Architetture di potere: Ercole I e la nascita della città moderna
La lunga storia della casata affonda le radici nell’anno Mille. I suoi membri, favorevoli ora alla fazione ghibellina, ora a quella guelfa, si destreggiano abilmente legandosi, secondo le circostanze, alla causa imperiale o a quella del papato. I primi Estensi, con Azzo VII, riescono nel 1240 (con l’intervento dei veneziani) a conquistare pienamente il potere in Ferrara ed a mantenerlo fino al 1308, allorché ne cedono spontaneamente il dominio alla republica veneta. Segue il controllo della città e del relativo territorio da parte degli angioini del re di Napoli Roberto d’Angiò. L’avversione popolare contro il nuovo regime, alimentata dalle sopraffazioni degli ufficiali regi e degli uomini d’arme catalani, provoca una sollevazione popolare che permette nel 1317 a tre membri della famiglia d’Este di entrare in città e di prenderne possesso. Ottenutone il vicariato dai pontefici (1332), gli Estensi allargano la propria sfera d’influenza nella regione con le successive conquiste di Modena e di Reggio Emilia. Con il marchese Niccolò III (1383-1441) la potenza della casata si afferma definitivamente. A lui succedono i figli naturali Leonello (1407-1450) e Borso (1413-1471). Quest’ultimo nel 1452 ottiene dall’imperatore Federico III d’Asburgo il titolo di duca di Modena e di Reggio Emilia; avrà analogo riconoscimento per Ferrara solo nell’aprile 1471 (il giorno di Pasqua) dal papa Paolo II. Successore di Borso è il fratello Ercole (anch’egli figlio naturale di Niccolò III), abile nel destreggiarsi con successo nelle guerre d’Italia del suo tempo. A quest’ultimo subentrano altri duchi fino ad Alfonso II (1533-1597), figlio di Ercole II. Alla morte di costui, non avendo avuto figli nonostante i suoi tre matrimoni, si apre una grave crisi dinastica con la rinuncia (1598) al ducato di Ferrara (devoluto allo stato della Chiesa). Restano solo i ducati di Modena e di Reggio Emilia il cui ultimo rappresentante, Francesco V d’Austria-Este, nel giugno 1859 è costretto ad abbandonare tali territori a causa dell’inizio della seconda guerra d’indipendenza italiana e della loro annessione nelle Province Unite del Centro Italia. Termina in tal modo una delle più importanti e longeve casate italiane, mecenati nel Rinascimento e noti, soprattutto per avere trasformato Ferrara in un centro culturale d’avanguardia.
La storia degli Estensi si presenta per alcuni aspetti come una saga familiare, crudele e violenta, in cui alcuni suoi componenti, esclusi dal potere e dagli onori connessi, si sentono messi da parte e, pur di conquistare il potere sono alla costante ricerca di aiuti esterni per far valere le proprie aspirazioni. Già Dante Alighieri nella “Divina Commedia” pone Obizzo II d’Este in una cantica dell’Inferno, sommerso fino agli occhi nel sangue bollente di Flegetonte:
.. quell’altro, ch’è biondo
è Opizzo da Esti, il quale per vero
fu spento dal figliastro su nel mondo.
Tale marchese di Ferrara, che di tanti atti violenti si era macchiato nella vita, è, infatti, strangolato nel letto dai figli Azzo VIII ed Aldobrandino II, gelosi del fratello Francesco, minore, ma prediletto dal padre (gennaio o febbraio 1293). Uguale comportamento è tenuto da Francesco d’Este, che, alla morte di Obizzo III (aprile 1352), si sente defraudato per la scelta al marchesato del figlio diciassettenne del defunto, Aldobrandino III. Violenta è la sua reazione, affiancato nelle sue mire dai Carraresi di Padova e da Malatesta Malatesta Guastafamiglia signore di Rimini; nel contempo, il congiunto Rinaldo (altro pretendente) si fa parimenti avanti con la connivenza dei Gonzaga di Mantova. Al termine del conflitto Francesco d’Este preferisce non far ritorno a Ferrara, rientra ad Este dove la sua linea continuerà per circa un secolo; ripara, a Milano dove l’arcivescovo Giovanni Visconti gli assegna una pensione mensile di 500 fiorini.
