 1441 è segnalato con 30 lance alla difesa di Troia; nell’estate del 1442, sempre contro gli aragonesi, interviene a Bisceglie in soccorso di Lorenzo Attendolo. Muore intorno al 1445.
Giovanni di Granville
(Giovanni di Granvillar, Giovanni di Borgogna) Borgognone +1375 circa
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Si tratta di un capitano di secondo rango che milita al servizio dei pontifici soprattutto in Umbria. Nel novembre 1358 è ad Orvieto, condotto dai pontifici per sei mesi; nel luglio 1359 viene riassunto per quattro mesi. Nel novembre 1361 è licenziato. Nel 1371 è ancora segnalata la sua militanza per i pontifici in Emilia contro i Visconti.
De la Neuf
+1365 circa
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Reduce dalla guerra dei Cent’Anni in Francia è segnalato per la prima volta in Italia come appartenente alla Compagnia Bianca. Nel novembre 1362 segue Alberto Sterz in Italia; combatte in Piemonte al servizio del marchese di Monferrato contro il conte di Savoia. Nei due anni seguenti opera sempre nell’orbita di tale compagnia.
Amerigo del Pomerio
(Amanieu de Pommiers) Guascone. +1380 circa
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Nel 1356 è impegnato in Francia nella guerra dei Cent’Anni. Milita per gli inglesi contro i francesi agli ordini del principe di Galles, il Principe Nero. Si trova al fianco di Giovanni Acuto nella battaglia di Poitiers. Nell’ottobre 1363, al comando delle truppe guascone, si oppone nella valle della Saone all’avanzata degli avversari guidati da Seguin de Badefol. Con lo scioglimento della sua compagnia, nel 1364 si congiunge con le bande dell’arciprete Armand de Cervole. Nel 1367 milita in Spagna per Enrico Trastamara (osteggiato dagli inglesi) al fianco di Bertrand du Guesclin. E’ solo nel 1372 che viene segnalata la sua attività in Italia. Agli stipendi dei pontifici (capitano generale della lega anti-viscontea, condotta di 500 lance) affronta i rivali in Emilia. Mette a ferro e fuoco il contado di Sassuolo. Gli viene contro Ambrogio Visconti che, dopo alcune scaramucce, lo obbliga a ritirarsi nottetempo in Reggio Emilia. Ad ottobre nasce nel suo campo per ragioni sconosciute una grande rissa, che vede coinvolti numerosi cavalli tedeschi e 1500 fanti italiani, per lo più bolognesi e romagnoli. Negli scontri si contano 700 caduti d’ambo le parti. Il mese successivo entra in Val Tidone con 300 lance insieme con Guido da Pruina e Gregorio Picino: sono recuperati vari castelli nel piacentino. Continua nella sua campagna portando ovunque il terrore. Nell’aprile 1373 lascia Bologna e Ferrara con Enguerrand de Coucy e Giovanni Acuto. Varca il Po a Stellata, attraversa il mantovano e giunge sulle rive del fiume Oglio. E’ qui inizialmente bloccato dalle truppe del signore di Milano Bernabò Visconti. A maggio, sempre con i due sopracitati condottieri, sconfigge a Montichiari gli avversari. Anichino di Baumgarten e Gian Galeazzo Visconti si salvano con la fuga, mentre è fatto prigioniero Francesco d’Este. Costringe Jacopo dal Verme a ripiegare verso Cremona, avanza nel picentino. Nel gennaio 1374, a causa della febbre quartana che ha colpito il conte Amedeo di Savoia, l’esercito pontificio si sbanda. Amerigo del Pomerio rientra in Francia e se ne perdono le tracce. Unanimi sono i riconoscimenti degli autori contemporanei sul suo operato: valente capitano, capitano di gran valore.
Guido da Pruina
(Guido di Prohins, Guy de Prohynis) Provenzale. Siniscalco di Beaucaire e cognato del papa Urbano V. Grande favorito del successivo pontefice, Gregorio XI. +1390 circa.
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Trasferitosi in Italia nel 1372, milita agli stipendi dei pontifici contro i Visconti di Milano. Gode di una condotta di 300 lance. A novembre è segnalato nel piacentino alla testa dei suoi cavalli guasconi a fianco del capitano generale Amerigo del Pomerio e di altri capitani della lega come Dondaccio da Piacenza, il tedesco Ulzio Trottinger, Ugolino da Savignano ed il borgognone Gregorio Picino. Varca il Trebbia ed entra in Val Tidone ove recupera numerosi castelli. A dicembre espugna Borgonovo Val Tidone; gli si arrendono altre località del circondario. Alla fine il freddo e le piogge incombenti spingono gli attaccanti a rientrare nel piacentino. Nel settembre 1376 scorta il papa Urbano V dalla Francia in Italia. Nell’agosto 1377 si trova nel Lazio con l’incarico di trattare la pace tra lo stato della Chiesa ed il signore di Viterbo Francesco di Vico. Rientra in Francia dove gli sono garantite posizioni di rilievo a causa delle sue conoscenze curiali. Muore intorno al 1390.
Gregorio Picino
Borgognone. +1375 circa.
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Nel novembre 1372 milita con Amerigo del Pomerio e Guido da Pruina nel piacentino contro i viscontei; prende parte con costoro alle operazioni di recupero dei castelli della Val Tidone. Espugna Borgonovo Val Tidone: tutti i difensori sono fatti prigionieri per riscuotere una taglia. Di seguito tenta di impadronirsi di Castel San Giovanni; penetra nel pavese spargendo ovunque il terrore. La campagna termina in breve tempo con il rientro nel piacentino a causa dell’arrivo del freddo e delle piogge. Muore intorno al 1375.
Silvestro di Budes/Sylvestre de Budes
Bretone. Signore di Ussel. Cugino di Bertrand e di Olivier du Guesclin 1320 circa – 1380 (gennaio)
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I suoi primi anni di militanza nella guerra dei Cent’Anni si svolgono tutti al fianco del Grande Connestabile di Francia Bertrand du Guesclin che accompagna, nelle guerre contro gli inglesi, sia nelle vittorie che nelle sconfite. E’ così nel 1361 quando lo affianca nel Rouergue; nel 1364 nella disastrosa giornata di Auray; nel 1367 in Spagna allorché alla testa di 400 cavalli bretoni lotta a favore di Enrico Trastamara contro il fratello di quest’ultimo il re Pietro il Crudele appoggiato dagli inglesi. Dopo varie peripezie tra cui un suo incarceramento nello Chatelet di Parigi, nel 1374 è segnalato a Montpellier sempre con il du Guesclin e Giovanni di Malestroit, suo sodale da qualche anno in molte sue imprese in Francia. Nel 1375 fa parte della spedizione di Enguerrand de Coucy contro il duca d’Austria ed i cantoni svizzeri. La svolta nella sua carriera avviene nel maggio 1376 allorché, arruolato dai pontifici (Gregorio XI) viene inviato in Italia a combattervi nella guerra degli Otto Santi. Lascia la Francia con 10000 bretoni, inglesi e balestrieri genovesi; sono assalite le terre del conte di Savoia, è devastata dalle razzie l’Emilia, è assediato in Bologna il condottiero fiorentino Rodolfo da Varano. Sempre sotto l’egida del cardinale Roberto di Ginevra inizia la strage degli abitanti che trova il suo apice nel febbraio 1377 con il saccheggio di Cesena. Nell’occasione sono trucidate dai bretoni, coadiuvati peraltro anche dagli uomini di Alberico da Barbiano, dalle 2500 alle 8000 persone secondo le stime dei vari cronisti del tempo. “Ferite, ferite, uccidete, uccidete” è il grido di battaglia dei bretoni. Lazio ed Umbria subiscono le medesime vicissitudini. Nel 1378 nasce lo Scisma d’Occidente; Silvestro di Budes ora combatte per l’antipapa (con sede Avignone) Clemente VII (il cardinale di Ginevra) contro le milizie del pontefice romano Urbano VI. A luglio con Piero di Sagra guida ad Anagni 2000 cavalli bretoni e guasconi; cavalca verso Roma e sconfigge gli abitanti nei pressi del Ponte Salario; si sposta a Fondi. Nell’aprile 1379 è sconfitto e catturato con molti capitani della compagnia dei bretoni da Alberico da Barbiano. Liberato dietro il pagamento di un forte riscatto, decide di rientrare in Francia. Sbarca a Marsiglia e decide di riprendere la sua sua vita avventurosa. Rimane presto deluso nelle sue aspettative. E’ decapitato a Macon, nei primi giorni del gennaio 1380, con l’accusa di essersi impadronito anni prima in Romagna di alcuni muli che trasportavano vasellame d’oro e d’argento appartenente al cardinale di Amiens. Per vendicare la sua esecuzione le truppe bretoni, già ai suoi ordini, si vendicano mettendo a sacco il Comitato Venassino in piccole bande, delle quali molte ritornano in Italia per militare sotto la bandiera di Giovanni di Maléstroit. Le sue imprese in Italia sono riportate in un poema scritto da Guillaume de la Penne “Gestes des Bretons en Italie”. “Tutti chiusi nel loro antiquato conformismo ideologico fatto di onore militare e di disprezzo per i “vilains” e, più in generale, per gli italiani ritenuti codardi, traditori e inesperti nel mestiere delle armi, questi “soudiers” mostrano un’implacabile crudeltà, e mantengono ignoranza e diffidenza per il mondo urbano.” Varanini
Giovanni di Malestroit/Jean de Maléstroit)
Bretone, appartenente al ramo cadetto dei signori di Chateaugiron. Deriva il proprio nome dal castello di Maléstroit sito nei pressi di Rennes. +1385 circa
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Nel 1371 prende parte in Francia alla guerra dei Cent’anni. Già da questa data il suo nome è spesso legato a Silvestro di Budes; con tale capitano è preposto alla guardia del castello di Saint-Bazile nel Périgord. Nel 1373 è con il duca di Bar, saccheggia Bassinty e Gondrecourt nel Barrois. Nel giugno1374 si trova a Montpellier con Bertrand du Guesclin; nel periodo agosto-novembre è segnalato in Spagna, sempre con il du Guesclin ed il Budes, al servizio di Enrico Trastamara contro il re d’Aragona Pietro il Crudele, spalleggiato dagli inglesi: occupa Prades, Villefranche, si porta in Cerdagna e a Urgel. Con la morte del Trastamara nel febbraio 1375 incominciano a mancare i rifornimenti alle truppe. L’esercito si scioglie ed il Maléstroit ha l’incarico di riportarle in Francia. Resta inoperoso a causa della pace conclusa tra francesi ed inglesi finché, verso la fine dell’anno, passa agli stipendi del cardinale legato Roberto di Ginevra per combattere i fiorentini ed i loro alleati nella guerra degli Otto Santi. Viene nominato capitano generale della Compagnia dei Bretoni che inizialmente consta di 6000 cavalli e di 4000 fanti. Ai suoi ordini militano anche capitani normanni, borgognoni, guasconi ed inglesi. Lascia Avignone, attraversa il Delfinato; giunto in Italia, assale Cuneo. Nel giugno 1376 lascia il Piemonte, si trasferisce in Lombardia devastando paesi, vivendo a spese della popolazione locale, bruciando, uccidendo, violentando. Nel castello di Montegiorgio sono massacrati tutti gli abitanti, compresi i bambini sopra i sei anni. Assedia Bologna. Da questo momento la strada della Compagnia dei Bretoni è sempre contrassegnata dalla violenza raggiungendo il suo apice con la strage di Cesena. Episodi simili si ripetono negli anni seguenti finché nell’aprile 1378 la compagnia è sconfitta a Marino dalle truppe di Alberico da Barbiano. Secondo una versione rimane in Italia al servizio della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò: finisce qui i suoi giorni nel 1385 a Napoli per un male che non perdona. Per altre fonti, al contrario, sarebbe ritornato nel 1382 in Francia per combattere al servizio del re Carlo VI contro i fiamminghi. A parte le date discordanti, è significativo il commento di Giovanni di Mastro Pedrino, relativamente alla sua morte, nella “Cronica dei suoi tempi” “El detto anno 1381, morì la maledetta creatura miser Gohenne Malestretto. El qual fu quello che messe Cexena a saccomanno a posta del cardinale. Morì a Napoli, e lì fo sopellido, la cue anima credo ne portasse Satanasso.”
