I condottieri di lingua tedesca in Italia: austriaci, altoatesini, istriani e svizzeri

Dodici capitani di lingua tedesca che combatterono, governarono e morirono nell'Italia rinascimentale, da Soncino a Gradisca d'Isonzo, tra fonti originali.

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Michael-Gaismair
Placca in memoria di Michael-Gaismair

Dodici Spade da Nord delle Alpi: i Capitani Tedeschi che Combatterono per le Città Italiane

Per più di due secoli, dal primo Trecento fino alla metà del Cinquecento, uomini d’arme provenienti dall’area di lingua tedesca, dalle terre situate nel cantone svizzero di Argovia, dall’Alto Adige, dall’Istria e dall’Austria, attraversano le Alpi per mettere la propria spada al servizio dei signori, delle repubbliche e degli imperatori che si contendono la penisola italiana. Il fenomeno non è unitario né continuo: nasce dai legami feudali con l’Impero, si rinnova con le grandi compagnie di ventura del Trecento, si intreccia con le guerre tra guelfi e ghibellini nel Nord Italia, si ripresenta nelle guerre d’Italia del Cinquecento, come componente delle fanterie imperiali che si scontrano con Francia e Venezia, per trovare, infine, un episodio del tutto particolare nella rivolta dei contadini tirolesi degli anni Venti del Cinquecento.

Nel primo Trecento la presenza di capitani legati al Sacro Romano Impero risponde alla logica delle fazioni cittadine lombarde e venete: gli imperatori scendono in Italia con seguiti di cavalieri tedeschi e svizzeri destinati a sostenere i vicari imperiali, i Visconti a Milano, gli Scaligeri a Verona. Sono gli anni di Guarnieri di Homberg, conte svizzero che si lega ai Visconti e finisce signore di Soncino, e di Malerba, capitano di ventura tra Lombardia, Piemonte e Romagna, coinvolto nelle prime grandi compagnie multinazionali che anticipano il fenomeno della Compagnia Bianca e della Compagnia di San Giorgio.

Con la seconda metà del Trecento, il flusso di capitani tedeschi si infittisce e si intreccia con le grandi compagnie internazionali che imperversano nella penisola: la Compagnia Bianca di Alberto Sterz, la Compagnia della Stella di Anichino di Baumgarten, la Compagnia di San Giorgio di Giovanni Acuto e di Ambrogio Visconti. In questo contesto operano i conti Rodolfo e Giovanni d’Asburgo, che militano a fianco dei fiorentini e si distinguono nella battaglia di Cascina del 1364, prima di transitare, come molti loro connazionali, nella grande coalizione mercenaria che alterna il servizio tra Firenze, Siena, lo stato della Chiesa e Perugia.

Nel primo Quattrocento il baricentro si sposta verso il Mezzogiorno, dove la guerra di successione al trono di Napoli tra angioini e durazzeschi offre nuove occasioni di carriera a capitani come Angelino d’Austria, che da mercenario diventa duca di Bari e signore di terre in Puglia e in Capitanata. È un caso emblematico di come, per un condottiero tedesco di questo periodo, il servizio d’armi possa tradursi in un’ascesa sociale duratura, culminata in un titolo ducale e in feudi ereditari.

Il Quattrocento avanzato e il primo Cinquecento vedono i capitani di lingua tedesca inseriti nelle guerre lombarde tra Visconti, Sforza e Venezia, come nel caso di Campanella, mercenario ticinese al servizio alternato di Milano e Venezia, e poi, con l’arrivo delle guerre d’Italia, nelle grandi campagne che oppongono Francia, Spagna, Impero e Svizzera per il controllo della Lombardia e del Piemonte. È il tempo di Giorgio di Pietrapiana, conte altoatesino che difende Trento dai veneziani e serve l’imperatore Massimiliano d’Austria contro i francesi e contro gli stessi cantoni svizzeri, di Rodolfo Salice e di Alberto Pietra, entrambi caduti nelle grandi battaglie di fanteria di Melegnano e della Bicocca, che segnano l’apice e insieme la crisi militare della fanteria svizzera in Italia.

Un capitolo interamente diverso è quello di Michail Gaissmayr, capo della rivolta contadina tirolese del 1525 e poi condottiero al servizio di Venezia: la sua vicenda mostra come la frontiera tra ribellione sociale e mestiere delle armi, nell’Europa della Riforma, possa essere sottile, e come un capo popolare possa trasformarsi, senza rinunciare ai propri ideali, in un condottiero stipendiato dalla Serenissima.

