FRANCESCO SFORZA

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1836      FRANCESCO SFORZA  (Francesco da Cotignola) Di San Miniato. Duca di Milano e di Bari; conte di Cotignola, Tricarico, Ariano Irpino; marchese della Marca. Signore per periodi più o meno limitati di Ascoli Piceno, Tolentino, Potenza Picena, Sant’Elpidio a Mare, Monterubbiano, Montefiore dell’Aso, Visso, Montegranaro, Castignano, Offida, Porto Recanati, Jesi, San Severino Marche, Osimo, Recanati, Fabriano, Macerata, Pergola, Acquapendente, Tuscania, Assisi, San Lorenzo, Sanguinetto, Teramo, Troia, Benevento, Manfredonia, Foligno, Gualdo Tadino, Todi, Terni, Nocera Umbra, Orvieto, Tuscania, Acquapendente, Proceno, Bitonto, Pontremoli. Figlio naturale di Muzio Attendolo; fratello di Alessandro, Giovanni e Leone; fratellastro di Bosio e di Corrado da Fogliano; genero di Jacopo Caldora e di Filippo Maria Visconti; cugino di Foschino e Marco Attendolo; nipote di Micheletto e di Lorenzo Attendolo; suocero di Sigismondo Pandolfo Malatesta, Jacopo Piccinino, Giosia Acquaviva, Luigi dal Verme e Giovanni da Tolentino; cognato di Troilo da Rossano e di Ardizzone da Carrara.

 1401 (luglio) – 1466 (marzo)

Anno, mese Stato. Comp. ventura Avversario Condotta Area attività

Azioni intraprese ed altri fatti salienti

……………….. Toscana ed Emilia

Trascorre i primi anni dell’infanzia a Firenze. Si trasferisce a Ferrara e diviene paggio alla corte del marchese  Niccolò d’Este. In tale città tra i suoi maestri vi è Guarino Guarini, detto “il veronese”.

1412
……………….. Campania

Si reca a Napoli con Marco Attendolo; è affidato alle cure del gran camerario Gabriele Felice ed a quelle di Michele Ravignano marito della zia Margherita Attendolo.

Dic.

Viene infeudato dalla regina Giovanna d’Angiò della contea di Tricarico con Senise, Calciano, Salandra, Brasciano e Craco già di proprietà dei San Severino.

1414
Dic. Campania

E’ incarcerato in Castelnuovo a Napoli con il padre e Micheletto Attendolo su ordine della regina di Napoli.  Sarà liberato dopo quattro mesi.

1415
Mar. giu. Campania

Viene dato in ostaggio dal padre a Pandolfo Alopo con la sorella Lisa, i fratelli Leone, Giovanni, Alessandro, i cugini Foschino e Marco ed un figlio di Lorenzo Attendolo. Liberato, Più tardi avrà in feudo dalla regina Ariano Irpino con le terre di Apice, Montecalvo Irpino, Castelfranco, Casalduni, Monteleone di Puglia ed Amando, confiscati ad Ermenegildo di Sabran.

Ago. Campania

E’  incarcerato da Giacomo di Borbone, conte de la Marche, quando a corte prevale il partito del promesso sposo della regina rispetto a quello del favorito Pandolfo Alopo.

1416
Nov.

Con la caduta in disgrazia di Giacomo di Borbone ottiene la libertà. Gli sono restituiti Tricarico ed Ariano Irpino con le ralative pertinenze.

1417
Feb. Campania

Ottiene il titolo di conte di Ariano Irpino.

Ott. Napoli Perugia Lazio

Combatte le truppe di Braccio di Montone. Si segnala in uno scontro presso Toscanella (Tuscania) dove contribuisce alla sconfitta di Tartaglia; per il valore dimostrato nell’occasione è armato cavaliere al termine del combattimento.

1418
Ago. Sforza Napoli Calabria

Viene inviato dal padre in Calabria. Accompagnano Francesco Sforza Berardo da Varano, Taliano Furlano, Pelino da Cotignola, Bianchino da Parma, Antonello d’Alfano, Arrigo della Rocca Bolone, Matteo dell’Alpe, Rinaldo da Cotignola, Ettodoro Albanese, il Minutillo.

1419
Giu. Napoli Perugia Calabria e Lazio

Lascia la Calabria per dirigersi a Viterbo in soccorso del padre. Si muove all’alba per assalire il campo nemico, posto tra il Bullicame e Montefiascone, dove Muzio Attendolo Sforza ha preparato un agguato. Gli vengono contro Niccolò Piccinino e Tartaglia; con il soccorso di Micheletto Attendolo batte gli avversari e cattura 562 cavalli. E’ fatto prigioniero anche il  Piccinino con 37 uomini della sua compagnia.  Francesco Sforza  entra in Viterbo.

1420
Giu. Angiò Napoli 1000 cavalli Campania

Affianca il padre contro Giovanna d’Angiò. Assedia Acerra di cui viene a capo solo con l’ausilio di Micheletto Attendolo. E’ ferito al petto da un verrettone in uno scontro a Napoli presso Porta Capuana. Ne ha per quindici giorni.

Ott. Calabria

A fine mese si sposa a Rossano con la contessa di Montalto Polissena Ruffo, vedova del cavaliere francese Giacomo di Mailly, che gli porta in dote 20000 ducati e molte terre (Paola, il principato di Rossano, Calimera, Caccuri, Montalto Uffugo, Policastro ed altri feudi affidati all’ amministrazione di Angiolo Simonetta). Nello stesso periodo acquista per 25000 ducati Briatico e Messiano da Rizzardo Morisco.

1421
Gen. Calabria

E’ nominato viceré della Calabria da Luigi d’Angiò per organizzarvi con i nobili locali un’offensiva ai danni del partito aragonese. Gli sono consegnati 100000 ducati (sui 200000 promessigli);  si reca nella regione con 1200 uomini e molti condottieri che hanno militato agli ordini del padre Muzio (Tinto dei Michelotti, Taliano Furlano, Cesare da Martinengo, Perino Attendolo). Raggiunge Rende;  in breve riduce all’ubbidienza il marchese di Crotone, il conte di Arena, quello di Policastro ed altri nobili quali i Fuscaldo ed i San Severino. Deve anche domare una rivolta suscitata nel feudo di Montalto Uffugo dall’ avvelenamento della moglie Polissena Ruffo, insieme a quello di  una figlia di primo letto della consorte, effettuato da una zia  che si vuole appropriare dell’ eredità della nipote.

……………….. Calabria

La flotta di Alfonso d’Aragona sbarca in Calabria;  si propala la falsa notizia della  sua morte. Francesco Sforza rischia di finire vittima di alcuni condottieri che si ammutinano: anche in questo caso viene salvato dall’arrivo di Micheletto Attendolo con 400 cavalli e di Luigi da San Severino. Gli avversari sono battuti a Cosenza. Con la vittoria molti sono i prigionieri; sono catturati Taliano Furlano, Fiasco da Giraso e Cesare da Martinengo; nessuno è punito e tutti ritornano a militare ai suoi ordini.

……………….. Napoli Re d’Aragona

Segue sempre il padre al servizio della regina di Napoli ai danni degli aragonesi.

1423
……………….. Calabria

Viene scacciato dagli aragonesi da Reggio Calabria.

Ott. Abruzzi

E’ richiamato dalla Calabria dal padre per affiancarlo negli Abruzzi contro   Braccio di Montone intento ad assediare L’Aquila.

1424
Gen. Abruzzi

Attraversa alla foce il Pescara in piena con 50 cavalli; ha una scaramuccia con i bracceschi;   è costretto ad assistere, senza potere intervenire, alla morte per annegamento del padre  Muzio mentre sta tentando di raggiungerlo sull’ altra riva del fiume. Decide di ritirarsi; guada nuovamente il Pescara e ritorna con qualche perdita sulla sponda iniziale; riconduce le truppe ad Ortona ove lascia un presidio.

Feb. mar. Campania

Raggiunge Benevento per assicurarsi i possedimenti paterni. La vedova del padre, Maria di Marzano, cerca invano di impedirgli l’ingresso nella città perché vuole che siano anche  altri fratellastri a godere dell’ eredità paterna.  Riceve il giuramento di fedeltà dai suoi vassalli e si reca ad Aversa ove Giovanna d’Angiò gli conferma i feudi del padre: da questo momento non si chiamerà più Francesco Attendolo ma prenderà definitivamente l’appellativo di Sforza con il quale è peraltro già conosciuto. A Benevento riordina le sue truppe; per strada si scontra, tra Aversa e Maddaloni, con Orso Orsini inviato con 500 cavalli a Napoli da Braccio di Montone. Sconfitto si fortifica in Acerra dove riceve soccorsi da Agapito Colonna  luogotenente del principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo. Con Micheletto Attendolo assedia da terra in Napoli l’infante don Pietro d’Aragona;  per mare agisce, invece, la flotta viscontea guidata da Guido Torelli di cui diverrà buon amico.

Apr. Campania

Napoli cade per la defezione di Jacopo Caldora; Francesco Sforza allaccia presto vincoli di parentela con tale condottiero in quanto ne sposerà la figlia. A fine mese lascia la Campania con il Caldora, Micheletto e Lorenzo Attendolo e Luigi da San Severino.

Mag. Abruzzi Si collega con i pontifici comandati da Ludovico Colonna.
Giu. 1000 cavalli Abruzzi

Braccio di Montone gli dà modo di scendere dal monte di Ocre contro il parere di Niccolò Piccinino e di altri coindottieri che avrebbero voluto attaccarlo sulle alture. Affronta Braccio di Montone nella battaglia di L’Aquila che dura dalle sette alle otto ore. Con Micheletto Attendolo ha il  comando dell’ avanguardia (cinque schiere per 1000 cavalli). Con tre squadre tenta di guadare l’Aterno; sullo Sforza  si gettano Malatesta Baglioni, Giovanni Unghero, Antonello Ruffaldi e lo Starchellino. Lo Sforza  supera la resistenza; tiene poi testa all’ attacco di Braccio di Montone portato sull’ala destra;  inizia ad aggirare l’ala sinistra braccesca.  Il condottiero avversario è sconfitto e fatto prigioniero. Si dice che lo Sforza, mentre il chirurgo sta ispezionando con lo specillo la ferita al capo di Braccio di Montone, abbia urtato con la mano inguantata il ferro chirurgico per determinare la morte istantanea dell’ avversario. Di seguito assedia  con Jacopo Caldora il castello di Paganica e costringe i difensori ad arrendersi a patti.

Lug. ago. Chiesa Perugia Umbria e Lazio

Alle sue milizie si uniscono quelle dei Trinci; insieme (3000 cavalli e molti fanti) si avvicinano a Perugia predando i raccolti, razziando bestiame ed incendiando numerose abitazioni di coloni tra Deruta e Marsciano. Viene raggiunto a San Martino in Colle dagli inviati della città;  a fine mese Perugia cede allo stato della Chiesa. Penetra nell’ orvietano e nel Patrimonio per affrontare i seguaci di Braccio di Montone. Gli si arrende il castello di Monte Rubiaglio.

Sett. Chiesa Foligno Umbria

Obbliga anche il signore di Foligno Niccolò Trinci a riconoscere l’autorità papale. E’ contattato dai fiorentini per combattere i viscontei; nonostante l’opposizione del papa Martino V preferisce  passare  al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti   (condotta di 1500 cavalli e di 300 fanti).

Ott. nov. Umbria e Lazio

E’ segnalato con Micheletto Attendolo a Ponte San Giovanni per dirigersi su Todi; giunge a Viterbo, si ferma ad Acquapendente e rientra a Perugia. Viene nuovamente avvicinato dai fiorentini (Rinaldo degli Albizzi) che promettono a lui ed all’Attendolo una condotta di 400 lance e di 200 fanti per sei mesi più sei di beneplacito o un anno di ferma ed uno di beneplacito a loro scelta. Tra i capitoli è compresa una prestanza di 50/60  fiorini per lancia ed il bastone di capitano generale per lo Sforza. Si incontra a Roma con il pontefice; le sue truppe pongono i loro accampamenti invernali prima sui confini con il senese e poi, dopo che gli è stato consegnato del denaro, a Terracina.

1425
Giu. Milano Firenze Faenza 1500 cavalli e 300 fanti Umbria e Romagna

Si muove con 1000 cavalli nei pressi di Deruta; rappresentanti del comune di Perugia gli fanno avere i doni rituali (pane, vino, confetti, melarance e cera). Ottenuti pure 600 fiorini si porta verso la Romagna. Sosta a Granarolo ed a fine mese tocca Forlì con 1200 cavalli; alloggia a Cava dei Colli presso Montecchio; si trasferisce quindi nel faentino ove depreda Reda ed Albareto. Ancora a Granarolo.

Lug. Romagna

Staziona attorno a Faenza; in una sortita con i difensori della città cattura Jacopo Orsini e Baldovino da Tolentino che sono condotti a Lugo. Gli assediati irrompono nel suo campo;  sono prontamente ricacciati ed inseguiti sino alle porte della città. Ripiega ad Imola e da qui continua a tormentare i faentini con incursioni quasi quotidiane nel loro territorio.

Ago. Lombardia

Viene convocato a Milano;  vi è accolto con benevolenza dal duca.

Sett. Romagna

Rientrato in Romagna opera con Angelo della Pergola e Secco da Montagnana;  assedia in Faenza Niccolò Piccinino.

Ott. Toscana e Marche

Con Guido Torelli sconfigge ad Anghiari Niccolò Piccinino, Niccolò da Tolentino e Bernardino degli Ubaldini della Carda cui cattura 300 cavalli e 500 fanti. Giorni dopo con Fabrizio da Capua vince di nuovo i fiorentini alla Faggiuola in Val Marecchia.

1426
……………….. Toscana
Mar. apr. Milano Venezia 1500 cavalli Lombardia

Esce da Montichiari in soccorso della rocca di Brescia assediata dai veneziani del Carmagnola. E’ formato un grosso convoglio di rifornimenti scortato da 500 uomini d’arme; entra nelle cittadelle della città e ne rafforza le guarnigioni. Dà continue scaramucce agli avversari senza lasciare loro respiro: dopo quaranta giorni, con l’arrivo al campo avversario di Niccolò da Tolentino con 4000 cavalli e 3000 fanti, lascia i fanti nelle fortezze e ripara a Montichiari. Secondo fonti veneziane e fiorentine Francesco Sforza si trova a Brescia con 300 cavalli allorché la città cade in potere del Carmagnola.

Mag. Lombardia

Unisce le sue schiere con quelle di Niccolò Piccinino (anch’egli passato al soldo dei viscontei), di Angelo della Pergola, di Guido Torelli e di Secco da Montagnana provenienti dalla Toscana e dalla Romagna per prestare soccorso agli assediati in Brescia. Si scontra con il Carmagnola a Montichiari. Frequenti sono i contrasti nel campo visconteo tra coloro che, come lo Sforza ed il Piccinino spingono ad una strategia più offensivista e quelli che come il della Pergola ed il Torelli privilegiano una tattica più prudente.

Ago. Lombardia

Cerca vanamente di prestare soccorso alla rocca grande di Asola che deve cedere di fronte ad Andrea Gottego. Conduce con Niccolò Piccinino un nuovo attacco a Brescia tra la Porta di Torrelonga e quella di Sant’ Alessandro al “prato al vescovo”.

Nov. Lombardia

Si arrendono agli avversari le ultime isole di resistenza di Brescia.

Dic. Lombardia

E’ firmato tra le parti un trattato di pace in base al quale Francesco Sforza deve consegnare agli avversari ed al procuratore ducale Oldrado Lampugnani Orzinuovi: si rifiuta di obbedire all’ articolo probabilmente su sollecitazione segreta dello stesso Filippo Maria Visconti. Il duca di Milano, infatti,  desidera solo guadagnare tempo per riprendere il conflitto con la Serenissima.

1427
Mag. 1200 cavalli Lombardia

A Milano, abita presso la Porta Comacina nella parrocchia di San Marcellino;  presenzia nel castello di Porta Giovia alla stipula dell’ alleanza con l’imperatore Sigismondo d’Ungheria in funzione antiveneziana. Pone un’imboscata con Niccolò Piccinino, Guido Torelli ed Angelo della Pergola al Carmagnola a Gottolengo: l’esito è incerto per l’intervento finale a favore dei veneziani di Gian Francesco Gonzaga che, in un certo qual modo, riesce a riequilibrare le sorti del combattimento. Sempre nel mese si scontra nei pressi di Binanuova, sull’Oglio, ancora con il Carmagnola: in una delle tante scaramucce fa gettare nel fiume i soldati nemici catturati; altrettanto fa il capitano rivale quando riconquista la località.

Giu. 1500 cavalli Emilia

Lascia  Castelguelfo, attraversa il Panaro con Ardizzone da Carrara e si collega con l’esercito ducale. Accorre per respingere sulla sinistra del Ticino un tentativo di sbarco della flotta veneta di Francesco Bembo.

Lug. Lombardia

Con Angelo della Pergola e Guido Torelli assale il Carmagnola nel campo fortificato di Castelsecco presso Cremona; trova nella trincea formata dai carri un punto meno difeso e vi penetra con impeto, seguito da Cristoforo da Lavello e da Ardizzone da Carrara; si spinge sino al centro ed all’improvviso si trova solo. Dopo quattro ore di fiera lotta i  ducali vengono respinti e si ritirano a Cremona (500 i prigionieri tra i viscontei).

Ago. Emilia e Lombardia

Giunge a Parma con 600 cavalli e 100 fanti;  i suoi uomini sono alloggiati in Codiponte. Si collega  con Niccolò Piccinino a Praolboino e fronteggia sempre i veneziani.

Ott. Lombardia

Si accampa a Maclodio. Prevale la tesi dello Sforza e di Niccolò Piccinino (condivisa dal capitano generale Carlo Malatesta) di portare le truppe su un argine elevato intorno al quale sorgono paludi impraticabili dalla cavalleria e folti boschi, ove il Carmagnola ha avuto modo, in precedenza, di collocare numerosi arcieri e balestrieri. Francesco Sforza è tra i primi a prendere le armi con Cristoforo da Lavello ed Ardizzone da Carrara; libera Angelo della Pergola dalla cattura; con la disfatta approfitta della polvere che nasconde ogni cosa e si mette in salvo. Sono fratti prigionieri tra im viscontei 10000 uomini, tutti liberati (per non doverli sfamare) secondo gli usi del tempo.

Nov. Piemonte

A Castellazzo.

Dic. Milano Fuoriusciti Genova Liguria e Piemonte

E’ inviato in Liguria per difendere Genova dai Campofregoso. E’ assalito dai fuorisciti in una gola degli Appennini: ordina la ritirata. E’ incalzato dai montanari alle spalle ed ai fianchi. Molti sono gli uccisi tra i suoi uomini, tra cui Gherardo da Cotignola; raggiunge la pianura e fa porre le truppe in circolo. Gli inseguitori si fermano in attesa delle tenebre: viene salvato nella circostanza dall’ intervento di Eliana Spinola, signora di Ronco e seguace di Filippo Maria Visconti, che riesce con i suoi fautori ad allontanare i fuoriusciti. Lo Sforza ritorna nell’alessandrino.

1428 Lombardia

Accusato a Milano da Niccolò Terzi e da Alberico da Barbiano è condannato a languire in dispettoso ozio in Lomellina ed a Mortara senza stipendi e seguaci. Due volte nel periodo si disputa nel consiglio ducale se incarcerarlo o farlo morire: alla fine è protetto da alcuni amici come Guido Torelli che stornano dal suo capo le minacce più pericolose. E’ questo il primo dei molti alti e bassi che segnano i suoi rapporti con il duca di Milano.

1430
Gen. Lombardia

Rientra nelle grazie ducali;  è inviato a Pavia con 1200 cavalli e 50 fanti. Le sue truppe sono alloggiate nelle case dei cortigiani.

Mag. giu. Lucca Firenze 1700 cavalli e 600 fanti Piemonte

Firenze ha assalito Lucca;  Francesco Sforza  è inviso ad una parte del mondo politico e militare milanese. Filippo Maria Visconti che desidera impadronirsi di Lucca approfitta della situazione, licenzia lo Sforza e lo spedisce alla difesa di Lucca attaccata dai fiorentini. Congedato ufficialmente con la consegna di 3000 fiorini lascia Tortona; con il  denaro ricevuto da Antonio Petrucci e da Paolo Guinigi signore di Lucca (24162 ducati di prestanza) rimette in ordine le sue compagnie. La condotta è di 450 lance, più altre 50 a beneplacito del Guinigi; la ferma è stabilita in un anno. Sosta nel parmense con 1700 cavalli e 600 fanti e si ferma in tale territorio per due mesi.

Lug. ago. Toscana

Supera gli Appennini, prende la strada della Lunigiana e di Pietrasanta e libera Lucca dall’assedio dei fiorentini; fa entrare nella città Leone da Tagliacozzo. Lascia l’esercito sul Serchio e si introduce a sua volta nella città per chiedere con energia altro denaro a Paolo Guinigi; soddifatto nelle sue richieste attacca Pescia alla cui difesa si trova Giovanni Malavolti. Costretto a ritirarsi dopo cinque vani assalti alle mura (agosto) scorre in Val di Nievole con Ladislao Guinigi, si impadronisce di Borgo a Buggiano e di Stigliano,  data alle fiamme. I fiorentini riparano a Ripafratta mentre lo Sforza conduce le sue depredazioni fino a tre miglia da Prato. Il bestiame razziato ed il bottino (trasferito con 500 cavalcature cariche di prede e di prigionieri) viene condotto a Lucca. Nella città ha nuovi contrasti con Paolo Guinigi timoroso di un’offensiva troppo spinta ai danni degli avversari. Lo Sforza si accampa al di là del Serchio e chiede nuovo denaro. Negli stessi giorni  Filippo Maria Visconti si accorda con Antonio Petrucci, cancelliere dello stato toscano, per abbattere la signoria di Paolo Guinigi che, da parte sua, sta portando avanti segrete trattative con i fiorentini per cedere loro la città in cambio di 200000 fiorini. Questi ultimi propongono allo Sforza di pagargli 50000 fiorini, quale residuo di paghe dovute al padre morto da sette anni; il condottiero si incontra nei pressi di Pescia con Boccaccino Alamanni;  gli è consegnato il denaro.

