
Come Jacopo Caldora costruì un dominio che abbracciava Abruzzi, Molise, Campania e Puglia nel corso di cinque decenni di guerra
La famiglia Caldora è di origine provenzale (Candole o Candolle è il cognome originario). Un suo ramo si trasferisce in Italia al seguito di Carlo I d’Angiò determinato a conquistare il Mezzogiorno d’Italia a spese degli Svevi. Con il successo di tale impresa, nell’arco di 150 anni i diversi membri della casata riescono a costruire uno dei più vasti patrimoni signorili del regno di Napoli. Dai primi possedimenti assegnati dal sovrano angioino alla famiglia (Pietraferrazzana, Villa Santa Maria, Civitaluparella, Fallo) si arriva, ai primi del Quattrocento, all’acquisizione di 56 feudi siti negli Abruzzi, nel Molise, in Puglia ed in Campania, suddivisi, a loro volta, in ducati, marchesati, contee e baronie. Dalla casata escono valorosi condottieri e capitani di ventura, tra cui Jacopo Caldora.
Membro più celebre della famiglia, costui può gloriarsi dei seguenti titoli: duca di Andria e di Bari; marchese di Vasto; conte di Acquaviva delle Fonti, comprendente la signoria di Agnone, Albe, Arce, Aversa, Capurso, Celano, Conversano, Copertino, Martina Franca, Monteodorisio, Noci, Nola, Pacentro, Palena, Rutigliano, Trivento, Valva; barone di Carapelle Calvisio con le signorie di Anversa degli Abruzzi, Ascoli Satriano, Barrea, Belmonte del Sannio, Bitonto, Campo di Giove, Capestrano, Carbonara, Carovigno, Carpinone, Castel del Giudice, Castellana Grotte, Castiglione Messer Marino, Civitaluparella, Colledimacine, Dogliola, Frisa, Latiano, Lettopalena, Loseto, Manfredonia, Minervino Murge, Monteferrante, Montenerodomo, Ortona, Palmoli, Pizzone, Roccaspinalveti, Salpi, San Buono, Santa Maria del Molise, Serracapriola, Tollo, Trani, Valenzano e Villetta Barrea; senza contare incarichi temporanei come il governatorato di L’Aquila o la carica di Gran Connestabile. Nati al servizio del regno di Napoli, i Caldora ne divengono al tempo stesso pilastro ed avversari dell’autorità centrale, navigando con spregiudicatezza tra angioini e aragonesi, tra pontifici e stati vari del nord. Il loro declino è progressivo ed inarrestabile a causa della vittoria finale del re Alfonso d’Aragona: con Antonio Caldora la grandezza accumulata dal padre Jacopo si sgretola sotto il peso delle sconfitte, delle confische e dell’esilio, fino a spegnersi definitivamente con la generazione successiva. ll ramo italiano della casata si estingue in Piemonte nel 1552 con Berlingieri III, che muore senza eredi mentre è intento ad attraversare il fiume Stura di Demonte.
JACOPO CALDORA (Giacomo Candola) URL: https://condottieridiventura.it/jacopo-caldora/ Di Castel del Giudice. Figlio di Giovanni Antonio e di Rita Cantelmi. Fratello di Raimondo e di Restaino; una sua sorella sposa Riccardo Accrocciamuro. Padre di Antonio, Jacopo e Maria sposa, quest’ultima, di Giosia Acquaviva, di Francesco Sforza (matrimonio annullato nel 1430 dal papa Martino V) e di Troiano Caracciolo. Jacopo convola a nozze con Medea d’Eboli (che gli porta in dote la contea di Trivento) e Jacovella da Celano (in dote la signoria di Capestrano). 1369 – novembre 1439
Conte di Trivento, duca di Bari, marchese di Vasto, conte di Monteodorisio, signore di un numero imponente di terre negli Abruzzi, in Molise, in Campania ed in Puglia, Jacopo Caldora è il fondatore della grandezza familiare ed il condottiero più capace della stirpe. Nominato ciambellano da Ladislao d’Angiò nel 1392, alterna fasi di fedeltà al regno di Napoli a ribellioni aperte, passando con disinvoltura da una parte all’altra del conflitto tra angioini e aragonesi secondo la logica propria dei grandi baroni del tempo. Combatte con Muzio Attendolo Sforza, con Braccio da Montone e contro entrambi; è catturato nel 1417 ed incarcerato a Napoli; liberato, ritorna in azione. La sua impresa militare più celebrata (da capitano generale) è la battaglia di L’Aquila nel giugno 1424, dove sconfigge Braccio da Montone in uno scontro nel quale viene abbattuto due volte da cavallo, riuscendo sempre a sottrarsi alla cattura. Grazie a questa vittoria è nominato Gran Connestabile del Regno. Negli anni successivi si pone al servizio di papa Martino V, operando nelle Marche, in Umbria e in Emilia; tra il 1428 e il 1430 tiene assediata Bologna per mesi, bombardando la città e devastando il contado con metodi spietati. Alla morte di Giovanna II d’Angiò nel 1435 rimane fedele alla causa di Renato d’Angiò contro Alfonso d’Aragona, conducendo operazioni in Puglia ed in Campania, fino alla malattia che lo costringe a delegare il comando ai figli Berlingieri ed Antonio. Muore nel novembre 1439 a causa di una emorragia generale o per un attacco apoplettico; le sue esequie solenni si tengono a Sulmona nella chiesa di Santo Spirito. Esemplari