Chiude la rassegna, cronologicamente, Nicola della Torre, signore friulano di Gradisca d’Isonzo, la cui carriera nella prima metà del Cinquecento si svolge quasi integralmente al servizio della casa d’Austria contro i turchi in Ungheria e in Croazia; e la cui ostilità viscerale nei confronti dei venezian, dai quali per anni ha dovuto subire la prigionia, chiude in modo coerente una tradizione di capitani per i quali l’appartenenza all’orbita imperiale resta, al di là dei mutamenti di fortuna, il filo conduttore di un’intera esistenza.

Le pagine che seguono ricostruiscono le vicende di questi dodici condottieri di lingua tedesca attingendo al sito condottieridiventura.it, seguendo l’ordine cronologico della loro scomparsa e tenendo conto, dove documentati dalle schede, dei legami di sangue.

Guarnieri di Homberg: il conte svizzero al servizio dei Visconti

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Guarnieri di Homberg, conte di Homberg e in seguito signore di Soncino, è tra i primi capitani svizzeri a lasciare traccia consistente nelle guerre italiane del primo Trecento. Nel 1311 milita al servizio dell’imperatore Enrico di Lussemburgo e, quando Matteo Visconti viene nominato vicario di Milano, resta al fianco di quest’ultimo. Nel febbraio 1312 è nominato a Genova capitano generale della lega ghibellina per la Lombardia, incarico dal quale viene presto sostituito dal conte Amedeo di Savoia. A marzo dello stesso anno, muovendo da Brescia con la propria cavalleria tedesca, sconfigge a Soncino i guelfi comandati dal conte Guglielmo Cavalcabò, che viene catturato e ucciso a colpi di mazza nella piazza della città dopo che gli è stato fatto togliere l’elmo; per questa vittoria Guarnieri di Homberg ottiene in feudo la località. Negli anni successivi opera tra Piemonte, Lombardia ed Emilia, entrando in contrasto anche con Filippo di Savoia per il controllo di Vercelli, scontro nel quale viene ferito gravemente al fianco da un cavaliere sabaudo. Nel gennaio 1313 affianca Cangrande della Scala contro Padova, poi rientra in Lombardia dove sconfigge i guelfi a Ponte San Pietro. Nel marzo dello stesso anno si scontra a Quattordio con il senescalco angioino Ugo del Balzo in un combattimento che costa la vita a più di duemila uomini. Sdegnato con Matteo Visconti, che si è opposto alla sua nomina a vicario imperiale di Milano, lascia il servizio imperiale nel 1314, per poi tornare a militare per i Visconti contro Genova alla fine del decennio. Muore nel marzo 1320 in un combattimento sotto le mura di Genova. “Virum in armis expertum”, lo descrive Giovanni da Cermenate nella sua “Historia de situ Ambrosianae urbis”. Più caustico è invece il giudizio dello storico odierno Giuseppe Staffa che lo qualifica nel suo lavoro “I grandi condottiei del medioevo” come “Noto galantuomo elvetico che, aggrappato alle terga dell’imperatore, era caracollato in Italia come una locusta affamata.”