Enguerrand de Coucy
Della Piccardia. 1340-1397 (febbraio)
URL: https://condottieridiventura.it/enguerrand-de-coucy/
Signore di Coucy-le-Chateau nell’Aisne, conte di Soissons e di Marle, duca di Bedford. Nipote del conte Amedeo di Savoia. La figlia Maria vive alla corte di Francia; l’altra, Filippa, rimane in Inghilterra con la madre. Nel 1356 è tra i quaranta ostaggi francesi a seguito della battaglia di Poitiers. Nel 1366 sposa a Windsor Isabella Plantageneta, figlia di Edoardo III; la dote consiste nella baronia di Bedford. Gli viene anche conferito l’Ordine della Giarrettiera. Nel 1371, condotto dallo zio Amedeo di Savoia, entra in Italia con 100 lance. Passa agli stipendi del cardinale Pietro di Bourges per combattere a favore dello stato della Chiesa contro il signore di Milano Bernabò Visconti; devasta il marchesato di Saluzzo. Nel 1372 si scontra con Giovanni Acuto all’assedio di Asti. Nell’ aprile 1373 esce da Ferrara con l’Acuto (che, nel frattempo, è passato a militare nel campo opposto) alla testa di 800 lance; a maggio nella battaglia di Montichiari la sua carica frontale viene respinta dai viscontei; l’Acuto capovolge l’esito dello scontro completando la vittoria. Si salvano con la fuga Anichino di Baumgarten ed il futuro duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Dopo la battaglia raggiunge Modena con Raimondo di Turenna. Nel 1374 viene congedato; gli viene offerta la carica di maresciallo di Francia che rifiuta. Nel 1375 organizza una spedizione contro il duca d’Austria ed i cantoni svizzeri: alla testa di 22.000 mercenari inglesi e bretoni, chiamati “gugler” (per il tipo di elmetto utilizzato, il Gugel, dal latino cuculla), depredano l’Alsazia; il vescovo di Strasburgo paga 3.000 fiorini per non essere saccheggiato; a dicembre e gennaio gli svizzeri battono parte della sua armata a Buttisholz e nell’abbazia di Fraubrunnen. Nel 1377 restituisce l’Ordine della Giarrettiera al re d’Inghiletrarra Riccardo II e combatte per la Francia in Guascogna. Nel 1394 è alla conquista di Savona. Muore nel febbraio 1397 prigioniero dei turchi a Nicopoli, catturato nella crociata annientata da Bayezid I nel settembre 1396. È la figura di maggiore statura politica europea tra tutti i capitani francesi presenti in Italia: l’unico che si muove da grande principe, non da mercenario, anche quando conduce uomini per soldo. Paul Durrieu, commentando il suo operato in Italia (è un invito alla lettura anche di tale parte nella biografia riportata dal sito), così descrive la personalità di tale personaggio nel suo lavoro “La prise d’Arezzo (1984) par Enguerrand de Coucy” “Enguerrand VII, le dernier des membres de l’illustre maison de Coucy qui ait porté le titre de sire de Coucy, est assurément l’un des plus grandes figures de notre histoire nationale pendant la seconde moitié du XIV° siècle. Gendre du roi d’Angleterre Edouard III, allié à toutes les familles souveraines, il joue comme homme de guerre et comme diplomate un role préponderant: son nom se trouve melé à la plupart des hautes questions politiques qui sont alors débattues; les missions les plus délicates, les commandements le plus périlleux lui sont confiés. On le voit percourir avec gloire les champs de bataille de l’Europe entière, s’illustrant en Ecosse, en Fiandre, en Allemagne, en Italie er jusq’en Afrique, avant d’aller mourir prisonnier des Turcs en Asie-Mineure. Sa valeur et son habileté sont encore rehaussées par la grandeur de son caractère: il sacrifie ses intérets au désir de servir son roi, en renonçant à tous les avantages que lui assurent ses liens de parenté avec la famille royale d’Angleterre, et donne un magnifique exemple de désintéressement en refusant, à la mort de du Guesclin, l’épèe de connétable de France, dont il trouve Olivier de Clisson plus digne que lui.”
Bernardo della Sala/Bernardon de la Salle
Originario dell’Auvergne o, più probabilmente, della diocesi di Agen. Soprannominato Chicot. Parente di Guglielmetto della Sala; genero del signore di Milano Bernabò Visconti, di cui sposa la figlia naturale Ricciarda. Cognato di Giovanni Acuto e di Lucio Lando. Padre di Bernardo della Serra.1339 circa-1391 (giugno)
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Signore di Figeac, Soriano nel Cimino, Mornas e Caderousse. Nel 1359 combatte nelle bande di Capital de Buch. Nel 1360, dopo la pace di Brétigny, costituisce la Grande Compagnia con Séguin de Badesol, Alberto Sterz e Giovanni Acuto. Nel 1361 prende d’assalto Pont-Saint-Esprit. Stabilmente in Italia dal 1373, diventa uno dei capitani principali della Compagnia dei Bretoni al servizio della Chiesa. Presente al sacco di Cesena nel febbraio 1377. Negli anni Ottanta oscilla tra il papato romano e l’antipapa con la disinvoltura del mercenario spregiudicato. Nel 1385, con Rinaldo Orsini, sconfigge John Beltoft nei pressi di Viterbo. Nel 1387 assedia il prefetto di Viterbo Francesco di Vico; nell’ottobre sorprende il Beltoft al ponte di San Luminato sul Paglia. Nel giugno 1391 abbandona l’Italia per morire nello stesso mese in combattimento. Scrive il Durrieu al suo riguardo “S’était fait un nom en Italie..Véritable carrière de routier, singulier mélange de haut-faits et d’actes de brigandages; qui nous montre l’aventurier gascon tantot occupant une place importante à la cour d’Avignon et traité avec de grands égards par le pape Clément, les cardinaux et l’entourage du roi Louis II d’Anjou, tantot courant les grands chemins, et extorquant, par la violence, l’argent des Siennes, des Pisans, et de Lucquois; où l’on trouve pour ainsi dire de tout, hormis cependant un seul acte de lacheté ou de félonie.” Due, a nostro parere, sono le direttrici che guidano il suo operato sia in Francia nella guerra dei Cent’Anni che in Italia: la fedeltà alla causa inglese ed il suo costante atteggiamento nemico degli angioini di Napoli, come dimostra il suo sfortunato appoggio al duca d’Andria Francesco del Balzo nel giugno 1373, allo scopo di recuperare i suoi beni in Puglia ai danni della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò. Nel giugno 1391 decide di rientrare in Francia e sempre nello stesso mese trova la morte. Un suo nemico personale, Giovanni d’Armagnac, si allea con i fiorentini per combattere i Visconti. Bernardo della Sala decide di rientrare subito nella penisola per muoversi a favore di questi ultimi con i quali è, peraltro, imparentato. Raduna 500 lance; attraversa le Alpi e giunge al Moncenisio a 50 miglia dal punto in cui devono passare gli avversari. Il rivale, alla notizia del suo arrivo nei pressi, prende 600 lance ed a marce forzate lo attende in imboscata in una gola della montagna. E’ sonoramente sconfitto. Fatto prigioniero, dopo essere inizialmente sfuggito alla cattura, viene ucciso a tradimento da tre suoi cavalieri. L’Armagnac sfoga a sua volta l’odio nei suoi confronti facendo decapitare i principali capitani della sua compagnia.
Guglielmetto della Sala
Guascone. Parente di Bernardo +1390 (settembre)
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Nel 1362 è designato commissario degli avventurieri francesi nel trattato per l’evacuazione di Figeac. Nel maggio 1378 è agli stipendi di Urbano VI; a luglio cambia partito e passa al servizio dell’antipapa Clemente VII con Bernardo della Sala. Nei dodici anni seguenti opera in Italia nell’orbita del congiunto, gravitando tra le due obbedienze con le stesse oscillazioni di Bernardo. Si tratta di un capitano di secondo rango, che costruisce la propria presenza all’ombra del parente più famoso.
Raimondo di Turenna/Raymond de Turenne
1352-1413 (aprile)
URL: https://condottieridiventura.it/raimondo-di-turenna-conte-di-valentinois/
Visconte di Turenne e di Chalus, conte di Valentinois, suocero del Boucicaut, il maresciallo di Francia Jean II Le Meingre; nipote dei papi Clemente VI e Gregorio XI. Nel 1368 affronta Bertrand du Guesclin in Provenza. Nel 1371 è all’assedio di Cuneo con il conte Amedeo di Savoia: è il primo ad assalire le mura con successo. Nel 1372 viene armato cavaliere da Amedeo. Nel 1373 milita contro i viscontei: attraversa il Ticino, vince a Mapello; a maggio, nella battaglia di Montichiari, è bloccato con Ottone di Brunswick prima della vittoria finale. Dopo la battaglia raggiunge Modena con Enguerrand de Coucy. Dopo il 1396 rientra in Provenza dove è protagonista delle lotte politiche fino alla morte avvenuta nell’aprile 1413. “Se rendit célèbre sous le nom de Fléau de Provence en luttant contre Marie de Blois, comtesse de Provence et les deux antipapes d’Avignon Clement VII er Benoit XIII… Raymond de Turenne est de ceux qui portent coutumièrement leur bon droit à la pointe de leurs épées et leurs documents en leur armes.” Da un giudizio della scrittrice provenzale M. Mauron riportato da Wikipedia. “Le vicomte, l’un de plus hardis capitaines du XIVe siècle, fonça tete baissée pour défendre sa gloire et sa dignité en se trouvant devoir combattre à la fois les troupes pontificales, dont il était encore nominatevement le Capitaine, l’armée de Georges da Marles, Sénechal de Provence, celle du Recteur du Comtat, Odon de Villars, et celle de son beau-frère, Louis II de Poitiers, comte de Valentinois. Raymond de Turenne, avec ce sens du moment qu’ont les hommes de grand destin et son extraordinaire aptitude à se saisir de toutes les opportunités, se révela non seulement un redoutable guerrier mais aussi et surtout un remarquable négociateur pour tout ce qui avait trait à son propre interéts. Energique et vif de repartie, perspicace et actif, ses dèfis et ses ruses diplomatiques firent autant pour la réputation du vicomte que la destinée dèrisoire et étonnante de ce belliciste hors pair. Et son apport du gain découvrit une manière de s’enrichir…Pour ce noble assaiffé de désir de vengeance, cette vie de hasard à laquelle son tempérement hardi l’invitait, ne pouvait qu’aboutir sur ces guerres continuelles expéditives, son impétuosité et sa bravoire, en firent un chef de guerre cruel aussi sauvage qu’un loup et aussi fort qu’un ours.” Wikipedia
Piero di Sagra/Pierre de la Sagra
Bretone +1380 circa
URL: https://condottieridiventura.it/piero-di-sagra-bretone/
Prende parte in Italia alla guerra degli Otto Santi. Nel luglio 1378, con Silvestro di Budes guida ad Anagni 2000 cavalli bretoni e guasconi per l’antipapa Clemente VII; cavalca verso Roma e sconfigge gli abitanti nei pressi del Ponte Salario; si sposta a Fondi. Nell’aprile 1379 prende parte alla battaglia di Marino contro la Compagnia di San Giorgio comandata da Alberico da Barbiano. Al comando del terzo squadrone attacca l’ala destra degli avversari alla cui testa si trova Galeazzo Pepoli. E’ catturato con Louis de Montjoie e Bernardo della Sala. Condotto a Roma, viene liberato in breve tempo. Di seguito è segnalato militare a favore del comune di Orvieto contro ai danni di quello di Perugia e per i pontifici di Roma contro le milizie dell’antipapa.
Brigante
Bretone. +1390 circa
URL: https://condottieridiventura.it/brigante-1/
Nel 1380 si trova nel trevigiano allo scopo di combattere per i veneziani contro i carraresi. Nel febbraio 1381 si ribella alla Serenissima per il ritardo delle paghe e si allontana con il Boino e 1018 cavalli; promette di non aiutare i nemici di Venezia per quattro anni, pena 1000 ducati di cui si fanno garanti Niccolò Donati e Betto Biffoli. Per strada assale Traverso da Monfumo mentre trasporta frumento a Treviso. A marzo raggiunge Bologna con 1200 cavalli, passa agli stipendi di Astorre Manfredi e dei bolognesi contro gli Ordelaffi; rimane alla guardia di Bologna con 60 lance. I veneziani lo segnalano nel frattempo a Bernabò Visconti come traditore. Nel 1388 si trova in Campania al servizio dell’antipapa Clemente VII; abbandona il campo con Pietro della Corona e Martino Polsort per dissapori con il capitano generale Luigi di Montjoie. Ritornato agli ordini di quest’ultimo, nel 1389 prende parte alla difesa di Napoli. Contatta i fiorentini per passare ai loro stipendi. Muore nel 1390. Il cronista lo definisce, con Pietro della Corona e Martino Polsort, “famosi caporali di armigeri.”