sono le valutazioni sulla sua figura, siano esse espresse dall’italiano Ercole Ricotti nella sua “Storia delle compagnie di ventura in Italia” o quelle provenienti dal tedesco Everardo Gothein in “Il Rinascimento nell’Italia meridionale”. “Il più potente barone e condottiero del tempo..Capitano forte e magnanimo, di aspetto maestoso, di bella statura; e parlava con grazia anzi con facondia più che militare, né mediocremente amava e professava le lettere…Del resto sia per cagione della sua fama, sia per cagione della sua potenza, ebbe il Caldora una fiorita scuola di capitani non solo valorosi, ma nobili e potenti in denaro e in signorie, un Antonio e un Raimondo, l’uno figliuolo, l’altro consanguineo suo, un Paolo di Sangro, un Raimondo Anichino, un Carlo di Campobasso.” (Ricotti) “Il Caldora superava gli altri per fama di spirito cavalleresco e di magnanimità. Certamente non aveva bisogno..di procacciarsi la sussistenza, militando sempre sia per questo sia per quello stato; avendo per eredità una grande potenza..potè fin dal principio fare una politica propria. Diventò col tempo un forte guerriero, e, condottieri della sua scuola si sparsero e si fecero onore in tutta l’Italia; ma non condusse mai guerra che non fosse di suo interesse immediato.” (Gothein). E’ il Caldora un condottiero dotato di tempra eccezionale, idolatrato dai suoi soldati, talmente orgoglioso da rifiutare con sdegno ogni altro titolo onorifico se non quello riassumibile nel motto di famiglia “Coelum coeli Domino, terram dedit filiis hominum”: il cielo Signore del cielo, ma la terra fu data a chi più se ne può fare signore.
ANTONIO CALDORA (Antonio Candola) URL: https://condottieridiventura.it/antonio-caldora/ Di Trivento. Figlio di Jacopo e di Medea d’Eboli. Fratello di Jacopo (padre di Giovanni Antonio). Sposa Caterina d’Eboli, Isabella Caracciolo e Margherita di Lagny. Padre di Restaino. 1400 circa – 1466 circa.
Conte di Trivento, duca di Bari, marchese di Vasto e di Bitonto, signore di Aversa, Carpinone, Conversano, Pacentro, Vasto e di numerose altre terre, Antonio eredita dal padre titoli e domini, per certi versi anche il talento militare, certamente non la capacità politica. Dato in ostaggio (1416) alla regina Giovanna II d’Angiò dal padre, partecipa alla battaglia di L’Aquila nel 1424 comandando la sesta colonna. E’ nominato viceré d’Abruzzo nel 1437 da Isabella d’Angiò, moglie di Renato, al momento prigioniero del duca di Borgogna Filippo il Buono e rinchiuso nel carcere di Talent, nei pressi di Digione. In tale veste si mostra cronicamente indeciso; lo stesso comportamento rivela anche con la venuta in Italia del re di Provenza: spesso lento a muoversi e, soprattutto, incline a cambiare campo nel momento meno opportuno. Nel 1440 è arrestato durante un banchetto offertogli da Renato d’Angiò; scarcerato, viene inviato negli Abruzzi. Sono sufficienti pochi mesi per vederlo disertare nel campo aragonese ed ottenere dal sovrano avversario, Alfonso d’Aragona, la conferma di un numero ridotto di feudi. Continua ad oscillare tra le parti anche nei decenni seguenti: nel 1459 si ribella nuovamente al re di Napoli Ferrante d’Aragona appoggiando il tentativo di Giovanni d’Angiò, teso alla riconquista del regno per conto della sua famiglia provenzale. Sconfitto nel 1461 da Alessandro Sforza, resiste nella fortezza di Vasto fino al 1464. Catturato nel 1465 a seguito di una rivolta interna, è rinchiuso in Castelnuovo a Napoli; esce vivo dalla prigione grazie all’intercessione di Francesco Sforza; è bandito dal regno e gli sono tolte tutte le signorie. Trova rifugio a Baia, a Roma, a Viterbo; si riduce infine a Jesi, dove muore nel 1466 nella capanna di un povero soldato che ha militato agli ordini del padre. La sua fine sancisce la dissoluzione del patrimonio familiare: gran parte delle terre nella valle del Sangro sono assegnate a Matteo di Capua. Al contrario del padre Jacopo sua caratteristica è l’incoerenza; la sua è una figura “ondeggiante sempre tra le due parti e pronto a tradire tutti.” Vito Vitale (“Trani dagli angioini agli spagnoli”). Una connotazione questa rilevata sia dagli storici, suoi contemporanei , sia dagli autori moderni. “Era tanto simile al padre di valore, quanto era dissimile di prudenza.” Angelo di Costanzo (“Istoria del regno di Napoli”). “Aveva interrotto la consuetudine caldoresca e le amicizie antiche degli angioini e degli sforzeschi, lasciando con suo disdoro gli uni in grande pericolo, né dando agli altri aiuti d’armi. Simulatore, d’indole varia e mutevole, infido, per sua rovina subitanea e inconsiderata a pigliar partito, pratico delle armi, non tanto da eguagliare il padre, audace e prode nel pericolo, dimesso nell’avversità.” N. F. Faraglia (Storia della lotta tra Alfonso V d’Aragona e Renato d’Angiò).