Malerba, uno dei capi della Grande Compagnia caduto a Smirne

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Malerba, il cui vero nome sarebbe Reinhold von Giver, svizzero o tedesco, milita nel 1338 per i fiorentini contro le truppe del signore di Verona Mastino della Scala. Nel gennaio 1339, grazie ad un finanziamento di quest’ultimo, costituisce con Lodrisio Visconti, il conte Lando e il duca Guarnieri di Urslingen la Compagnia di San Giorgio, che muove dal Veneto verso il ducato di Milano retto da Azzone Visconti. A Parabiago i suoi uomini sorprendono nel sonno i viscontei di Giovannello Visconti e di Giovanni Fieschi, che vengono trucidati; solo un dono di dieci fiaschi di ducati, presentati al condottiero come vino di Malvasia, permette ad Azzone Visconti di evitare al momento uno scontro diretto. Nel 1340, al servizio del marchese di Monferrato, devasta per sei mesi il Canavese ai danni del principe Giacomo di Savoia-Acaia: sono dati alle fiamme i raccolti, tagliati i vigneti; sono messi a sacco Rivarolo Canavese ed i territori di numerosi feudatari piemontesi. Rientrato a Milano, si unisce nel 1342 con la Grande Compagnia di Guarnieri di Urslingen; fatto prigioniero dal duca d’Atene Gualtieri di Brienne mentre tenta di raggiungere travestito da frate i propri compagni in Romagna, viene liberato dietro la promessa, presto tradita, di non muovere guerra ai fiorentini. Nel 1344, in seguito a un voto fatto anni prima nella battaglia di Canegrate, parte per la crociata contro gli ottomani con venticinque cavalli arruolati a proprie spese. Con la sua piccola compagnia si unisce con i veneziani di Piero Zeno ed i genovesi di Martino Zaccaria all’assedio di Smirne. Dopo la conquista della città, nel gennaio 1345 viene sorpreso nella chiesa di San Giovanni, vicino alle mura, mentre sta assistendo alla messa con il patriarca dei cavalieri gerosolomitani fra Manuele Camosini ed altri quaranta membri dell’ordinei: è ucciso e decapitato; altre versioni vogliono che sia stato fatto sbranare dai cani o scorticato vivo dai turchi che lo hanno catturato. “Corpore praestans et fortis ac bellicae artis peritus”, tale è la valutazione nei suoi confronti di due cronisti padovani del tempo, G. e C. Cortusi; l’apprezzamento è condiviso anche dallo storico quattrocentesco Giorgio Merula nel suo lavoro “Historiarum Mediolani” “Viribus et animi praestans”,

Rodolfo e Giovanni d’Asburgo: i conti di Habsburg-Laufenberg

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Rodolfo d’Asburgo, detto conte Menno e soprannominato il conte senza barba, e Giovanni d’Asburgo, conte di Habsburg-Laufenberg, sono fratelli e cognati di Arrigo di Montfort. Giovanni, prima di scendere in Italia, viene catturato dagli abitanti di Zurigo e tenuto prigioniero per tre anni in un’isola del torrione di Wellenberg, nel punto in cui le acque della Limmat escono dal lago. Nel gennaio 1364, su indicazione del signore di Padova Francesco da Carrara, i due firmano a Costanza una condotta di cinquecento cavalli con i fiorentini, ottenendo una provvigione mensile di cinquanta fiorini; nella medesima compagnia militano altri capitani tedeschi come il conte Volshard di Veringen e lo stesso Arrigo di Montfort. Nell’aprile 1364 affrontano la Compagnia Bianca di Alberto Sterz e di Giovanni Acuto e le tremila barbute di Anichino di Baumgarten in difesa di Firenze; a maggio escono dalla città con Arrigo di Montfort e Manno Donati per minacciare Pisa e dare alle fiamme Livorno. Il momento più alto della loro carriera italiana è la battaglia di Cascina del luglio 1364: quando i pisani colgono di sorpresa i fiorentini, Rodolfo e Giovanni si fanno aprire gli steccati del campo e, con Arrigo di Montfort, si gettano alla testa di cinquecento barbute contro gli avversari permettendo al resto dell’esercito fiorentino di armarsi; il combattimento dura tre ore e si conclude con la sconfitta dei pisani che lasciano sul campo più di mille morti e duemila prigionieri. Nel 1365 Giovanni si unisce alla Compagnia della Stella di Sterz e di Baumgarten nell’invasione del senese, per poi fondare in ottobre, con Giovanni Acuto ed Ambrogio Visconti, la Compagnia di San Giorgio nella quale confluiscono i resti della Compagnia Bianca insieme con molti tedeschi e lombardi. Nel 1366 opera nuovamente contro Siena; funge anche da mediatore per la composizione delle liti tra il comune ed i venturieri ricevendone in cambio mille fiorini ed un’armatura. Le fonti lo definiscono in questa occasione “Capitaneus magne societatis teutonicorum”. Nel marzo 1367 sconfigge ancora i senesi a Montalcinello; fronteggia poi con il fratello Rodolfo le milizie dell’antipapa Clemente VII e quelle angioine nel regno di Napoli. Nel 1368 Giovanni presta servizio allo stato della Chiesa contro Milano con una provvigione mensile di cento fiorini. Entrambi i fratelli muoiono nel 1370. Un personaggio complesso è il giudizio di Frances Stonor Saunders nei confronti di Giovanni d’Asburgo in quanto lo ritiene “a mercenary who combined soldering with writing poems”; più lineari sono le valutazioni riguardanti il fratello Rodolfo, il Conte Menno, da parte degli storici Giovanni Villani e Scipione Ammirato “generoso e di bell’aspetto” il primo, “animoso e franco guerriere” il secondo.