Sett. ott. Toscana ed Emilia

I congiurati filoviscontei con Pietro Cenami sorprendono nel suo palazzo di Lucca Paolo Guinigi e lo arrestano; nello stesso tempo Francesco Sforza  cattura al campo il figlio del signore di Lucca  Ladislao Guinigi. Entra nella città e mette a sacco il palazzo di Paolo Guinigi: il bottino  ascende a 60000 ducati, in parte distribuito tra i soldati ed i condottieri a fronte delle paghe scadute ed in parte  inviato a Milano a restituzione di prestiti fatti in precedenza dal duca di Milano a favore dello stesso Guinigi. Lo Sforza si installa con Pietro Navarrino nella cittadella e la occupa a garanzia del suo credito verso i congiurati (altri 12000 fiorini). Questo gli viene saldato parte in natura (drappi di seta, gioielli) e parte in contanti; solo allora (fine ottobre) lascia Lucca. Dà in ostaggio il fratello Alessandro e si dirige a Mirandola: rifiuta di farsi ulteriormente coinvolgere nelle cose toscane, in particolare rifiuta l’offerta dei fiorentini di combattere i senesi. Rivela anzi il contenuto della richiesta ricevuta a Siena.

……………….. Romagna

Si ritira a Cotignola. Si accinge a recarsi nei suoi possedimenti pugliesi allorché riceve nello stesso tempo sia una nuova proposta dei fiorentini, più volte sconfitti in Toscana da Niccolò Piccinino, sia l’ offerta di Filippo Maria Visconti di fargli sposare la figlia naturale Bianca Maria, di ventiquatttro anni più giovane.  Sceglie di militare al servizio del duca;  provvede subito a farsi annullare dal  papa il matrimonio che lo unisce ancora con la figlia di Jacopo Caldora; si fa pure anticipare la dote ed entra in possesso di Cremona, Bosco Marengo e Frugarolo.

1431
Mar. Milano Venezia Lombardia

Con Niccolò da Tolentino sconfigge a Soncino il Carmagnola; gli tende un’imboscata presso Azzanello e  gli cattura 1000/1500 cavalli e  500 fanti: l’avversario si salva a Brescia con soli sette cavalli.

Giu. Lombardia

Respinge un nuovo attacco veneziano a Soncino;  cattura altri 500 cavalli al Carmagnola. Sempre nel mese con Niccolò Piccinino, Niccolò da Tolentino e la flotta pavese di Pasino degli Eustachi distrugge la flotta veneziana nei pressi di Cremona dopo avere convinto con uno stratagemma il Carmagnola a non muoversi dal suo campo. Con il Piccinino e Guido Torelli fa salire i suoi uomini d’arme sui galeoni ducali; i milanesi afferrano con gli uncini le navi avversarie,  si lanciano sui ponti  protetti dalle loro armature. Dopo dodici ore solo 5/6 navigli si salvano con la fuga; i morti tra i veneziani sono 1500 (500 tra i viscontei) ai quali si aggiungono altri 400 feriti che, condotti nell’ ospedale di Cremona,  passeranno in gran parte a miglior vita nei giorni successivi. Galee e prigionieri (tra i quali Niccolò Trevisan ed il provveditore Marino Contarini) vengono condotti a Pavia. La sconfitta costa alla Serenissima la perdita di materiale bellico per 600000 fiorini.

Nov. dic. Milano Monferrato Piemonte

Aggredisce il marchese Gian Giacomo di Monferrato con 2000 cavalli ed altre milizie per un complesso di 5000 uomini. Sconfigge 1000 cavalli ed altrettanti fanti;  in soli due mesi ha ragione degli avversari. Giunge ad Alessandria con Urbano di San Luigi, punisce gli abitanti che hanno favorito i monferrini con la condanna di 5000 cittadini; invia il Rampino con una parte delle schiere nell’alto Monferrato con l’ incarico di persuadere, e nel caso costringere, quei feudatari ad aderire alla causa viscontea. Investe Lu, la espugna dopo cinque giorni e la sottomette ad un feroce sacco che termina con la distruzione delle case e l’uccisione di molti abitanti. Francesco Sforza applica la medesima crudeltà contro Vignale ed altri luoghi vicini; è risparmiata la rovina solo ai signori di alcuni castelli (Mirabello Monferrato, Baldesco, Grana) ed a Occimiano in cambio di una cospicua taglia. A dicembre ottiene anche Casale Sant’ Evasio (Casale Monferrato) che si salva dal saccheggio dietro il riconoscimento di una forte somma. Gian Giacomo di Monferrato si rinchiude inizialmente nel castello di Pontestura; lo abbandona, infine, per riparare prima presso il conte di Savoia e poi a Venezia. Con la vittoria lo Sforza si reca a Milano ed accoglie in Sant’Ambrogio l’imperatore. Con Alberico da Barbiano, Niccolò Terzi e la sua cavalleria scorta Sigismondo d’Ungheria a Piacenza.

1432
Feb. Piemonte Lombardia

Prosegue la sua campagna nel Monferrato. E’ segnalato a Vignale; sue genti si impossessano di Calliano e Tonco, depredano il contado di Montemagno e fanno prigionieri a San Donnino. Si trasferisce a Cremona. Viene invitato dall’ ambasciatore ducale a rientrare a Milano; sulla strada, a Lodi, è informato da una lettera di Contuccio Perugino che gli sono state tese delle insidie dai viscontei perché  sospettato di tradimento. Raggiunge lo stesso  Milano e convince Filippo Maria Visconti della sua innocenza.

Apr. Emilia

Si trova con le sue truppe tra Piacenza e Parma; si incontra nella seconda località con l’imperatore: nella città alloggia nelle case di Giovanni da Marano.

Sett. Milano Venezia Lombardia

Contrasta con Niccolò Piccinino Lorenzo Attendolo.

Ott. Emilia e Lombardia

Costringe  Gattamelata a ritirarsi dalla Romagna a Bologna; combatte i veneziani nei pressi di Cremona.

Nov. Emilia

Ottiene a patti Brescello con Erasmo da Trivulzio.

Dic. Emilia

Con Pietro dei Rossi ed altri procuratori, tra i quali l’arcivescovo di Milano, ha la procura per trattare con Sigismondo d’Ungheria sui vari aspetti della politica della penisola al momento esistenti.

1433
Gen.
Minaccia di abbandonare gli stipendi ducali per passare al servizio del papa: usa come pretesto quello della sua inimicizia con Niccolò Fortebraccio. Filippo Maria Visconti invia Francesco da Bologna da Niccolò Fortebraccio per indurre tale condottiero a rappacificarsi con lo Sforza.
Apr.

Con la firma della pace di Ferrara è congedato ufficialmente dal duca di Milano.

Lug. Emilia

Ottiene la cittadinanza di Parma in occasione di una sua visita alla città. E’ ospitato nel vescovado.

Ago. Emilia

Ritorna a Parma con il fratello Leone.

Sett. Romagna  Toscana

Lascia Martorano, entra nel forlivese a Bagnolo e Villafranca: un suo connestabile di fanti diserta e fugge a Forlì. Antonio Ordelaffi gli concede un salvacondotto quando Francesco Sforza ne richiede la presenza al campo con la promessa di non fargli alcun male. Costui si presenta e lo Sforza lo impicca con le sue mani. Si reca a Bagnacavallo;  da qui si sposta a Firenze: gli è donata una cavalcatura che con i relativi finimenti ha un valore superiore ai 500 fiorini.

Ott. Sforza Emilia e Romagna

Chiede ed ottiene licenza a Filippo Maria Visconti. Si collega con Lorenzo Attendolo  muovendo in apparenza verso il regno di Napoli al fine di recuperare alcune terre toltegli da Jacopo Caldora. Tocca Mirandola dove tratta con Battista Canedoli e Giovanni Beccai per ottenere la signoria di Bologna; giunge in tale centro e carpisce con l’inganno un salvacondotto al papa Eugenio IV. Si sposta in Romagna a Bagnolo; i suoi uomini pagano le vettovaglie che consumano.

Nov. Romagna

Sosta diversi giorni a Ronco; transita per Cesena, Savignano sul Rubicone e Rimini,  con il fratello Leone e Lorenzo Attendolo (3000 cavalli).

Dic. Sforza Chiesa Marche

Entra in Fano con i cavalli e 2000 fanti senza trovare opposizione in Sigismondo Pandolfo Malatesta, con il quale si è  accordato in precedenza; nella città riceve i deputati di Senigallia e di altre terre che vogliono sottrarsi allo stato della Chiesa per il duro governo del legato pontificio il vescovo di Recanati Giovanni Vitelleschi. Sfodera una lettera, vera o falsa non si sa, del concilio di Basilea che lo incarica di occupare la provincia; su invito di alcuni membri della famiglia da Varano giunge a Jesi; se ne impadronisce dopo due giorni di assedio; ordina di rafforzarne la rocca e le mura cittadine. Filottrano, Staffolo ed altre località come   Corinaldo gli aprono le porte; pure Recanati cade in suo potere a seguito della fuga del Vitelleschi. Si dirige verso Macerata. Giunge al passo della Cornacchia ed invita gli abitanti ad arrendersi ai suoi armati. Lo Sforza avanza per le valli del Musone e del Potenza. Mette a sacco Montolmo (Corridonia) a seguito  di un tentativo di resistenza durato  quarantotto ore. In pochi giorni gli si arrendono gran parte delle città marchigiane quali Montelupone, Offagna, Osimo, Serra San Quirico, Apiro, Appignano, Montegiorgio, Monterubbiano, Castignano, San Severino Marche, Montemonaco, Monte Santa Maria in Gallo, Penna San Giovanni, Amandola, Belforte del Chienti, Matelica. Con Lorenzo Attendolo costringe ad accordarsi  Berardo da Varano imponendogli il pagamento di una taglia di 18000 ducati, nonché  la consegna di Montecosaro, Montecchio (Treia), Montemilone (Pollenza), Sant’Angelo, Gagliole e Gualdo Cattaneo. Quando a guardia di alcune rocche il vescovo Vitelleschi mette gli abitanti lo Sforza minaccia di fare uccidere i loro famigliari se non gli siano consegnate le fortezze; da ultimo è catturato anche il legato pontificio che, per riavere la libertà, gli deve consegnare 10000 fiorini. Entra in Ascoli Piceno; ottiene a patti Rocca Contrada (Arcevia); Ancona gli si riconosce tributaria.

1434
Gen. Sforza Ascoli Piceno Marche

Si accorda con i Chiavelli di Fabriano; gli si ribella Ascoli Piceno che dopo un tenace assedio sottomette ad un brutale saccheggio da parte delle sue milizie. Fa il suo ingresso trionfale in Fermo; visita la fortezza del Girifalco di cui predispone  restauri e miglioramenti difensivi. Giovanni Vitelleschi fugge a Roma dopo avere trafugato il tesoro del santuario di Loreto. Il duca di Milano rimane deluso nelle sue aspettative in quanto Francesco Sforza si dichiara signore della Marca.

Feb. Sforza Chiesa Marche e Umbria

Invitato dalle città umbre esce da Fermo, si dirige a Recanati, visita il santuario di Loreto,  attraversa il contado di Camerino e tocca Colfiorito. Con i fratelli Alessandro, Leone e  Giovanni seguita nell’Umbria la sua marcia. I priori di Perugia gli fanno consegnare 500 fiorini. Nomina come suo luogotenente nella Marca Foschino Attendolo coadiuvato da Boccarino degli Alamanni in qualità di tesoriere generale.

Mar. Chiesa Fortebraccio Gonfaloniere dello stato della Chiesa Gran Connestabile Umbria  Lazio e Toscana

Riceve a patti Todi, Amelia, San Gemini, Tuscania, Otricoli, Gualdo Tadino, Terni, Magliano Romano e Soriano nel Cimino:  Micheletto Attendolo, che ha il compito di contrastarlo, non  si oppone alla sua marcia. Lo Sforza si accorda con il figlio di Paolo Orsini cui consegna Fabrica di Roma, San Leonardo e Castiglione;  assedia Montefalco, si reca a Foligno e gli si arrende anche Spoleto;  Viterbo gli apre le porte; occupa Toscanella (Tuscania). Si accampa a Calcarella, nei pressi di Vulcia;  lo vengono qui a trovare gli emissari pontifici guidati dal vescovo di Recanati, dall’abate di Subiaco, dal vescovo di Tropea Niccolò Acciapaccia e dai fiorentini Niccolò Cavalcanti e Flavio Biondo. Nonostante le sollecitazioni   del duca di Milano accetta di passare al soldo dello stato della Chiesa per combattere Niccolò Fortebraccio. A Firenze, in Santa Maria Novella, si inginocchia davanti al papa, riceve le insegne di Gonfaloniere dello stato della Chiesa, è nominato vicario pontificio di alcune località da lui occupate (Todi, Tuscania, Gualdo Tadino, Rispampani per cinque anni; Acquapendente, Proceno e San Lorenzo Nuovo dietro il censo di 900 fiorini; il marchesato di Fermo per altri 800). La regina Giovanna d’Angiò  lo nomina Gran Connestabile del regno di Napoli. Franceso Sforza invia contro Niccolò Fortebraccio 450 lance agli ordini di Lorenzo e Micheletto Attendolo, di Niccolò da Tolentino e del fratello Leone.

Apr. Lazio

Assedia Montefiascone; si impadronisce di Bagnoregio, Canino e di tutto il territorio attorno al lago di Bolsena. Le cose cambiano  quando, su pressione di Filippo Maria Visconti, giungono a Viterbo in soccorso del Fortebraccio Niccolò e Francesco Piccinino.

Mag. Lazio

Abbandona l’assedio di Montefiascone e si dirige a Rispampani per prestare soccoeso ai  suoi condottieri fermi a Roma. Raggiunto da Micheletto Attendolo cerca di tagliare la strada agli avversari a Vitorchiano. Si attenda a San Martino al Cimino, si prepara a combattere;  ne viene dissuaso dall’ambasciatore milanese Urbano di Ortona che apre alcune trattative. Invia a tal fine Troilo da Rossano ed il Sarpellione ad Otricoli.

Giu. Lazio ed Umbria

Staziona nei pressi di Vetralla e di Petrignano. Il papa deve fuggire da Roma a Firenze a seguito di un tumulto popolare alimentato dagli agenti dei Visconti e dai Colonna. Francesco Sforza ritorna ad assediare Montefiascone, razzia bestiame, fa prigionieri, dà alle fiamme raccolti e taglia vigneti. Con l’arrivo da Viterbo di 200 balestrieri ottiene a patti San Francesco, supera il Tevere ad Alviano ed il Nera a Narni e costringe Niccolò Piccinino a ripiegare. Cattura 60 cavalli, recupera Otricoli, Calvi dell’Umbria ed i castelli di Foglia e di Gavignano; affronta Niccolò  Piccinino a Magliano Sabino.

Lug. Lazio

Interviene decisamente il duca di Milano;  a Magliano Sabino Francesco Sforza firma con gli avversari prima una tregua di una settimana, poi una di cinque mesi.

Ago. Umbria

Si accampa sul Tevere; si ammala e lascia il comando delle truppe a Micheletto Attendolo. Si ferma tra Narni, Terni ed Acquasparta, sosta a Todi per curarsi.

Sett.

Non accetta di passare agli stipendi del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo minacciato dalla regina di Napoli.

Ott. Marche

Niccolò Fortebraccio rompe la tregua;  Francesco Sforza è riconfermato dal papa nelle sue cariche di Gonfaloniere dello stato della Chiesa e di marchese di Fermo.

Nov. 500 lance e 800 fanti Toscana Marche ed Umbria

A Firenze, nel convento dei domenicani di Santa Maria Novella gli è rinnovata dai pontifici la condotta portata a 500 lance (con tre uomini per lancia) ed a 800 fanti per un anno di ferma ed uno di rispetto. Il costo mensile delle compagnie è di 10500 fiorini. Si acquartiera a Lugnano in Teverina;  conquista Camerino con l’ausilio di Lionello dei Michelotti e di Ranieri Vibi del Frogia. Costringe Giovanni da Varano a rinunciare al possesso del castello di Cerreto presso Visso. I suoi uomini depredano il territorio di Marsciano per vendicare la moglie di Gattamelata rapita dal signore locale che milita con Niccolò Fortebraccio. Si muove da Alviano; ottiene Castiglione in Teverina ed assedia Gualtieri Zanfoneri in Lugnano in Teverina. La prima località cede quasi subito alla forza delle sue armi, salvo la rocca i cui difensori si arrenderanno solo a metà dicembre. Per conquistare tale fortezza chiede rinforzi agli abitanti di Amelia.

1435
Gen. Umbria

Fa ribellare San Gemini a Niccolò Piccinino, recupera Capitone e Monte Penna; giunge a Todi e toglie Ripalbella e San Vito a Monaldo Monaldeschi della Cervara: le località sono messe a sacco. Invia il fratello Leone in soccorso di Giovanni Vitelleschi intento a recuperare Roma per lo stato della Chiesa.

Feb. Umbria

Conclude una tregua di trenta giorni con Niccolò Piccinino, assedia Orvieto e ne conquista i castelli finitimi che sono tutti sottoposti al saccheggio.

Mar. mag. Chiesa Venezia Firenze Milano 1000 lance e 800 fanti Toscana  Umbria e Lazio

E’ segnalato a Cortona;  passa al servizio della lega antiviscontea per un anno di ferma ed uno di rispetto: la condotta è stabilita in 1000 lance e 800 fanti. Alla scadenza del contratto si impegna a non combattere le truppe della lega per sei mesi; gli viene riconosciuto uno stipendio mensile di 10500 fiorini, una prestanza di 50000 fiorini da consegnarsi entro un mese in tre rate. E’ dichiarato dal papa marchese del Piceno; gli sono confermati i vicariati di Todi e di Tuscania per tre anni ed a vita di Fermo; la regina di Napoli gli riconferma la carica di Gran Connestabile. Raduna a Fratta Todina 1500 cavalli, 1800 fanti e 800 cernite; si porta a San Gismondo, si accampa a Pozzaglia Sabino, attraversa il Tevere ai Bucarelli e verso il Chiagio, si ferma a Costano ed a Santa Maria degli Angeli, provoca a battaglia Niccolò Fortebraccio. Lascia alla guardia del ducato di Spoleto il fratello Leone con 400 cavalli e 200 fanti e si collega con le truppe del cardinale Giovanni Vitelleschi.

Giu. Umbria Marche e Romagna

Cavalca con le milizie del cardinale Giovanni Vitelleschi nel perugino (Ripa, Resena e la Fratta) e nel contado di Città di Castello; si porta a Borgo San Sepolcro (Sansepolcro);  deve fermarsi sul Tevere dove a causa di una fortissima pioggia perde più giorni. Appena è informato che Niccolò Piccinino è sempre fermo in Romagna attraversa in tre giorni gli Appennini, tocca Fano e raggiunge Cesena dove si congiunge con Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta in difficoltà di fronte al Piccinino. Giunge a Maturano con 3000 cavalli, cerca di bloccare sul Savio l’avversario;  nell’ attesa dell’ arrivo dei rinforzi promessi da veneziani e fiorentini fa sbarrare le strade. I suoi soldati provvedono pure a proteggere i lavori della mietitura nei territori controllati dal signore di Cesena. Nel proseguimento delle operazioni ottiene Forlimpopoli e  ne espugna la rocca, si impadronisce  di Ronco e di Fiumana; persegue nella  politica di devastazione del forlivese con i due Malatesta. Assale Forlì alla Porta di San Pietro e vi fa numerosi prigionieri; inizia a battere la città con le bombarde: in una sua ispezione nel circondario con i capitani della cavalleria incappa in un agguato tesogli da molti forlivesi nascosti tra le messi. Non si perde d’animo quando si vede circondato dai contadini; li rabbonisce affermando che è sua intenzione riconciliarsi con il signore della città Antonio Ordelaffi, approfitta dello smarrimento o stupore dei suoi interlocutori e sprona la cavalcatura. Campeggia a Bertinoro ed a Meldola; Niccolò Piccinino staziona  a Casemurate: l’azione di Francesco Sforza in questo momento non si rivela energica come solitamente gli accade (anche per la sua inferiorità numerica). Il fatto desta i sospetti del commissario pontificio Baldassarre da Offida.

Lug. Romagna

Indugia nel cesenate; spedisce di continuo i saccomanni nei territori controllati dagli avversari;  tenta alcune azioni diversive che terminano con la sconfitta di Guidantonio Manfredi a Morano. Riprende l’iniziativa solo con i rinforzi provenienti dal bolognese, via Ravenna,  condotti da Gattamelata, da Brandolino Brandolini e da Taddeo d’Este.

