L’opinione degli umanisti

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Riccardo di Wassebourg è figlio di un soldato che ha affiancato il duca Renato di Lorena, capitano generale dei Veneziani, nella guerra di Ferrara (1482/1483) contro gli Estensi e i loro alleati.

In Antiquitez de la Gaule Belgicque riporta le impressioni del padre sull’energia dei soldati lorenesi in tale conflitto e sulle reazioni da essa suscitata:

Et eut, ditil en parlant du duc, plusieurs rencontres contre ceux de Ferrare. Desquelz il eu deffit beaucoup sans les prendre à merci, dont il fut merveilleusement crainct de ses ennemis et desdicts Vénitiens. Car j’ay ouy référer à mon père, qui estoit en la compagnie dudict duc de Lorraine, qu’avant sa venue les Vénitiens et Italiens usoient plus de guerre qu’ilz appelloyent guerroyale. Prenans prissionniers les ungs sur les aultres pour avoir rançon que de tuer les ennemis. Mais ledict duc et les Lorrains faisoient le contraire dont lesdictz Vénitiens commencèrent à murmerer et disoient entre eulx ces Lorrains “amassadors” et n’avoient point cela aggréable de paour que les ennemis ne fissent le semblable (1).

Su una falsariga similare si pongono le opinioni contemporanei, come testimoniato a metà Quattrocento dalle osservazioni di papa Pio II nei suoi Commentarii:

Sono ben infidi le milizie italiane del nostro tempo. Considerano lo stipendio alla stregua di un guadagno di mercatura e, per evitare che tale guadagno venga a cessare, tirano in lungo le guerre. Molto raramente si verificano uccisioni in battaglia e coloro che son fatti prigionieri al massimo perdono il cavallo e le armi. Ancor più raramente in una sola battaglia si utilizzano tutte le forze. Se per caso le schiere avversarie si incontrano e vengono a battaglia, i combattenti si invitano a vicenda a non impegnarsi in modo tale da far cessare ogni ulteriore ragione di guerra. Essi fanno mostra pubblicamente di odiare il nemico, ma nascostamente lo amano (2).

Altrettanto note sono le reprimende operate dal Machiavelli e dal Guicciardini, che con parole altrettanto pesanti bollano l’attività delle compagnie.
Possiamo oggi sostenere che si tratta in gran parte di interpretazioni del fenomeno piuttosto ingenerose: tali autori, infatti, proprio perché difensori appassionati delle loro tesi, finiscono con il non comprendere la positività di alcuni interventi in atto al loro tempo e si esauriscono in proteste e rimproveri, rispettabili come manifestazione del loro stato d’animo turbato, ma non altrettanto validi come contributo ad una corretta interpretazione dei fatti.
La miopia di molti degli umanisti trova le proprie radici nella grande distanza esistente tra l’elaborazione dei modelli ideali e la truce realtà dei fatti: nelle loro affermazioni, infatti, non rintracciamo soltanto severe considerazioni sulla dubbia moralità dei capitani di ventura, ma anche riflessioni di carattere più tecnico sulla conduzione della guerra stessa. La pretesa, tipicamente rinascimentale, di tradurre in pratica il modello ideale si scontra con il pragmatismo, non privo di sfumature anche bieche, di chi dall’esercizio della violenza trae il proprio sostentamento.
Machiavelli afferma nel Principe che “la ruina d’Italia non è causata da altro che per essere in ispazio da molti anni riposatasi in sulle armi mercenarie”(3), ma la sua idea, “bella e nobilissima”, di una “ordinanza dei battaglioni della milizia” cozza immediatamente con una realtà assai più composita ed infida delle astrazioni del segretario fiorentino. L’organizzazione militare prescinde dai sogni palingenetici, affonda senso e possibilità di riuscita nel tessuto sociale e politico: in stati che ad ogni istante sono attraversati da discordie vecchie e nuove, da litigi, invidie e incomprensioni, dove l’alleato di oggi sarà con buone probabilità il nemico di domani, appare ottima regola affidare il disbrigo dei compiti bellici al condottiero, il quale, per poco fidato che sia, ha comunque dalla sua la certezza del mestiere.
Scrive Pieri in Il Rinascimento e la crisi militare italiana a proposito di Firenze e dei progetti machiavelliani:

Un’oligarchia di mercanti e possessori di terre, sospettosa dei propri concittadini, diffidente dei sudditi del contado, avrebbe dovuto reggersi con un esercito costituito unicamente da questi ultimi, e inquadrato da elementi eterogenei, toscani o no, ossia formato e diretto da gente di cui ben dimostrava di non fidarsi. E questo avrebbe dovuto rappresentare il tocca e sana rispetto alla poca fidatezza delle milizie mercenarie! (4)

E ancora, abbastanza impietosamente:

La milizia del Machiavelli non parve ai contemporanei nulla di straordinario, e il suo ricordo si lega soprattutto alla fama letteraria e politica dell’autore; la stessa elogiata arditezza profetica, anche se fuori dalla contingente realtà, di sostituire a truppe mercenarie forestiere un esercito di cittadini, spinti da ben diverso spirito nella difesa del patrio suolo, non può che riferirsi a ciò che avrebbe potuto essere la milizia nei suoi ulteriori sviluppi, non già alla realtà storica di questa (5).

Nel ducato di Milano, del resto, già dal 1472/74 si trova un saldo nucleo di milizia permanente, legata al territorio, costituita dalla famiglia ducale, dalle lance spezzate, dai provvigionati e dagli uomini d’arme di qualche condottiero investito di un feudo. Le ulteriori forze integrative sono da un lato i contingenti offerti dagli altri feudi lombardi e le truppe a stipendio di alcuni stati vicini quali il marchesato di Monferrato, quello di Mantova e le schiere di alcuni signori romagnoli, dall’altro dall’arruolamento di nuovi provvisionati e di “cerne” paesane raccolte e armate alla meglio.
Venezia, invece, sempre nel medesimo ambito, preferisce reclutare prevalentemente condottieri fuori dai propri confini, non solo nelle Marche, in Romagna e in Umbria, ma anche in Levante tra gli schiavoni, i greci e gli albanesi. Osserva al riguardo Piero Pieri in Le compagnie di ventura e l’avviamento degli eserciti mercenari permanenti:

Oltre le cernite, Venezia poteva disporre dei “venturieri” e “partigiani”, ossia di elementi volontari veri e propri, attratti da amore verso lo stato, spirito d’avventura, desiderio di bottino: essi rappresentavano una fanteria leggera, di tiratori, che specialmente se adoperata nel proprio territorio, con la conoscenza del terreno, poteva rappresentare un elemento utile (6).

E’ a Firenze, nello Stato della Chiesa e nel regno di Napoli (dilaniato quest’ultimo dalle lotte di fazione) che non esistono eserciti permanenti, perché in tali stati è facile ricorrere al mercato e pescarvi mercenari di buon valore.

Le guerre italiane, nota J.R. Hale nel suo saggio War and public opinion in Renaissance Italy, sono lotte per la sopravvivenza che si sviluppano in ingloriose campagne difensive ed in battaglie inconcludenti. La cavalleria pesante italiana è intenta solamente alla ricerca della gloria ed è ansiosa di brillare agli occhi di un principe che, molto probabilmente, è abituato a mutar partito e a soddisfare la propria convenienza; in tal senso essa è uno strumento meno efficace della consorella francese. Insistere sugli aspetti negativi che caratterizzano gli eserciti italiani del tempo, significa dimostrare che essi sono impreparati ad affrontare una guerra con i vicini stati nazionali piuttosto che incapaci congenitamente di contrastare gli avversari, come invece vogliono le lamentele alla Machiavelli, basate prevalentemente sulla perdita da parte degli italiani delle antiche virtù militari e sul vagheggiamento di una mitica restaurazione morale.
L’handicap in ogni caso si rivela transitorio proprio su pressione di alcuni capitani innovatori, quali Renzo di Ceri che “fu il primo a formare un corpo di fanteria esclusivamente italiano, così saldo da esser in grado di resistere ai formidabili battaglioni degli Svizzeri e degli Spagnoli” (7). Di simile tenore è pure l’operato di Vitellozzo Vitelli, i cui fanti sono rappresentati nella loro essenza da P.Giovio nel seguente passaggio:

Erano costoro huomini con la zazzera semplice in habito contadinesco, e nell’aspetto quasi di farsene beffe; ma con tanta ostinatione d’animo, e durezza di corpo, e fede molto costante; e per lo molto amore, ch’essi portavano a’Capitani loro, e desiderio d’ubbidirgli, degni del nome d’ottimi soldati, e essi gli havevano armati di spade, e di picche, secondo il costume della militia Tedesca. Appresso havevan loro insegnato seguire l’ordinanza, accomodarsi bene a certi suoni di tamburri, rivolgere e dirizzare la battaglia, correre a guisa di chiocciola; e finalmente con molta arte ferire il nimico; e diligentemente mantenere l’ordinanza. Et quello che fu sempre di grandissima utilità in tutte le loro squadre, havevano mescolato huomini di guerra essercitati nelle passate battaglie, e molto valenti d’ingegno, i quali reggevano la moltitudine (8).

Le guerre del tempo sono sempre sanguinose, anche se ancora per tutto il Trecento e il Quattrocento è più importante colpire il cavallo, perché un uomo d’arme scavalcato, oltre a rappresentare la possibilità di una grossa taglia da incassare, perde gran parte della propria efficienza.
Il pericolo in battaglia è forte nei tempi antichi quanto lo è oggi: le cifre delle uccisioni nei resoconti coevi sono talora esagerate per difetto o per eccesso, specialmente se a rilasciarle è il vincitore, ma rappresentano in ogni caso un parametro da valutare attentamente. Non si può dimenticare che in questi scontri effettivamente muoiono moltissimi uomini e che, in diverse occasioni, quando la linea difensiva si rompe ed i soldati si abbandonano alla fuga disordinata, i combattimenti organizzati razionalmente degenerano in mattanze di incredibile ferocia. Il Sanudo, ad esempio, calcola che in un solo assalto alle mura di Cremona del 1526 tra morti in azione, feriti e malati, le perdite veneziane ascendano al 22,2% delle loro schiere.
E’ noto come vi siano stati importanti combattimenti conclusisi in modo sostanzialmente incruento: scontri di tale pasta sono quelli Maclodio dell’ottobre 1427 e di Caravaggio del settembre 1448. Si pretende con ciò che le battaglie in Italia siano poco sanguinose e che da una parte e dall’altra l’obiettivo sia precipuamente il fare più prigionieri possibile, al fine di arricchirsi con la successiva riscossione di taglie e riscatti. Se le lotte del tempo si fossero ridotte semplicemente a questo avrebbero assunto un aspetto farsesco che, documenti alla mano, purtroppo non ebbero affatto.
Si è calcolato che nelle guerre greche e romane il numero di morti nell’esercito vittorioso sia pari in media al 5% della forza originale, mentre di solito gli sconfitti perdono il 14% del loro organico. Un’incidenza superiore a questa di almeno due o tre punti viene riscontrata dalla nostra indagine per le battaglie del periodo preso in considerazione.
Nella tabella 11 si riporta un elenco di scontri, d’importanza per lo più locale, con alcuni commenti stenografici relativi alle perdite di uomini (in termini di mortalità e ferimenti) così come riportate dalla memoria dei contemporanei. Tolte le punte più anomale, l’incidenza della mortalità è dell’8% per i vincitori, del 16% per i vinti, per un totale medio dell’11%; con i primi anni del Cinquecento, le medie s’impennano verticalmente, toccando medie ancor più elevate.
Altri segnali in questa direzione sono dati dall’esame delle rassegne che i capitani effettuano sulle proprie milizie con scadenza all’incirca trimestrale: tali controlli evidenziavano con quanta facilità si assottiglino i ranghi delle truppe nell’arco di una sola stagione. Varie sono le cause che portano a questi improvvisi sfoltimenti: il ritardo delle paghe, la morte in azione,le risse, le condanne capitali per crimini, le diserzioni e le malattie endemiche come la peste giocano ruoli diversi ma egualmente importanti nel ridurre gli effettivi.
Se a tali elementi indiretti viene aggiunto anche il numero dei feriti (quando fornito), si è vicini alle cifre fornite dallo Hale in un suo studio, secondo il quale, almeno per i conflitti di carattere internazionale della seconda metà del Cinquecento,