Angelino d’Austria, da mercenario a duca di Bari

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Angelino d’Austria, chiamato anche Angelino Berger, Angelo Chel, Angelo di Stulich, Angelo di Sterlida e Angelillo Herga, incarna più di ogni altro condottiero di lingua tedesca la possibilità di un’ascesa sociale (temporanea) attraverso il mestiere delle armi nell’Italia meridionale. Nel giugno 1379, al servizio di Perugia, attacca Cetona; viene sorpreso e catturato con tutti i suoi capitani e duecento cavalli. Nel maggio 1380 milita agli stipendi di fiorentini e senesi nella compagnia di Arrigo di Montfort; l’anno seguente si collega con Corrado Lando, Corrado di Altinberg e Amerigo Unghero per trasferirsi nella marca d’Ancona con duemila cavalli e mille fanti. Passato al servizio del regno di Napoli, affianca Ottone di Brunswick nella battaglia di San Germano, presso Cassino, contro le milizie del pretendente al regno napoletano Carlo di Durazzo. Nel 1383, con Domenico da Siena, contrasta i conti di Caserta della Ratta e Bernardo della Sala, schierati con l’antipapa Clemente VII e con gli Angiò di Provenza. Negli anni successivi opera prevalentemente in Campania e in Puglia, alla difesa di Napoli contro i durazzeschi e in soccorso della città quando costoro cercano di irrompervi da Castel Sant’Elmo. Nel gennaio 1389 avviene il punto di svolta nella sua carriera con il suo definitivo passaggio al partito durazzesco. Il suo ruolo diventa sempre più significativo. Nell’ottobre 1390 il re di Napoli Ladislao d’Angiò gli confema la terra di Montenero in Capitanata, che gli era stata donata dalla madre del sovrano Margherita d’Angiò. Nel 1391 riceve l’incarico di viceré negli Abruzzi; nell’aprile 1392 viene sconfitto e fatto prigioniero dai San Severino nella battaglia di Ascoli Satriano; liberato, è avviato alla riconquista degli Abruzzi; è nominato capitano di Sant’Angelo. Nel novembre dello stesso anno ottiene da Ladislao d’Angiò il titolo di ciambellano. Nel febbraio 1404 gli viene data in pegno Rutigliano a fronte di un suo credito verso la corona di tredicimila ducati per paghe arretrate; poco dopo è nominato duca di Bari. Muore nel dicembre 1406. “Capitano di ventura, vissuto dalla seconda metà del secolo XIV al principio del XV. Ebbe una parte non trascurabile nelle guerre che tormentarono il regno di Sicilia (tale allora la denominazione del regno di Napoli) durante le sanguinose lotte di quell’infausto tempo.” Corrado Argegni in “Condottieri, capitani, tribuni”.

Campanella, il ticinese tra Milano e Venezia

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Campanella, il cui vero nome sembra essere Simone Albrici, originario di Locarno, milita nel novembre 1446 agli stipendi del duca di Milano Filippo Maria Visconti contro i veneziani; catturato in un duro scontro notturno sull’Adda, per ottenere la libertà passa immediatamente al soldo degli avversari. Nel 1447 riceve da Bartolomeo Colleoni l’incarico di entrare nel castello di Bosco Marengo e di assalire di sorpresa la retroguardia delle truppe francesi di Rinaldo di Dresay: il successo dell’azione contribuisce in gran modo alla disfatta degli avversari. Nel settembre 1448, sempre agli stipendi della Repubblica Ambrosiana, è segnalato al campo di Caravaggio al comando di una squadra di uomini d’arme. Nel 1449 muta nuovamente casacca per affiancare Francesco Sforza nel suo attacco alla stessa repubblica: scende nel comasco in soccorso di Franchino Rusca, occupa la valle di Lugano e Porlezza, conquista le fortezze di Murcò e di Codelago e porta le proprie truppe sopra Como. I comaschi, guidati da Giovanni della Noce e dal Ferracuto, lo sconfiggono a Chiasso e successivamente espugnano il castello di Morbegno dove il condottiero si è rifugiato; Campanella muore nel 1449 nella difesa della rocca. Tutte positive le note nei suoi confonti da parte dei principali testimoni del suo tempo come Giovanni Simonetta, Pier Candido Decembrio e Pietro Spino.