GIOVANNI ANTONIO CALDORA URL: https://condottieridiventura.it/giovanni-antonio-caldora/ Figlio di Jacopo, fratello di Antonio; un fratello di nome Jacopo è menzionato esplicitamente allorché, nel 1459, condivide con lui una condotta di quindici lance; padre di Berlingieri II. Sposa Lucrezia Barile e Lucetta Suardi. Muore nel 1500 circa.
Conte di Trivento, barone di Monteodorisio, Giovanni Antonio è nipote di Antonio. Viene dato in ostaggio dal nonno Antonio al re Alfonso d’Aragona nel 1441; nel 1455 sfida a duello Ignazio di Guevara, marchese di Vasto, già feudo dei Caldora, che ha definito i membri della sua casata come traditori per definizione. Nell’occasione è il re Alfonso ad impedire il combattimento. Più tardi affianca lo zio Berlingieri II nella ribellione a Ferrante d’Aragona schierandosi a favore del pretendente al regno di Napoli Giovanni d’Angiò. Al termine del conflitto (1464), con la sconfitta e la perdita di Monteodorisio, segue Jacopo Piccinino in esilio a Milano; passa poi agli stipendi dei veneziani; milita nella compagnia di Bartolomeo Colleoni e (1467) prende parte alla battaglia di Molinella. Nel 1477 è sconfitto e catturato dai turchi nei pressi di Gradisca d’Isonzo insieme con un figlio; condotto in Bosnia, viene liberato dietro il pagamento di una taglia di 3200 ducati. Negli anni successivi è segnalato combattere in Toscana, in Romagna e nel Lazio al servizio prima della Serenissima e, successivamente, a quello dei dei pontifici, alternando, secondo il costume familiare, condotte e defezioni. Nel 1485 aderisce alla congiura dei baroni ai danni di Ferrante d’Aragona; perdonato, nel 1492 può rientrare alla corte napoletana. Muore a Napoli intorno al 1500.
BERLINGIERI II CALDORA URL: https://condottieridiventura.it/berlingieri-caldora/
Conte di Monteodorisio, Berlingieri II Caldora è l’ultimo membro della famiglia ad essere documentato nel sito. Nel 1464, ancora fanciullo, deve abbandonare il regno di Napoli a seguito della sconfitta di Giovanni d’Angiò. E’ segnalato in Lombardia al servizio del duca di Milano. Nel 1475, in qualità di cortiigiano, riceve doni di vestiario da Galeazzo Maria Sforza; l’anno successivo combatte nel Canavese ai suoi stipendi contro le milizie del vescovo di Ginevra; assedia Feletto alla testa di una compagnia di balestrieri a cavallo. Rientrato nel regno di Napoli, nel 1485 prende parte alla rivolta dei baroni contro il re Ferrante d’Aragona; perdonato apparentemente, due anni dopo, nel 1487, viene convocato a Napoli dal sovrano, gli sono confiscati i feudi rimastigli ed è imprigionato in Castelnuovo. Liberato nel 1492, frequenta la vita di corte. Tra il 1493 e il 1494 è segnalato agli stipendi dei veneziani; nel 1495-1496 milita per i francesi negli Abruzzi contro gli aragonesi di Napoli. Recupera temporaneamente la contea di Monteodorisio; la perde in breve tempo a seguito della successiva ritirata dal regno di Napoli delle truppe di Carlo VIII. Nel 1497 cerca senza successo una condotta presso la Serenissima; si trasferisce in Francia. Rientrato in Italia nel 1498, passa al servizio del duca di Ferrara Ercole d’Este: viene inviato in Francia come suo ambasciatore alla testa di un corteo di trenta cavalli. E’ questa l’ultima notizia al suo riguardo. +1500 circa.
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