Giovanni Jovon/Jean Yrion
Bretone. +1390 circa
URL: https://condottieridiventura.it/giovanni-jovon/
Nel gennaio 1380, con l’incarico di maresciallo, milita nella compagnia di Brigante per i veneziani contro i cararresi di Padova. A febbraio, a causa del ritardo delle paghe, lascia con il Brigante il campo di Mestre con la promessa di non aiutare gli avversari per quattro anni pena il pagamento di una penale di 1000 ducati. Il mese successivo si ferma a Padova, ove le sue truppe sono rifornite di vettovaglie per alcuni giorni. A marzo si dirige a Bologna, passa agli stipendi di tale comune e del signore di Faenza Astorre Manfredi per affrontare gli Ordelaffi; ad aprile rimane a guardia di Bologna con 60 lance. I veneziani lo segnalano a Bernabò come traditore. Cerca di discolparsi con il signore di Mantova Ludovico Gonzaga: la defezione è avvenuta solo per le strettezze economiche del campo veneziano. Di seguito milita nella compagnia di Giovanni Acuto. Nell’ottobre 1380 è segnalato ad Isola Romanesca per la stipula di una convenzione tra l’Acuto, altri condottieri ed i fiorentini. Nel marzo 1389 sitrova a Napoli, al soldo dell’antipapa Clemente VIi, impegnato nel conflitto con l’erede del re di Napoli Carlo di Durazzo, il novenne Ladislao d’Angiò. E’ in questa occasione che viene avvicinato dai fiorentini per passare ai loro stipendia. Muore intorno al 1390.
Bernardo della Serra/Bernardone de Serres
Guascone, nato nella diocesi di Aire presso Saint-Sever. Figlio naturale di Bernardo della Sala. Sposa la nobile umbra, Romana di Baschi. 1359 circa – 1412 (aprile)
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Signore di Tuscania, Malancène, Mollans e Noves. Giunge in Italia nel 1375 con il padre. Gli inizi della sua carriera sono simili a quelli di altri condottieri bretoni o guasconi presenti allora nella penisola. Nel 1379 si dirige verso Roma saccheggiando le località fedeli a Urbano VI lungo la marcia. Nel 1385 difende la Provenza per conto dell’antipapa Clemente VII. Nel 1387 milita con il padre Bernardo della Sala al servizio di Francesco di Vico; quando Orvieto, località controllata dal signore di Viterbo si solleva a favore dei pontifici, abbandona la città con sei soli compagni. Nell’aprile 1392, con Nicola Farnese, si impadronisce di Bolsena; assale Corbara con 170 cavalli e 150 fanti incendiandone il borgo; conquista e brucia il castello di Ripa. Nel settembre 1394 viene infeudato dall’antipapa di Malancène. Il punto di svolta avviene nell’agosto 1396 allorchè i fiorentini gli offrono il capitanato generale delle loro truppe con una condotta di 200 lance e 200 arcieri. Mantiene tale incarico fino al 1398, che gli sarà riproposto nel 1401. Ha modo di contrastare in Toscana i viscontei comandati da Alberico da Barbiano. Vi sono disordini nel suo campo perché condottieri come Bartolomeo Boccanera sfidano ripetutamente la sua autorità e non rispettano gli ordini ricevuti. Bernardo della Serra decide di porre fine a questa situazione: approfitta di un giorno in cui il capitano renitente ai suoi ordini va a visitarlo con una scorta limitata, lo fa catturare e decapitare con il pretesto di ristabilire la disciplina. Sorgono subito disordine negli accampamenti fiorentini perché condottieri come Paolo Orsini e Giovanni Colonna non accettano il principio che un capitano generale abbia il diritto di morte sui suoi sottoposti. La Signoria gli dà ragione. Il della Serra riprende l’offensiva ed in breve costringe i rivali a ritirarsi nel senese. Nell’ottobre 1401 rinnova la sua condotta con i fiorentini. E’ inviato in soccorso del signore di Bologna Giovanni Bentivoglio sempre per fare fronte ai viscontei. Nel maggio 1402 è costretto dai suoi committenti (le spese per mantenere in attività le truppe sono pesanti) a cercare la battaglia campale con gli avversari. Lo scontro avviene a giugno a Casalecchio di Reno. E’ completamente disfatto e catturato dai nemici nelle cui file militano condottieri come il Barbiano, Francesco Gonzaga, Facino Cane, Jacopo dal Verme, Ottobono Terzi e Pandolfo Malatesta. Viene accusato dai fiorentini di avere scelto una posizione debole per lo schieramento offensivo. Liberato, nel gennaio 1404 rientra in Francia. Passa al servizio del duca Luigi d’Orleans in lotta con il duca di Borgogna. Gli viene conferito l’incarico di governatore d’Asti. Nel maggio 1409 il duca d’Orleans viene assassinato da alcuni sicari; il ruolo del della Serra è ridimensionato e presto deve cedere la sua carica a Luois de Montjoie. Muore nell’aprile del 1412 in uno scontro con le truppe del duca di Borgogna nei pressi di Villefranche, nel Beaujolais. La sua figura è trattata in modo particolare nel volume di F. Bargigia-A.A. Settia “La guerra nel Medioevo” in cui sono evidenziate le sue doti di condottiero, non sempre apprezzate dagli storici di ieri e di oggi “Secondo la storiografia ottocentesca italiana (Ricotti, 1884) egli fu soltanto uno degli ultimi (e non dei più celebri) capitani stranieri attivi nella penisola prima che, con il Barbiano, si imponessero le compagnie di italiani. La sottovalutazione di Ercole Ricotti contrasta con l’apprezzamento di Durrieu, la cui biografia di Serres (pure qua e là encomiastica) resta tuttora imprenscindibile; la storia francese vide in lui un abile e valente guerriero che, attraverso il mestiere delle armi, seppe riscattarsi dal ristretto ruolo di semplice avventuriero cui pareva destinato. Anche Michael E. Mallett ne limita sbrigativamente la carriera con un “non particolarmente brillante”,.. forse a torto (perché) Serres fu personaggio all’epoca sua non irrilevante, esponente non trascurabile di un periodo di transizione della storia militare italiana.” Bargigia
Giannetto di Magnamonte
Bretone. +1425 circa
URL: https://condottieridiventura.it/giannetto-di-magnamonte-francese/
Cancelliere della Compagnia dei Bretoni di Bernardo della Sala. Nel giugno 1391 allorché il suo capitano lascia la Toscana per rientrare in Francia, assume il comando dei resti della Compagnia dei Bretoni. Nel 1392 si rifugia a Soriano nel Cimino, da dove compie continue scorrerie nel viterbese e nel senese. Negli anni seguenti opera nell’Italia centrale con un nucleo residuale della compagnia trattando di volta in volta con i poteri locali. È la storia della sopravvivenza dell’elemento bretone dopo la partenza dei grandi capitani: una presenza sempre più marginale che si estingue lentamente nei primi anni del Quattrocento. Si trasferisce Firenze ove investe il suo denaro frutto di tante devastazioni. Colto da improvvisi rovesci finanziari, cade in povertà. Muore in tale città, ricoverato nell’ospedale dei poveri, l’Ospedale Maggiore.
Jean Dudain/Giovanni Francese
+1410 circa.
URL: https://condottieridiventura.it/giovanni-dudain/
Nel 1391 segue in Piemonte Giovanni d’Armagnac, assoldato dai fiorentini contro i viscontei. Con la sconfitta di Alessandria ad opera di Jacopo dal Verme, forma una propria compagnia e si dà alle rapine nelle terre di Savoia, Monferrato e Savoia-Acaia. Nel settembre-novembre 1394 segue Enguerrand de Coucy alla conquista di Savona. Nel 1397 con Bertolino da Verona devasta le terre dei conti di Savoia-Acaia; viene catturato e scacciato. Nel 1398 invade Chieri per vendicare l’impiccagione di un compagno; si accontenta del furto di due buoi. Nel novembre 1399 scorre nel cuneese. Nell’agosto 1400 viene messo in fuga, sempre a Cuneo, con gravi perdite; le sue bandiere vengono appese in una cappella cittadina. Il suo caso è un caso di mercenariato ridotto alla scala del brigantaggio. Uno storico di cui abbiamo perduto il nome lo definisce “Carattere fiero e tenace, simpatico nella sua burbanza francese e nei suoi comportamenti briganteschi.”
Louis de Montjoie
Di Ginevra. Appartiene ad una delle più antiche famiglie dell’Alsazia, i Froberg. Montjoie è la traduzione in francese delle parole tedesche: “berg” e “fro”. Nipote del cardinale Roberto di Ginevra (l’antipapa Clemente VII). Signore di Caselle. +1415 circa
URL: https://condottieridiventura.it/luigi-di-montjoie-signore-di-caselle/
E’ presente in Italia nel luglio 1376 al seguito dello zio, il cardinale legato che ha l’incarico di combattere i fiorentini nella guerra degli Otto Santi; nel febbraio 1377 è presente alla strage di Cesena. Con la salita al soglio pontificio di Avignone da parte congiunto, la sua carriera conosce una rapida carriera. Nel 1378 gli è conferito il titolo di maresciallo. Affronta le truppe pontificie del papa di Roma Urbano VI ed è sconfitto e fatto prigioniero da Alberico da Barbiano nella battaglia di Marino (aprile 1379). Liberato, ritorna in Francia. Entra nelle grazie del pretendente al regno di Napoli Luigi I d’Angiò in lotta contro il re Carlo di Durazzo. Nell’agosto 1382 è nuovamente sconfitto e fatto prigioniero dal Barbiano. E’ di nuovo in Francia. Nell’ottobre 1387 interviene una seconda volta in Italia. Ha l’avallo anche dello zio antipapa; il suo ruolo nella campagna aumenta considerevolmente. Si fa nominare viceré e capitano generale al posto di Tommaso da San Severino e di Ottone di Brunswick, che lottano da tempo in Campania contro gli eredi del Durazzo. I due condottieri, sdegnati per il suo comportamento, abbandonano la difesa di Napoli: il primo rientra nei suoi possedimenti in Basilicata; il secondo, sempre più disgustato, passa addirittura a militare nel campo avverso. E’ questa, infatti, la nota caratteristica del Montjoie. Da un lato “abilissimo uomo di guerra” (Cutolo) e dall’altro “superbo molto..Gli animi di tutti disgustava” Giorgio Petrone “Della storia di Bari”. Il resto è la storia di un condottiero sempre in cattivi rapporti con le autorità ed i capitani locali. E’ costretto a rientrare in Francia allorché Luigi II d’Angiò ritenta l’impresa di Napoli affidando i pieni poteri al cardinale di Santa Susanna. Richiamato il prelato nel paese transalpino, il Montjoie fa ritorno a Napoli: sono ora le autorità cittadine a non accettare la sua presenza. Di nuovo in Provenza; ottiene nuovamente l’incarico di viceré; si scontra più volte con successo con gli avversari, finché nel maggio 1386 è costretto dai San Severino a lasciare definitivamente il regno di Napoli. Passa al servizio prima del duca di Milano Gian galeazzo Visconti e poi del re di Francia Carlo VII. Forte dei suoi buoni rapporti con la corte reale, nel 1409 è nominato, dal nuovo duca di Lorena Carlo, governatore di Asti al posto di Bernardo della Serra. Da questo momento se ne perdono le tracce. Muore intorno al 1415.
Rinaldo di Provenza
+1435 circa
URL: https://condottieridiventura.it/rinaldo-di-provenza/
Nel luglio 1416 milita nelle compagnie di Braccio di Montone alla battaglia di Sant’Egidio. Nel settembre 1423, con 36 cavalli, passa agli stipendi dei fiorentini: è segnalata la sua presenza a Cesena contro i viscontei. A novembre si trova a Forlì al comando della compagnia di Jacopo Orsini, ammalatosi nel frattempo. Nel 1424 risulta sempre al servizio del comune fiorentino. Ricordato da Lorenzo Spirito in “L’altro Marte”, poema dedicato alle gesta dei capitani di ventura.
Matteo di Provenza
+1425 circa
URL: https://condottieridiventura.it/matteo-di-provenza/
Milita nelle compagnie del signore di Perugia Braccio di Montone. Nel settembre 1419 è a Todi con 2000 cavalli; ad ottobre fa accendere falò di gioia sulle mura per ingannare Muzio Attendolo Sforza con la falsa notizia della conquista di Assisi da parte di Braccio. Nell’autunno 1423 è segnalato al comando di 300 cavalli agli stipendi del re d’Aragona. Prende parte alla battaglia di L’Aquila dove ha il comando dell’undicesima schiera. Affianca Niccolò Piccinino nel tentativo di respingere gli abitanti della città assediata ad unirsi con le truppe di Jacopo Caldora. Anch’egli ricordato da Lorenzo Spirito in “L’altro Marte”.
Bernardo di Provenza
+1430 circa
URL: https://condottieridiventura.it/bernardo-di-provenza/
Nel dicembre 1416 milita al servizio del duca di Filippo Maria Visconti. Combatte i Colleoni assediati nel loro castello di Trezzo sull’Adda. Dirige il fuoco dell’artiglieria, costituita da quattro mangani e da altri piccoli pezzi. Ogni pezzo lancia pietre del peso di 500 libbre. Più tardi passa agli stipendi dei veneziani: nel marzo 1426, ha il comando di 115 lance alla cui testa contrasta i viscontei agli ordini del Carmagnola. Nel 1427 continua a miltare per la Serenissima ai danni del ducato milanese.