Giorgio di Pietrapiana, il conte altoatesino di Trento

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Giorgio di Pietrapiana, chiamato nelle fonti tedesche Georg von Ebenstein, conte altoatesino e signore del castello di Pietrapiana sulla collina nei pressi di Povo di Trento, combatte in gioventù nelle Fiandre. Nell’agosto 1487, al servizio del vescovo di Trento Ulderico Frundsberg, ha il comando della guarnigione cittadina, come castellano del Buonconsiglio, allorché i veneziani, guidati da Roberto da San Severino e da Andrea dal Borgo, attraversano l’Adige per assediare Castel Pietra. Nella piana di Mottarello, e poi tra Besenello e l’Adige, si combatte una battaglia campale in cui, dopo fasi alterne, i veneziani sono messi in rotta: molti si gettano nel fiume nel tentativo di guadagnare la riva opposta. Tra gli annegati vi è lo stesso Roberto da San Severino il cui cadavere viene ripescato giorni dopo. Nel 1489, al servizio dell’imperatore Massimiliano d’Austria contro i francesi, si distingue alla conquista di Saint-Quentin in Piccardia. Tra il 1491 e il 1494 è capitano del castello di Segonzano, dove nel 1494 ospita di passaggio il pittore Albrecht Dürer, diretto a Venezia attraverso la Val di Cembra. Nel luglio 1495, agli stipendi del duca di Milano Ludovico Sforza, comanda un contingente di fanti tedeschi alla battaglia di Fornovo, partecipa all’assedio di Novara e viene inviato con Giacomo da Corte alla difesa di Bellinzona quando la città è minacciata dagli svizzeri; nella circostanza il duca di Milano gli fa dono, per il suo comportamento, di trecento fiorini del Reno. Nel 1499 combatte a favore dell’imperatore Massimiliano contro i cantoni svizzeri; più tardi riceve quattromila ducati dal duca di Milano per radunare truppe in Valtellina con le quali contrastare i francesi. Muore nel 1510. E’ ritratto in un affresco di palazzo Geremia a Trento nell’atto di lottare con il leone di San Marco davanti ad un solenne consesso di dignitari. Il suo valore sul campo di battaglia è riconosciuto anche dagli avversari, come commentano nelle loro opere Philippe de Commynes e J. de la Pilorgerie “Vaillant chevalier” e “Officier de mérite” rispettivamente. Analoghi apprezzamenti si ripetono anche da parte degli storici italiani come Paolo Giovio “Homo nobile a casa e illustre per molte pruove fatte alla guerra”.

Rodolfo Salice, caduto a Melegnano

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Rodolfo Salice, chiamato anche Rodolfo Long o Rodolfo di Salis, grigione, soprannominato il Lungo, partecipa nell’aprile 1500 alla battaglia di Novara, dove con Gaspare di Silenen di Uri è tra gli autori del tradimento che porta alla cattura del duca di Milano Ludovico Sforza da parte degli avversari. Nel settembre 1515 prende parte alla battaglia di Melegnano: si getta con coraggio contro i francesi, ferisce con un colpo di alabarda il barone di Bernia e continua a combattere finché non viene ucciso da un colpo di artiglieria che, secondo i versi di Niccolò degli Agostini, gli porta via una gamba. “Rodolpho Longo valorosamente/con una ronca fra nemici entrava/e dove vedeva folta la giente/con intrepida fronte si cacciava./E combatteva tanto virilmente/che ciaschedun salvo fuggendo andava,/come spesso si suol in ogni loco/fuggir per terra d’un ardente foco./../Mentre così fra lor la ciuffa dura/sopra di quella aperta prateria/ come il ciel volse, e sua mala ventura/di franciesi una grossa artiglieria/mandò una gamba sopra la pianura/del bon Rodolpho pien di gagliardia” (Li successi bellici seguiti nella Italia dal fatto d’armi di Gieradada del 1509 fino al presente 1521)