Ago. sett. Romagna ed Emilia

Chiede 5000 ducati in prestito a Gian Francesco Gonzaga;  invia a Fiordimonte alcuni capitani delle sue compagnie come il fratello Alessandro, Manno Barile, Taliano Furlano. Costoro si uniscono con Taddeo d’Este,  Gattamelata, Cristoforo da Tolentino, Guidantonio Manfredi e Brandolino Brandolini.   Niccolò Fortebraccio,  sconfitto a Fiordimonte,  cade ucciso in combattimento. Con la vittoria Francesco Sforza attraversa il Savio, punta su Bologna e ne fa fuggire Battista Canedoli. A Cotignola.

Ott. Romagna

Si attenda tra Forlì e Forlimpopoli, ottiene Ronco e persuade facilmente  Antonio Ordelaffi a cedere ai pontifici; invia Taliano Furlano in soccorso dei fiorentini con 800/1000 cavalli e 500 fanti per contrastare i viscontei a Pontedera.

Nov. Chiesa Capitano g.le Toscana

Si reca a Firenze con 300 cavalli per rendere omaggio al papa: fra i vari festeggiamenti che si svolgono nella città è organizzato un torneo tra 70 dei suoi uomini d’ arme. Gli sono donati dalle autorità cavalcature, drappi di seta d’oro e d’argento di gran  valore; Eugenio IV lo investe di Barbiano e lo nomina capitano generale dello stato della Chiesa con una condotta di 800 lance e 800 fanti. A metà mese  è accolta con tutti gli onori nel recanatese la sua concubina, recatasi in pellegrinaggio al santuario di Loreto.

Dic. Marche e Romagna

Accetta la signoria di Fabriano offertagli dagli abitanti che hanno ucciso Tommaso Chiavelli con molti membri della sua famiglia; tocca  Cesena, Rimini ed  Osimo. Ai centri  sottoposti alla sua signoria Francesco Sforza impone ovunque di pagare le tasse, i censi e gli affitti dovuti per il sostentamento delle sue milizie. In questi frangenti i cittadini di Camerino tentano di subornare Taliano Furlano facendogli credere che lo Sforza desideri la sua morte: allorché viene a conoscenza della macchinazione intima la punizione pubblica dei responsabili del complotto. Non è soddisfatto nella sua richiesta.

1436
Gen. Sforza Camerino Marche e Umbria

Esce da Osimo,  si sposta a Jesi ed a San Serverino Marche in attesa  delle truppe inviategli dalle varie città marchigiane e da queste pagate per quindici giorni. Nonostante i rigori invernali si porta a Castelraimondo; conquista con le bombarde il castello di Serravalle di Chienti, saccheggia Muccia. La resa a patti di Camerino è immediata; a fine mese è segnalato a Pievebovigliana;  da qui si trasferisce a Gualdo Tadino.

Feb. apr. Marche

 A febbraio ritorna a Fermo; tocca poi Ascoli Piceno, ove si trattiene alcuni giorni, e Fabriano (dove è accolto con tutti gli onori del caso). Sosta a Serra San Quirico ed a Osimo;  si ferma in tale località fino a metà aprile. Toglie a Contuccio della Genga il castello di Genga. Sollecitato  dal papa si congiunge a Senigallia con il resto dell’ esercito pontificio.

Mag. giu. Chiesa Forlì Romagna

Si ferma con le sue compagnie a Casemurate, apparentemente come amico di Antonio Ordelaffi signore di Forlì. Aspetta i primi giorni di giugno quando il frumento deve essere mietuto; l’Ordelaffi è  convocato a Bologna dal pontefice per mezzo dell’ arcivescovo di Tropea giunto a Forlì; Francesco Sforza comincia  a dare il guasto ai raccolti; si porta  a Ronco. Corre sotto la Porta di San Pietro di Forlì;  in una scaramuccia con i difensori cattura 42 uomini di taglia; altri due affogano nel fossato perché l’Ordelaffi non fa abbassare il ponte levatoio ed altri due sono uccisi. I suoi soldati vendono di notte davanti alle porte il frumento ai cittadini affamati. Espugna alcune fortezze limitrofe il capoluogo.

Lug. ago. Romagna ed Emilia

Decide di attaccare Forlì attaccando la Porta di San Pietro; ne incendia il rastrello con le fascine di saggina trovate in una fornace vicina. Respinto, dopo alcuni giorni lascia Bagnolo e giunge a San Valeriano (San Varano). Sono distrutti i raccolti di frumento; gli abitanti temono di perdere anche i frutti della vendemmia per cui si arrendono direttamente a Francesco Sforza all’ insaputa di Antonio Ordelaffi. Il signore della città è  catturato dai cittadini mentre sta passeggiando nella piazza con alcuni nobili; è condotto in casa di Duciolo Lacioso. Nei giorni seguenti lo Sforza entra in Forlì, ottiene la rocca e si incontra nel palazzo con le autorità. L’Ordelaffi può raggiungere Ferrara con i suoi famigliari ed i suoi beni. Il condottiero si trasferisce  a Medicina. Il podestà di Bologna  Baldassarre da l’Offida con il consenso tacito  del papa decide di sbarazzarsi della sua presenza per recuperare allo stato della Chiesa la marca d’ Ancona;  gli chiede una parte dei suoi  uomini per combattere il conte di Cunio. Lo Sforza li fornisce le truppe richieste;  ne domanda la disponibiltà al termine del breve conflitto. Baldassarre da Offida traccheggia sull’argomento ed interpella in segreto il duca di Milano per ottenere l’ausilio di Niccolò Piccinino. Negli stessi giorni vengono al campo sforzesco due fanti ducali che gli chiedono un premio per uccidere il Piccinino; lo Sforza scaccia sdegnato i soldati per la proposta.

Sett. Emilia e Romagna

Scade la sua condotta con i pontifici e non si trova l’accordo. Baldassarre da Offida invia dodici balestrieri a Ponte Poledrano (Bentivoglio) affinché si pongano in agguato ed uccidano il condottiero che vi deve passare nei pressi. Francesco Sforza  è informato dell’imboscata dal cardinale di Capua; si dirige a Cantalupo Selice ed intercetta alcuni messaggi di Baldassarre da Offida diretti al papa. Si reca a Bologna con Pietro Brunoro ed il Sarpellione;  il giorno seguente assale alla Riccardina il campo pontificio. Domenico e Sigismondo Pandolfo Malatesta non intervengono nella vicenda; resistono, al contrario, Pietro Giampaolo Orsini e Guidantonio Manfredi che sono vinti. Lo Sforza assedia  Budrio; Baldassarre da Offida è consegnato dai terrazzani mentre sta cercando di darsi alla fuga travestito da donna;  è consegnato al condottiero cosparso di farina. Lo Sforza  lo fa incarcerare a Fermo nella rocca del Girifalco dove morrà l’anno dopo. I partigiani dei Bentivoglio gli fanno pressione perché si avvicini a Bologna e faccia insorgere la città; non vuole seguire questo partito; il pontefice si scusa con lo Sforza  dicendosi ignaro del complotto. Lo Sforza rimane a Cotignola; lascia  Bagnacavallo e raggiunge Russi danneggiandone il territorio.

Ott. Emilia

A Bologna. Presidia la città per conto dei pontifici con il fratello Alessandro e Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Nov. Firenze Venezia Milano 1000 lance e 1000 fanti Toscana Romagna

Viene accolto a Firenze con grandi onori (giostre e balli) da Cosimo dei Medici. Stipula a Santa Gonda un contratto per il quale passa al soldo di fiorentini e veneziani per cinque anni di ferma ed uno di rispetto. Lo stipendio mensile è stabilito in 14000 fiorini a carico per il 60% dei fiorentini e per la quota residua dei veneziani; la prestanza è stabilita in 40000 ducati ed è da pagarsi entro tre mesi. Tra i patti segretati è inserita la clausola che non può essergli richiesto di attraversare il Po contro la sua volontà. Fronteggia Niccolò Piccinino con 5000 cavalli e 2500 fanti senza tentare alcuna iniziativa. Rientra in Romagna per la via di Modigliana e prende possesso di Barbiano che con Cunio fa parte della contea di Cotignola (suo feudo).

Dic. Sforza Cunio Romagna Toscana

Espugna il castello di Cunio; e ritorna in Toscana per fronteggiare, sempre a Santa Gonda, il rivale per eccellenza che  da parte sua si è spostato nel pisano.

1437
Feb. Firenze Venezia Milano Toscana

Dopo un periodo di sostanziale inattività si indirizza in Lunigiana ove il Sarpellione, Pietro Brunoro e Niccolò da Pisa battono Niccolò Piccinino mentre è intento all’assedio di Barga.

Mar. Toscana

Assedia Lucca con  Gattamelata. Si reca nel pistoiese allorché la città è minacciata da Niccolò Piccinino. Raggiunge Pistoia con molti cavalli e fanti, rafforza le difese dei passi degli Appennini, ordina che i contadini conducano nel capoluogo bestiame e foraggi.

Apr. Toscana e Liguria

Con il ritorno di Niccolò Piccinino in Lombardia assedia Montecarlo, assale Santa Maria in Castello con 5000 cavalli, 3000 fanti, 1000 guastatori; vi pianta una grossa bombarda che getta pietre del peso di 530 libbre. Bastano quattro proiettili per fare crollare la torre: i suoi soldati irrompono nella fortezza nella quale sono catturati 120 fanti. Gli si arrendono Camaiore, Viareggio (che ottiene per trattato con il castellano), Massa, Carrara, Moneta, Avenza e Sarzana.

Mag. ago. Toscana

Rientra nel lucchese con 3000 guastatori, incendia i campi di frumento, taglia viti ed alberi, razzia bestiame. Riprende ad assediare Montecarlo; la località si arrende a patti a Pietro Brunoro dopo quindici giorni. Assedia pure Lucca; espugna la rocca di Uzzano e prosegue con l’acquisto di altri castelli quali San Gennaro, Villa Basilica, Motrone e Nozzano (arresasi a patti). Niente tuttavia di decisivo; vani risultano pure i suoi tentativi di impadronirsi di Pontremoli. Ritorna  sotto Lucca e sconfigge in alcune sortite i difensori usciti audacemente dalla città a contrastarlo. A luglio è costretto ad inviare nella Marca quattro squadre di cavalli e molti fanti per fronteggiare Francesco Piccinino entrato nel territorio di Camerino.

Sett. Toscana ed Emilia

I veneziani vengono sconfitti sull’Adda e sul Mella da Niccolò Piccinino; le loro insistenze, tramite Andrea Donato, sono tali che Francesco Sforza lascia il fratello Leone sotto Lucca ed acconsente ad attraversare gli Appennini.

Ott. nov. Emilia

Supera l’Arno ai primi del mese, giunge a Pistoia e da qui varca gli Appennini. Si volge con estrema lentezza su Reggio Emilia con 3600 cavalli e 2000 fanti;  danneggia il contado. Nella città scoppia il conflitto che vede da un lato lo Sforza ed i fiorentini e dall’altro i veneziani: il condottiero rifiuta di superare la linea del Po e si avvale dei capitoli sottoscritti sia per non giungere ad una rottura completa con il duca di Milano, sia per il timore che il papa approfitti della sua assenza per colpirlo nei suoi interessi marchigiani. A novembre vi è un litigio nella piazza di Reggio Emilia con Andrea Morosini che minaccia di bloccare il pagamento del suo soldo. Lo Sforza si ritiene sciolto da ogni impegno e ritorna in Toscana. Si ferma a Pisa con il pretesto di sorvegliare i movimenti di Niccolò Piccinino: nella realtà per svernarvi senza preoccuparsi della guerra attorno a Lucca ed a Pontremoli. Cosimo dei Medici intercede a suo favore sul Senato della Serenissima.

Dic. Sforza Re d’Aragona  Marche

Rientra nelle Marche dove Francesco Piccinino sta minacciando Fermo dopo avere effettuato alcune incursioni ai danni di Fabriano e di Ascoli Piceno. Si scontra con tale capitano in un combattimento dall’ esito incerto.

1438
Gen. Emilia e Toscana

Si muove nel reggiano;  da qui si trasferisce a Castiglion Fiorentino.

Feb. Toscana

Scontento delle azioni di Taliano Furlano lo rimprovera aspramente; il condottiero abbandona i suoi vessilli ed unisce le sue truppe con quelle di Francesco Piccinino.

Mar. Toscana

Contattato a Pisa da Francesco da Landriano e da Eusebio Caimi si riavvicina al  duca di Milano. Filippo Maria Visconti gli promette ancora il matrimonio con la figlia, una dote di 100000 fiorini da consegnarsi subito un quarto ed il resto entro l’anno; uno stipendio annuo per le sue compagnie di 142488 fiorini assicurato con le entrate di alcune località; una condotta di 5000 cavalli di cui 2000 pagati dai ducali; l’assegnazione di Asti (da conquistare ai francesi) e di Tortona. A causa di tutte queste promesse Francesco Sforza si comporta ambiguamente con fiorentini e veneziani opponendo continui cavilli sui pagamenti e sui termini della condotta. Sembra cogliere i suoi obiettivi in quanto è artefice del trattato di pace stipulato tra fiorentini da un lato, lucchesi e ducali dall’altro.  Il duca di Milano, tuttavia, delude lo Sforza nelle sue speranze;  a seguito  delle furiose proteste di Niccolò Piccinino ritratta la parola data e sospende l’esecuzione degli impegni presi nei suoi confronti;   giura che mai gli avrebbe data la figlia se prima non fossero risolti i problemi che lo dividono  dal Piccinino.  Lo Sforza tenta  di ammansire l’animo del rivale, promette il matrimonio di una sua figlia con il figlio di costui Jacopo. Nel contempo sia i  ducali che i fiorentini lo spingono ad intervenire nel regno di Napoli per favorirvi le mire di Renato d’Angiò ai danni di Alfonso d’Aragona. I fiorentini gli garantiscono la corresponsione di una provvigione mensile di 8400 fiorini.

Apr. Toscana

Lascia il pisano, tocca Bibbiena, entra nel cortonese con 15000 uomini.

Mag. Toscana

Si trova ad Olmo presso Arezzo;  mette a sacco un castello collocato tra la località e Castiglion Fiorentino.

Giu. lug. Sforza

Angiò

Norcia

 

Re d’aragona

Gran Connestabile Umbria  Toscana Lazio ed Abruzzi

Si impossessa di Assisi (vi rimane come suo luogotenente il pisano Benedetto degli Agapiti); tocca Panicarola e Ponte San Giovanni dove i perugini gli fanno avere 100 fiorini ed i doni rituali. Acquista nella città dodici some di lance, picconi e pali di ferro necessari per le sue truppe. Si dirige a Foligno ed accetta la riconciliazione offertagli da Corrado Trinci L’accordo  termina con la promessa di matrimonio tra la figlia di costui Marsabilia con il fratello Leone. Combatte Norcia;  ne ottiene la resa ai primi di luglio dietro il riconoscimento da parte degli abitanti di un’indennità a suo favore di 16000 fiorini da pagarsi in tre anni e del pagamento di un censo annuo di 700 fiorini. Si manifesta nemico degli aragonesi: il duca di Milano, pubblicamente, lo diffida ad intraprendere azioni offensive nei confronti di un suo alleato. Rientra in Toscana ed accoglie a Portopisano il re di  Provenza Renato d’Angiò, liberato dopo una lunga prigionia in Borgogna,  pronto per la sua spedizione nel regno di Napoli. Francesco Sforza è riconfermato dal pretendente al regno di Napoli nei suoi beni; gli è anche conferita  la dignità di Gran Connestabile. Tocca Capo d’Acqua, conquista Amatrice ed impone ai terrazzani una taglia di 1500 ducati, conquista il castello di San Flaviano (Giulianova) a spese di Giosia Acquaviva.

Ago. Abruzzi e Marche

Semina il terrore nelle terre del duca d’Atri,  toglie a quest’ultimo Acquaviva Picena, lo sconfigge nei pressi di Teramo; la città cade presto in suo potere come tutta la regione posta tra il Tronto ed il fiume Pescara. Tenta di congiungersi con Renato d’Angiò; forti pressioni esercitate nei suoi confronti da Filippo Maria Visconti e dai fiorentini lo persuadono in questo momento a desistere  dalla sua azione. Parallela all’ iniziativa diplomatica è l’offerta di 100000 fiorini che gli viene fatta dal re d’Aragona per mezzo degli ambasciatori Ignazio di Guevara, Andrea della Candida e Rainaldo da lo Doce. Grandi sono le promesse fattegli nella circostanza: tra esse compaiono la signoria di tutte le terre collocate a nord del Tordino con l’eccezione di Teramo, l’ufficio di Gran Connestabile (di parte aragonese), la condotta di 1000 cavalli e di 1000 fanti, il governo degli Abruzzi ed il principato di Salerno. Lo Sforza accetta i consigli di Filippo Maria Visconti, stipula una tregua di due mesi ed abbandona la regione con la promessa che Alfonso d’Aragona non avrebbe attaccato L’Aquila o qualsiasi altra città abruzzese.  Punta alla torre di Schitto ed a Fabriano.

Sett. ott. Sforza Tolentino    Camerino Marche

Al comando di 6000 cavalli e di 3000 fanti cinge d’assedio Sassoferrato, occupa la città in tre ore e la fa mettere a sacco. Donne e bambini sono condotti prigionieri a Fabriano. Si avvia verso Tolentino con 8000 uomini. La località, alla vista delle macchine d’assedio, gli si arrende in pochi giorni a discrezione  ai primi di ottobre. Gli abitanti di Tolentino sono costretti a riconscergli un riscatto  di 20000 ducati a titolo di risarcimento. Sosta a Pieve Torina;  Camerino gli si sottomette. Dispone la costruzione di una nuova rocca a Tolentino, ritorna a Fabriano ed a Jesi.

Dic. Marche

A Jesi. Riceve l’assicurazione dal duca di Milano che è imminente la consegna della figlia Bianca Maria ad Asti o ad Abbiategrasso perché avvenga il matrimonio promesso a suo tempo. Con la favorevole evoluzione della guerra dei ducali in Lombardia Francesco Sforza viene regolarmente deluso nelle sue aspettative.

1439
Gen. Marche

A Serra San Quirico.

Feb. Venezia Firenze Chiesa Milano Capitano g.le 1300 lance e 1300 fanti Toscana

Si affretta ad accettare l’offerta di veneziani, fiorentini e pontifici di capitanare le loro truppe contro i viscontei: le sue titubanze sono vinte dagli interventi del marchese di Ferrara Niccolò d’Este e da quelle dei Malatesta. La stipula avviene a Firenze nel Palazzo della Signoria; la durata del contratto è prevista in cinque anni più uno di rispetto; il costo della condotta di 1300 lance e di 1300 fanti è previsto in 17400 fiorini il mese (di cui 9000 a carico dei veneziani e 8400 dei fiorentini). Gli viene concessa una prestanza iniziale di 50000 fiorini; non ha nessun obbligo di rassegna, né quello di bollettare le cavalcature o di registrare gli effettivi delle compagnie. Il pontefice lo riconferma marchese della Marca e, oltre i vicariati precedenti, gli concede anche  quelli di Assisi, Pergola, Cerreto, Visso e di tutte le terre tolte ai Trinci; gli è pure promessa l’annessione al suo stato di Cremona di tutte le terre conquistate sulla destra del Po con l’eclusione di Parma che deve invece essere assegnata agli estensi. Lo Sforza si fa  garantire le proprie terre degli Abruzzi e della marca d’ Ancona e fa assegnare, sempre nel medesimo periodo, a Jacopo Caldora una provvigione mensile di 2000 ducati da parte dei veneziani. Alla scadenza della ferma si impegna a rispettare per sei mesi i territori della Serenissima, di Firenze e dello stato della Chiesa.

Mar. Sforza Foligno Umbria

Costringe all’ accordo Trevi ed il signore di Foligno.

Apr. Marche e Romagna

I perugini gli fanno avere alcuni gioielli in omaggio. Si reca a Jesi, a Fermo (per il matrimonio della figlia naturale Isotta con Andrea Matteo Acquaviva) e Senigallia;  transita per il riminese alla testa di 8000 uomini.

Mag. Venezia Firenze Chiesa Milano Romagna

Conquista Forlimpopoli dopo appena sette ore di assedio; si incontra nella località con Neri Capponi che lo persuade ad intervenire a favore dei veneziani nel Veneto. Ottiene anche la resa della rocca dopo avere minacciato i difensori  con un cannone in bronzo che può sparare i suoi proiettili  dalla distanza di cinque miglia; Forlimpopoli è concessa in feudo a Pietro Giampaolo Orsini. Lo Sforza si scontra presso Cesena con Francesco Piccinino e gli infligge la perdita di fanti e cavalli; si ferma a Selbagnone ed a Ronco, assedia Forlì alla cui difesa entrano Francesco Piccinino e Guidantonio Manfredi con 1200/1500 cavalli e 200 fanti. Dal forlivese punta su Ravenna e si accampa tra Bagnacavallo e Russi; respinto si dirige verso Imola con Domenico Malatesta.