Si dà definitivamente al mestiere delle armi per servire con onore Bernabò e Gian Galeazzo Visconti. Lega la sua spada ai signori di Milano anche attraverso le sue nozze con Taddea da Barbiano e con Caterina Visconti. Per oltre trent’anni, Francesco risulta come il braccio armato del Biscione, guidando le armate viscontee contro una coalizione di nemici includente lo stato della Chiesa e temibili compagnie di ventura straniere. Le sue campagne lo vedono fronteggiare in Piemonte gli inglesi di Edward Despenser e misurarsi con il leggendario Giovanni Acuto. La sua vita è un susseguirsi di fortune alterne tipiche del mestiere: conosce la cattura sia a San Ruffillo nel 1361 per mano dei pontifici guidati da Galeotto Malatesta, Malatesta Ungaro e da Piero Farnese, sia a Montichiari nel 1373: in entrambi i casi il suo alto lignaggio gli permette sempre di riottenere la libertà (dietro il pagamento di una forte taglia nel primo caso; pagata da Niccolò III d’Este nel secondo) e la possibilità di ritornare a combattere alla testa delle truppe viscontee. Muore a Milano nel dicembre 1384, onorato con esequie solenni a Pavia e sepoltura nella capitale lombarda nella chiesa di Sant’Eustorgio.
Anche per Niccolò III la successione non è cosa facile. Le pretese, sempre vive, alla signoria da parte del ramo collaterale sono ora impersonate da Azzo, figlio del precedente Francesco. Le motivazioni sono quelle usuali: la giovane età del nuovo marchese, dieci anni, il fatto di essere un figlio naturale seppure legittimato dal papa Bonifacio IX. Andato a vuoto un primo tentativo di avvelenamento, Azzo si collega con alcuni feudatari estensi; gode dell’appoggio politico di Gian Galeazzo Visconti; è suo alleato nell’impresa Giovanni da Barbiano; è, inoltre, affiancato dalle truppe dei da Polenta, signori di Ravenna e da quelle di Cecco II Ordelaffi, signore di Forlì. Il sostegno dei veneziani e l’arruolamento di valorosi condottieri permette ai ferraresi di vincere in battaglia gli avversari con la cattura dello stesso Azzo.
Niccolò III, nel corso della sua lunga esperienza di governo, sa superare gravissime difficoltà sia sul piano interno, sia su quello esterno: riesce a garantire la sopravvivenza della sua signoria in una situazione politica generale molto movimentata a causa della formazione e crescita dei finitimi stati regionali (Venezia, Milano, Firenze). L’ossessione che lo spinge a cercare conquiste femminili è uno dei principali caratteri che l’hanno consegnato alla memoria collettiva mentre è ancora in vita. Tre mogli, Gigliola da Carrara, Laura Malatesta detta Parisina e Rizzarda da Saluzzo, quattro figli naturali, di cui tre gli succedono nella signoria (Leonello, Borso, Ercole ), altri ventidue figli nati fuori dai matrimoni sono il risultato della sua esuberanza amatoria. 800 “donzelle”, si racconta, siano state le donne vittime del suo libertinaggio, tanto che in un detto popolare si diceva “Al di qua ed al di là del Po sono tutti figli di Niccolò”. Nei matrimoni, invece, trova meno gioie e più guai che fortune, specie con la seconda moglie, Parisina, sorpresa in fragrante adulterio con il figliastro Ugo. I due amanti sono entrambi condannati alla decapitazione dopo un processo sommario. Muore nel dicembre 1441; si parla a questo riguardo di veleno fattogli propinare da Francesco Sforza.