di quanti stavano con la guerra, marciavano tra i suoi episodi, erano trasportati ad essa su navi spaventosamente scomode e con poche provviste, dormivano nelle trincee d’assedio e facevano da bersaglio sui campi di battaglia, la metà moriva, la maggior parte a causa di germi, anziché a causa delle pallottole (9).

3.4

Il tasso di morti in battaglia dei condottieri e dei capitani è crescente nel tempo e risulta coerente con le informazioni precedenti: per tutti assumere il comando non significa un beneficio senza obblighi, bensì il più delle volte comporta il rischio di cadere in servizio o, quanto meno, di risentire duramente della tensione che si accumula anno dopo anno nelle loro ripetute esperienze di combattimento. Molti tra loro muoiono al campo per malattia o per cause legate, secondo le conoscenze mediche del tempo, allo sfinimento. Tutt’altro che rari i casi in cui i capitani rimangono invalidi o sfigurati in seguito ad un combattimento poco fortunato: è certo comunque che i comandanti nella maggior parte dei casi condividono con i propri soldati i rischi della prima linea e, anzi, è assai spesso necessario il loro esempio forte per infondere il coraggio necessario in una truppa altrimenti restia ad esporsi eccessivamente.
Dai profili dei 2215 condottieri presi in esame ne viene che solo per il 60% di essi è nota la data della morte; per questi ultimi, nella tab.12 si sono ricostruite le principali cause di decesso, che si possono sintetizzare come segue:
la morte in battaglia o per ferite riportate in combattimento,
la morte per malattia contratta durante la campagna, che vanno dalla peste (la più probabile) all’affaticamento fisico e mentale;
l’assassinio motivato da faide familiari, le vendette private e politiche, le risse occasionali;
la pena capitale o la morte in carcere per tradimenti veri o presunti;
la morte accidentale in giostre o tornei;
altre cause, comprensive di incidenti di caccia o naufragi.

Due osservazioni sono d’obbligo nella lettura dei dati riportati:
il rapporto “morti in combattimento e per malattia” rispetto al totale è crescente nel tempo come effetto dello sviluppo tecnologico: è del 29,7% nel Trecento e si stabilizza sul 41% nei due secoli successivi. Cifre tanto elevate testimoniano l’incrudirsi progressivo dei combattimentiò. Le armi più esposte al pericolo sono rappresentate dalla cavalleria leggera e dalla fanteria (il 46,9% nel Cinquecento) a causa delle trasformazioni della tipologia dei conflitti, che si basano sempre più su continue operazioni di assedio (e quindi in perlustrazioni, scaramucce ed assalti notturni) rispetto alla carica della battaglia campale in cui si esauriva la funzione della cavalleria pesante nei suoi anni d’oro.

Note
(1) Riccardo di Wassebourg. Antiquitez de la Gaule Belgicque, royaulme de France, Austrasie et Lorraine. Parigi. 1549
(2) Enea Silvio Piccolomini. I Commentarii. A cura di L.Totaro. Milano. 1984. Pag.691.
(3) Niccolò Machiavelli. Il Principe. I discorsi. San Casciano val di Pesa. 1926
(4) Piero Pieri. Il Rinascimento e la crisi militare italiana. Torino. 1952. Pag.441
(5) Piero Pieri. Op. cit. Pag.442.
(6) Piero Pieri. Le compagnie di ventura e l’avviamento degli eserciti mercenari permenenti. Bologna. Pag. 196
(7)Gustavo BriganteColonna. Gli Orsini. Milano. 1955. Pag. 97
(8) Paolo Giovio. Dell’istorie del suo tempo. Venezia. 1564. Pag. 195
(9) John R. Hale. Guerra e società nell’Europa del Rinascimento. BariRoma. 1973. Pag.128