Alberto Pietra, senatore di Berna, caduto alla Bicocca

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Alberto Pietra, o Albrecht von Stein, svizzero, senatore di Berna, milita nell’aprile 1500 agli stipendi del duca di Milano Ludovico Sforza contro i francesi; come altri suoi connazionali diserta dalle file sforzesche poco prima della battaglia di Novara per arrendersi nelle mani di Luigi di Lussemburgo-Ligny, luogotenente generale dell’esercito avversario. Nel gennaio 1510 è segnalato nel veronese al servizio di Venezia con duecentotto fanti; nel 1513 appoggia per conto degli Sforza, ritornati al potere in Milano, il cardinale di Sion Matteo Scheiner ai danni di veneziani e francesi. Nell’agosto 1515, dopo la cattura di Prospero Colonna a Villafranca Piemonte, critica così aspramente la ritirata dell’esercito svizzero da farsi mettere agli arresti per ventiquattro ore; nel settembre successivo prende parte alla battaglia di Melegnano e, dopo due giorni di combattimento, rientra sconfitto a Berna con venticinque insegne di fanti. Nell’aprile 1516 ha l’incarico di raggiungere nel ducato di Milano il Connestabile di Borbone con tredicimila svizzeri; resta l’unico condottiero del suo paese, con trecento uomini, a militare per i francesi dopo che tutti gli altri connazionali sono licenziati per evitare uno scontro tra svizzeri appartenenti a campi opposti. Nell’aprile 1522 ottiene dal re di Francia il comando delle milizie svizzere insieme con Arnoldo di Winkelbried; spinge i francesi a combattere alla Bicocca anche per il malcontento delle sue truppe, desiderose di rientrare in patria per il ritardo delle paghe. All’alba conduce all’attacco la fanteria contro i lanzichenecchi di Giorgio Frundsberg; rimane ucciso al primo assalto per un colpo di archibugio. “Illustre in tante guerre” Alfonso de Ulloa.

Michail Gaissmayr, dalla guerra dei contadini al servizio di Venezia

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Michail Gaissmayr, ricordato anche come Michele Gaissmayer, Gaissmair, Caymar, Caxamarta, Gaspar, Zasmer, Gasmerda o Gaissmeyer, è originario di Ceves presso Vipiteno, nasce in una famiglia borghese proprietaria prima di una miniera e poi appaltatrice di strade. Studia probabilmente a Vienna, dove ottiene il baccalaureato; lavora presso il centro minerario di Schwarz prima di entrare, per la concorrenza delle compagnie forestiere dei Fugger, al servizio della luogotenenza dell’Adige e, in seguito, nella segreteria del principe vescovo di Bressanone Sebastiano Sprenz. Nel 1525, quando scoppia la rivolta dei contadini tirolesi, partecipa alla liberazione di Peter Passler, condannato a morte a Bressanone; viene eletto comandante supremo dell’insurrezione affiancato da dieci delegati borghesi e da dieci contadini. Sotto la sua guida i contadini saccheggiano l’abbazia di Novacella. Nell’occasione il Gaissmayr si adopera per indirizzare il movimento verso rivendicazioni politiche precise quali l’abolizione della servitù della gleba; per tale scopo raduna a Merano un’assemblea per discutere tali proposte. Nel luglio 1525, radunati cinquemila uomini della Val Pusteria, sconfigge ripetutamente le truppe dei nobili tedeschi. Di fronte all’avanzata di Giorgio Frundsberg è però costretto a consegnare il castello di Bressanone in cambio della promessa che nessuno sia punito per la rivolta. Arrestato a Innsbruck con l’accusa di essere responsabile del sacco di Novacella, fugge dal carcere dopo sette settimane; dà inizio ad una guerriglia che lo porta in Svizzera, dove aderisce alla riforma protestante e tratta con Huldrych Zwingli a Zurigo. Nel 1526 viene posta una taglia sulla sua testa; sempre per rappresaglia gli Asburgo fanno arrestare e poi decapitare ad Innsbruck il fratello Hans. Nel luglio dello stesso anno passa al servizio di Venezia con milleicentosessanta fanti; prende parte all’assedio di Cremona; nel periodo seguente opera tra Lombardia, Veneto, Toscana ed Umbria sempre per la Serenissima. Gravemente afflitto da problemi di salute che lo costringono a più cure termali ad Abano Terme, nel gennaio 1528 si trasferisce in tale località con moglie e figlia. Le autorità della Serenissima gli riconoscono una provvigione annua di trecento ducati. Nell’agosto 1530, rientrato a Padova, viene armato cavaliere dagli Strozzi e si trasferisce con la famiglia nel loro palazzetto al Prato della Valle. Nell’aprile 1532, durante la settimana santa, viene ucciso in tale abitazione da un padovano e da un napoletano, con la connivenza di un suo servitore, tutti desiderosi di incassare la taglia messa sulla sua testa dall’arciduca Ferdinando d’Austria: è ammazzato con quarantadue colpi di daga e di spada. Le indagini ufficiali, ostacolate da alcuni nobili veneziani, non giungono ad alcun risultato. Interessante è l’elogio che ne fa Aldo Stella nel suo studio “La rivoluzione contadina del 1525 e l’utopia di Michail Gaissmayr “Fu personaggio di notevole rilievo non solo per gli orizzonti europei che prospettò e perseguì nelle lotte di liberazione dei suoi compatrioti tirolesi, ma anche per avere continuato coerentemente a proporre un originale..repubblicanesimo popolare, che superasse nella giustizia distributrice e nelle provvidenze sociali ogni altro (pur ammirato) repubblicanesimo allora vigente, da quello più o meno aristocratico veneziano e fiorentino a quello borghese zurighese”.