Nuovi contrasti sorgono pure alla morte di Borso d’Este allorché il fratello Ercole I (1431-1505) è destinato alla sua successione. Il suo è un curriculum ricco di prestigio: ha conosciuto la polvere dei campi di battaglia sin dalla sua gioventù militando nel regno di Napoli, inizialmente per gli angioini contro gli aragonesi; in un secondo momento per il re Ferrante d’Aragona contro le milizie di Giovani d’Angiò. Agli stipendi della Serenissima si batte contro Federico da Montefeltro nel sanguinoso combattimento di Molinella. Alla testa del primo squadrone con la sua cavalleria salva dalla cattura il capitano generale Bartolomeo Colleoni che sta per essere sopraffatto dagli avversari. Nel corso dello scontro perde tre cavalcature; è ferito da un colpo di schioppetto al malleolo del piede destro mentre cerca di trattenere i suoi uomini che si stanno dando alla fuga. Con la sua elezione la signoria ferrarese diviene la posta di un gioco delle parti tra i vari stati italiani, con Venezia che sostiene Ercole; Milano, Alberto, un fratello illegittimo dello stesso Borso; e Mantova, Niccolò, un giovane gaudente ed ozioso, amante dei piaceri e del denaro.
Ercole, per sopravvivere, ricorre a tutti i mezzi possibili per sbarazzarsi dei rivali non avendo scrupoli ad utilizzare i sistemi più subdoli e crudeli. Uomo prudente, accorto, buon condottiero, esperto nell’arte della guerra, il nuovo duca non ha la tempra dello statista; è soprattutto incapace a fronteggiare la grave situazione economica del suo stato. La fortuna lo assiste con parentele che lo legano con quasi tutte le corti italiane. Risulta, da questo punto di vista, genero del re di Napoli Ferrante d’Aragona, suocero del marchese di Mantova Francesco II Gonzaga, nonché del reggente e poi duca di Milano Ludovico Sforza (Ludovico il Moro); da ultimo, anche del primogenito del signore di Bologna Giovanni II Bentivoglio (Annibale). Forte di queste relazioni si trova spesso ad intervenire come mediatore nei numerosi conflitti del tempo. Proclamandosi personalmente neutrale, ha modo di procurare utili condotte ai figli che militano in eserciti differenti, anche come avversari. Durante il suo ducato Ferrara, grazie in particolare all’Addizione Erculea, realizzata con l’architetto Biagio Rossetti, diviene la prima moderna capitale europea. Sposa Eleoonora d’Aragona, che, spesso, svolge in sua vece un ruolo determinante in diverse fasi critiche in cui si trova a trovare il ducato.
Un ulteriore tentativo di sostituire il legittimo erede al ducato si verifica anche con l’avvento alla signoria di Alfonso I, figlio di Ercole. Vi è un odio profondo tra i due fratelli del duca, don Giulio ed Ippolito, cardinale ed arcivescovo di Strigonio (Esztergom), primate d’Ungheria. Reciproche offese, ritorsioni, risentimenti, vanterie, propositi di vendetta sono gli stati d’animo che provocano il dramma finale. Un giorno Angela Borgia, cugina di Lucrezia, moglie del duca Alfonso I, dichiara di apprezzare più gli occhi di don Giulio che non l’intero corpo del cardinale. Accecato dall’ira, il prelato ordina ai suoi sicari di trucidare il fratello e di asportargli gli occhi. Si presenta l’occasione: don Giulio rimane ferito e subisce un grave danno alla vista. Vi è un tentativo di rappacificazione.