Giu. lug. Emilia e Veneto

Espugna e mette a sacco Mordano, attraversa il bolognese, si reca a Ferrara che lascia per la Porta del Leone, raggiunge Francolino.  Trova il Po in piena a causa di forti piogge. Il fiume quasi rompe gli argini; sono allestiti a Goro ed alle Fornaci due ponti di barche alla cui difesa si pongono 12 galeoni. Può attraversare il Po con 6244 cavalli e 1600 fanti. Giunge via mare a Chioggia dove i veneziani gli fanno avere oggetti d’argento per 1000 ducati; gli viene incontro il doge Francesco Foscari che lo accompagna a Venezia per la consegna delle insegne del comando. Il giorno seguente  Gattamelata si congiunge alle sue truppe con 6000 cavalli e 6000 fanti. Francesco Sforza si porta subito a Cologna Veneta con 14000 cavalli e 8000 fanti;  conquista Lonigo che si arrende a discrezione dietro l’esborso di una somma di denaro. Poiché la strada della pianura è sbarrata dalle fortificazioni fatte apprestare da Niccolò Piccinino prende la via dei monti e dopo tre giorni di marcia raggiunge il castello di San Giovanni a Roncà; si trincera su un colle vicino dove vi sono due castelli ben presidiati. Concede due giorni di riposo ai soldati e fa occupare di notte dai fanti l’altura. E’ assalito da Niccolò Piccinino; una sortita improvvisa di Troilo da Rossano e di Niccolò da Pisa convince i ducali ad abbandonare al tramonto Soave. E’ ora libera la strada per Verona;  i veneziani riconquistano anche Legnago e Porto. Lo Sforza raggiunge la città scaligera, non vi entra a causa della peste e si attenda fuori le mura al Campo di Marte.

Ago. Veneto

Si porta sul lago di Garda;  investe inutilmente Bardolino  sorvegliata da Gian Francesco Gonzaga.

Sett.

Niccolò Piccinino distrugge la flotta veneziana del lago di Garda  bloccando in tal modo allo Sforza la sua avanzata su Brescia. Il condottiero si ritira a Zevio dove non vi è la peste; riesce in ogni caso a spedire verso Brescia 3000 uomini i quali, dopo avere toccato Gavardo, giungono a destinazione seppure fortemente decimati ed in cattivo stato.

Ott. Veneto e Trentino

Giunge al castello di Peneda presso Torbole, marcia  a tappe forzate con le truppe a nord del lago di Garda, guada il Sarca e si attenda nella pianura tra Arco e Riva.

Nov. Trentino e Veneto

Attacca con  Gattamelata il castello di Tenno; gli vengono contro Niccolò Piccinino, Luigi da  San Severino e Gian Francesco Gonzaga. I suoi soldati sono inizialmente fermati dai ducali che controllano la sommità dei monti: invia Troilo da Rossano contro le truppe gonzaghesche che cercano di unirsi con il Piccinino. Troilo da Rossano sgomina con facilità gli avversari.  Anche il Piccinino viene sconfitto in uno scontro in cui muoiono 60 veneziani e più di 300 viscontei; molti sono i feriti; tra gli avversari sono fatti prigionieri Carlo Gonzaga e Cesare da Martinengo. Niccolò Piccinino (per la cui cattura lo Sforza promette un premio di 5000 ducati) si ritira nella rocca;  da questa ne riesce a fuggire nascosto in un sacco portato da un mercenario tedesco. Lo Sforza si sposta verso Brescia; è presto richiamato dai veneziani con  Gattamelata perché il Piccinino, il Gonzaga e Luigi dal Verme con un improvviso assalto sono penetrati in Verona. Raggiunge immediatamente Torbole, guada l’Adige sopra Brentonico e perviene alla rocca della Chiusa assalita la notte precedente da Francesco Piccinino. Con l’aiuto dei valligiani, che condotti da Jacopo Marano si uniscono alle sue milizie, si ferma la notte a Sant’ Ambrogio di Valpolicella; con  Gattamelata decide di proseguire oltre ed in tre giorni giunge sotto  Verona. Vi entra per Castelvecchio e per la rocca di San Felice  ancora controllate dalle truppe fedeli alla Serenissima.  Gattamelata ed il fratello Alessandro Sforza irrompono nella città dopo avere conquistato Porta Oriello e Porta Vescovo. I ducali sono colti in disordine, sparsi per le vie cittadine ed intenti al saccheggio: Niccolò Piccinino si rinchiude nella cittadella con Gian Francesco Gonzaga; ne esce presto per la Porta di Santa Croce;  si dirige a Vigasio inseguito da Troilo da Rossano e dal Sarpellione. Lo Sforza rientra a Verona con 2000 prigionieri; i suoi soldati danno il sacco alle case di coloro che si sono rivelati ostili ai veneziani nel breve lasso temporale. Fa   restituire i  beni predati dagli avversari;  la cittadinanza gli dona 10000 ducati che sono distribuiti alle truppe. Con la vittoria si muove in soccorso di Brescia i cui difensori sono sempre più oppressi dalla fame, dalle malattie e dalle scorrerie dei viscontei. Sceglie la strada a nord del Garda, assedia ancora Tenno che chiude il passo e dai guastatori fa fortificare alcune postazioni fino a Riva del Garda e Peneda. Negli stessi giorni il pretendente al trono di Napoli Renato d’Angiò gli chiede di passare al suo servizio.

Dic. Trentino

Investe Arco e fa costruire intorno alla località da 2000 guastatori alcune trincee per impedire l’arrivo di soccorsi ai difensori: interviene Niccolò Piccinino che rompe il blocco e  sconfigge lo Sforza. Il condottiero si ritira a Peneda, attraversa il Monte Baldo e si trasferisce a Verona per i quartieri invernali.

1440
Gen. Lombardia
Si trova presso Orzinuovi; le comunità di Gandino, Gazzaniga, Vertova, Nembro, Pratolongo e Cene gli aprono le porte. A fine mese Camerino si ribella a favore dei pontifici.
Feb. mar. Sforza Chiesa Marche
Rientra nelle Marche per recuperare Camerino; espugna Serravalle di Chienti.
Apr. Venezia Firenze Marche Veneto

Gli vengono consegnati 81000 ducati per mettere in ordine le sue compagnie. Il giorno di San Giorgio si trova a Verona e nella chiesa di Sant’Anastasia sono benedetti otto gonfaloni dell’ esercito della lega fra i quali vi è anche il suo. Nel contempo Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta abbandonano gli stipendi dei veneziani per quelli ducali: Francesco Sforza ora teme per i possedimenti nella marca d’ Ancona, si reca a Venezia per fare pressione sul doge al fine di trasferirsi in Toscana e contrastarvi Niccolò Piccinino. La richiesta non è accolta.

Giu. lug. Veneto e Lombardia

Esce da San Martino Buon Albergo e mette in allarme Gian Francesco Gonzaga che difende la linea del Mincio; inganna l’avversario con un movimento che intimorisce il Gonzaga tanto da temere di essere assalito alle spalle;  punta direttamente su Brescia. Getta un ponte di barche sul Mincio a Monzambano (messa a sacco) ed attraversa il fiume con 20000 uomini senza trovare alcuna opposizione nel marchese di Mantova    asserragliatosi nel capoluogo. Tocca Rivoltella e Bedizzole, supera il Chiese al ponte di Nove; giunge a Poncarale, soggioga Offlaga, Manerbio, Bassano Bresciano, San Gervasio Bresciano e tutto il contado di Quinzano d’Oglio e Pontevico. Hanno lo stesso destino Gottolengo, Calvisano e Montichiari che si arrendono a patti; espugna Longhena: i bresciani per ringraziarlo gli fanno avere al campo sei vitelli, dodici capretti, venti forme di formaggio, tre carri di vino rosso ed uno di vernaccia, due pesi di cera, cinquanta scatole di confetti vari, una cavalcatura carica di ciliegie ed una di pere. Taliano Furlano e Luigi da San Severino si ritirano anch’essi dal bresciano, si pongono sull’Oglio e si accampano tra Soncino ed Orzinuovi per controllare il ponte che unisce le due sponde. Lo Sforza non entra però in Brescia dove la sua presenza non è più necessaria; punta sull’Oglio, incarica il Sarpellione di assalire Taliano Furlano e poi di retrocedere per allontanare i ducali dall’ Oglio.  I ducali inseguono il  Sarpellione come da piani; avanzano incautamente in mezzo a forze superiori numericamente; sono talmente incalzati, che non sono più in grado di difendere né il ponte, né il castello di Orzinuovi. Lo Sforza supera il fiume, piomba sui milanesi a Soncino e toglie loro quasi tutte le salmerie con quasi 1500 cavalli: tra i prigionieri vi è Borso d’Este che in precedenza ha disertato dal campo veneziano. Recupera Orzinuovi, Soncino, Palazzolo sull’ Oglio, Chiari e Martinengo; giunge sino alle sponde dell’Adda. Il fiume in piena e l’attenta guardia dei viscontei gliene impediscono il guado. A luglio attacca Caravaggio con le bombarde; il fratello Leone Sforza è ferito mortalmente: Francesco Sforza  minaccia di morte tutti i difensori della località se non si arrendono rapidamente ai veneziani. Si dirige nel cremonese e nel cremasco dopo avere lasciato all’ assedio di Crema Pietro Avogadro con le milizie bresciane. Toglie Casalmaggiore a Taliano Furlano.

Ago. sett. Lombardia e Veneto

Devia alla volta di Pontevico e varca l’Oglio a Robecco d’Oglio; si trasferisce nel mantovano dove conquista subito Marcaria, Cavriana ed Asola la cui rocca, espugnata con l’uccisione dei difensori, sarà demolita dalle fondamenta. Vengono in suo potere altri centri quali Guidizzolo, Volta Mantovana, Solferino, Castiglione delle Stiviere; ottiene a patti la rocca di Lonato. Rientra nel Veneto, assedia Lazise, difesa da 500 uomini tra fanti e cavalli,  circonda per terra e dal lago Peschiera del Garda la cui terra è data al saccheggio. Ne conquista la rocchetta in pochi giorni (vorrebbe impiccarne il castellano per la sua fellonia) e solo dopo trentaquattro giorni (settembre) il castello maggiore. E’ contattato a Peschiera del Garda da un emissario di Filippo Maria Visconti (il marchese d’Este come in altre circostanze) che gli è prodigo di promesse: questa volta lo Sforza si mantiene fedele ai suoi datori di lavoro ed informa delle trattative il provveditore Pasquale Malipiero. Sempre nel mese cadono gli ultimi capisaldi ducali nel Veneto (Villafranca di Verona, Vigasio, Nogarole Rocca, Valeggio sul Mincio, Isola della Scala, Nogara, Cerea, Sanguinetto).

Nov. Veneto

Si ferma a Verona;  invia i suoi soldati agli accampamenti invernali.

Dic. Lombardia

A Brescia ove prende alloggio all’osteria della Stella e della Spada: lo omaggiano i notabili cittadini;  gli sono consegnati pezze di panno inglese, oggetti d’argento, coltelli e spade con foderi d’argento smaltati per un valore di 500 ducati. Si reca a Venezia; è nominato patrizio della Serenissima e gli viene donato un palazzo a San Pantaleo (dove ora c’è Cà Foscari), già di proprietà del marchese di Mantova, alla prima curva del Canal Grande.

1441
Gen. Veneto

A Verona.

Feb. Veneto

A Venezia per presenziare alle nozze del figlio del doge Jacopo Foscari con Lucrezia Contarini; per l’occasione organizza in piazza San Marco una giostra che registra la presenza di 30000 persone e che è vinta da un uomo d’arme di Taddeo d’Este e da uno della sua compagnia. Il premio, una pezza di velluto cremisino del valore di 140 ducati, è diviso in due parti.

Mar. Veneto e Lombardia

Niccolò Piccinino riconquista Chiari e Soncino; il Sarpellione passa al soldo dei ducali. Francesco Sforza si mette in movimento, raggiunge Peschiera del Garda e recupera il castello di Valeggio sul Mincio  ribellatosi ai veneziani. Giunge a Brescia con 300 lance; vi riceve con grandi accoglienze Bartolomeo Colleoni e ritorna a Verona.

Apr. Veneto

Gli è consegnato a Verona lo stendardo di capitano generale; in una messa solenne sono benedetti il suo vessillo, cui seguono quello dei fiorentini, dei genovesi, dei veneziani, dello stato della Chiesa ed ultimo quello del papa Eugenio IV.

Giu. Veneto e Lombardia

E’ pronto per la guerra; tocca Sommacampagna, attraversa il Mincio, passa tra Lonato e Calcinato, perviene a Castenedolo ed a Bagnolo Mella;  con la ritirata di Niccolò Piccinino prende la strada di Quinzano d’Oglio. A Verolanuova ed a Pralboino; il capitano  avversario si piazza a Binanuova ed a Seniga. Lo Sforza varca l’Oglio con 8000 cavalli e 3000 fanti; di notte sposta le truppe e con una marcia di trenta miglia giunge a Pontoglio,  invia in avanguardia Cristoforo da Tolentino e Tiberto Brandolini che colgono alla sprovvista le guardie nemiche, si impadronisce del ponte e traghetta le truppe oltre il fiume. Il Piccinino si colloca tra Romano di Lombardia ed il fiume Serio per difendere la Ghiaradadda ed il bergamasco; lo Sforza si volge allora su Martinengo con l’obiettivo di rifornire di vettovaglie Bergamo. E’ prevenuto dal capitano visconteo che inoltra alla difesa del castello di Martinengo 1200 cavalli e 500 fanti comandati da Giacomo da Caivana e da Perino Campofregoso. Lo Sforza riceve in soccorso 6000 cernite del bresciano e del bergamasco e si prepara ad assediare la fortezza con sei bombarde. Attacca Cignano dove il Piccinino si è trincerato con forze numericamente inferiori alle sue (10000 cavalli e 6000 fanti); è respinto con la cattura di 500 cavalli e la morte di venti uomini d’arme quasi tutti della sua famiglia ed il ferimento di Fiasco da Giraso e di Troilo da Rossano. Ripiega a Castignano; fa scavare un ampio fossato a difesa del suo campo e continua a battere con le artiglierie il castello di Martinengo. Il Piccinino allestisce due forti nelle vicinanze con i quali impedisce l’arrivo di rifornimenti (vettovaglie e foraggio per le cacalcature) ai 30000 uomini dello Sforza. In breve il condottiero si trova a passare dalla posizione di assediante a quella meno favorevole di assediato.

Lug. ago. Lombardia e Veneto

I due capitani rimangono a contatto per diciotto giorni. Nel frangente è salvato dal duca di Milano che, irritato per le richieste dei suoi condottieri volte a smembrare il ducato visconteo (in primis Niccolò Piccinino, ma anche Luigi da San Severino, Taliano Furlano e Luigi dal Verme tutti con svariate richieste territoriali) indirizza al suo campo Antonio Guidoboni con la richiesta di un suo arbitrato e l’offerta della figlia in sposa. Filippo Maria Visconti, inoltre, richiama il Piccinino e gli intima di deporre le armi; lo Sforza firma una tregua con il segretario Eusebio Caimi. Ai primi di agosto ha un incontro amichevole con il Piccinino ed i suoi condottieri quando costoro lasciano il campo di Martinengo; si reca a Soncino e da qui a Venezia dove dimostra al Senato la bontà dei suoi atti.

Sett. Lombardia e Veneto

Si incontra a Marmirolo con Niccolò d’Este che ha l’incarico dal duca di Milano di condurgli la promessa sposa la figlia Bianca Maria. A Sanguinetto viene a trovarlo Sigismondo Pandolfo Malatesta cui concede a sua volta in moglie la figlia Polissena, già promessa al fratello del signore di Rimini, Domenico Malatesta.

Ott. Lombardia

Si sposa finalmente con la figlia del duca di Milano a Cremona nella chiesa di San Sigismondo: il matrimonio è celebrato dal vescovo della città; si fa scortare nella cerimonia da 2000 cavalli e da altrettanti fanti comandati da Pietro Brunoro. Nello stesso mese è firmata la pace di Cavriana.

Nov.

Il Sarpellione ritorna al suo servizio ed acquista per suo conto la signoria di Orvieto con l’ausilio di Gentile della Sala. A fine mese Francesco Sforza rinnova la condotta con la lega antiviscontea per una ferma di tre anni ed uno di rispetto.

1442
Gen. mar. Lombardia Veneto Emilia

Stabilisce di ritornare nel regno di Napoli per difendere la causa di Renato d’Angiò ed i suoi possedimenti. Informato che Niccolò da Pisa si sta offrendo ai fiorentini  decide di sbarazzarsene: gli ordina di precederlo nella marca d’ Ancona, gli fa avere (forse) un salvacondotto da Niccolò Piccinino e gli impone di prendere la strada per Bologna. Il condottiero può così essere sorpreso ed ucciso nella città da Astorre Manfredi con il quale Francesco Sforza si è accordato in precedenza. Si muove con calma da Cremona e si ferma con la moglie a Sanguinetto. A febbraio si reca a Venezia per consultazioni con la Serenissima e per ottenere del denaro: alla moglie le autorità fanno dono di un gioiello del valore di 1000 ducati. Attraversa il Po; attraversa il ferrarese; si fa precedere nella marca d’ Ancona dal fratello Giovanni Sforza con alcune squadre di cavalli.

Apr. mag. Sforza Chiesa Napoli Romagna e Marche

Passa agli stipendi del papa: le sue condizioni finanziarie nel periodo sono talmente critiche che deve ricorrere a prestiti usurari del 14% presso alcuni ebrei di Ancona dando in pegno non solo le sue argenterie, ma anche le vesti più sfarzose. A maggio è segnalato a Ravenna ed a Rimini per rivedere la figlia sposatasi con Sigismondo Pandolfo Malatesta. E’ poi a Gradara ed a Senigallia dove è raggiunto dalla notizia di essere stato scomunicato dal pontefice che ha fatto ricorso a vari pretesti, tra cui quello assai specioso di non aver fatto restituire allo stato della Chiesa Bologna da parte dal Piccinino che peraltro  milita anch’esso nell’ esercito ecclesiastico.  Anche Filippo Maria Visconti si oppone alla sua spedizione nel regno di Napoli. Sbigottito si ferma per molti giorni a Fabriano, incerto sul da farsi, se trasferirsi in  Toscana o rimanere nei possedimenti marchigiani. A metà maggio si attenda tra Esanatoglia e Castelraimondo. Nel dubbio ordina al Sarpellione ed a Bernardo d’Utri di portarsi quanto prima nel Patrimonio a Toscanella (Tuscania), il primo con 500 cavalli, il secondo con 400 fanti: entrambi hanno il compito di  scorrere nello stato della Chiesa.

Giu. Marche e Umbria

Sceglie Jesi come residenza per la moglie. Il fratello Giovanni Sforza è battuto nella piana di Sessa Aurunca da Jacopo Piccinino: Francesco Sforza è spogliato da Alfonso d’Aragona di tutti i suoi possedimenti nel regno di Napoli (Ariano Irpino, Monte Sant’Angelo, Troia, Manfredonia). Anche il Sarpellione è attaccato nel todino da Pietro Giampaolo Orsini, da Gian Francesco Gonzaga e da Carlo di Montone. In un primo momento gioca la carta religiosa e si avvicina all’ antipapa Felice V, cui chiede il rinnovo del marchesato di Ancona ed il gonfalonierato della Chiesa; ritorna poi agli argomenti che gli sono più congeniali. Esce da Jesi e raccoglie nuove truppe a San Severino Marche. Si sposta a Fabriano con 4000 cavalli ed invia in soccorso del Sarpellione 800 cavalli che però  non riescono ad oltrepassare il castello di Fossato di Vico. Tali milizie  rientrano nelle Marche dopo essersi impadronite di una certa quantità di frumento. Spedisce altri 200 cavalli ad Assisi; altri sono diretti verso Bettona e sono sconfitti da Niccolò Piccinino (cattura di 250 cavalli). Si muove anch’egli verso l’Umbria; non fa in tempo ad impedire la resa di Todi; si ferma per qualche tempo  a Gualdo Cattaneo e conduce il suo esercito (forte di 5000 cavalli e di 2000 fanti) alla conquista di Fossato di Vico. Respinto ritorna a Fabriano; a fine mese entra in Fermo con la moglie per la Porta di San Giuliano. E’ festeggiato dalla popolazione: nell’ occasione il fratello Alessandro Sforza fa livellare la piazza di San Martino.

Lug. Marche

Niccolò Piccinino entra in Belforte del Chienti; Francesco Sforza si porta a Ripe San Ginesio ed occupa San Ginesio. Inizia delle trattative di pace con gli aragonesi,  torna a Fermo con 3000 uomini; fronteggia gli avversari nei piani del Tenna. Negli stessi giorni si accorda con il re di Napoli e gli giura fedeltà per i feudi  detenuti dallo Sforza nel regno. Si incontra a San Martino, presso Servigliano, con Ignazio di Guevara;  stipula con gli aragonesi una condotta di cinque anni  (4000 cavalli e 1000 fanti). Il contratto prevede a suo favore una provvigione mensile di 1500 ducati, una prestanza di 60000 ducati, il governo degli Abruzzi, il titolo di Grande Connestabile, la conferma delle signorie di Manfredonia e del Fortore, la restituzione dei feudi persi con l’eccezione di Benevento e di Caiazzo, la liberazione entro due mesi di alcuni suoi capitani come Foschino e Marco Attendolo, Simone Scudo e Giovanni Piccinino.

Ago. Marche

Si avvia verso il regno per recuperare i feudi occupati dagli aragonesi;  attraversa il Tronto. Si pone alla difesa di Montefortino;  non manca di informare Alfonso d’ Aragona sulla slealtà di Niccolò Piccinino. Quest’ultimo  sfida lo Sforza per uno scontro diretto con una delle sue compagnie. Il re di Napoli sconfessa l’operato di Ignazio di Guevara che giudica non da lui autorizzato;  il papa, nel contempo, emana una bolla di condanna nei suoi confronti. Dopo alcune scaramucce con il Piccinino si riconcilia con il suo emulo su pressione del commissario fiorentino Bernardo dei Medici. E’ firmata una tregua di otto mesi. Questa è subito rotta dal Piccinino che con Cristoforo da Tolentino occupa Tolentino: lo Sforza è sorpreso dalla notizia a Fermo mentre è in corso una  grande festa. Muove nei piani della Rancia ed in una schermaglia gli viene ucciso la cavalcatura.