Nicola della Torre, signore di Gradisca d’Isonzo

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Nicola della Torre, di Gradisca d’Isonzo, signore di Vipulzano, presta i primi servizi ai conti di Gorizia insieme con il fratello Michele, con il quale condivide gran parte della propria carriera militare. Nel marzo 1508 i due fratelli combattono in Cadore agli ordini di Six von Trautson e vengono fatti prigionieri da Bartolomeo d’Alviano nella battaglia di Tai di Cadore: restano entrambi in carcere fino alla firma di una tregua triennale. E’ il 1511 l’anno di svolta di tutta la sua futura attività antiveneziana. Antonio Savorgnano organizza un assalto al palazzo di famiglia, che si trova ad Udine, in quanto i della Torre sono sospettati di essere vicini a ribellarsi alla Serenissima e di volere aprire le porte cittadine agli imperiali. Il della Torre si salva nella successiva strage che vede coinvolti i suoi fautori, trascinati fuori dai loro nascondigli, uccisi ed i cui cadaveri sono lasciati per terra come cibo per cani randagi e maiali. Nel 1513, al servizio dell’Impero, è inviato a Milano per sollecitare dal viceré Raimondo di Cardona il denaro necessario a pagare il presidio di Verona, alla cui difesa resta impegnato l’anno seguente. Nel marzo 1514 viene sconfitto e fatto nuovamente prigioniero con il fratello, da Bartolomeo d’Alviano nella battaglia di Pordenone. I due della Torre sono rinchiusi nel carcere veneziano di Terranova. Vengono liberati nel dicembre 1516 attraverso uno scambio di prigionieri. Nel 1519 serve l’imperatore Carlo V nelle guerre di Fiandra; nel 1521 ottiene in feudo Vipulzano e diventa capitano e governatore di Gradisca d’Isonzo per l’arciduca Ferdinando d’Austria. A partire dal 1527 è impegnato quasi ininterrottamente, con responsabilità crescenti, nelle guerre contro gli ottomani in Ungheria, Croazia e Slovenia: viene nominato viceduca della Carnia, poi capitano generale per la Croazia ed infine, nel luglio 1530, capitano generale dell’intero esercito operante in Ungheria. Nell’ottobre e nel novembre 1529 partecipa in modo determinante alla difesa di Vienna dall’assedio ottomano, in cui entra con duemilacinquecento fanti tra spagnoli e italiani. Sposa Giacoma Bracazzo e Caterina di Prodolano. Nel 1532 contrasta ancora i turchi a Passau al fianco del marchese di Vasto Alfonso d’Avalos: ottiene dall’imperatore un caloroso elogio insieme ai diritti sulle miniere di Idria ed al feudo di Steier. Nel gennaio 1542, durante lo scontro tra l’Impero e Piero Strozzi per il possesso di Marano Lagunare, tenta invano di riconquistare la piazza pervenuta in potere del rivale: il conflitto termina con l’acquisto della località da parte della Serenissima che versa al condottiero fiorentino la somma di 35000 ducati. Negli ultimi anni vive a Vienna, bloccato dalla gotta; mantiene sempre un’ostilità dichiarata verso Venezia e verso il patriarca di Aquileia. Muore ai primi di maggio del 1557 a Gradisca d’Isonzo dove viene sepolto nella chiesa dei Serviti. La sua salma sarà più tardi trasferita, nel 1563, nella chiesa di Cristo Salvatore, nella cappella Torriani dove si trova il mausoleo da lui dedicato alla moglie Caterina di Prodolano. “Il quale era salito in qualche considerazione nelle armi, molto però scemata nella guerra della Slesia e nella perdita di Marano”. Pompeo Litta