L’ostilità di quest’ultimo cresce col tempo e coinvolge il fratello don Ferrante (che aspira al ducato) in un complotto volto ad assassinare sia Ippolito che Alfonso. Due sono i tentativi effettuati dai congiurati, entrambi a vuoto, per uccidere il cardinale con pugnali avvelenati. Gli autori della trama sono scoperti. Don Ferrante, in ginocchio chiede perdono al fratello duca ed accusa della congiura don Giulio. Costui, rifugiatosi a Mantova, viene estradato e sottoposto a processo. I due Estensi si vedono commutata la pena di morte nel carcere a vita. Sono relegati in due camerette nella torre di Castelvecchio, una detta dei Leoni e l’altra di San Michele. Don Ferrante verrà liberato dopo 34 anni di prigione; don Giulio lo sarà dopo 53 anni.
Al fianco di Ercole I opera sempre fedelmente il fratello Sigismondo (1433, aprile-1507, agosto). Signore di San Martino in Rio e di altre località del modenese e del reggiano, non cercherà mai di usurpare il potere accontentandosi di ruoli secondari. Uomo sostanzialmente mediocre, dal punto di vista militare si rivela non idoneo ad affrontare situazioni difficili, com quando accade nel 1482 di fronte alle truppe veneziane di Roberto da San Severino. I suoi successori del ramo di San Martino governeranno i loro feudi, tra alterne vicende, fino al 1752.
CONDOTTIERI DEL RAMO CADETTO DI ESTE
Mentre il ramo principale regna a Ferrara, un ramo cadetto discendente da Azzo d’Este, con sede ad Este, lega il proprio destino alla Repubblica di Venezia. Taddeo d’Este, nato intorno al 1385, eredita dal padre la “vigoria nello adoperare le armi” e diviene uno dei comandanti più affidabili della Serenissima durante la sua espansione in Terraferma. Sposato con Maddalena Arcelli, figlia del condottiero Filippo Arcelli, Taddeo è protagonista della conquista del Friuli e dell’Istria tra il 1414 e il 1422, sottomette Rovereto e pacifica territori vitali per Venezia. La sua carriera si svolge soprattutto nelle grandi guerre contro i Visconti, duchi di Milano: vi si distingue non tanto per azioni offensive, quanto per la tenacia che rivela appieno nell’eroica e fortunata difesa di Brescia del 1438, in cui viene respinto Niccolò Piccinino, ed in quella, più sfortunata, di Piacenza (novembre-dicembre 1447), assediata dalle milizie di Francesco Sforza. Fatto prigioniero, è condotto a Cremona, dove si rivela utile al futuro duca di Milano nel comporre le continue liti che sorgono nel campo della Repubblica Ambrosiana per la spartizione del bottimo. E’ liberato dallo Sforza che gli dona armi e cavalcature. Muore nel giugno successivo. Il suo decesso avviene in circostanze sospette che hanno fatto pensare ad un suo avvelenamento ad opera dei veneziani timorosi per un suo possibile tradimento.
Il figlio di Taddeo, Bertoldo d’Este, raccoglie il testimone paterno e tutela lo stendardo di San Marco oltre i confini italiani. Dopo essersi fatto le ossa in Lombardia alla difesa di Orzinuovi dagli Sforza nel 1453 (resiste per tredici giorni ai bombardamenti dei nemici), Bertoldo lega il suo nome alle guerre contro i Turchi. Nominato nel 1463 capitano generale per la spedizione in Morea (Peloponneso), gli è dato il comando di un corpo di 15.000 uomini. La sua campagna è segnata dalla ricostruzione in due settimane, mediante il lavoro indefesso dei suoi uomini e quello dei galeotti della flotta, di un muro di protezione dell’istmo di Corinto. La barriera (l’examilion) consta di 136 torri, presenta un’altezza di 12 piedi, è protetta da un duplice fossato ed è lunga 6 miglia, dal golfo di Lepanto al mare Egeo. La sua vita si conclude tragicamente sotto le mura della stessa Corinto. In un momento di tregua, oppresso dal caldo soffocante, viene colpito a morte da un sasso mentre si è appena levato l’elmo. Spira dopo pochi giorni a Negroponte.