Giannotto Francese
(Guerriero, Zanotto, Giannotto di San Martino) Capitano di fanti guasconi. + 1503
URL: https://condottieridiventura.it/giannotto-francese/
Nel settembre 1495, alla guardia di Pisa con 700 fanti per conto dei francesi, impedisce ai fiorentini di Paolo Vitelli di impadronirsi della città. Arrestato dai fiorentini per una truffa perpetrata durante il passaggio di Carlo VIII verso il regno di Napoli, viene rinchiuso nelle Stinche; rilasciato con scuse, si ricollega con l’esercito francese. Nel dicembre 1496 si trova a Pisa al servizio dei pisani contro Firenze. I suoi uomini vengono a contesa con quelli di Gaspare da San Severino; i pisani gli danno ragione ed il San Severino è costretto ad abbandonare la città. Di seguito milita al servizio della signora di Forlì Caterina Sforza, per i pontifici di Cesare Borgia ed ancora per i francesi nel regno di Napoli contro gli spagnoli. Muore nel 1503 in combattimento. Il cardinale Pietro Bembo nella sua “Historia Veneta” lo elogia per il suo valore “Per la sua virtù era Gran Guerriero nomato.”
Zuchero/Jacques de Sucre (Cuchero)
Borgognone. Signore di Bellaing. Capitano di cavalli leggeri. Sposa Antoinette d’Escalbes. +1545
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Milita per gli imperiali contro i veneziani dal 1509 al 1517. Nell’autunno del 1509 con Pietro Baiardo (Pierre de Terrail de Bayard, detto “il cavaliere senza macchia e senza paura”) ed il Conty coglie in imboscata ad Isola della Scala Giampaolo Manfrone con 2000 fanti e 200 uomini d’arme: 60 prigionieri vengono condotti a Verona. Nel maggio 1511, sempre contro le truppe della Serenissima, è segnalato alla difesa di Verona alla testa di 100 cavalli leggeri. Nel maggio 1513 esce dalla medesima città con Nicola della Torre per scorrere lungo le sponde del lago di Garda; a giugno è notato sempre alla guardia di Verona allorchè la città scaligera viene investita da Bartolomeo d’Alviano. Più differenziate sono le condotte dal 1517 in poi. Inizia affiancando Francesco Maria della Rovere nel suo tentativo di recuperare il ducato di Urbino, salvo a defezionare in breve tempo nel campo avverario, quello dei pontifici. Nel 1521 combatte per i fiorentini contro francesi e veneziani; dal 1523 al 1530 per gli imperiali ai danni dei francesi e dei fiorentini; sulla fine del 1531 è inviato dai pontifici in Svizzera in soccorso dei cantoni cattolici in difficoltà di fronte agli avversari di fede protestante; nel 1532 affronta gli ottomani e, successivamente, i francesi sempre per conto degli imperiali. La durata eccezionale della sua carriera italiana lo rende uno dei personaggi più longevi dell’intero elenco. Mambrino Roseo nel suo “Compendio dell’historia del regno di Napoli” lo qualifica come “valoroso Capitano di cavalli Tedesco.”
Leonardo Remulo /Leonardo Roncello)
Il cognome è italianizzato. Guascone. +1540 circa
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Opera prevalentemente al servizio di Venezia nella prima metà del Cinquecento. Nell’ottobre 1516, alla testa di 350 fanti affronta gli imperiali, è presente all’assedio di Verona. In tale occasione rappresenta i suoi commilitoni nelle proteste per il ritardo delle paghe di fronte alle autorità militari della Serenissima (il provveditore generale Andrea Gritti). Di seguito milita per i francesi avendo come avversari sempre gli imperiali. Nel novembre 1524 gli è riconosciuto il comando di 400 fanti. Nel febbraio 1525 prende parte alla battaglia di Mirabello/Pavia. Nel novembre-dicembre 1526 lascia la Francia per raggiungere il campo veneziano; si incontra con provveditore generale Alvise Pisani per verificare il saldo delle spettanze destnati ai fanti grigioni e svizzeri agli stipendi della Serenissima. Nel 1528 affianca il Lautrec nel suo tentativo di impadronirsi del regno di Napoli e nel 1529 è segnalato alla difesa di Barletta agli ordini di Renzo di Ceri. Muore intorno al 1540.
I capitani corsi nelle Guerre d’Italia (1445-1567)
La presenza corsa nel panorama del mercenariato italiano è un fenomeno quasi interamente cinquecentesco. I capitani corsi arrivano in Italia come connestabili di fanti, non come cavalieri feudali: sono uomini di una Corsica allora nominalmente genovese e militarmente agguerrita, che trovano nel mestiere delle armi l’unica via di ascesa sociale disponibile. Il soprannome collettivo “Corso”, con cui vengono identificati nelle fonti, riflette l’origine insulare; non è un cognome di famiglia ma un’etichetta geografica.
Il più antico di tutti è Leonetto Corso, attivo dal 1445, che precede di quasi due generazioni il grande afflusso cinquecentesco. Restorello Corso, attivo dal 1450 per gli Sforza e premiato con la cittadinanza di Lodi nel 1456, è il primo a stabilire una presenza stabile e radicata nell’Italia settentrionale. La piena fioritura arriva con le guerre d’Italia: Pietro Corso, Piero Corso, Vincenzo Corso, Carlo Corso, Paolo Corso, Mariano Corso, Gigante Corso e Pasquino Corso operano tutti nel contesto delle campagne veneziane degli anni 1509-1515 e poi nelle campagne lombarde e toscane degli anni 1520-1530.
Due sono i punti di convergenza biografica di quasi tutti i capitani corsi della prima generazione cinquecentesca: da un lato Renzo di Ceri “buon capitano, esperto di fanterie, energico, baldanzoso, non seppe però contribuire efficacemente, come sulle prime aveva lasciato sperare, alla creazione di una valida fanteria italiana” Piero Pieri (Il Rinascimento e la criisi militare italiana) e dall’altro Giovanni dei Medici, alias Giovanni delle Bande Nere, detto anche il Gran Diavolo dove le sue compagnie di fanti rappresentano “la migliore e più reputata fanteria e la più temuta..era anche la più insolente e la più rapace e fastidiosa” Ercole Ricotti (Storia delle compagnie dei ventura in Italia).
Leonetto Corso
+1460 virca
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Nel 1445 milita inizialmente per i pontifici contro Francesco Sforza nelle Marche; a giugno defeziona nel campo sforzesco. Nel 1453 è al servizio del re di Napoli: preposto alla difesa di Facciano (nei pressi di Bagno di Romagna), le mura vengono battute da una grossa bombarda gestita dagli uomini di Astorre Manfredi; a fine agosto si arrende a patti dopo aver resistito senza soccorsi per quindici giorni. Nel dicembre 1454 è al servizio di Siena contro il conte di Pitigliano Aldobrandino Orsini: partecipa al lungo assedio di Sorano alla testa di 1000 fanti collocati nell’ala sinistra dello schieramento; un attacco improvviso degli assediati mette in rotta i suoi uomini. Nel 1455 insegue il capitano generale del proprio esercito, Sigismondo Pandolfo Malatesta, perché sospettato di tradimento. Il signore di Rimini viene sorpreso a Gioncarico ed è costretto a lasciare tre compagnie di fanti nelle mani dei suoi uomini. Dopo pochi mesi è Leonetto Corso ad essere avvicinato da Silvestro da Lucino, allo scopo di militare nella compagnia di ventura di Jacopo Piccinino con la quale mettere a sacco il senese. Nel 1457 passa agli stipendi di Everso dell’Anguillara. Opera principalmente in Toscana, Marche e Lazio. “Soldato di sommo valore”, il commento a suo riguardo da parte di un cronista contemporaneo.
Andrea Corso
+1479 (settembre)
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Le prime notizie al suo riguardo risalgono all’estate del 1439 quando, agli stipendi dei pontifici contro i Visconti, assedia in Sansepolcro Francesco Piccinino. Di seguito, milita per i fiorentini nel 1441, per il signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta nel 1442. Entra in Longiano con 300 fanti; ne esce per una sortita con gli abitanti ed assale il campo pontificio del Piccinino. Ricco bottino per gli abitanti sche svuotano le tende dei soldati nemici del loro contenuto. Nel 1443 è inizialmente in Umbria al fianco di Francesco Sforza; presto, a giugno, diserta nel campo pontificio quando gli viene proposta una condotta maggiore rispetto a quella attualmente goduta. Nello stesso anno è segnalato in Corsica; sbarca con i suoi uomini nell’isola ed ottiene con facilità Corte. Segue riconoscimento del potere dello stato della Chiesa in quella regione. Gli anni vedono sempre il suo vagare da uno stato all’altro: i fiorentini nel 1449, i pontifici dal 1454 al 1461, i veneziani agli ordini di Carlo di Montone. E’ al servizio di Firenze nella guerra che sconvolge la Toscana nel 1478. Alla morte di Carlo di Montone diserta nel campo avversario, il pontificio, dietro l’offerta di una provvigione annua di 6000 ducati in tempo di guerra e di 4000 in tempo di pace. Nel settembre dell’anno seguente è assediato dai fiorentini a San Martino Delfico. Catturato, è fatto impiccare da Bernardino di Montone in quanto sospettato di avere fatto avvelenare il padre l’anno precedente. Stringato è l’unico giudizio trovato nei suoi confronti “Valente conestabile” Gaspare Broglio, nella sua “Cronaca malatestiana”.
Restorello Corso (Astorello Corso)
+1480 circa
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E’ il primo capitano corso a stabilire la prima presenza stanziale nell’Italia settentrionale. Dal 1450 milita al servizio di Francesco Sforza; i suoi fanti sono acquartierati nel lodigiano. Nel 1452 affronta i veneziani sempre agli stipendi del duca di Milano. Nel marzo 1454 difende senza esito Travagliato dagli attacchi di Jacopo Piccinino. Nel 1455 ottiene dallo Sforza una tratta gratuita per trasportare biade ai terreni che ha preso in affitto a Crespatica, tra Lodi e Crema, dove si è insediato con i propri fanti: è uno dei rarissimi casi di un condottiero straniero che mette radici nel territorio di cui è ospite militare. Nel 1456 lo Sforza ordina alle autorità di Lodi di concedergli la cittadinanza. Nel giugno-luglio 1467 combatte in Piemonte contro le truppe di Filippo di Bresse; viene inviato a Novara. Nel giugno 1472 partecipa alla spedizione sforzesca ai danni di Volterra comandata da Federico da Montefeltro, al comando di 1000 provvigionati e di numerosi schioppettieri; la città viene messa orrendamente a sacco. Dal 1473 al 1476 è in più riprese alla guardia di Genova con 100 fanti per conto degli Sforza; nel 1474 riconquista la rocca di San Francesco ad Albaro durante i disordini seguiti all’arresto di Prospero Adorno. Muore nel 1480. Opera in Lombardia, Piemonte, Toscana e Liguria.
Pierandrea Corso (Pietro Andrea Gentile)
Padre di Girolamo Corso. +1490 circa
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Nel novembre 1482 combatte per il signore di Bologna Giovanni Bentivoglio nella guerra di Ferrara contro i veneziani: è segnalato con 200 provvigionati alla volta di Castrocaro Terme in soccorso degli alleati estensi, indi a Malalbergo con 150 fanti e, da ultimo, alla difesa di Massa Fiscaglia. Nel gennaio 1483 viene catturato dai veneziani in un assalto notturno di Vittore Soranzo alla testa di 2000 fanti: i veneziani gli chiedono di passare ai loro stipendi. Rifiuta e verrà liberato solo nella primavera del 1484 su pressione del doge di Genova Battistino Fregoso. Trasferitosi agli stipendi dei fiorentini nel 1486, è inviato con Pasquale d’Arezzo (500 fanti e balestrieri a cavallo) in soccorso di Niccolò Orsini, bloccato a Pitigliano dai pontifici di Roberto da San Severino. Nel 1487, sempre per conto dei fiorentini, prende parte alla guerra di Sarzana ai danni dei genovesi. E’ ricordato in un verso di un’ottava di “Guerre in ottava rima”, intitolata la guerra di Sarzana: “Et messer Pierandrea ancor vi venne/che si può dir un paladino.” Opera in Emilia, Romagna, Toscana e Liguria.