Sett. Marche

Viene ricomposta la tregua sempre per mezzo di Bernardo dei Medici;  Francesco Sforza attua una specie di blocco economico ai danni delle città controllate dai pontifici (Camerino, Tolentino, Sarnano, Montemonaco e Montefortino). Rientra a Fermo; appena viene a conoscenza che l’avversario si trova nel folignate alla testa di 8000 cavalli e di 3000 fanti assale con Pietro Brunoro Ripatransone  datasi allo stato della Chiesa. Colloca gli alloggiamenti a Santa Maria della Fede nei pressi di Monte Fiore; piazza le artiglierie, occupa il colle dei Cappuccini ed il monastero di Santa Maria Maddalena. Respinto inizialmente la città si arrende in breve tempo con la promessa del perdono. Durante una pausa i difensori uccidono 25 soldati gettando sassi ed altri proiettili dalle mura; con un attacco di dodici ore è praticata una nuova apertura nelle cortine difensive, sono forzate le porte e la località è messa a sacco con l’uccisione di 1500 persone. Lo Sforza rientra a Fermo: nell’ occasione sono condotti nella città molti vasi sacri, una campana della torre del comune ed altri arredi sacri che vengono tutti ad abbellire le chiese cittadine.

Ott. Marche

Ordina l’abbattimento delle mura di Ripatransone; il paese, inoltre, è dato alle fiamme per un terzo della sua area. Per rappresaglia Niccolò Piccinino gli occupa Gualdo Tadino nel ducato di Spoleto. Francesco Sforza scende nella valle del Chienti, guada il Potenza alle Moline di Macerata (alla cui guardia lascia Giovanni da Tolentino) e perviene a Montecassiano. Espugna e mette a sacco Montalboddo  (Ostra Vetere).

Nov. Marche e Abruzzi

E’ segnalato ad Jesi ed a Cingoli: non cessa di imporre ai paesi della Marca sempre nuovi gravami. Recupera Montefortino, Amandola, Belforte del Chienti. In Puglia il re di Napoli gli toglie San Giovanni Rotondo. Lo Sforza  si spinge negli Abruzzi e promette a Renato d’Angiò di inviargli 1000 lance e 1000 fanti (dietro le immancabili promesse della conferma nella carica di Gran Connestabile e dei feudi posseduti). Con la perdita di Assisi e l’alleanza ai suoi danni di aragonesi e viscontei si ritira immediatamente e distribuisce le sue soldatesche nei quartieri invernali tra Fermo, Ascoli Piceno, Cingoli, Fabriano, Jesi, Osimo ed Arcevia. Si accampa a  Matelica.

1443
Gen. Marche

Risiede generalmente a Jesi. Ha parte nella defezione di Pietro Giampaolo Orsini a favore dei fiorentini;  fomenta pure una rivolta in Foligno.

Feb. Marche

Cerca di corrompere Cristoforo da Tolentino per recuperare Todi; ordisce anche un trattato in Ancona per il quale il podestà cittadino viene incarcerato e decapitato.

Mar. Marche

Si fa promotore di un altro complotto a Gubbio che si conclude con l’espulsione di alcuni cittadini; trama con i fiorentini per fare avvelenare Niccolò Piccinino.

Apr. Marche

Apre trattative con Filippo Maria Visconti per ritornare al suo servizio.

Mag. Marche

Si reca a Pesaro con la moglie per esservi ospitato da Galeazzo Malatesta. Punta su Tolentino per stringerla d’assedio.

Giu. Marche

I veneziani gli fanno avere una bombarda, sbarcata a Porto Recanati e  trasportata alle Moline di Macerata dove è acquartierato il fratello Alessandro. Conquista Esanatoglia dove rimane ucciso il Pazzaglia con 150 soldati;  espugna dopo accanita resistenza anche Castelraimondo. Nello stesso mese fa restituire ad Antonio Ordelaffi la rocca di Forlì.

Lug. Marche

Si accampa sotto Tolentino e ne inizia le operazioni di assedio. Con apposito bombardamento il baluardo di Porta Nuova è messo nelle condizioni di non nuocere; ottenuta la resa dei difensori dopo diciotto giorni  lascia alla guardia della località il fratello Alessandro Sforza. Si avvia con gli ostaggi alla volta di San Severino Marche e di Fermo. Informato che Niccolò Piccinino staziona sotto Visso fa uscire da San Severino Marche Pietro Brunoro e Sigismondo Pandolfo Malatesta che con 3000/4000 uomini tra cavalli e fanti obbligano il capitano avversario a ritirarsi a Norcia in attesa dei rinforzi promessigli dagli aragonesi.

Ago. Marche

Con l’avanzata da sud di 24000 cavalli e di 6000 fanti guidati da Alfonso d’Aragona e da Niccolò Piccinino decide di difendere tutte le principali città sotto il suo controllo con metà dei suoi uomini (4000), mettendovi alla testa suoi congiunti ed amici. Invia così a Fermo il fratello Alessandro Sforza, ad Ascoli Piceno il fratello Giovanni Sforza, a Civitanova Marche il fratello uterino Rinaldo da Fogliano, a Fabriano Pietro Brunoro, a Cingoli Fioravante Oddi, ad Osimo il genero Giovanni da Tolentino, a Jesi Troilo da Rossano (anche se è fatto avvertire dal duca di Milano avvertito dal Visconti di un possibile tradimento del genero per la comparsa sul campo di battaglia del re di Napoli), a Recanati Antonio da Trivulzio, ad Arcevia Roberto da San Severino, a Corinaldo l’Attaccabriga, a Staffolo Fiasco da Giraso, a Massaccio (Cupramontana) Guglielmo di Baviera. Matelica, Tolentino e Macerata inalberano i vessillli dello stato della Chiesa; Manno Barile abbandona i suoi stipendi, Troilo da Rossano e Pietro Brunoro consegnano ai confederati Jesi e Fabriano con la defezione di 2400 cavalli e di 600 fanti. Anche San Severino Marche, Recanati, Castel del Piano, Cingoli, Osimo, Tuscania, Acquapendente sono coinvolte nella disgregazione del suo stato marchigiano; altri condottieri, da sempre a lui vicini come Fiasco da Giraso e Guglielmo di Baviera, si fanno coinvolgere nel generale clima di fuggi fuggi. Solo i fratelli Alessandro e Giovanni restano saldi al loro posto. Francesco Sforza si fortifica in Fano che appartiene a Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Sett. Marche e Romagna

Invia i suoi carriaggi in Romagna sotto la scorta di Dolce dell’Anguillara; assediato in Fano cerca di rompere l’accerchiamento con continue scaramucce. E’ qui raggiunto dal Sarpellione e da Dolce dell’ Anguillara; si sposta a Rimini ove si collega con Sigismondo Pandolfo  Malatesta. Giungono in suo soccorso rinforzi  da veneziani e fiorentini. Negli stessi giorni alcuni condottieri fedifraghi come Fiasco da Giraso e Guglielmo di Baviera riconoscono il loro errore e rientrano nelle sue file.

Ott. Marche e Romagna

Ritorna a Fano con 2 fuste armate e molte barche cariche di fanti. Si vendica di Pietro Brunoro e di Troilo da Rossano attraverso false prove che fa opportunamente cadere nelle mani del re di Napoli. Anche il duca di Milano, preoccupato per i troppi felici successi di aragonesi e pontifici, dà una mano alla sua fortuna: Francesco Sforza si reca ancora a Rimini e ratifica l’alleanza tra i ducali da un lato, veneziani e fiorentini dall’ altro. Esce da Rimini con i suoi uomini d’arme accampati vicino alla Porta di San Bartolomeo;  sosta a San Giovanni in Marignano.

Nov. Marche

Esce da Fano e va incontro a Taddeo d’Este, Guido Rangoni e Tiberto Brandolini; si scontra con Niccolò Piccinino sul Foglia e lo sconfigge a Montelauro. Secondo una fonte la battaglia è decisa da un assalto di sorpresa di Taddeo d’Este che mette in fuga le schiere avversarie; secondo altre versioni è una scaramuccia ingaggiata nel passaggio del fiume a creare le premesse di un combattimento generalizzato. I suoi soldati all’inizio sono respinti; quelli del Sarpellione, da lui inviati per aggredire alle spalle gli avversari, compaiono all’ improvviso sull’ alto di un colle. A tale vista Niccolò Piccinino non è più in grado di tenere fermi i suoi e la fuga si fa generale. Un immenso bottino cade in potere degli sforzeschi che si impadroniscono di armi e cavalcature e fanno fuggire i prigionieri. Nello scontro tra i bracceschi è ucciso Giannino da Caravaggio ed è catturato Braccio Baglioni. La vittoria non è decisiva sia per l’energica reazione del Piccinino, sia per l’operato di Sigismondo Pandolfo Malatesta che distrae parte delle forze dall’ obiettivo principale per togliere Pesaro a Federico da Montefeltro. Lo Sforza conquista così Novilara e Candelara che dà al Malatesta; ha Montalboddo e Montenovo  i cui difensori si arrendono per l’intercessione della moglie; lascia Bianca Maria Visconti a  Corinaldo, raggiunge Potenza Picena e recupera Jesi ed Appignano. Dà il permesso ai suoi soldati di saccheggiare Montefano; gli si arrendono anche Castelfidardo (dopo avervi inviato Giovanni da Tolentino con 1500 cavalli) ed altri castelli nel fermano.  Eugenio IV lo priva dei vicariati di Tuscania e di Rispampani.

Dic. Marche

Assedia Giacomo da Caivana e Niccolò Terzi in Monte San Pietrangeli: le bombarde abbattono le mura ma anche qui come a Martinengo i difensori rafforzano di notte quello che viene distrutto di giorno. Il freddo, le piogge e la penuria di foraggio fanno il resto. Niccolò Piccinino si avvicina a Montegranaro e Francesco Sforza, perse le speranze, si trasferisce prima a Montegiorgio (con il riacquisto di Santa Vittoria in Materano, Mogliano e Loro Piceno) e, poi, a Fermo. Ottiene dal Piccinino un salvacondotto per la moglie che, incinta, lo raggiunge da Corinaldo in tale località.

1444
Mar. Marche
A fine mese gli sforzeschi entrano all’improvviso in Montefiore dell’ Aso e vi fanno 17 prigionieri.
Apr. Marche

Viene scomunicato una seconda volta da Eugenio IV assieme con Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Mag. Marche

Alcuni uomini di Ripatransone sono sorpresi presso il Chienti con lettere del legato della Marca tese a suscitare la ribellione nel fermano ai danni degli sforzeschi. Per ordine dello Sforza costoro sono impiccati in Fermo in una piazza allora chiamata “dei porci”. Sempre negli stessi giorni il condottiero precede Niccolò Piccinino a Montegiorgio (o a Montefortino secondo le fonti) dove il capitano avversario ha organizzato un trattato: entra nella città, vi cattura 5 congiurati che sono condotti a Fermo per esservi impiccati e squartati; il giorno seguente le loro teste sono infilzate su delle lance per essere esposte sui merli delle porte cittadine. Contemporaneamente il genero Sigismondo Pandolfo Malatesta si reca a Venezia per riscuotere le paghe sue e dello Sforza; il signore di Rimini, invece di versare allo Sforza la quota di sua competenza, si trattiene tutta la somma percepita a saldo dei suoi stipendi e del costo degli alloggi e delle vettovaglie somministrati al suocero nella recente campagna. Il contrattempo per lo Sforza è lenito dai rinforzi che giungono dai veneziani con i cavalli ed i fanti capitanati da Bartolomeo Colleoni. Lo Sforza destina il denaro inviatogli dai fiorentini al Sarpellione, che sostiene con vigore la guerra nei territori di Osimo e di Recanati.

Giu. lug. Marche

Punta ancora su Monte San Pietrangeli; è sempre respinto. Aumentano le sue difficoltà economiche in quanto non è in grado di versare il soldo alle truppe; la flotta aragonese, davanti ai porti di Ancona e di Fermo, ostacola l’arrivo via mare di soccorsi; Niccolò Piccinino ottiene i medesimi risultati bloccandogli i rifornimenti via terra; Sigismondo Pandolfo Malatesta, infine, elude la sua richiesta di concentrare le truppe tra Osimo e Recanati preferendo restare a Fano. Solo il Sarpellione lascia Castelfidardo e si fortifica sul Tenna: ancora una volta è però salvato da Filippo Maria Visconti che invia Francesco da Landriano al Piccinino affinché firmi una tregua con lo Sforza e rientri a Milano.

Ago. Marche

Con la partenza del suo emulo lascia Fermo con 3000 fanti e 3000 cavalli, si collega con il Sarpellione. Decide di spingere a battaglia i bracceschi che non si sono ancora ripresi dalla partenza di Niccolò Piccinino. Con denaro ricevuto dai fiorentini consegna un ducato a ciascun soldato e provvede l’esercito di viveri per otto giorni. Ritira tutte le guarnigioni;  dopo due giorni è segnalato ad Urbisaglia, vicino a Francesco Piccinino  accampatosi in un punto difficile da attaccare: quest’ ultimo lo agevola involontariamente allorché si sposta a Montolmo/Pausola (Corridonia). Lo Sforza fa attaccare i pontifici da quattro lati: a destra, verso il colle si lanciano le milizie del fratello Alessandro e di Dolce dell’ Anguillara, a sinistra quelle di Manno Barile prima e del Sarpellione successivamente. I primi 3 condottieri sono respinti, il Sarpellione supera, invece, gli sbarramenti ed arriva dentro il campo. Domenico Malatesta e Roberto da Montalboddo rintuzzano gli assalti degli sforzeschi; il fratello Alessandro con una mossa  aggirante sempre sulla destra perviene,  alfine, alle spalle dei pontifici. Gli avversari si danno alla fuga inseguiti da Dolce dell’ Anguillara e da Manno Barile. Anche Carlo di Montone, a tale vista, ripiega. I bracceschi, ad un certo momento, sembrano recuperare le sorti della battaglia: lo Sforza ricorre con prestezza ad un espediente  ed inventa una forza di riserva, pronta ad intervenire, costituita dai servitori e dai paggi al seguito delle truppe che da lontano vengono scambiati per uomini d’arme. Domenico Malatesta e Roberto da Montalboddo riparano a Montecosaro ed a Recanati, dove pure si rifugiano Giacomo da Caivana e Jacopo Piccinino; è catturato Francesco Piccinino con più di un terzo degli effettivi (2000 cavalli ed i fanti); viene fatto prigioniero pure il legato pontificio, il cardinale Domenico  Capranica, che sarà subito rilasciato. Francesco Piccinino è trattato con dignità nonostante le intemperanze del Sarpellione. Il castello di  Corridonia si arrende il giorno seguente. La vittoria risolleva senza contrasto le  fortune dello Sforza per cui può recuperare Macerata, Tolentino, San Severino Marche ed Osimo.

Sett. ott. Marche

Si impadronisce di Cingoli con otto giorni di assedio e Jesi con la rocca (tre giorni); va contro Serra San Quirico e costringe Santino da Ripa ad arrendersi a patti. Firma una tregua con gli aragonesi.  Costoro riattraversano il Tronto ritirandosi negli Abruzzi. Giorni dopo (ai primi di ottobre) stipula un analogo accordo anche con i pontifici;  gli sono concessi dodici giorni per recuperare le località perdute. E’ reinvestito del titolo di marchese solo per quelle terre di cui avrà l’effettivo controllo dopo tale periodo temporale: si accampa a Montesanto (Potenza Picena); conquista  Sant’Elpidio a Mare, Monterubbiano, Montefiore dell’ Aso, Montegranaro, Castignano (dove si fa consegnare 600 salme di frumento e tutto il bestiame) ed Offida; il fratello Alessandro si impadronisce di Porto Recanati. Recanati, Osimo e Fabriano rimangono in potere dei pontifici ma sono obbligate (con Ancona) a riconoscergli un tributo. Da ultimo, rinnova la condotta con la lega antiducale per una ferma di tre anni a partire dal febbraio 1445, più uno di rispetto. Stabilisce di superare il Tronto per muovere negli Abruzzi contro gli aragonesi in quanto Alfonso d’Aragona si trova occupato in Calabria a combattervi il marchese di Crotone Antonio Ventimiglia. Desiste dall’ iniziativa per non inimicarsi il duca di Milano; sosta a Fermo con la moglie e vi riceve Sigismondo Pandolfo Malatesta, venuto a scusarsi per il suo operato non sempre lineare: molti suoi condottieri, specie il Sarpellione e Dolce dell’ Anguillara, lo spingono a vendicarsi; preferisce non accettare il consiglio e di assoldare Federico da Montefeltro.

Nov. Marche

Il duca di Milano nomina suo capitano generale il Sarpellione che, nonostante la  vecchia amicizia, non  informa lo Sforza della sua decisione. Il condottiero scopre il fatto, cattura e fa strangolare il Sarpellione: per l’affronto il duca di Milano si allea con gli aragonesi.

1445
Gen. Marche

Il papa approfitta della nuova situazione; anche Sigismondo Pandolfo Malatesta  abbandona Francesco Sforza per la presenza al suo fianco di Federico da Montefeltro.

Feb. Marche

Si attarda a Montecalvo in Foglia;  sfida vanamente a battaglia campale a Tavoleto Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Mar. apr. Marche

Resta inoperoso a Jesi da marzo a maggio. A metà aprile impone nuove tasse per riassestare le mura di Montegranaro e la torre di San Patrizio; dopo pochi giorni conquista Pergola e pone la località a sacco.

Giu. Marche e Romagna

Esce da Jesi ed invia negli Abruzzi, in soccorso di Giosia Acquaviva ora suo alleato, numerose milizie agli ordini di Antonio da Trivulzio e di Bastiano da Canosa. Si dispone lungo il Foglia e con il fratello Alessandro devasta i territori di Rimini e di Fano; è segnalato nelle vicinanze di Montelabbate.

Lug. Marche e Romagna

Sconfigge gli aragonesi in località la Bazza. Lo stesso giorno dichiara ufficialmente guerra a Sigismondo Pandolfo Malatesta. Occupa Novilara, ottiene a patti Candelara, fa suoi i castelli di Saltara, Cartoceto, Serrungarina, Bargni, Montefiore e Pozzuolo che mette a sacco. Entra in Ostra Vetere ed espugna Meldola  data in preda ai soldati.

Ago. Marche

Recupera molte terre tra il Metauro ed il Foglia; si impossessa dopo tredici giorni di Pergola difesa da  Santino da Ripa; si attenda presso il monastero di Santa Lucia; è respinto un suo attacco portato con 3000 fanti. Finge di ritirarsi e fa porre i suoi uomini nei borghi; quando i difensori abbandonano le mura per il rancio fa condurre un nuovo assalto; i fanti superano le mura con le scale ed irrompono nella località che viene messa a sacco senza risparmiare chiese ed ospedali. Ottiene anche Montesecco con tre giorni di bombardamenti: la località si salva dalle depredazioni attraverso il riconoscimento a suo favore di una grande somma di denaro.  Assale Castellaro;  lascia Federico da Montefeltro all’ assedio di Fano, si allontana da Carignano e muove verso Fermo; sull’ Esino è informato che Giacomo da Caivana l’ha preceduto occupando Montefano, e che molti castelli del territorio gli si sono ribellati.

Sett. Marche

Si unisce con Federico da Montefeltro ed occupa Filottrano; prosegue nella sua marcia e recupera anche Appignano.

Ott. Marche

Supera il fiume Potenza e giunge a Fermo con parte della fanteria e pochi cavalli leggeri. Giovanni Ventimiglia, che minaccia la città con gli aragonesi, si ritira. Si sposta a Coridonia dove è raggiunto da Federico da Montefeltro e dal fratello Alessandro; vi aspetta pure  Matteo da Sant’ Angelo con la fanteria. Durante la notte Taliano Furlano si allontana da Civitanova Marche, che sta assediando, e si rifugia a Potenza Picena. La ribellione di Ascoli Piceno (in cui giorni prima ha inviato 6000 ducati per il soldo delle milizie) e di Osimo lo obbligano a cambiare strategia. Gli eserciti avversari si collegano a Fabriano per cui Francesco Sforza deve accorciare i suoi punti di riferimento. Aumenta a 1500 cavalli e 500 fanti il presidio di Fermo e rafforza Jesi. Sigismondo Pandolfo Malatesta entra per trattato in Arcevia; lo Sforza scende presso il Chienti, ripassa per Corridonia, si accampa sotto Montefano e muove in soccorso del castello di Arcevia. Sulle rive dell’Esino è informato che il castellano si è arreso; muta direzione, si porta a Jesi e da qui nell’urbinate.

Nov. Marche

Ottiene numerosi castelli a spese di Sigismondo Pandolfo Malatesta quali Fermignano, Acqualagna, Piandimeleto (messo a sacco), Monterone, San Sisto e Piole; li consegna a Federico da Montefeltro. Incomincia a nevicare; si leva dal campo e distribuisce la cavalleria in Toscana e nelle parti meno montuose dei territori di Urbino e di Gubbio. Negli stessi giorni Fermo si ribella al fratello Alessandro e Francesco cerca inutilmente di portargli soccorso; San Severino Marche (pur con una guarnigione sforzesca di 600 fanti) si ribella anch’essa per ritornare sotto il controllo dei  pontifici.

1446
Feb. Marche

Con la perdita anche della rocca di Fermo (il Girifalco) si trasferisce a Pesaro con i suoi famigliari;  si prepara a ricomporre un nuovo esercito.