Rodolfo di Salice, colonnello dei fanti grigioni

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Un secondo Rodolfo di Salice, chiamato anche Rodolfo di Salis, grigione, originario di Promontone nella Pregallia, non va confuso con l’omonimo caduto a Melegnano. Nel 1525 combatte per la Francia contro l’Impero; nel gennaio 1527 ha il comando di una compagnia di fanti grigioni al servizio di Venezia. Nel 1530, al servizio del duca di Milano Francesco Sforza, nel fronteggiare il marchese di Musso Gian Giacomo dei Medici viene sconfitto e ferito nella battaglia di San Pietro di Berbenno. Nell’aprile 1531, sempre per conto del duca di Milano, recupera la torre di Olonio ed attacca le Tre Pievi a seguito della ritirata del Medeghino (il Medici sopracitato) a Colico. Nel giugno 1560 viene condotto a Venezia per quattro anni di ferma e due di rispetto; gli sono riconosciuti una provvigione di ottocento scudi l’anno ed il grado di colonnello dei fanti grigioni. Nella medesima occasione il figlio Ercole si impegna a prenderne il posto in caso di morte; viene così anch’egli condotto dalla Serenissima con il fratello Abbondio (provvigione annua di duecento scudi). Rodolfo di Salice muore nel 1565.

Una presenza di lungo periodo tra Impero e ventura italiana

Le dodici schede qui recuperate toccano un arco temporale di due secoli e mezzo; rappresentano la mappa di una presenza costante in Italia, ma mai unitaria: vi sono capitani legati all’Impero, mercenari svizzeri inseriti nelle grandi compagnie di ventura o nelle fanterie delle guerre d’Italia (Guarnieri di Homberg, Malerba, Campanella, i due Rodolfo Salice, Alberto Pietra). Tra tutte risalta la figura di Michail Gaissmayr, capo di una rivolta sociale prima che condottiero di professione. Le relazioni di sangue documentate dalle schede riguardano soprattutto i fratelli: Rodolfo e Giovanni d’Asburgo, caduti insieme nel 1370, e Nicola e Michele della Torre, catturati insieme per due volte nelle guerre contro Venezia; a questi si aggiungono i legami familiari più tardi di Rodolfo di Salice con i figli Ercole ed Abbondio, entrambi condotti dalla Serenissima nel medesimo contratto del 1560.

Le morti di questi capitani riflettono la varietà delle traiettorie possibili per un mercenario in Italia: si muore in battaglia, come Guarnieri di Homberg sotto le mura di Genova, Rodolfo Salice e Alberto Pietra a Melegnano e alla Bicocca; si muore in Asia prigionieri di una crociata lontana, come il Malerba a Smirne; si muore assassinati per una taglia, come Michail Gaissmayr a Padova; si muore, infine, da vecchi signori feudali nei propri territori, come Angelino d’Austria duca di Bari, Giorgio di Pietrapiana a Trento e Nicola della Torre a Gradisca d’Isonzo. Sul piano geopolitico, la lunga presenza di questi capitani testimonia quanto stabile sia stato, per due secoli e mezzo, il canale che collegava le terre di lingua tedesca alla ventura militare italiana: un canale che nel Trecento serve gli interessi dei vicari imperiali e delle grandi compagnie multinazionali, nel primo Quattrocento apre la strada a signorie più o meno durature nel Mezzogiorno, e nel Cinquecento si salda definitivamente, attraverso Giorgio di Pietrapiana e Nicola della Torre, alla causa della casa d’Austria ai danni di Venezia e dell’Impero ottomano.

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