Pietro Corso
+1509 (dicembre)
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Nel dicembre 1480, al servizio dei genovesi, è segnalato a Pietrasanta alla testa di 600 fanti. Nel 1509, al soldo dei veneziani affronta le truppe della Lega di Cambrai: è al campo di Pontevico con 250 fanti inquadrato nella colonna di Antonio Pio; ha anche il comando delle ordinanze trevigiane (1200 uomini). A luglio entra in Serravalle con 400 fanti; con Giovanni Brandolini si porta inizialmente a Belluno, che presto deve abbandonare a causa della pressione degli avversari. Ad agosto, si trova alla difesa di Padova di presidio nella Porta Codalunga. inquadrato nel colonnello di Zitolo da Perugia. A novembre lascia Padova con 500 fanti per contrastare gli estensi: dà alle fiamme Crespino, Pontecchio Polesine e Guardizola; respinge un attacco del cardinale Ippolito d’Este. A dicembre è sorpreso di notte ad un bastione di fronte a Ferrara dall’assalto degli abitanti, anche la flotta veneziana viene annientata a Polesella: viene probabilmente ucciso dai galeotti (schiavoni) al servizio della Serenissima, mentre sta trattando la resa a patti con il marchese di Ferrara Alfonso d’Este. La causa della sua morte è l’avere escluso dai termini della capitolazione, per i loro eccessi a terra, i rematori delle galee (i cosiddetti galeotti, per lo più schiavoni, originari della Dalmazia). Come giusticazione del suo omicidio si vocifera della possibilità di un suo tradimento e di 4000 ducati ricevuti nelle trattattive di resa da parte degli avversari. Il cronista Cordo lo chiama “in arme un paladino.” Opera in Toscana, Lombardia e Veneto.
Piero Corso (Pereto Corso)
+1511 (maggio)
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Altra lunga carriera che lo vede protagonista delle guerre in Italia per quasi trent’anni, dal 1488 al 1511. Nel 1488 con 200 fanti e 50 cavalli saccheggia Gavinana nel pistoiese per i fiorentini contro i fuoriusciti locali fautori dei Panciatichi. Nel 1494 con 700 fanti affianca gli aragonesi sbarcati in Liguria per assalire Genova; sconfitto nella battaglia di Vallecristi/Rapallo, viene fatto prigioniero; è liberato rapidamente; ad ottobre si reca in Corsica per arruolare fanti per conto degli aragonesi. Nel 1495, agli ordini di Guglielmo di Villeneuve, difende Trani (è al soldo dei francesi) contro veneziani e aragonesi; abbandona le file dei transalpini con 31 soldati. Agli stipendi di Milano poi, rimane alla guardia del Castello Sforzesco allorché il duca Ludovico Sforza è costretto a fuggire dal milanese (1499). Nel 1500 passa a militare per i francesi e tenta di fare ribellare Piacenza agli sforzeschi; dopo la sconfitta dei milanesi a Novara offre i propri servizi al marchese Francesco Gonzaga ed all’imperatore Massimiliano d’Austria, senza esito; passa agli stipendi del signore di Bologna Giovanni Bentivoglio, città minacciata dai pontifici di Cesare Borgia. Nel 1508, con 500 fanti a 300 ducati di provvigione annua, agli ordini di Bartolomeo d’Alviano, sconfigge gli imperiali a Tai di Cadore; conquista Pieve di Cadore; tocca Riva del Garda, Verona, Postumia; è alla cerimonia in cui vengono consegnate le insegne di governatore generale all’Alviano. Nel 1509 partecipa alla battaglia di Agnadello. E’ indi segnalato alla difesa di Padova. Nel maggio 1510 combatte al servizio dei francesi contro veneziani e pontifici. nel 1511 segue un ultimo cambio di casacca: è la volta dei pontifici ad averlo nelle proprie file per contrastare le milizie francesi. Rimane ucciso in combattimento nel maggio dello stesso anno in uno scontro che avviene sul fiume Secchia: muore per un verrettone (colpo di balestra) che lo percuote alla testa. Ricordato come “valentissimo” dal Sanudo; “Pereto corso di guerra avidissimo:/Qual è di torvo aspecto & aspro ciglio” Cordo, infine dal poeta rinascimentale Niccolò degli Agostini “d’animoso core/che non suol del nemico haver pietà.” Opera in Toscana, Liguria, Francia (Corsica), Puglia, Piemonte, Lombardia, Emilia, Veneto, Trentino, Friuli, Slovenia, Romagna.
Piero Corso
+1514 (novembre)
URL: https://condottieridiventura.it/piero-corso-connestabile/
Milita per i veneziani dal 1510 al 1514. Nel luglio 1510 ha il comando di 100 fanti. Nel settembre 1511 con i balestrieri di Giano Fregoso e di Guido Rangoni si muove verso Cologna Veneta; nella spedizione sono catturati numerosi uomini d’arme francesi. A novembre viene licenziato dal provveditore Andrea Gritti per avere dichiarato in più rassegne un numero di uomini ai suoi ordini superiore al reale. Riassunto nel gennaio dell’anno seguente, nel febbraio 1512 è segnalato con Damiano di Tarsia alla difesa di Motta di Livenza: è respinto un primo assalto degli imperiali. Allorché i nemici si avvicinano alle mura con molti pezzi di artiglieria, abbandona di notte la località e per fiume raggiunge Venezia. Nel luglio 1514 affianca Antonio da Castello alla conquista di Este: scala le mura, sono uccisi molti spagnoli: 250 cavalcature, 10 buoi, panni d’oro e seta per 10.000 ducati fanno parte del bbottino. Nel novembre 1514 viene fatto impiccare da Bartolomeo d’Alviano perché sospettato di tradimento con un altro capitano: i due sono scoperti attraverso la decrittazione di alcune lettere cifrate degli spagnoli cadute nelle mani dei veneziani. Opera nel solo Veneto
Girolamo Corso
Figlio di Pierandrea Corso. +1525 circa
URL: https://condottieridiventura.it/girolamo-corso-corso/
Nel 1498, preposto con 50 provvigionati alla guardia del bastione di Ripafratta, combatte i fiorentini a favore dei pisani. Nel 1505 milita, viceversa, per i fiorentini ai danni dei pisani; ad agosto, con Martinello Corso viene inviato a Campiglia Marittima per fare disertare 100-150 fanti corsi dalla compagnia di ventura di Bartolomeo d’Alviano, che sta scorrendo la Toscana per rimettere in Firenze la signoria di Piero dei Medici. E’ inviato successivamente in soccorso del signore di Piombino Jacopo d’Appiano. Nel 1513 fa parte dell’esercito della Serenissima: assediato in Padova, con altri dieci capitani sfida a duello undici spagnoli. Luogo dello scontro dovrebbe trovarsi, secondo i patti, nelle vicinanze della chiesa di Santa Sofia: i tedeschi non si presentano all’appuntamento. Nel 1515 si trova a Firenze con Lorenzo dei Medici; ha il comando di 40 lance spezzate di Orsino Orsini. Nel 1517 milita nelle Marche con Giovanni dei Medici contro Francesco Maria della Rovere, teso alla riconquista del ducato di Urbino. Nel 1519 affianca a Roma il Medici in una rissa con gli uomini di Camillo Orsini: con Marcantonio Corso e 20 fanti assale i partigiani degli Orsini al Ponte di Castel Sant’Angelo ed entra nel castello; nell’azione viene ucciso il capitano avversario Brancaccio. Nel 1520 nelle Marche, nella battaglia di Falerone ferisce mortalmente Ludovico Euffreducci con un colpo di picca dal collo a metà spalla. Nel novembre 1521 attraversa l’Adda con Giovanni dei Medici; sconfigge i francesi a Vaprio d’Adda; pochi giorni dopo si rende colpevole di un reato gravissimo e viene condannato all’impiccagione: viene graziato da Prospero Colonna su intervento di Giovanni dalle Bande Nere. Muore intorno al 1525. Opera in Toscana, Veneto, Marche, Lazio e Lombardia.
Tristano Corso
+1524
URL: https://condottieridiventura.it/tristano-corso/
Nel 1503, al servizio degli spagnoli, alla guardia di Roccaguglielma: assediato dagli avversari viene fatto prigioniero dai francesi. Da tale data sembra scomparire dalla storia militare dei corsi, finché se ne ritrovano le tracce nel 1514 allorchè è segnalato al soldo della Serenissima contro gli spagnoli e gli sforzeschi. In tale campagna affianca Renzo di Ceri alla difesa di Crema. Nel giugno 1515 si distingue alla difesa di Padova. Nel 1516 milita agli stipendi dei pontifici nelle compagnie di Giovanni dei Medici; spalleggia tale condottiero nel Lazio e nelle Marche. Altro intervallo temporale e ricompare nel 1523 agli stipendi degli spagnoli. Nella stessa estate segue il Medici nella sua defezione dal campo spagnolo a quello francese. Muore in combattimento nel 1524. Opera nel Lazio, Lombardia, Friuli, Veneto, Marche, Emilia.
Vincenzo Corso
(Vinciguerra Corso) Fratello di Francesco e di Battistino Corso. +1526 (settembre)
URL: https://condottieridiventura.it/vincenzo-corso/
Nel 1509 è ingaggiato dai veneziani, a Roma, con 100 fanti corsi. Di stanza prima a Ravenna e poi a Pontevico, a maggio gli è aumentata la compagnia a 400 fanti. Prende parte alla battaglia di Agnadello, inserito nella terza colonna agli ordini di Antonio Pio. Il non intervento di tali armati a sostegno dell’azione di Bartolomeo d’Alviano provoca la disfatta dei veneziani. Nel 1510 è di stanza nel Polesine; è segnalato pure alla difesa di Cavarzere e di Rovigo. Viene trasferito, secondo le diverse fasi del conflitto, alla guardia di Monselice, Padova, nuovamente di Rovigo. Nel 1511 combatte nel veronese; a luglio è presente alla difesa di Treviso. Catturato e liberato dai francesi, dietro la promessa del pagamento di una taglia, ha modo, con i suoi movimenti di andata e di ritorno dai due accampamenti, di informare i veneziani sui movimenti dell’esercito avversario. Nel 1512 è di presidio a Brescia. Mancano sue notizie da questo periodo fino al 1526 allorché rientra nei ranghi dell’esercito della Serenissima per affrontare gli imperiali. Rimane ucciso nel settembre di tale anno in una sortita portata dai difensori di Cremona alle trincee di cui è preposto alla sorveglianza. Per la sua morte i veneziani promettono ai figli una condotta al momento in cui raggiungano l’età della leva, ed a ciascuna delle figlie un vitalizio di 400 ducati l’anno. “Molto valoroso”, lo giudica il Sanudo. Opera nel Lazio, in Romagna, Lombardia, Veneto, Friuli, ed Emilia.
Carlo Corso (Carlo della Rocca)
+1520 circa
URL: https://condottieridiventura.it/carlo-corso/
Lunghissima presenza agli stipendi dei veneziani in Veneto ed in Friuli dal 1509 al 1514. Nel 1509 è segnalato al campo di Pontevico alla testa di 400 fanti. A giugno entra in Belluno con Alessandro Greco; a luglio è costretto ad abbandonare tale località perché gli abitanti aprono le porte agli imperiali. Nel 1510 ritorna a Belluno; i suoi uomini si comportano in modo tanto insolente da provocare quasi una rivolta cittadina; seguono sue operazioni a Feltre, Cividale, Treviso. Nel 1511 si trova alla difesa di quest’ultima città con l’incarico di sorvegliare il tratto di mura cha da San Tomaso porta al bastione del Sile; ad ottobre è catturato dai francesi mentre tenta di proteggere il podestà Andrea Donato. Liberato, a dicembre affianca Renzo di Ceri in una spedizione in Friuli. Nel 1512 si trasferisce in Liguria al servizio di Genova; assedia Capo di Faro; viene catturato nei pressi del monastero di di San Benigno. Per ottenere la libertà raggiunge un accordo con gli avversari permettendo loro di introdurre a pagamento vettovaglie nella fortezza dove si è asserragliato il presidio francese. Scoperto, viene rinchiuso nel Castelletto; è liberato in pochi giorni grazie a trattative condotte da Giano Fregoso, di cui è probabilmente parente. Nel 1514 ritorna al servizio dei veneziani e si fa notare alla difesa di Crema, sempre agli ordini di Renzo di Ceri. Nel 1515 è constatata la sua presenza a Modena, agli stipendi dei pontifici ed agli ordini di Guido Rangoni. Il cronista degli Agostini così descrive il suo comportamento nella battaglia di Ombriano del 1514: “Carlo corso ne l’armi pregiato/ fa veder quanto è in le battaglie destro/ dando a nemici sopra di quel prato/ colpi che tutti vengon dal maestro.” Anche il Sanudo valuta positivamente la sua condotta definendolo “valente homo e persona da non perdere a sti tempi.” Opera in Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia.