Mar. Marche

Stipula un’alleanza con Ancona per minacciare Recanati ed Osimo.

Apr. mag. Marche

E’ scomunicato per la terza volta; Firenze e Venezia gli inviano 120000 fiorini. Cosimo dei Medici gli consiglia di passare all’ offensiva nel ducato di Spoleto e di avvicinarsi a Roma per congiungersi con il cardinale di Capua Niccolò Acciapaccia (esiliato da Eugenio IV perché inimicatosi con il cardinale legato Ludovico Scarampo e con il re di Napoli) e con Everso dell’ Anguillara segreto nemico del pontefice; analoghe assicurazioni ottiene dal veneziano Orsatto Giustinian.  Nello stesso tempo lo Sforza rifiuta le offerte fattegli avere dai bolognesi tramite l’ambasciatore Ludovico Caccialupi per contrastare i viscontei. Mette in ordine le sue compagnie e solo a fine maggio è in grado di attraversare gli Appennini: in questo momento però i potenziali alleati hanno interessi diversi. Lo Sforza lascia il fratello Alessandro alla guardia di Pesaro.

Giu. Umbria Lazio e Marche

A Fossato di Vico con 5000 cavalli e 1000 fanti; si reca a Pianello ed a Deruta alla vana ricerca di vettovaglie; punta su Todi. Per strada viene a conoscenza che i congiurati con l’aiuto dei quali  spera di entrare nella città hanno mutato parere;  anzi hanno chiamato a loro difesa  Cesare da Martinengo. Gli è pure negato un salvacondotto che permetta a Giovanni da Tolentino ed al suo cancelliere Cicco Simonetta di entrarvi. Si dirige ad Orvieto, supera il Tevere   accolto  malamente in ogni luogo; giunge fino a Viterbo ove chiede vettovaglie ad Everso dell’ Anguillara ed agli abitanti prossimi al lago di Bolsena. L’Angullara nel mese precedente ha però avuto modo di rappacificarsi con il pontefice per cui non gli presta alcun soccorso. Lo Sforza è così costretto ad errare per dodici giorni per i monti tra Montefiascone, Arlena di Castro ed Acquapendente alla disperata ricerca di cibo. Gli abitanti delle campagne  rifiutano di approvvigionare i suoi uomini;      i soldati, senza pane per tre giorni, sono costretti a cibarsi solo di fragole. Si riduce a Resena, presso Ponte Pattoli, riconduce l’esercito a Gubbio ed a Fossombrone nei territori di Federico da Montefeltro: a Montone si incontra con Carlo di Montone. In tanti disastri viene abbandonato anche dal fratello Alessandro che ha ceduto Pesaro ai  pontifici.

Lug. ago. Marche

Non si dà per vinto e con una serie di azioni offensive tenta di arginare l’avanzata nemica: lascia Fossombrone, si attenda presso Urbino, preme su Jesi e costringe gli anconetani a venire a patti.

Sett. Marche

Cavalca a Castel Durante (Urbania) e molesta gli avversari che assediano il castello di Lunano. Altre azioni similari sono portate in continuazione. Si scontra con i pontifici sul Foglia, a Pieve della Trappola (Pieve San Silvestro).

Ott. Marche

I fiorentini gli inviano 3000 cavalli comandati da Guidantonio Manfredi e da Simonetto di Castel San Pietro e 1000 fanti agli ordini di Gregorio d’Anghiari. Con tali truppe obbliga il cardinale Scarampo e Sigismondo Pandolfo Malatesta ad allontanarsi da Urbino ed a porsi a Tavoleto. Si accampa a Montecalvo in Foglia e sfida a battaglia campale gli avversari cui invia, tramite un araldo, il guanto insanguinato infisso su un’asta. I pontifici, che temono da parte loro il tradimento di Giacomo da Caivana, non accettano lo scontro  rafforzando le difese dei loro alloggiamenti. Su mediazione di Federico da Montefeltro si riconcilia con il fratello Alessandro che gli offre Pesaro come base delle sue operazioni.  Riconquista parecchie rocche (Montelabbate, Pozzo del Piano, Tomba e Montelauro). Assedia Gradara.

Nov. Marche
E’ contattato dal duca di Milano che ricerca il suo aiuto. Filippo Maria Visconti gli consiglia di non accordarsi con i veneziani perché presto si sarebbe mosso a suo favore. Formalmente Francesco Sforza mantiene buoni rapporti con la Serenissima, anche perché a Cremona ed in altre sue terre si trovano armati veneziani; nello stesso tempo ragguaglia il duca di Milano sui movimenti dei suoi avversari.
Dic. Marche

Le forti piogge, la mancanza di polvere da sparo e di denaro per le truppe lo convincono, dopo sessansatre giorni a desistere dalle operazioni di assedio di Gradara. Invia le bombarde a Pesaro, conduce l’esercito sul Foglia e distribuisce gli uomini tra Urbino  e Pesaro dove si ferma con i suoi famigliari. E’ firmata una tregua con pontifici, aragonesi ed il Malatesta.

1447
Feb. Milano Venezia Capitano g.le Marche

Filippo Maria Visconti gli invia come ambasciatore l’amico Pietro Pusterla per invogliarlo a passare ai suoi stipendi: gli è promessa una condotta alle stesse condizioni già godute da veneziani e fiorentini (cinque anni di ferma, uno di beneplacito, stipendio annuo di 204000 fiorini e titolo di capitano generale). I fiorentini lo contattano tramite Angelo Acciaiuoli e Neri Capponi per farlo desistere dal proposito; i veneziani arrestano il suo segretario Angelo Simonetta mentre si trova a Venezia. Francesco Sforza cerca di giustificarsi inviando a Venezia una lunga lettera da Pesaro. E’ aperta un’inchiesta sul suo improvviso voltafaccia da parte del Consiglio dei Dieci: questa rivela che molti patrizi, tra i quali anche il figlio del doge (e forse lo stesso doge), hanno avuto rapporti di amicizia troppo stretti ed hanno ricevuto denaro dallo Sforza.

Mar. Marche

I veneziani tentano di occupargli Cremona dove il provveditore Gerardo Dandolo tesse un trattato con i guelfi locali. Viene respinto un attacco di Micheletto Attendolo alla città: il condottiero della Serenissima non osa impegnarsi in un assedio.

Apr. Marche

I capitani di scuola braccesca come Francesco e Jacopo Piccinino, Niccolò Terzi, ed i consiglieri Antonio da Pesaro e Giacomo da Imola convincono il duca di Milano a non versargli la somma pattuita; accusano anzi Francesco Sforza di avere promesso a Pietro Pusterla i beni dei Piccinino a Casalpusterlengo e di aspirare al ducato. Nel contempo i veneziani non gli pagano più alcuna provvigione e lo dichiarano loro ribelle. Da parte sua lo Sforza invia in soccorso di Foschino Attendolo a Cremona 300 fanti.

Mag. giu. Marche

I veneziani giungono con facilità sotto Milano portando devastazioni e sgomento. Il duca Francesco Sforza richiama e gli spedisce 50000 fiorini (20000 in contanti e 30000 per lettera di cambio) per dare il soldo alle truppe; lo Sforza per raccogliere altro denaro restituisce Jesi al papa Niccolò V dietro la somma di 31000 ducati. Si rappacifica definitivamente con il re di Napoli e temporaneamente anche con Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Lug. Marche

Invia Manno Barile ad Arcevia con i contrassegni per la consegna di Jesi ai pontifici; l’emissario dello Sforza     attende l’arrivo di Carlo di Campobasso che deve consegnare agli sforzeschi gli consegni la somma pattuita. per la cessione.

Ago. Milano Venezia Capitano g.le 4500 cavalli e 1500 fanti Marche Romagna Emilia e Lombardia

Esce da Pesaro con 4000 cavalli e 2000 fanti sprovvisti quasi di tutto; prima di partire deve ricorrere ad altre misure per raccogliere il denaro necessario alle sue esigenze, quali il pegno della rocca di Pontremoli e dei gioielli della moglie presso usurai di Ancona e di Ferrara. Transita per Rimini e Forlì; a Cotignola viene a conoscenza della morte di Filippo Maria Visconti da un messaggero del marchese Leonello d’Este. Rinnova la sua alleanza con Rolando Pallavicini e stabilisce di trasferirsi subito in Lombardia  anche se le truppe non sono completamente in ordine. Tocca nella sua marcia Budrio e Borgo Panigale (dove gli sono somministrate vettovaglie); in tre giorni attraversa il bolognese, il modenese ed il reggiano, si ferma a San Secondo Parmense e da qui invia a Milano come suo oratore Benedetto da Norcia. Parma non gli apre le porte come da sue speranze; a corte, d’altronde, il partito braccesco (rappresentato da Francesco da Landriano e da Broccardo Persico) fa pressione affinché il ducato milanese si aggreghi al regno di Napoli; anche Francesco Sforza ha  propri partigiani a Milano come Andrea da Birago. Il viceré di Napoli Raimondo Boilo entra nel castello di Porta Giovia e persuade i condottieri viscontei Guidantonio Manfredi, Carlo Gonzaga, Luigi dal Verme, Guido Torelli ed i figli di Luigi da San Severino a dichiararsi a favore di Alfonso d’Aragona. Nasce, al contrario, la Repubblica Ambrosiana che rinnova allo Sforza,  per mezzo di Antonio da Trivulzio e di Scarabello Balbo, i capitolati da lui firmati con il Visconti: sei anni di ferma, più due di rispetto con una provvigione mensile di 15000 ducati ed il comando di 4500 cavalli e di 1500 fanti. Si prevede un aumento della provvigione a 17000 ducati nel caso di recupero delle terre ad ovest dell’Adda; la prestanza è stabilita in 60000 ducati.   Ha numerosi amici nei vari consigli cittadini; la sua ambizione è, peraltro, ben conosciuta in quanto sospettato di aspirare alla signoria milanese per via della sua parentela con defunto Filippo Maria Visconti. Gli è ostile la vecchia oligarchia milanese dei da Trivulzio, dei Cotta, dei Lampugnani, dei Bossi e dei Morone propugnatori del regime repubblicano. Lo Sforza si trasferisce nelle terre di Rolando Pallavicini; raggiunge  Cremona ove firma i capitoli della condotta con Luigi Bossi e Pietro Cotta; si riserva la possibilità di una una espansione territoriale della sua signoria verso Brescia o, meglio,  Verona. Esce da Cremona in assetto di guerra con 6000 cavalli e 2000 fanti; si dirige a Pizzighettone dove stazionano Francesco e Jacopo Piccinino. Promette la signoria di Cremona al primo e quella di Crema al secondo.

Sett. Lombardia

Attraversa l’Adda con Francesco Piccinino ed entra nel lodigiano: viene aiutato dal governatore Pietro Visconti e dal castellano Giacomo Crivelli. Occupa Maleo, Codogno, San Colombano al Lambro che conquista con le bombarde in dodici giorni di assedio.  Mentre è intento in tale impresa è informato che Pavia è sempre più divisa tra i partigiani del re di Francia, quelli del duca di Savoia e quelli del marchese del Monferrato. Approfitta della situazione, lascia il campo agli ordini di Francesco Piccinino e di Guidantonio Manfredi e si porta con pochi uomini nella città; convince la suocera Agnese Maino, moglie morganatica di Filippo Maria Visconti, e Matteo da Bologna a consegnargli la rocca, fa restituire i beni sequestrati a suo tempo a Bartolomeo Colleoni e fa celebrare una messa solenne nella chiesa di San Siro. I milanesi gli inviano Guarniero Castiglione ed Oldrado Lampugnani affinché rispetti i patti: rifiuta allegando il motivo che i pavesi non vogliono sottostare al dominio della Repubblica Ambrosiana. Rientra al campo di San Colombano al Lambro, supera l’Adda a Pizzighettone e si dirige verso Piacenza. Micheletto Attendolo si attesta a Cavacurta.

Ott. nov. Emilia

Cerca inutilmente di provocare a battaglia Micheletto Attendolo;  gli spedisce contro Jacopo Piccinino con due squadre scelte di cavalli; fa suonare la ritirata e si spinge contro Piacenza, difesa dai veneziani di Taddeo d’Este e dagli Scotti (2000 cavalli, 2000 fanti e 6000 cittadini). Appoggiano Francesco Sforza gli Anguissola, i Landi e gli Arcelli. Si acquartiera prima a Muccinasso, colloca la fanteria al borgo di San Lazzaro, la cavalleria a 500 passi di distanza; Carlo Gonzaga è posto alla Porta Fausta o di Augusto con alcune squadre sforzesche; Francesco Piccinino e Guidantonio Manfredi alla Porta di San Raimondo; Luigi dal Verme a quella di Stralevata. Prima della città fa ancorare in mezzo al Po 4 galeoni allestiti a Pavia (condotti da Filippo e da Bernardo degli Eustachi) per ostacolare eventuali soccorsi alla città via fiume. Viene raggiunto al campo dagli ambasciatori milanesi (Luigi Cotta, Pietro Bossi ed Antonio da Trivulzio) che gli consegnano il bastone di capitano generale e due stendardi, quello di Sant’Ambrogio e quello del comune. Durante l’assedio Francesco Sforza fa uso in modo intensivo dell’  artiglieria a sua: dispone di tre grosse bombarde collocate tra la Porta di San Lazzaro e quella di San Raimondo, ognuna delle quali tira fino a sessanta colpi il giorno. Il suo caposquadra Ventura da Parma cattura un contadino che porta messaggi di Micheletto Attendolo a Taddeo d’Este: invece di impiccarlo decide di utilizzarlo   facendogli consegnare i messaggi previa loro lettura.

Dic. Emilia

Le bombarde abbattono due torri e la relativa cortina di collegamento: le macerie cadendo nel fossato lo colmano in parte rendendo più agibile il suo attraversamento. Oltre i due   fossati esterni che proteggono le mura Taddeo d’Este ed il provveditore Gerardo Dandolo ne hanno fatto scavare un terzo: gli assalitori cercano di superare anche questo ostacolo colmandolo con fascine,  Sono respinti con numerose perdite. Nell’assalto allo Sforza è uccisa la cavalcatura da un colpo di colubrina. Alla fine l’artiglieria sforzesca atterra un angolo di mura verso la Porta di San Lazzaro. La breccia  permette ai milanesi di irrompere nella città che viene  saccheggiata per quaranta giorni dalle sue soldatesche. Sono derubate case e chiese, stuprate donne e catturati gli uomini (10000) ai quali viene richiesto un riscatto.

1448
Gen. Lombardia

Si ritira a Cremona dopo avere inviato le truppe agli alloggiamenti invernali.

Feb.

Promette a Rolando Pallavicini la restituzione dei beni toltigli da Niccolò Piccinino anni prima. A Milano i Piccinino si appoggiano alla fazione guelfa (i da Trivulzio) che desidera la pace con Venezia; Francesco Sforza appoggia al contrario i ghibellini che vogliono la continuazione del conflitto. Movimenti a favore della guerra sono provocati dai ghibellini nel quartiere di Porta Comacina. Lo Sforza per non dare spazio ai fautori della pace si astiene dal chiedere il soldo delle sue schiere arricchitesi, paraltro,  con il sacco di Piacenza.

Mar. Lombardia

Entra in Ghiaradadda ed assedia Lodi.

Apr. Lombardia
Francesco Piccinino, a seguito della cattura a Piacenza del provveditore generale veneziano Gerardo Dandolo, riesce a stipulare a Bergamo una pace onorevole per la Repubblica Ambrosiana. Francesco Sforza ne impedisce la ratifica. Suscita in Milano un tumulto popolare, il Broletto viene invaso da una moltitudine di ribelli ed il trattato di pace è annullato.
Mag. Lombardia

Raduna nuovamente le truppe tra Cremona e Pizzighettone, assedia i castelli posseduti dai veneziani sulla riva destra dell’ Adda. Conquista Mozzanica, Vailate, Treviglio, incendia la bastia sul ponte di Cassano d’Adda e ne ottiene anche la rocca con Astorre Manfredi a seguito di un assedio sostenuto da sei bombarde. Attraversa l’Adda ed ottiene la resa di Rivolta d’Adda: i terrazzani uccidono coloro che ne sono preposti alla difesa.

Giu. Lombardia

Espugna Pandino vincendo dopo dodici giorni la resistenza oppostagli da Giovanni Spagnolo; occupa Melzo. Avanza sul Po la flotta veneta di Andrea Querini e di Niccolò Trevisan: propone di condurre l’esercito a Casalmaggiore per difendere i suoi feudi; i due Piccinino spingono i milanesi a puntare invece sull’ assedio di Lodi. Francesco Sforza è costretto a seguire la loro iniziativa: assedia Lodi per sedici giorni ed invia soccorsi a Cremona tramite Manno Barile e Roberto da San Severino.

Lug. Lombardia

Chiesti ed ottenuti i pieni poteri lascia il lodigiano con l’appoggio di Guglielmo di Monferrato, Carlo Gonzaga, Cristoforo Torelli e Luigi dal Verme; in tre giorni giunge per il cremasco al Moso sul Po nei pressi di Cremona. La flotta veneziana è ancorata all’isola del Mezzano dove Andrea Querini si è rafforzato con palafitte e catene trasformando l’ingresso superiore verso Casalmaggiore quasi in un campo trincerato per i suoi galeoni. Lo Sforza fa piantare sulle sponde del Po due batterie di cannoni per bombardare la flotta: sulla riva emiliana  si piazza Pietro Maria dei Rossi con 2000 uomini e sei cannoni di bronzo; altri quattro sono posti a Casalmaggiore sulla riva opposta. Sul fiume avanza, infine, la flotta milanese comandata da Biagio Assereto, da Bernardo e da Filippo degli Eustachi che preclude agli avversari ogni sbocco sulla via d’acqua.  Inizia il bombardamento senza che vi siano avvisaglie di un intervento da parte di Micheletto Attendolo a favore della flotta. Andrea Querini resta inattivo sotto il fuoco dell’artiglieria che provoca mortalità e diserzioni; alla fine dà l’ordine di incendiare le navi, fa tagliare le gomene e si getta contro la flotta milanese. Degli iniziali 70 navigli, tra cui 30 galeoni, ne sono preservati dalle fiamme solo 4 caduti in potere dei pavesi. Andrea Querini ritorna a Venezia ed è condannato a tre anni di carcere per i suoi errori. Al termine della battaglia Francesco Sforza si reca a Torre dei Picci presso Cremona. Con 12000 cavalli e 3000 fanti si volge su Caravaggio alla cui difesa sono Diotisalvi Lupi con 800 fanti e 700 cavalli agli ordini di Ludovico Malvezzi e Matteo da Capua. Si accampa vicino alle mura, gli sforzeschi a sinistra rispetto alla porta orientale con Guglielmo di Monferrato, Cristoforo Torelli, Carlo Gonzaga e Luigi dal Verme; a destra i condottieri di scuola braccesca; negli intervalli sono piazzati altri 4000 cavalli, appena giunti, agli ordini di Francesco, Amerigo e Bernabò da San Severino, Jacopo Orsini, Angelo da Lavello, Fioravante Oddi, Antonio Ventimiglia, Giorgio di Annone.

Ago. Lombardia

L’assedio di Caravaggio è contrassegnato da sanguinose scaramucce. La località è circondata di fosse ed argini. Francesco Sforza invia Jacopo Piccinino a Morengo per bloccare l’avanzata dei veneziani provenienti da Bergamo. Nell’ azione vengono coinvolti anche Francesco Piccinino e Dolce dell’ Anguillara che non si muovono a protezione di Jacopo Piccinino quando costui è investito da Guido Rangoni. Fa condurre nuovi assalti a Roberto da San Severino ed a Antonello da Corneto; nei vari scontri si segnalano per la loro efficacia gli schioppettieri milanesi e tedeschi numerosi tra le sue file. Incomincia a mancare il denaro e si assottiglia il numero degli uomini a sua disposizione: Carlo Gonzaga, Luigi dal Verme e Giovanni Ventimiglia chiedono licenza di andarsene. Lo Sforza pianta quattro bombarde contro il castello, fa scavare gallerie sotto le mura per farle crollare: dopo trentacinque giorni Matteo da Capua decide di capitolare.

Sett. Lombardia

I veneziani stabiliscono di intervenire in soccorso dei difensori di Caravaggio, specie quando Tiberto Brandolini ritiene di avere trovato un passaggio sicuro in mezzo ad una palude, costeggiata da un bosco, che permette di assalire il campo fortificato milanese. E’ organizzato un attacco agli accampamenti avversari (alla cui difesa si trovano Alessandro Sforza e Guglielmo di Monferrato) preceduto da un nutrito fuoco di artiglieria  diretto da Bartolomeo Colleoni.  Pronta è la  risposta sforzesca condotta con 2000 cavalli (Luigi dal Verme, Cristoforo Torelli e Dolce dell’ Anguillara) che assale la retroguardia della Serenissima. I veneziani sono messi in  fuga. da ultimo Francesco  Sforza e Francesco Piccinino aggrediscono  gli accampamenti della Serenissima sorvegliati dal  Colleoni; la rocca di Caravaggio si arrende subito alla notizia della disfatta. Sono presenti nel combattimento 12000 cavalli e 3000 fanti tra gli sforzeschi; 12500 cavalli e 5000 fanti tra i veneziani: di questi ultimi si salvano  solo 1500 cavalli. Nel campo veneziano i milanesi si appropriano di sei grosse bombarde, di trenta bombardelle e di una grande quantità di vettovaglie, argenterie e munizioni; i morti sono pochissimi (sette), per lo più uomini calpestati dalle cavalcature. Tutti i  prigionieri sono lasciati liberi dopo essere stati spogliati delle armi e degli abiti; rimangono nelle  mani dei vincitori solo alcuni capitani come Gentile da Leonessa, Roberto da Montalboddo, Guido Rangoni, Carlo di Montone. Con la vittoria si ribella alla Serenissima la Riviera di Salò. Il fatto fornisce allo Sforza la spinta per investire Brescia e spostarsi verso il Mincio. Invia i tre San Severino alla conquista di Lodi e si appresta ad assediare Brescia, difesa da Jacopo Catalano con 500 cavalli e 1000 fanti. Si accampa a Trenzano; transita per Roncadelle e si colloca davanti alla città alla Porta di San Nazzaro con 10000 cavalli e molti fanti. Circonda Brescia dalla Garzetta fino a San Giacomo; Rovato, Orzinuovi, Asola, Soncino, la Val Camonica si consegnano in suo potere dopo una fiacca resistenza, o peggio, con uno spontaneo atto di dedizione. Un’improvvisa sortita dei bresciani, seppur compiuta con qualche disordine, gli procura alcune perdite. A Venezia, nel frattempo, il Consiglio dei Dieci stanzia 2000 ducati per il suo assassinio.