Paolo Corso (Poletto Corso)
+1530 (agosto)
URL: https://condottieridiventura.it/paolo-corso/
Nel 1509, al servizio dei veneziani, è segnalato alla difesa di Padova al comando di 150 fanti inquadrati nel colonnello di Zanone da Colorno. Inizialmente di guardia alla Porta di Ognissanti, affianca, succesivamente, il provveditore Piero Gradenigo alla guardia di Monselice: i francesi sono respinti nei primi assalti finché non riescono a sfondare le mura con l’artiglieria: sono uccisi tutti i difensori ancora in armi. Nel 1514 fronteggia gli spagnoli in Liguria per conto dei francesi: tenta un ardito stratagemma per soccorrere le truppe assediate a Genova nella Lanterna. Entra nel porto fingendo di trasportare frumento, si getta a sinistra sotto i cannoni della fortezza e vi introduce polvere da sparo, proiettili, 200 mine di grano e la carcassa del battello come legname; catturato, l’Houdetot chiede una ricca ricompensa per la sua cattura. Dopo un decennio è segnalato agli stipendi dei fiorentini contro imperiali e pontifici. Nel dicembre 1529, con altri capitani del comune come Tinto da Battifolle, Ercole da Brisighella e Goro da Montebenicchi, affronta gli avversari a San Gimignano ed a Colle di Val d’Elsa; a Volterra i suoi soldati fingono di ribellarsi, si portano sotto uma porta e si impadroniscono della città. Nel 1530 è sempre coinvolto alla difesa di Firenze: a luglio esce da Pisa con 13 insegne di fanti agli ordini di Francesco Ferrucci. Dopo un mese rimane ucciso nella battaglia di Gavinana. Il Cordo ed il Roseo lo definiscono entrambi allo stesso modo “ardito e fiero.” Opera in Veneto, Liguria e Toscana.
Marcantonio Corso
Di Bastia. + 1530 circa
URL: https://condottieridiventura.it/marcantonio-corso-di-bastia/
Nel marzo 1517 si trova nelle Marche agli ordini di Giovanni dei Medici per contrastare il progetto di Francesco Maria della Rovere voglioso di riconquistare il perduto ducato di Urbino. Partecipa alla conquista di Sorbolongo; attaccato da Costantino Boccali, si ritira inseguito dagli stradiotti. Nel marzo 1519, a Roma, affianca sempre Giovanni dei Medici nella sua rissa con gli uomini di Camillo Orsini: con Girolamo Corso e 20 fanti assale i partigiani degli Orsini al Ponte di Castel Sant’Angelo; nell’azione viene ucciso un capitano nemico della famiglia dei Brancaccio. Nel novembre 1521 attraversa l’Adda per i pontifici: i francesi vengono sconfitti a Vaprio d’Adda. Nel dicembre 1524 è segnalato con 350 fanti a Casalmaggiore per la distribuzione delle paghe che avviene il giorno di Natale; la stessa notte disertano più di 100 uomini. Nel novembre 1525, agli stipendi del duca di Milano Francesco II Sforza, viene assediato dagli imperiali nel Castello Sforzesco. Nel novembre 1526, da ultimo, è presente nella battaglia di Governolo nella quale rimane ferito mortalmente il suo comandante di sempre, Giovanni dei Medici. Con Bartolomeo del Monte a Santa Maria e Paolo Luzzasco “Tutti uomini d’arme che Francesi o Spagnoli o principi o repubbliche cercavano aver dalla loro parte perché, se in quei tempi l’Italia era vinta e disprezzata, gl’Italiani valorosi campioni, erano tenuti onorati.” Così Ettore Allodoli nella sua biografia dedicata a Giovanni dalle Bande Nere. Marcantonio Corso opera nelle Marche, nel Lazio, in Lombardia.
Mariano Corso
Figlio di un capitano corso di nome Biancone. + 1529 (settembre)
URL: https://condottieridiventura.it/mariano-corso/
Carriera lunghissima la sua, dal 1484 al 1529. Nel 1484 è all’assedio di Paliano per i pontifici contro i Colonna. Nel 1494 si trova al campo aragonese in Romagna. Nel novembre 1503 a Monopoli per Venezia, sostituisce al comando della compagnia il padre Biancone. Nel 1513 a Treviso ed in Friuli con 102 fanti; ad ottobre prende parte alla battaglia di Creazzo. Nel 1514 è segnalato a Cividale del Friuli con 150 fanti guidati assiieme con Michele Schiaveto; assalito dagli imperiali abbandona la città. A marzo si distingue battaglia di Pordenone ove è presente sempre agli ordini di Bartolomeo d’Alviano: sconfitti gli avversari, la città viene messa a sacco. A giugno assedia Marano Lagunare: è ferito da un sasso durante un assalto al bastione di San Giovanni; il provveditore Girolamo Savorgnano elogia il comportamento da lui tenuto nella circostanza. A luglio viene catturato a Castions con il provveditore Giovanni Vitturi; sono entrambi condotti a Gradisca. Liberato, riprende a combattere nelle file dei veneziani. Nel 1515 intercetta un convoglio in cui, oltre alle vettovaglie, sono intercettati anche 600 ducati destinati alle paghe della guarnigione imperiale di Marano Lagunare; sono catturati 80 schioppettieri boemi. Nel marzo 1518 viene inviato a Cipro con Toso da Bagnocavallo. Nel 1519 a Famagosta si fa sempre più forte l’inimicizia con il Bagnocavallo: entrambi i capitani vengono trasferiti in altre sedi. Sempre a Cipro nelle rassegne del 1521 con 71 fanti, lascia l’isola nel 1526 per affrontare gli imperiali. Preposto alla guardia di Bassano del Grappa, controlla i movimenti dei lanzichenecchi di Giorgio Frundsberg diretti in Lombardia. A dicembre è trasferito anch’egli in tale regione. Di presidio prima a Brescia e nel 1528 a Verona. Muore nel settembre 1529. “Huomo valoroso” per il Sanudo. Opera nel Lazio, in Romagna, Puglia, Veneto, Friuli, Cipro, Lombardia.
Martinello Corso
+1530 circa
URL: https://condottieridiventura.it/martinello-corso/
Nel 1505 milita per i fiorentini contro i pisani; ad agosto si trova a Campiglia Marittima con Girolamo Corso per fare disertare dalla compagnia di Bartolomeo d’Alviano i fanti corsi; è inviato, successivamente, in soccorso del signore di Piombino Jacopo d’Appiano. Nel 1506 è segnalato, sempre agli stipendi di fiorentini, con Diotaiuti da Prato nei pressi di Chiusi e di Castel Focognano. Nel 1510 milita per i francesi nel Veneto; si offre di passare al servizio dei veneziani; staziona nella bassa padovana; contatta nuovamente la Serenissima da Montagnana. Solo dopo un decennio, nel luglio 1526, è segnalato militare al soldo dei veneziani: si trova al campo di Melegnano con 200 fanti inquadrato nel colonnello di Francesco Maria della Rovere. Ad agosto segue Malatesta Baglioni nell’attacco a Cremona; all’assalto verso Porta Po, dopo la rassegna, sono contati 21 morti, 30 feriti e 34 fuggiti tra gli uomini della sua compagnia. Nel dicembre 1526 prende parte alla rassegna della sua compagnia (sempre 200 fanti) tenuta a a Palazzolo sull’Oglio dal provveditore generale Domenico Contarini. Nel 1527 affianca in Toscana il provveditore generale Alvise Pisani. Muore intorno al 1530. Definito semplicemente “capitano famoso” dalle fonti. Opera in Toscana, Veneto e Lombardia.
Pasquino Corso
(Pasquino i Sia) Da alcune fonti è ritenuto di Perugia. In realtà è origiginario di Sia, antica regione della Corsica occidentale nella zona di Porto a nord di Ajaccio. +1532 (luglio)
URL: https://condottieridiventura.it/pasquino-corso-di-perugia/
Agli stipendi dei veneziai ed agli ordini di Renzo di Ceri, prende parte nel 1514 partecipa alla battaglia di Ombriano. Milita poi nelle Bande Nere di Giovanni dei Medici. Nel 1524 è al servizio dei francesi contro gli imperiali; nel giugno 1526 in Toscana per i pontifici contro Siena; ad agosto con Iacopo Corso assale Porta Camollia con 800-1000 fanti, batte le mura con l’artiglieria; gli avversari lo mettono in fuga con un’improvvisa sortita. Nell’ottobre 1527 milita sempre nelle Bande Nere ora comandate da Orazio Baglioni; si segnala a Monterotondo con 320 fanti al fianco del capitano generale, il duca di Urbino Francesco Maria della Rovere. Nel 1529 ha il comando dei 2000 fanti corsi impegnati alla difesa di Firenze; le truppe ubbidiscono più al capitano generale Malatesta Baglioni che non alle autorità cittadine. A novembre tenta inutilmente con Amico d’Arsoli di prestare soccorso ai difensori del castello della Lastra: giunge in ritardo; a fine mese coadiuva Stefano Colonna in un’azione a Santa Maria a Montici. In una sua relazione il commissario Francesco Ferrucci paragona i fanti di Pasquino Corso e quelli di un altro capitano fiorentino, Otto da Montauto, ai suoi: i primi sono belli da vedere e paragonabili ai gatti soriani, belli ma incapaci di prendere i topi. Quelli di Ferruccio, al contrario, sono gatti di non bello aspetto, ma molto esperti. Nel gennaio 1530 chiede il pagamento anticipato per le sue milizie: in caso contrario minaccia di abbandonare la difesa di Firenze. E’ fatto incarcerare dal Ferrucci; viene liberato in breve tempo dopo che gli stessi fiorentini, per blandirlo, gli hanno aumentato la condotta. A giugno appoggia nuovamente il Colonna in un attacco notturno al campo nemico di San Donato a Polverosa. L’assalto si presenta favorevole, finchè i suoi uomini si disperdono dandosi al saccheggio. Inevitabile è in tal caso una rapida ritirata, arricchita, peraltro, da molto bottino. Con la resa dei fiorentini passa agli stipendi dei pontifici. Muore nel luglio 1532 a Roma. La sua figura nella letteratura dell’epoca non è molto in sintonia con i risultati descritti nella sua scheda biografica. Mambrino Roseo lo vede come “Huomo d’ingegno, forza e gran valore/ha seco assae, del Corsico confino/ch’ognun dimostrerà, chi in petto ha il core./La insegna sua risplende de Turchin/che non è al mondo un sì divin colore.” Anche un altro poeta che ha occasione di illustrare le sua gesta nella battaglia di Ombriano usa i medesimi termini elogiativi (il fatto, peraltro, si svolge nei primi anni della sua carriera)”Pasquino il corso fa come un leone/ e per il campo come un serpe sguizza,/ponendo li nemici in confusione,/e sbuffa, e soffia, per la molta stizza.” Niccolò degli Agostini.
Giacomo da Bozzo
+ 1540 circa.
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Nel gennaio 1526 ha il comando di 500 fanti al servizio degli imperiali. Si trova nel Monferrato, tenta inutilmente di occupare Montalero; dà alle fiamme Bistagno. Si muove, successivamente, verso Incisa Scapaccino ed Alessandria: è respinto. Passato agli stipendi dei francesi contro gli stessi imperiali, nel 1529 affianca a Barletta, alla testa di un colonnello di fanti, l’azione difensiva predisposta da Renzo di Ceri: partecipa alla riunione in cui viene deciso di spianare le costruzioni intorno alle mura per un raggio di un miglio e mezzo. A giugno si pone alla testa delle truppe ammutinate per il ritardo delle paghe; Renzo di Ceri interviene con le artiglierie e lo costringe ad attendere l’arrivo di un ufficiale pagatore; viene accusato di tradimento e fatto arrestare; condotto prima a Trani e poi a Venezia, è liberato in un secondo momento. Passa subito agli stipendi dello stato della Chiesa. Ad ottobre, alla testa di 2000 fanti bolognesi e corsi, affianca Girolamo Pepoli a Barberino di Mugello ai danni dei fiorentini: assalito da Otto da Montauto proveniente da Prato con 1000 fanti e 50 cavalli, si ritira nel locale castello. Muore intorno al 1540.
Gigante Corso
(Giocante della Casabianca) Di Casabianca, cdomune situato nel dipartimento dell’Alta Corsica, a trenta chilometri a sud di Bastia. + 1558 circa
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Carriera lunghissima e ricca di episodi memorabili. Nel maggio 1511 con i suoi provvigionati (92-150 fanti) affianca il provveditore veneziano Paolo Capello in Romagna; ad agosto è a Treviso; a settembre-ottobre a Motta di Livenza dove entra in contrasto con un altro capitano della Serenissima, lo sloveno Damiano di Tarsia; a novembre affianca Renzo di Ceri nella riconquista di parte del Friuli a spese degli imperiali; occupa Venzone e Chiusaforte. Nel 1512 è posto alla guardia di Udine con 119-105 fanti. Nel 1514 passa agli stipendi dei genovesi per contrastare i francesi. Si segnala all’assedio di Capo di Faro; di notte si imbarca su un pontone con i fianchi protetti da sacchi di lana per condurre alcuni guastatori a scavare una mina ai piedi del castello; i francesi illuminano dai bastioni, con falò, il mare; il pontone viene colpito ed affonda; Gigante Corso si getta in mare e riesce a raggiungere la riva a nuoto. Nel 1524, agli stipendi dei francesi, ottiene il comando di un colonnello di fanti corsi destinati a lasciare la Liguria per combattere in Francia gli imperiali ; a luglio è alla difesa di Marsiglia con Renzo di Ceri; molesta gli avversari con continue sortite. Nel gennaio 1525 si trova a Varazze; Ugo di Moncada sbarca sulla spiaggia alla testa di 3000 fanti spagnoli. Gigante Corso esce dalla città con Simone Tebaldi, affronta gli spagnoli, cattura il Moncada con altri capitani e mette in fuga il resto dell’esercito; il prigioniero viene condotto a Savona presso il marchese di Saluzzo. A luglio ritorna al servizio dei veneziani. Nel luglio 1526 è al campo di Melegnano con 350 fanti; ad agosto, all’assedio di Cremona: viene ferito a una gamba in un assalto portato tra Porta San Luca e il castello. Si reca a Brescia a curarsi; ristabilitosi, ritorna con 341 fanti all’assalto di Cremona. La sua azione si svolge ora verso Porta Po; l’esito è nuovamente negativo e tra i suoi uomini si contano 7 morti, 31 feriti e 7 dispersi. A dicembre per una disputa di 70 ducati viene alle mani con Malatesta Baglioni; nessuna influenza negativa per la sua carriera, anzi presto ottiene il comando di un colonnello di 500 fanti. Nel 1527 opera in Umbria; con Federico Gonzaga da Bozzolo (agosto) incarcera Gentile Baglioni, sospettato di voler defezionare nel campo imperiale. Gli è consegnato il prigioniero. La sera stessa costui è ucciso con due nipoti a colpi di pugnale da alcuni sicari agenti per conto di Orazio Baglioni. Nel 1528 segue il Lautrec nella sua infelice spedizione nel regno di Napoli. Catturato ad Aversa, riottiene la libertà agli inizi dell’anno seguente. Rientra in Lombardia al servizio dei veneziani fino al termine del conflitto (1530). Nel 1532 ritorna a Genova agli stipendi della repubblica. Nel gennaio 1547 ha l’incarico di sorvegliare il palazzo di Fassolo in cui risiede Andrea Doria. Sente un rumore lontano provocato dagli armati di Gian Luigi Fieschi; dà l’allarme ma i suoi avvisi sono trascurati. Alla fine la rivolta viene repressa. Muore intorno al 1558. Costanti sono le lodi al suo nome siano esse del veneziano Sanudo “Qual’è valoroso homo è stato in tutte le guerre” o del genovese Uberto Foglietta in “Della repubblica di Genova” “Huomo de molta sperienza, e sapere nelle cose di guerra.”
Francesco della Brocca
(Francesco della Rocca, Francesco Corso) + 1530 (agosto)
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Nel 1529 si trova alla difesa di Firenze, assediata da imperiali e pontifici. Con altri due condottieri (ottobre) è inviato dal commissario Ferruccio Ferrucci a Castiglion Fiorentino. I tre capitani rompono la porta del castello ed entrano al suo interno attraverso una breccia. Il commissario imperiale riesce a salvarsi gettandosi giù dalle mura. Sono fatti 16 prigionieri, cui è imposto una taglia. Fanno parte del bottino una ventina di animali tra cavalli e muli. Fatto prigioniero nel gennaio 1530, liberato, ritorna a combattere gli avversari alla difesa di Volterra. Sono respinti alcuni attacchi portati alla città da Alessandro Vitelli; la popolazione si ribella e con i suoi fanti è costretto a riparare nella cittadella. Prende parte ad altri scontri; a luglio lascia Pisa per affiancare il Ferrucci nella sua marcia su Firenze. Ad agosto prende parte alla battaglia di Gavinana. Rimane ucciso nel corso del combattimento per una palla di archibugio che lo colpiscde alla fronte. Francesco D. Guerrazzi, nella sua biografia dedicata a Francesco Ferrucci, lo ricorda come “corso strenuissimo del pari che costumato.” Miglior elogio Francesco della Brocca non poteva avere. Opera solo in Toscana.
Tommaso Corso
+1530
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Scheda esistente nel sito
Milita nelle Bande Nere agli ordini di Giovanni dei Medici. Nel novembre 1526 prende parte alla battaglia di Borgoforte, avversari i lanzichenecchi. Continua ad essere presente nel medesimo contingente anche quando questo, dopo la morte del Medici, viene affidato ad Orazio Baglioni. Nel 1529 passa alla difesa di Firenze. Muore per malattia nei primi mesi dell’anno seguente. “Vero soldato, e perfetto guerriero/nell’arme experto et al honor vicino/quanto hoggi sta, nel martial mestiero/…/Narrar non vi potrei con che furore/ intrato è Thomassin nella battaglia/menando colpi di tanto valore/che scuto non resiste o fina maglia./Fan tumulto li Corsi, e gran rumore/ciascun provando se la spada taglia. ” Mambrino Roseo. Opera in Lombardia, Campania e Toscana.
Iacopo Corso
(Jacopo di Bozi, Giacomo della Fica) Originario del Boziu, una regione frll’Alta Corsica. +1529 (novembre)
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Anche per tale capitano la carriera si presenta molto lunga, quasi un cinquantennio. Il tutto ha inizio nell’agosto 1478 allorché, agli stipendi dei fiorentini, affronta gli aragonesi di Napoli. Nell’agosto 1484 è segnalato al servizio della Serenissima; nell’agosto 1503 a quello di Pisa; nel 1507 milita per i genovesi per respingere l’invasione da parte francese. Viene preposto con altri capitani alla difesa del capoluogo alla testa di 8000 uomini. Ad aprile cade in un agguato predisposto da Mercurio Bua con 3000 fanti tedeschi. Non è in grado di mantenere unite le file delle ordinanze (i soldati del contado), cosicché alla fine i suoi fanti si danno anch’essi alla fuga. Sfugge alla cattura ed a ottobre passa agli stipendi dei francesi (condotta, 450 fanti). Nel 1508 affianca Gian Giacomo da Trivulzio contro gli imperiali nel Trentino a sostegno delle truppe della Serenissima. Nel maggio 1509 milita al soldo del marchese di Mantova Francesco Gonzaga nel Veneto: avversari i veneziani. Nel 1514 è segnalato agli stipendi dei fiorentini. Grazie alla proposta di Niccolò Machiavelli ottiene il capitanato della fanteria della repubblica. Nel 1525 sono gli imperiali ad averlo al loro servizio: affronta per loro conto i francesi in Piemonte. L’ultima sua campagna lo vede al servizio dei pontifici contro Siena. E’ inascoltato quando cerca di opporsi all’assedio delal città a causa della sua conoscenza delle fortificazioni cittadine. A luglio le sue truppe si accampano in un sobborgo senza sbocchi sui fianchi; l’unica via di uscita è occupata dai banchi dei vivandieri, per cui è molto ridotto lo spazio per muoversi con efficacia. Escono da Siena 400 fanti che assalgono le artiglierie. I buoi che trasportano i pezzi si innervosiscono contribuendo ad aumentare la confusione. I fanti corsi si danno alla fuga. Sono abbandonati sul terreno 17 pezzi di artiglieria. Iacopo Corso ripara a Castellina di Chianti. Di seguito milita nelle Bande Nere agli ordini di Orazio Baglioni. Nel 1529 la storia lo dice servire per l’ultima volta i fiorentini. Viene ucciso nel novembre dello stesso anno da un colpo di archibugio sparatogli da un suo commilitone sia per ragioni personali, sia per potere intascare la taglia posta sulla sua testa dai senesi. L’assassino viene subito impiccato. Un ritratto di Iacopo Corso, opera del Vasari, si trova nel Palazzo Vecchio di Firenze. “Capitano di valore incredibile” secondo Benedetto Varchi. Giudizio similare è espresso da altro storici del suo tempo come il Giovio ed il Foglietta. Opera in Toscana, Liguria, Emilia, Lombardia, Trentino, Veneto, Marche, Piemonte, Campania.
Guglielmo Corso
+1530 circa
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E’ ricordato per avere militato a favore della Serenissima per un lungo periodo, dal 1509 al 1521. In questo arco di tempo si segnala nel 1509 alla difesa di Padova, nel 1513 (agli ordini di Bartolomeo d’Alviano) ancora alla difesa di Padova ed alla battaglia di Creazzo. Nel 1526 si trasferisce agli stipendi dei fiorentini impegnati ad assalire Siena. Ad agosto è fatto prigioniero in una sortita dei difensori; liberato, passa al servizio di questi ultimi per contrastare gli stessi fiorentini. Recupera per un breve periodo Orbetello dopo averne scalato nottetempo la cinta muraria. Muore intorno al 1530. Opera nel Veneto ed in Toscana.
Micheletto Corso
+1535 circa
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Altro capitano corso che milita prevalentemente agli stipendi dei veneziani. Nel 1509 si trova alla difesa di Padova. Di seguito affronta i francesi nel veronese (1510), in Romagna ed in Emilia (1511). A marzo è segnalato a Modena. Di ronda per controllare le guardie della Porta Saliceto, è ferito al volto da tre fanti. Costoro sono catturati mentre dormono e sono subito impiccati. Nel 1517 lascia gli stipendi della Serenissima per contrastare nelle Marche, al soldo dei pontifici, l’azione dei Francesco Maria della Rovere nel suo tentativo di riconquistare il perduto ducato di Urbino. Con Tristano Corso difende Corinaldo per ventidue giorni dagli attacchi degli avversari: costoro, sono costretti a desistre dalle operazioni di assedio per la mancanza di vettovaglie. Nel 1524 è in Lombardia al servizio del duca di Milano Francesco II Sforza. Si fa notare alla difesa di Arona. L’ultima sua condotta è del 1533 con i pontifici. Muore intorno al 1535. Opera nel Veneto, in Romagna, Emilia, Marche e Lombardia.
Cruciano Corso
+1520 circa
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Come numerosi capitani corsi, per un periodo rilevante della sua carriera milita al soldo della repubblica veneta. Affronta i francesi nel 1510. Preposto alla difesa di Monselice, i suoi fanti si scontrano con i loro colleghi di origine sarda facenti capo alla compagnia di Francesco Rondinelli. Nel 1512 è alla guardia di Pontecchio Polesine. Ha la peggio in uno scontro con gli estensi, alleati degli avversari. Altro insuccesso è costretto a subire nel giugno 1514 in un assalto portato a Marano Lagunare (controllata dagli imperiali), perché non sufficientemente coadiuvato da altre compagnie veneziane. E’ in ogni caso elogiato per il suo comportamento dalle autorità della Serenissima. Nel 1516 si trasferisce agli stipendi dei pontifici. Affronta le truppe di Francesco Maria della Rovere deciso a recuperare il perduto ducato di Urbino. Un episodio rimarchevole lo riguarda da vicino: a Fano prende parte con un altro condottiero ad una adunanza cittadina volta ad impedire e punire gli atti di indisciplina dei soldati presenti nella località. Muore intorno al 1520. Opera in Veneto, Emilia, Romagna, Friuli e Marche.
Corsetto
+1500 circa
URL: https://condottieridiventura.it/corsetto/
Milita inizialmente nelle compagnie di Roberto da San Severino. Nel 1478, al soldo dei fiorentini, affronta gli aragonesi. Prende parte con altri condottieri (Niccolò Vitelli, Bernardino di Todi e Bernardino di Montone) ad una cavalcata verso Sinalunga: nel tragitto sono date alle fiamme case, capanne e raccolti con la morte di molte persone soffocate dal fumo. Sulla strada del ritorno cade in un’imboscata ed è fatto prigioniero. Milita successivamente per Siena (1481), gli aragonesi (1482, è catturato nella battaglia di Campomorto) ed i veneziani. Muore intorno al 1500. Opera in Piemonte, Toscana, Lazio e Lombardia.
Cesare Farina
+1535 circa
URL: https://condottieridiventura.it/cesare-farina-corso/
Al servizio dei pontifici nel 1521 e dei francesi nel 1526. Fa parte delle Bande Nere di Giovanni dei Medici. Affronta i lanzichenecchi nella battaglia di Governolo nel cui corso viene ferito mortalmente il suo capitano. Nel febbraio 1527 prende parte con altri archibugieri ad un assalto ad un accampamento degli imperiali: il bottino è ricco comprendente cavalli, armi e fiaschi di vino. A novembre viene licenziato con Morgante da Parma dalle Bande Nere a causa dei disordini provocati dagli uomini delle due compagnie. L’anno seguente Giano Fregoso fa pressione sui veneziani affinché sia assunto. Nell’agosto 1529, al soldo della Serenissima, è segnalato in Lombardia, nei pressi di Brescia, alla testa di 300 fanti. Muore intorno al 1535. Opera in Emilia ed in Lombardia.