Ott. Sforza Venezia Milano Duca Savoia Lombardia

La Repubblica Ambrosiana cerca la pace con gli avversari; Francesco Sforza procede autonomamente e si avvale come intermediario del segretario del provveditore Ermolao Donati; seguono trattative a Peschiera del Garda tra il suo segretario Cicco Simonetta e Pasquale Malipiero culminananti nell’accordo di Rivoltella (siglato a metà mese nella chiesa di San Biagio) che segna un rovesciamento delle alleanze. Il nemico è ora la Repubblica Ambrosiana. Con tale trattato lo Sforza si impegna a sgombrare i territori di Bergamo e di Brescia, rinuncia a Crema ed alla Ghiaradadda; Venezia, dal canti suo,  abbandona tutti i territori del ducato comprese Lodi, Brivio e Lecco. La Serenissima gli mette a disposizione 4000 cavalli e 2000 fanti subito, e dopo un mese, altri 2000 cavalli e 2000 fanti. Gli viene assegnata una provvigione mensile di 13000 ducati (altri 8500 fiorini mese gli sono riconosciuti dai fiorentini) e gliene sono anticipati altri 40000 sulle sue future spettanze: in cambio fa subito liberare a Cremona il provveditore Ermolao Donati, Gentile da Leonessa e Roberto da Montalboddo cui dona armi e cavalcature. Si accosta alle porte di Brescia dove entra il fratello Alessandro, si  incammina sulla strada di Orzinuovi e muove su Soncino. Piacenza abbraccia il suo partito; la flotta di Filippo degli Eustachi si esprime anch’essa a suo favore.  Entra in Piacenza dopo un incontro con Filippo degli Eustachi a Canossa; vi lascia alla guardia Giacomo da Salerno e Tommaso Tebaldi con 600 cavalli; si sposta a Pavia.

Nov. Lombardia

Con la perdita di Lodi muta itinerario;  punta su Castelleone per attraversare l’Adda a Maccastorna; ottiene la località dai Bevilacqua;  Marco Leone gli conduce da Cremona un ponte di barche trasportato da carri. Giunge a Casalpusterlengo ed attiva i suoi partigiani a Milano; nel contempo il fratello Alessandro convince Luigi dal Verme, Guglielmo di Monferrato e Cristoforo Torelli a seguirlo contro la Repubblica Ambrosiana. Tra costoro vi sono inizialmente anche Antonio Ventimiglia e Carlo Gonzaga che  mutano presto parere. Francesco Sforza marcia contro Milano invano contrastato sull’Adda da Francesco Piccinino; tocca Bollate, ottiene Casorate Primo, Rosate, Binasco e Lacchiarella . Non fa prigionieri o razzie rispettando i beni di tutti per ingraziarsi i milanesi; dopo tre giorni di assedio del capoluogo espugna e mette a sacco Abbiategrasso sebbene la moglie e Dolce dell’ Anguillara cerchino di farlo recedere da tale proposito perché durante l’assalto per poco non viene ucciso da un colpo di schioppetto. Parte delle truppe devia il canale che dal Ticino conduce le acque a Milano per impedire il flusso dei rifornimenti alla città e privare i cittadini dell’uso dei mulini. Riceve in rinforzo dai veneziani 2000 uomini e si sposta a Legnano; ha a patti Busto Arsizio e Cantù dove usufruisce anche del sostegno di molti Visconti  e dei Rusca feudatari della zona.

Dic. Piemonte

Si fa aprire le porte di Novara; incarica Luigi dal Verme di assediare il castello che è conquistato e saccheggiato: considerevole è la somma di denaro tratta dalla riscossione delle taglie dei prigionieri sabaudi. Subito dopo anche Tortona e Vigevano seguono l’esempio di Novara mentre Alessandria apre le porte a Guglielmo di Monferrato. Fa ritorno nel milanese ed ai suoi uomini si congiungono quelli di Giovanni Ventimiglia che defeziona dal campo avversario con 500 cavalli e 400 fanti, nonché  altri capitani di scuola braccesca come i fratelli Andrea ed Antonio da Landriano che non vogliono più sottostare agli ordini di Francesco Piccinino.

1449
Gen. Lombardia

Invia Bartolomeo Colleoni alla conquista di Parma affinché coadiuvi il fratello Alessandro. A Venezia, intanto, non si ipotizza più una sua eventuale uccisione perché ora è un alleato della Serenissima.

Feb. Lombardia

Persuade Francesco e Jacopo Piccinino (4000 cavalli) a favorire le sue mire; promette in moglie al minore dei fratelli la figlia Drusiana e consegna ad entrambi del denaro: Manno Barile e Fiasco da Giraso cercano di dissuaderlo da tale scelta  consigliandolo di uccidere, o quanto meno incarcerare, i due condottieri. Falliscono invece le trattative di pace condotte con i ghibellini: a Milano la parte guelfa ha preso il sopravvento in consiglio con il sostegno dal popolo minuto.  Sono decapitati o esiliati alcuni ghibellini di cui sono state intercettate lettere di intesa con Francesco Sforza. Il governo è nelle mani del popolo; sono approvate leggi speciali che puniscono con la morte chiunque parli a favore del condottiero. Lo Sforza completa l’invasione del milanese, blocca il capoluogo da ogni lato ed infierisce crudelmente sulla popolazione civile. Lascia Landriano e colloca le sue squadre nelle località finitime per effettuare più compiutamente il blocco; i bracceschi si pongono con molti dei suoi nel monastero di Viboldone, a Melegnano, ed a Peschiera Borromeo; Giovanni Ventimiglia al monastero di Chiaravalle Milanese con il capitano delle fanterie veneziane Michele di Piemonte; Guglielmo di Monferrato, Luigi dal Verme e Dolce dell’ Anguillara nelle strade che portano da Pavia ai navigli; Roberto da San Severino con i tre fratelli San Severino al monastero di Baggio; per sé sceglie la base di Moirago presso Binasco, da dove  controlla tutti i movimenti verso Porta Ticinese. Si avvicina a Castellazzo, un monastero fortificato nelle vicinanze di tale porta;  lo conquista con le bombarde in un giorno nonostante la valorosa resistenza oppostagli da Tommaso Schiavo. Respinge una sortita dei popolani e stringe maggiormente l’assedio con Francesco Piccinino, Luigi dal Verme, Dolce dell’Anguillara, Cristoforo Torelli e Matteo da Capua sulle strade che conducono a Monza ed a  Vercelli. Assedia Monza.

Mar. Lombardia

Gli sforzeschi sono sconfitti nei pressi di Monza da Carlo Gonzaga (cattura di 300 cavalli con le artiglierie e le salmerie). Francesco Sforza decide  di allontanarsi dalla città lasciando la guida delle  operazioni  di assedio a Guglielmo di Monferrato ed ai due Piccinino. Fornisce a Francesco Piccinino tre grosse bombarde fatte trasportare da Cremona;  cavalca su Milano per continuare nel blocco dei vettovagliamenti alla città.

Apr. Lombardia

Si incontra con il maggiore dei due Piccinino. Il contatto diretto non serve a nulla; i due condottieri bracceschi infrangono i giuramenti di amicizia, assumono la difesa di Monza e  consegnano ai milanesi Melegnano di cui hanno la custodia. Francesco Sforza fa mettere a sacco Landriano, Vidigulfo e Carpiano.

Mag. Lombardia

Si accinge ad attaccare Melegnano; si impossessa del borgo;  attacca con le bombarde la rocca abbattendo due torri e smantellando parte delle mura. I difensori si arrendono al patto di non ricevere soccorsi entro il termine di tre giorni. Giungono da Milano 6000 cavalli, 4000 fanti e 20000 uomini della milizia cittadina, armati per lo più di schioppetto e capitanati dai due Piccinino e da Carlo Gonzaga. Francesco Sforza schiera le sue truppe regolari;  colloca all’ avanguardia con 200 lance Guglielmo di Monferrato. Le cernite milanesi, ferme a San Giuliano Milanese, alla vista degli sforzeschi perdono la loro baldanza e si danno alla fuga. Trascorrono pochi giorni e lo Sforza approfitta della voce del tradimento di Guglielmo di Monferrato, fatta trapelare ad arte da Francesco Piccinino, per fare arrestare tale condottiero a Pavia dove questi si è recato in una visita di cortesia alla moglie Bianca Maria Visconti.

Giu. Lombardia

Esce da Melegnano;  ordina a Marco Leone di muoversi da Pavia con la flotta e di costruire un ponte di barche sul Ticino a Parasacco. Assedia Vigevano, alla cui difesa si trovano Ruggero Galli, Enrico del Carretto e Jacopo di Rieti. La sua artiglieria produce una breccia nella cinta muraria; dietro di essa i difensori fanno trovare un nuovo trinceramento di terra e di concime tenuto insieme da grosse travi; anche una parte delle mura e dei baluardi sono coperti di sacchi di lana che smorzano l’impatto delle pietre lanciate dalle bombarde. Si decide di dare l’assalto generale; viene promesso il sacco, un premio di 100 ducati al soldato che per primo entri nel castello (uno di 50 per il secondo ed uno di 25 per il terzo). L’esercito è diviso in otto schiere;  gli attacchi sono ripetuti  senza posa. Nottetempo Donato del Conte si impadronisce del terrapieno. Giacomo da Salerno intavola alcune trattative che portano alla capitolazione dei difensori; la città non è posta a sacco; le mura, come a Melegnano, sono smantellate. Con il ritorno di Carlo Gonzaga e dei due Piccinino a Milano Francesco Sforza occupa San Giorgio di Lomellina con le bombarde, saccheggia Castiglione Seprio e ne ottiene la rocca in cinque giorni.

Lug. ago. Lombardia

Lascia a Cantù Giovanni Ventimiglia con 1000 cavalli e 500 fanti e cavalca su Lodi. Con Manno Barile (ha con sè 16000 uomini e 700 carri di rifornimenti) raggiunge Sant’ Angelo Lodigiano  che si arrende in due/tre giorni dopo centoventidue colpi di bombarda. Con il tradimento di Antonio e di Ugolino Crivelli si impadronisce della rocca di Pizzighettone: sono catturati 500 cavalli e 300 fanti inviativi in precedenza dai Piccinino; conquista Melzo, Vimercate (data a sacco) e tutta la Brianza. Si dirige a Cassano d’Adda, i cui difensori si arrendono in cinque giorni alla vista delle bombarde. Le truppe sono decimate dalla peste.

Sett. Lombardia

Carlo Gonzaga passa anch’egli al suo servizio  consegnandogli Lodi e Crema: la seconda località viene data secondo i patti alla Serenissima. I provveditori veneziani Pasquale Malipiero ed il Giustinian chiedono un colloquio al condottiero; Francesco Sforza li blocca a Rivolta d’Adda perché ha saputo che il Senato ha deciso di chiudere il conflitto con la Repubblica Ambrosiana e vorrebbe invitarlo a partecipare agli accordi. Accetta la sottomissione di Lodi, fa trattenere Erasmo da Trivulzio, che sempre gli è stato avverso, ed accresce la pressione su Milano. Giunge a Lambrate ed assale la città a Porta Orientale; in una delle tante scaramucce è catturato Fiasco da Giraso; in un’altra condotta tra la Porta Orientale e Porta Comacina è ferito il fratello Bosio. I veneziani di Bartolomeo Colleoni non  sostengono più la sua offensiva allegando varie motivazioni. E’ firmata la pace tra la Serenissima e la Repubblica Ambrosiana che prevede da parte dello Sforza la restituzione ai milanesi di gran parte del territorio strappato tra il Po, l’Adda ed il Ticino. Lo Sforza non accetta le nuova situazione; al momento arretra a Colturano e fa svaligiare dai suoi alcune compagnie veneziane. Fa subito restituire le prede, scorta il provveditore Giacomo Antonio Marcello a Crema ed invia suoi ambasciatori a Venezia (il fratello Alessandro, Angelo Simonetta ed Andrea da Birago) con l’ordine scritto di accettare i termini della pace, orale, di guadagnare tempo. Stipula una tregua di trenta giorni con i milanesi per permettere loro di seminare i campi.

Dic. Sforza Milano Venezia Lombardia

Con il pretesto delle violenze subite a Venezia dai suoi ambasciatori rompe la tregua e muove guerra a milanesi e veneziani. Fa uscire numerose squadre di cavalleria che danno al guasto le campagne e che tagliano ogni via di comunicazione tra l’esercito veneziano, proveniente da Bergamo, e gli assediati. Si dirige a Lodi per provvedere al vettovagliamento delle sue truppe; fa  sorvegliare la linea dell’Adda da Cassano d’Adda al ponte di Lecco. I veneziani agli ordini di Sigismondo Pandolfo Malatesta attraversano l’Adda a Brivio. Lo Sforza riesce a fermare l’avanzata degli avversari facilitata dalla negligenza del fratello Giovanni e di Giovanni Ventimiglia. Ordina a Roberto da San Severino ed a Onofrio Rufaldo di recuperare Monte Calco dove si è appostato Matteo da Sant’ Angelo;  taglia ogni via di contatto all’ avanguardia nemica rispetto al grosso dell’esercito ancora rimasto sulla riva sinistra dell’ Adda. Ha per denaro la fortezza di Trezzo sull’Adda e vi cattura Innocenzo Cotta; dal fratello di quest’ultimo gli è consegnata la rocca di San Colombano al Lambro dopo avere minacciato di impiccare il congiunto davanti alle mura. E’ segnalato nel Monte di Brianza ove  fronteggia sempre le milizie della Serenissima. Truppe milanesi agli ordini di Jacopo Piccinino giungono a Monza e da qui tendono a collegarsi con i veneziani a Monte Calco. Lo Sforza abbandona di notte il suo campo con Giovanni Ventimiglia, si inoltra nella valle di Rovagnate ed assale a Casate Jacopo Piccinino. Dà pure il sacco al suo campo; nella circostanza  corre qualche pericolo quando, a causa delle tenebre, per due volte si trova isolato dai suoi. Lo stesso mattino si trova a Montevecchio ed a Monte Calco per animare i suoi soldati; spedisce truppe a Galbiate Genesio e sul Monte Barro per occupare San Genesio in cui vi sono 4000 uomini. Chiude il flusso dei rifornimenti alla località con l’espugnazione della rocca di Airuno. I veneziani di stanza a San Genesio perdono ogni speranza di soccorso, discendono verso Olginate e riattraversano l’Adda senza trovare ostacolo.

1450
Gen. Lombardia

Firma un trattato di pace con il duca Ludovico di Savoia per il quale rinuncia a numerosi distretti e castelli  nel pavese, nel novarese e nell’ alessandrino. Si può così dedicare al fronte orientale dove Bartolomeo Colleoni punta su Milano con una buona quantità di granaglie. Invia il fratello Giovanni con cinque squadre di cavalli ed Onofrio Rufaldo con due squadre di fanti nei monti di Bellagio a sbarrare il passo a Jacopo Piccinino che da Milano sta andando incontro agli alleati. Quando sette capisquadra di quest’ ultimo si mettono in contatto con gli sforzeschi per fare catturare il loro capitano invia alla loro volta Giacomo da Salerno con otto squadre di cavalli per sostenerne l’ azione;  preavvisa pure Giovanni Ventimiglia, di stanza a Cantù, di appoggiare la loro azione. Il piano non ha successo;  i suoi uomini vengono sconfitti dal Piccinino tra Barlassina e Como; anche il fratello Giovanni è battuto ad Asso dal Colleoni. La sua situazione ritorna critica; l’antagonismo nel campo avverso del Colleoni e del Piccinino da un lato con Sigismondo Pandolfo Malatesta dall’altro gli permettono  di riprendere l’iniziativa. Il fratello Giovanni arresta il Colleoni sulle rive del lago di Como; Francesco Sforza rafforza i presidi di Bellagio ed attacca battaglia a Monte Barro. Vittorioso, respinge un’incursione del Malatesta  obbligandolo a riattraversare l’Adda. La mancanza di strami e di vettovaglie  (il nutrimento dei suoi uomini è solo a base di vino, rape e castagne) lo spingono a gettarsi su Monza.

Feb. mar. Lombardia

L’impresa di Monza non ha successo perché la guida di Carlo Gonzaga sbaglia strada a causa delle forte pioggia e conduce le truppe a Carate Brianza. Rafforza allora Melzo, ordina a Carlo Gonzaga di fare altrettanto a Carate Brianza, invia a Seregno il fratello Giovanni in appoggio a Giovanni Ventimiglia fermo sempre a Cantù. Si sposta a Vimercate con Roberto da San Severino, Cristoforo Torelli, Giacomo da Salerno, Sacramoro da Parma, i tre San Severino, Paolo da Roma. Assedia Milano con durezza; nessuno ne può uscire; sono impiccati i contrabbandieri sorpresi nei loro tentativi di introdurvi vettovaglie. Raggiunge Monza per controllare da vicino i movimenti degli avversari. Blandisce Jacopo Piccinino tramite un comune amico, Luchino Palmeri che, alla fine, è fatto impiccare dal capitano della Repubblica Ambrosiana; imprigiona a Cantù Giovanni Ventimiglia che  sospetta di tradimento. Mentre è accampato a Vimercate nasce a Milano una sollevazione a Porta Nuova ad opera di Gaspare da Vimercate e di Pietro Cotta: gli abitanti  chiamano lo Sforza nella città e lo proclamano loro signore. Il condottiero si presenta a Porta Nuova; questa gli è aperta a forza per cui può entrare nella città ove prende alloggio presso Alberto Marliani. Carlo Gonzaga ne è nominato governatore. Al ritorno al campo di Vimercate emana due grida con le quali sono perdonati tutti coloro che lo hanno offeso ed è abolito ogni dazio: nei giorni successivi Como, Monza e Bellinzona gli aprono anch’esse le porte. A marzo entra in trionfo  a cavallo in Milano per Porta Ticinese dopo avere rifiutato di salire su un carro dorato come tanti avrebbero voluto. Viene eletto duca. Negli stessi giorni gli abitanti di Todi gli inviano alcuni ambasciatori per rendergli omaggio; gli fanno dono di un bacile d’argento e di un piatto d’argento dorato sul quale sono messe in rilievo le sue più belle imprese. Da Firenze giunge un’ambasceria composta da Piero dei Medici, figlio di Cosimo, da Neri Capponi, Luca Pitti e Diotisalvi Neroni.

Apr. Lombardia

Si ferma a Lodi per venti giorni.

Ago.
A fine mese ritorna di attualità a Venezia l’ipotesi del suo assassinio politico. A tal fine sono promessi a Vittore Scoraderi per la sua uccisione la somma una tantum di 5000 ducati, una provvigione annua di 1000 ducati e la possibilità di liberare quattro uomini banditi dalla Serenissima, un marescalcato ed i castelli di Oderzo e di Tricesimo.
1451
Apr. Lombardia

Accoglie al suo servizio Bartolomeo Colleoni che, sospettato di tradimento dai veneziani, è sfuggito ad Isola della Scala ad un tentativo di assassinio da parte di Jacopo Piccinino.

Mag. Lombardia

Viene liberato dal carcere Guglielmo di Monferrato in cambio della cessione di Alessandria. Dopo la ratifica dell’atto, che avviene a Lodi, Francesco Sforza invia ad Alessandria Corrado da Fogliano con 300 cavalli e 500 fanti per prendere possesso della città e del contado.

Sett. Lombardia

Si comporta in modo altrettanto subdolo con Carlo Gonzaga il che  gli permette di recuperare Tortona.

1452
Apr. Lombardia
A fine mese, il giorno di San Giorgio, segna l’inizio di una nuova guerra con i veneziani. A Milano giungono tutti i famigli d’armi e molti soldati per le usuali cerimonie. Successivamente il duca, uscito fuori dalle mura cittadine alla Cassina Verde, fuori Porta Romana, fa mettere gli stendardi su due alte querce; da lì i soldati si trasferiscono agli alloggiamenti preparati nel lodigiano e nel cremonese. A Venezia, nel medesimo tempo, il Consiglio dei Dieci decide una volta di più di ricorrere a mezzi estremi quale l’avvelenamento di Francesco Sforza. Sono consultati al riguardo Innocenzo Cotta e Jacopo Piccinino; viene inviato un cancelliere in Levante alla ricerca del veleno più adatto. Per perseguire tale scopo sono promessi 10000 ducati ad un famiglio del duca di Milano. Il veleno, una sorta di pomata con cui ungere la sella e la staffa della cavalcatura dello Sforza, non ha effetto. Il condottiero, probabilmente, è venuto a conoscenza di questo tentativo come di altri precedenti: tra le sue carte, più tardi, sarà trovato un amuleto “efficace” contro avvelenamenti e tradimenti contenente dodici segni esoterici delle tavole del profeta Malachia.
Mag. giu. Milano Venezia Lombardia

Lascia a Melzo 1000 cavalli e 500 fanti, cavalca a Cassano d’Adda ed a Trezzo sull’Adda e ne rafforza le guarnigioni. Ai primi di giugno allestisce un ponte di barche sull’Oglio, si trasferisce nel bresciano e vi si collega con Ludovico Gonzaga (3000 cavalli e 1000 fanti); spedisce a  Soncino il figlio Tristano con 500 cavalli ed altrettanti fanti. Affronta gli avversari con 18000 cavalli e 3000 fanti  (16000 cavalli e 6000 fanti gli effettivi della Serenissima). Conquista in breve tempo Pralboino, Manerbio, Gottolengo, Pontevico (in due giorni).

Lug. sett. Lombardia

Si trova a Villagana. Invia alla difesa di Lodi il fratello Alessandro che è disfatto ad Abbadia  Cerreto da Carlo di Montone e da Matteo da Capua. La rotta lo costringe a ritirarsi ed a accamparsi a Quinzano d’Oglio. Ad agosto riconquista Bagnolo Mella, Leno e Corzano: a settembre si attenda a Bagnolo Mella mentre Gentile da Leonessa si sposta a Bergamo. I due capitani si fronteggiano per ventotto giorni.

Ott. Lombardia

Entra in Calvisano;  i veneziani si fortificano in Ghedi; a novembre sconfigge gli avversari presso Manerbio e verso Asola. Sfida Gentile da Leonessa a battaglia campale a Montichiari: questa non ha luogo e le varie fonti addebitano ora agli uni ora agli altri la responsabilità del suo non svolgimento. Con tale esito ritorna a Calvisano ed assegna i suoi uomini agli accampamenti invernali.

1453
Primavera Lombardia

Muove da Cremona per liberare dall’assedio Pontevico e Seniga dove si è asserragliato Sacramoro da Parma.

Giu. sett. Lombardia

Si scontra con Jacopo Piccinino;  lo obbliga a rientrare a Pontevico. A luglio si indirizza a Montirone e conduce le sue scorrerie fin sotto le mura di Brescia. Ad agosto con Ludovico Gonzaga assale all’ improvviso il Piccinino a Ghedi. Nello stesso mese i suoi uomini vincono a Castelleone 4000 cavalli veneziani. Francesco Sforza può così inviare in soccorso dei fiorentini il fratello Alessandro con 2000 uomini: ne riceve in cambio 80000 fiorini. La situazione per i veneziani diviene tanto grave che, a settembre il Consiglio dei Dieci promette ancora il diploma di nobiltà e 10000 fiorini per chi lo uccida: si parla ora di tentativi di omicidio prima nella fortezza di Cremona e poi per avvelenamento. Sempre nel periodo lo Sforza ha gravi divergenze con Ludovico Gonzaga sulla condotta della guerra.

Ott. Lombardia

Con l’arrivo di 1700 cavalli francesi portati da Renato d’Angiò può attraversare il Mella, raggiunge Pavone, occupa Bassano Bresciano e Pontevico, messa a sacco dopo due giorni di bombardamento. I francesi si segnalano per la loro crudeltà che si sfoga anche sulla popolazione civile: con tale biglietto di presentazione ottiene senza problemi Verola, Quinzano d’Oglio, Gabbiano, Farfengo, Gerola, Villachiara, Longhena, Roccafranca, Mairano, Pompiano, Trenzano, Lograto, Manerbio, Leno, Bargnano, Chiari, Pontoglio, Palazzolo sull’Oglio: Jacopo Piccinino resta inattivo di fronte alla sua offensiva.

Nov. Lombardia

Con l’aiuto di Bartolomeo Colleoni e di Renato d’Angiò rafforza la sua azione nel bresciano; recupera tutta la Ghiaradadda con l’esclusione di Crema, l’intero il bergamasco, con l’eccezione del capoluogo. Cadono o ricadono in suo potere Rovato (dopo otto giorni di assedio), Palazzolo sull’ Oglio, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbio, Orzinuovi (difesa egregiamente da Bertoldo d’Este e da Giovanni Villano con 1000 cavalli e 1000 fanti) e Soncino.

Dic. Lombardia

Espugna Romanengo che è messa a ferro e fuoco. Giunge a Marcaria ed assedia vanamente Asola.

1454
Gen. Lombardia

Invia le truppe a svernare nel cremonese, nel parmense e nel piacentino. Le milizie angioine rientrano in Francia.

Mar. Lombardia

Bartolomeo Colleoni con un improvviso voltafaccia ritorna al soldo dei veneziani. L’ evoluzione che ha preso la sua campagna spinge lo Sforza ad aprile a mutare politica ed a firmare una pace venticinquennale con veneziani e fiorentini, trentennale con il re di Napoli. Restituisce alla Serenissima i territori del bergamasco e del bresciano e del cremonese da lui ancora controllati e si tiene la Ghiaradadda.

1456
Giu.

Gli viene donato dal Senato un palazzo in contrada San Polo già di Gattamelata; più tardi lo scambierà con la Cà del Duca costruita a San Samuele.

1457
Ago. Lombardia
Esercita inutili pressioni sul papa per impedire il passaggio nella Marca a Jacopo Piccinino che si appresta ad assalire Sigismondo Pandolfo Malatesta per conto del re di Napoli.
1458
……………. Federico da Montefeltro e Jacopo Piccinino stanno per avere la meglio su Sigismondo Pandolfo Malatesta. Per mantenere l’equilibrio invia aiuti finanziari al signore di Rimini tali che  permettano a quest’ultimo di assoldare uomini e capitani per la salvaguardia dei suoi territori.
Ott.

Pio II gli rinnova l’antica investitura di Barbiano e Cunio: il censo relativo non è più la consegna di uno sparviero bensì la somma di quattro once d’argento.

1459
Ago.
Emissari sforzeschi ed aragonesi si adoperano per la pace di Mantova tra Sigismondo Pandolfo Malatesta ed il re di Napoli Ferrante d’Aragona. Jacopo Piccinino, che ha combattuto in tale conflitto a favore degli aragonesi, non viene neppure consultato. Francesco Sforza, inoltre, si oppone a fare avere al  condottiero braccesco alcun vantaggio economico o territoriale.
Ott. nov.
Con il papa Pio II progetta di fare assassinare Jacopo Piccinino sospettato di essere favorevole alla causa di Giovanni d’Angiò nel regno di Napoli.
1460
Sett. Emilia
Raduna una parte dei familiari ducali a Parma sotto il comando di Donato del Conte e la cura del cancelliere Domenico Guiscardo: suo obiettivo è quello di fare rispettare con rigore alcuni provvedimenti intesi a riorganizzare il corpo degli uomini d’arme.
1461
Ago. Lombardia
Agli inizi del mese è colpito da un attacco di gotta e di idropisia: le sue condizioni migliorano quasi subito.
1462
Gen. feb. Lombardia
Si ammala gravemente. Gli abitanti di Piacenza, alla falsa notizia della sua morte, si ribellano al potere ducale a causa della politica fiscale. Tiberto Brandolini invece di sedare i tumulti tiene un atteggiamento ambiguo; alcuni cortigiani, come Francesco da Landriano, hanno contatti con Jacopo Piccinino; un suo stesso figlio, Sforza Secondo, detto Sforzino, figlio naturale, è già stato messo in prigione nei mesi precedenti per essere stato scoperto in trattative con il Piccinino per una condotta. Con la guarigione riprende la sua attività.
……………. Fa incarcerare Tiberto Brandolini, reprime i moti di Piacenza e riprende il controllo della situazione. Dopo di che raccoglie il denaro per le sue truppe operanti nel regno di Napoli ed invia come suo ambasciatore a Napoli Antonio da Pesaro.
1463
Giu. Lombardia E’ colpito da un  nuovo grave attacco di idropisia.
Dic. Lombardia
Con il trattato di Nouvion il re di Francia Luigi XI concede al duca di Milano l’investitura di Genova e di Savona. Francesco Sforza, da parte sua, si impegna a non prestre soccorso a Filippo di Savoia (Filippo di Bresse) ai danni del padre (il duca di Savoia) e del sovrano transalpino.
1464
Nov. Lombardia Jacopo Piccinino è suo ospite a Milano. Convinto del pericolo offerto dalla presenza del genero nel ducato in un primo momento medita di farlo assassinare dal fratello Alessandro. Si accorda infine con l’oratore aragonese a Milano Antonio Ciminello per farlo uccidere a Napoli.
1465
Lug.

Convince Jacopo Piccinino a recarsi a Napoli con false promesse.  Dell’ omicidio sarà incolpato anche dalla stessa figlia Drusiana. Per stornare da sé la voce del tradimento finge di reagire facendo inviare a tutte le cancellerie lettere che esprimono il suo dolore ed il suo rammarico per la cattura del genero; ordina il lutto a Milano; invia il figlio Tristano a Napoli con l’ordine di difendere la sua posizione presso tutte le corti  e di bloccare a Siena il corteo nuziale della figlia Ippolita diretta anche lei a Napoli. Il suo operato è premiato da Ferrante d’Aragona con il riconoscimento a suo favore del   ducato di Bari.

1466
Mar. Lombardia

Colpito da tempo da una grave forma di di idropisia e di gotta muore agli inizi del mese tra le braccia della sua ultima amante Elisabetta da Robere, detta anche “dalle Grazie”. Il decesso avviene nel suo palazzo milanese, la corte dell’Arengo, nella camera del Cane. Il nuovo duca Galeazzo Maria Sforza costringerà la donna a restituire tutti i gioielli avuti in dono. Francesco Sforza è sepolto nel coro del duomo di Milano in un sarcofago che sarà rimosso durante il concilio di Trento. Orazione funebre di Francesco Filelfo. E’ ritratto in ginocchio di fronte alla moglie Bianca Maria nel quadro “Vergine con il bambino” di Giulio Campo, chiesa di San Sigismondo a Cremona. Ritratto di Bonifacio Bembo; di Gian Cristoforo Romano, Museo Nazionale del Bargello a Firenze; disegno preparatorio per un monumento equestre di Antonio del Pollajolo a New York; medaglione del Pisanello. Come duca di Milano inizia la costruzione del Castello Sforzesco sulle rovine di quello di Porta Giovia, distrutto dai milanesi dopo la morte di Filippo Maria Visconti. Fa costruire la Cà Granda, il primo ospedale pubblico lombardo, oggi sede dell’Università Statale: il progetto è del Filarete, mentre la sua costruzione è stata seguita prima da Guiniforte Solari e, successivamente, dal genero di quest’ultimo Giovanni Antonio Amadeo. Parimenti su suo impulso è costruito il naviglio della Martesana che convoglia le acque da Trezzo sull’Adda a Milano. Fa abbellire la chiesa di Santa Maria Incoronata (Giovanni e Guiniforte Solari); a fianco di tale edificio la moglie Bianca Maria Visconti fa costruire, a sua volta, un altro tempio dedicato a San Nicola da Tolentino. Francesco Sforza, da ultimo, farà proseguire i lavori alla Certosa di Pavia, affidati ai Solari ed a Cristoforo Mantegazza.  Sono al suo servizio nella cancelleria ducale Cicco, Andrea, Giovanni ed Angelo Simonetta. Alla sua corte sono chiamati (e protetti) gli umanisti Zanetto Bugatto, Bonifacio Bembo, Guiniforte Barzizza, Costantino Lascaris, Francesco Filelfo, Pier Candido Decembrio ed il Filarete. Leonardo da Vinci, durante la sua permanenza milanese, si occupa, tra l’altro, del progetto di un suo monumento equestre in suo onore. Nello  stemma di Francesco Sforza come duca di Milano compaiono in quarti contrapposti due aquile nere in campo d’oro e due biscioni viscontei.

 CITAZIONI

“Questo principe salì per tutti i gradi della milizia; e fu liberale, eloquente, magnanimo e così valoroso nell’armi che se gli trovano pochi pari…Ministrò l’imperio suo con singolar giustizia, tempreranza, clemenza e umanità popolare, in modo che se per lo terror dell’armi era formidabile a’ nemici, per la bontà della sua vita era ottimo fra tutti i principi di quel tempo.” BARBUO’

“Maschio animo in maschio corpo, fermo, costante, calcolativo; il disegno concepito una volta eragli in mente come fiaccola, che lo illuminava ed accendeva a ridurgli intorno ogni opera, ogni detto, ogni pensiero,; la virtù, se non era ostacolo, volentieri abbracciata, se ostacolo, quasi virtù non fosse, messa un disparte: il male, non mai per abito o scopo, bensì come mezzo necessario accettato: amore ed odio non isconosciuti, ma sottomessi agli intenti: gli intenti poi grandi di grandezza comune, cioé conquista e potenza…Quanto alle compagnie di ventura, Francesco col nome del padre riunì la scuola sforzesca sotto disé, colla propria virtù l’esaltò e se ne cattivò l’affezione, e colle forze del principato la sottomise di sorta che alla sua morte essa parve come aumentata; in generale, la milizia italiana, tranne alcuni pochi condottieri, restò smembrata sotto oscuri capisquadra.” RICOTTI

“Come guerriero, Francesco Sforza si stacca non solo dai più antichi avventurieri che si lanciavano a capo fitto nella pugna, fiduciosi nella irresistibile forza della propria spada; ma eziandio da coloro che primi ordinarono le schiere dell’esercito, e dietro un piano prestabilito le guidarono sul campo della battaglia. Lo Sforza conosceva strategia e tattica: tutto è pensato in lui, il piano della guerra, come quello della battaglia.” CIPOLLA

“Inimico degli Aragonesi per gravissime offese ricevute da Alfonso padre di Ferdinando, e amico degli Angioini, nondimeno, quando Giovanni figliuolo di Renato, l’anno mille quattrocento cinquantasette, assaltò il regno di Napoli, aiutò con tanta prontezza Ferdinando che da lui fu principalmente riconosciuta la vittoria; mosso non da altro che da parergli troppo pericoloso al ducato suo di Milano che di uno stato così potente in Italia i franzesi tanto vicini non si insignorissino.” GUICCIARDINI

“Certo nel consesso dei capitani a soldo del Quattrocento lo Sforza deve alla sua sfacciata fortuna di essere stato salutato come il più illustre condottiero. Giudizio però che non può essere corroborato da nessuna dimostrazione. Nella sua carriera militare noi troviamo le abili ritirate, le rinunce ad imprese ardite e pericolose, la manovre sapientemente logoratrici, ma in nessuna delle vittorie che gli sono attribuite se ne può riconoscere l’impronta insigne della sua intelligenza. Solo un partigiano ostinato, il Simonetta, poteva dire “Sempre vinse e non fu mai vinto”. Chi vinse fu la sua diplomazia.” COGNASSO

“Quell’uomo veramente grande, che sempre reso pago di sue brame oltre la sua speranza, lasciò dubbio se fosse più affortunato che virtuoso, o più virtuoso che affortunato.” BRUTO

“Sia lo Sforza sia Braccio di Montone riservarono particolari aree alla loro fanteria e Francesco Sforza seppe addestrare una forza di fanteria altamente disciplinata, al cui comando prepose Pietro Brunoro e Donato del Conte. Nella fanteria di Francesco Sforza prevalevano i balestrieri e più tardi gli scoppettieri.” MALLETT

“Tutte le sue vicende derivarono più dalla sua abilità che da aiuti insperati della fortuna..e dalla sua ponderatezza delle vie da prendere se messo di fronte a situazioni inaspettate. Ed anche è da mettere in rilievo, in lui, oltre alle grandi doti di comandante di un esercito, che poteva, da un momento all’altro dissolversi, la sua capacità di destreggiarsi nella complessa situazione dell’Italia del Quattrocento, quando, non essendoci ancora uno Stato predominante, molti signori e signorie ambivano ad esercitare un simile ruolo. Infine, una delle sue doti, e non certo di minore importanza, fu la sua manifesta volontà di non irrigidirsi mai nei confronti di nessuno, di preferire sempre di venire a patti con l’avversario, di accattivarsi la simpatia e la fedeltà degli abitanti delle varie città che passavano sotto il suo dominio.” CATALANO

“Chiarissimo fra i principi italiani fu di così grato e venerabile aspetto, e così gran nome, che ben possiamo dire, ch’egli fusse pieno di maestà. Et essendo anche spaventoso al nemico, il che di rado si trova congiunto insieme, era appo loro tenuto in grandissoma riverenza.” DOMENICHI

“Nobile e vivace volto aveva Francesco Sforza; era grande della persona e ben fatto; ed aveva una singolare forza ed agilità in tutti gli esercizi del corpo; pochissimi lo pareggiavano al salto, alla corsa, alla lotta, o, nello scagliare vigorosamente il giavellotto. Egli camminava col capo scoperto alla testa del suo esercito, sia tra i ghiacci dell’inverno, sia sotto il cocente sole della state. Sopportava pazientemenmte la fame, la sete ed il dolore; pure non ebbe che poche occasioni di porre la sua costanza a quest’ultima prova, perciocché, sebbene avesse passata la sua vita in mezzo alle battaglie, non fu quasi mai ferito. Non aveva bisogno di lungo sonno per riposare; ma per quanto fosse grande l’agitazione del suo spirito, o il tumulto da cui era circondato, egli dormiva sempre tranquillo..Singolarmente sobrio a mensa, egli non era temperato del pari degli altri piaceri; era amantissimo del sesso gentile..Generoso e talvolta prodigo, divideva tutto ciò che aveva tra i poveri, i soldati e i dotti, de’ quali molti trattenevane alla sua corte..Egli era affatto padrone di sé medesimo, e sapeva nascondere l’ansietà, il cruccio, la gioia e la collera. Gelosissimo di sua riputazione, s’informava con molta cura di ciò che dicevasi di lui, e dichiarava sollecitamente quelle sue azioni che credeva sospette o mal accette al popolo..Da lungo tempo nessun principe d’Italia aveva dimostrata tanta prudenza con tanto valore.” SISMONDI

“Era forse, fra gl’italiani d’allora, l’uomo più di qualunque altro fatto secondo l’indole del suo tempo. In nessun altro, quanto a lui, si univano la vittoria del genio e della forza individuale, e chi voleva credere alla superiorità de’ suoi talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna.” BURCKHARDT

“Principe liberalissimo, pieno di humanitate.” CORIO

“E’ non ebbe più riguardo a infamia che a buona nominanza: egli amò più gli spergiuri che i sacramenti..Io non so sotto quale vocabolo mi possa dare nome al Conte; imperocché dall’un lato mi dice essere fellone e malvagio, e poi mi conforta ch’io ne scriva essere insano e bestiale..Or, con tutte queste tante infallibili ricchezze, nullo suo uomo pagava, ma piuttosto li faceva morire di violente morte che soddisfare di numerabile pecunia per gli acquistati soldi. Ciostui fu morte a sepoltura d’ogni ciascun uomo combattitore. Costui mandò Trojolo (Troilo da Rossano) e Pietro Brunoro a tendere lacci nel campo del re d’Aragona; e poi il fratello, messer Alessandro, con sagaci modi, lettere pel campo del prefato re fece seminare, le quali nelle mani di Alfonsp pervennero..(i due capitani furono così incarcerati pper dieci anni in una fortezza del regno di Valenza)..Questo Conte uccise Cerpellone (Sarpellione), e impiccollo; e quanto dagli uomini era più favoreggiato e difeso, tanto più avaccio cercava la colui morte. A’ nipoti di Niccolò da Pisa mai nulla di loro soldo volle dare; i quali da lui furono mandati in Lombardia: là ove l’ucciditore del zio uccise i nipoti. Questa era la sua arte; e in queste così fatte cose spendeva il suo tempo e i pensieri. Tutto era o per invidia de’ più degni di fama di lui, o per avarizia di non li pagare de’ loro soldi, e non meno per sospetto che per loro non fusse manifestata la sua fellonia.” CAVALCANTI

“Niuno altro principe per memoria di molti secoli arrivò più al colmo delle vitù eroiche e della vera gloria di lui, e niuno fu ornato di più chiare lodi di guerra e di pace, il quale tra le perpetue e continue prove di virtù militari d’ogni guisa fu ventidue volte vincitore in giusta battaglia, e spesse fiate assalito era con aperta forza, ora con occulti inganni quasi di tutta l’Italia aspirante alla rovina sua, con l’avvedimento e col valore si liberò da così gravi pericoli che gli soprastavano, le quali cose li fecero finalmente padrone d’un ricchissimo e nobilissimo principato.” FOGLIETTA

“Francesco Sforza governò uno stato nuovo, conquistato con la forza delle armi, mancante del riconoscimento imperiale e della continuità dinastica e minacciato da molti pericoli. L’esercito fu costantemente utilizzato, sia attivamente, sia passivamente, come elemento risolutore ed equilibratore di conflitti e vertenze internazionali.. Con l’azione diplomatica e bellica, il duca acquistò sufficiente prestigio, autorevolezza e forza contrattuale per aspirare alla leadeship nel sistema delle potenze italiane, in un ruolo di guardiano dell’assetto della pace di Lodi…Nei “Commentarii” (di Cicco Simonetta) Francesco Sforza è un condottiero sui generis, paterno e indulgente, addirittura mite, cortese e mai vendicativo, che teorizza, perfino, un comportamento “humano e mansueto”, uno stile “della mansuetudine”, che deve caratterizzare tanto il comando militare quanto la pratica politica.” COVINI

 

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