Battista Farina (Battista Corso)
+1536 (agosto)
URL: https://condottieridiventura.it/battista-farina
Come altri capitani corsi le sue prime esperienze avvengono sotto le insegne dei veneziani. Nell’agosto 1526 prende parte allo scontro degli imperiali avvenuto a Governolo, battaglia in cui è ferito mortalmente Giovanni dei Medici. Nel dicembre dello stesso anno affronta i medesimi avversari al servizio dei pontifici. Con Lucantonio Cuppano si sposta nel Lazio per assalire le rocche detenute dai Colonna, alleati degli imperiali. Sono dati alle fiamme i borghi di Rocca di Papa e di Artena, desolati i circondari vicini di Genazzano, Ceccano, Supino. Nel gennaio 1527 si segnala alla difesa di Frosinone. Con Alessandro Vitelli e Giovambattista Savelli sorprende in un’imboscata molti cavalli spagnoli. Tra gli imperiali vi sono più di 80 morti e molti sono pure i prigionieri. Nel maggio seguente accetta la condotta propostagli dai veneziani con i quali rimane fino al termine del conflitto (1530). Passa poi agli stipendi dei genovesi. Nell’agosto 1536 la città viiene attaccata dalle truppe francesi condotte da Guido Rangoni e da Cesare Fregoso. Rimane ucciso in un assalto portato dai nemici alle mura di Fassolo sul colle di Granarolo. Opera in Lombardia, Lazio, Toscana, Liguria.
Giorgio di Vailate (Giorgio Vailla)
Padre di Ottaviano. +1526 (settembre)
URL: https://condottieridiventura.it/giorgio-di-vailate/
Capitano di fanti che milita agli stipendi dei veneziani. Nel marzo 1516 difende con successo Asola con altri condottieri della Serenissima; nello stesso autunno prende parte all’assedio di Verona, città che sarà conquistata l’anno successivo. Vi rimane di presidio. Nel luglio 1517 vi si verifica un episodio che, da un lato lo riguarda da vicino, e dall’altro è una specie di cartina di tornasole per quanto attiene l’armosfera che si respira nelle città in tempo di guerra. Un suo soldato è accusato di omicidio dal podestà cittadino Alvise Contarini. Il funzionario ordina di arrestarlo; alcuni fanti della sua compagnia, con la complicità di un figlio, impediscono l’effettuazione della misura minacciando di uccidere il Contarini. Il Collegio dei Pregadi (massimo organo deliberativo della repubblica) ordina il trasferimento della compagnia, il licenziamento del Vailate e l’incarceramento del figlio. Si interpone a suo favore Teodoro da Trivulzio, governatore generale dell’esercito veneto. Costui ne fa un caso personale; alla fine viene accontentato. Il Vailate è riassunto, mentre sono licenziati i fanti coinvolti nella disputa con il podestà. Rimane per qualche anno alla guardia di Verona, finché, nel luglio 1526, ritorna al fronte per coadiuvare Malatesta Baglioni nel suo tentativo di conquistare Cremona. Vi è un assalto alle mura portato dalla sua compagnia (300 fanti); al termine del combattimento, nella successiva rassegna, si contano 13 morti, 46 feriti e 5 dispersi. Viene ucciso il mese seguente, per un colpo di archibugio al volto in un attacco a Pizzighettone. Opera in Lombardia e nel Veneto.
Ottaviano di Vailate
Figlio di Giorgio. +1535 circa
URL: https://condottieridiventura.it/ottaviano-di-vailate-corso/
Milita per un decennio agli stipendi dei veneziani dal 1522 al 1532. Talora licenziato, è subito riassunto per essere inviato in un altro fronte, cosa che succede, ad esempio, nell’estate 1529 con il suo trasferimento alla difesa di Trani. Nel maggio 1532 il Collegio dei Pregadi lo destina con 150 fanti alla difesa dell’isola di Corfù a seguito delle minacce dei turchi. Si rifiuta di partire ed è subito licenziato. Muore intorno al 1535. Opera in Lombardia, Puglia e Veneto.
Piero Corso
+1540 circa
URL: https://condottieridiventura.it/piero-corso/
Milita, in successione, agli stipendi dei fiorentini (1495), degli estensi nel 1511 (condotta di 500 fanti), dei veneziani (1515), nuovamente dei fiorentini nel periodo 1517-1530, anno in cui esce da Pisa per affiancare l’azione offensiva del commissario Francesco Ferrucci. L’ultimo suo servizio è segnalato nel 1536. Ad aprile staziona nel piacentino con Giovanni di Torino per conto dei francesi contro gli imperiali. Ad un certo momento le truppe transalpine si danno al saccheggio invece di procedere nelle operazioni di guerra: i fanti corsi sono sorpresi da una sortita degli abitanti di Piacenza che mettono in fuga i suoi soldati e recuperano le prede. Muore intorno l 1540. Opera in Toscana, Marche ed Emilia.
Antonio Corso
(Antonio di Sant’Antonino) Di Sant’Antonino, un borgo medievale a 500 metri di altitudine nella regione della Balagne. +1554 circa
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In un solo anno, il 1525, cambia “datore di lavoro” tre volte: inizia a febbraio con il duca di Milano Francesco II Sforza, prosegue con i francesi, per finire ad agosto con i veneziani. Nell’agosto dell’anno seguente segue Malatesta Baglioni alla conquista di Cremona. Alla testa di 195 fanti prende parte ad un assalto alle mura verso Porta Po. Alla rassegna succesiva allo scontro tra i suoi uomini si contano 8 morti e 18 feriti. Nel 1529 milita per i fiorentini contro imperiali e pontifici. Segue un lungo spazio temporale per ritrovarlo nel 1533 in Corsica a contrastare i francesi del Termes per conto dei genovesi. Muore intorno al 1554. Opera in Lombardia, Veneto, Toscana, Francia (Corsica).
Angelo Santo Corso
(Angelo Santi dalle Vie, Angelo Santo di Levre) Di Levie, un comune situato nel dipartimento della Cordica del Sud. +1555 circa
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Combatte in Puglia per i veneziani contro gli imperiali. Nel 1529, agli ordini di Camillo Orsini, si segnala alla difesa di Trani; ad agosto si imbarca sulla flotta di Giovanni Contarini Cacciadiavoli. E’ al suo fianco in un attacco conclusosi felicemente ai danni di Brindisi; gli abitanti si arrendono dopo avere visto l’approntamento delle artiglierie contro le postazioni cittadine. Anni dopo, nel 1553, si offre ai genovesi per affrontare i francesi in Corsica. Conquista Bastia. L’anno successivo, viceversa, passa al servizio dei francesi contro gli stessi genovesi. Si collega con Sampiero Corso e sbarra il passo all’esercito nemico: nello scontro sono catturati 1000 fanti. Muore intorno al 1555. Paolo Paruta nella “Historia venetiana” lo ricorda come “huomo di grandissimo ardire, e grande inventore di fuochi artificiati.” Opera in Puglia, Toscana, Piemonte, Lombardia, Francia (Corsica).
Battistino Corso
(Battista di Leca) Fratello di Vincenzo e di Francesco. +1555 circa
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Si tratta di un capitano di fanteria, secondo Mario Troso (“Le armi in asta delle fanterie europee 1000-1500”) “presente in tutti i fatti d’arme, battaglie ed assedi, del suo tempo, in cui caddero un suo zio e tre suoi cugini”. E’ presente nelle guerre d’Italia già nel 1509 quando milita per i veneziani. Prende parte alla difesa di Padova, Treviso e nel 1512 affianca Renzo di Ceri nella sua spedizione in Friuli a spese degli imperiali. Il suo servizio a favore della Serenissima si prolunga nel tempo fino all’aprile 1537, allorché passa agli stipendi dei francesi per contrastare in Piemonte sempre gli imperiali. Ha con Vincenzo Strozzi il comando di 500 provvigionati: agli ordini di Piero Strozzi ottiene a patti il castello di Barge, alla cui difesa si trova Annibale Brancaccio. Nel corso dei combattimenti rimangono sul terreno 100 uomini ed il Brancaccio viene fatto prigioniero. Continua la sua azione che termina con la conquista di altri centri come Boves e Cherasco (con Cesare Fregoso). Nell’agosto 1546 è segnalato combattere per gli imperiali alla difesa di Genova assalita dalle truppe di Guido Rangoni. Un alfiere nemico riesce a scalare le mura ed a piantarvi il vessillo francese. Interviene Battistino Corso che getta l’avversario nel fossato sottostante. Alla fine dei suoi anni, verso il 1550, ritorna a militare per la Serenissima. Muore intorno al 1555. Opera in Veneto, Friuli, Lombardia, Toscana e Piemonte.
Sampiero Corso
Di Batelica. Sposa Vannina d’Ornano. 1498 (maggio) – 1567 (gennaio).
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È la figura di gran lunga più importante tra i capitani corsi e uno dei condottieri più rilevanti dell’intero Cinquecento italiano. Nel 1522 milita nella compagnia di Giovanni dei Medici: partecipa alla battaglia della Bicocca e protegge la ritirata di Lautrec; in questo periodo viene a contesa con un altro capitano delle Bande Nere, Giovanni di Torino; Giovanni dei Medici, visto che i suoi due capitani non si riconciliano, li rinchiude in una stanza con mezza cappa ed uno spadone. Sampiero ferisce l’avversario alla fronte; il rivale gli permette di fasciarsi, riprende il duello; alla fine il Medici trova entrambi stesi sul pavimento senza conoscenza e li obbliga alla rappacificazione. Nel 1524 è alla difesa di Marsiglia. Nel 1527 nelle Bande Nere per Firenze contro l’Impero. Nel 1530 milita per l’Impero contro Firenze. Nel 1536 è segnalato alla difesa di Mirandola per la Francia. Nelle decadi successive combatte in numerose campagne in Italia e fuori. La seconda metà della sua vita è inseparabile dalla lotta per la liberazione della Corsica dal dominio genovese: porta avanti questa causa con una tenacia straordinaria fino alla morte per mano degli avversari nel gennaio 1567. Le sue ceneri sono sepolte a Bastelica. Per avere più ampie informazioni al suo riguardo si invita a consultare la biografia inserita nel sito. In questa sede ci piace ricordare alcune delle numerose citazioni espresse nei suoi confronti nel tempo. Iniziamo con Giuseppe Volpe (“Storia della Corsica italiana”) “Chi lo ha esaltato come guerriero, come politico, come patriota ardente e sincero; chi ha visto in lui solo violente passioni, sete di vendetta, interesse personale”. Carlo Botta (Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789″) “Valoroso uomo in guerra, siccome quegli che dai primi anni della sua gioventù si era sempre esercitato nell’armi.” Vito A. Vitale (“Breviario della storia di Genova”) “Soldato valoroso..uomo irrequieto e crudele, animato da odio feroce contro Genova.” Mambrino Roseo (“Delle historie del mondo. Aggiunte dell’historia di Giovanni Tarcagnota”) “Bravo soldato, che di basso stato era co’ suo valore, e le honorate fatiche in tante guerre in diverse parti, divenuto ricco e famoso; ma sì come era di sua natura inquieto e altezzoso molto, non seppe riposarsi e quietarsi co’l mondo.” Federico Donaver (“La storia della repubblica di Genova”) “Sampiero nel secolo XVI fu il campione dell’indipendenza corsa, come nel secolo XIV lo era stato Arrigo della Rocca e nel secolo XVIII Pasquale Paoli. Arditezza, coraggio a tutta prova e non comune abilità politica militare erano le sue virtù.” Opera in Toscana, Marche, Lombardia, Francia (vari dipartimenti), Toscana, Emilia, Piemonte, Francia (Corsica), Turchia.
Nota conclusiva
Il quadro che emerge dall’insieme delle schede è quello di una costante presenza di condottieri e capitani francesi nelle guerre d’Italia, seppure strutturalmente diversa in due fasi storiche. In una, in quella medievale, i capitani francesi, oltre valorosi soldati, sono anche grandi organizzatori: fra Moriale inventa la grande compagnia burocratica; Bernardo della Sala, dopo la sconfitta di Marino, mantiene la Compagnia dei Bretoni come presidio stanziale per quasi trent’anni; Enguerrand de Coucy è il principe che porta in Italia la cavalleria pesante con la statura di un interlocutore politico. In quella più recente, la cinquecentesca, sono i capitani corsi a dominare con la loro presenza: sono resistenti alle fatiche; sono tanti e disponibili a buon mercato; sono spesso pronti a defezionare nel campo avverso per un migliore ingaggio, con la disinvoltura di chi non ha legami feudali da onorare; non si tirano indietro nei combattimenti; altri ancora tengono un comportamento ambiguo per cui alcuni muoiono in circostanze violente, giustiziati. Il connestabile Andrea Corso, catturato dai fiorentini, è fatto impiccare da Bernardino di Montone perché sospettato di avere avvelenato il padre prima di disertare a favore dei pontifici; Piero Corso, altro connestabile, viene fatto impiccare da Bartolomeo d’Alviano Alviano per tradimento; Girolamo Corso, sta per essere anch’egli impiccato per un delitto commesso, finché non viene graziato per un deciso intervento del suo capitano Giovanni dei Medici.





