Il dizionario anagrafico dei condottieri di ventura

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E’ questo un dizionario anagrafico, seppure atipico, dei capitani di guerra e dei condottieri di ventura operanti in Italia tra il 1300 e il 1580.

Si è trattato di censire, vagliare, scremare informazioni difformi per fonte e attendibilità, mappando un territorio variegato, per il quale ad una conoscenza generale assai approfondita non si accompagna una altrettanto sicura certezza del dettaglio. 
Se sono sempre abbondati, infatti, saggi ponderosi sui temi complessivi della guerra e del potere nel Medioevo italiano, è latitata invece la ricerca interstiziale, capace di sollevare il velo di polvere che i secoli hanno depositato su figure e situazioni minori. 
Non sono mai mancate, in verità, biografie e cronache anche accurate, per lo più affidate alla conoscenza appassionata degli eruditi, ma ancora non si era tentato un lavoro coerente, per quanto possibile completo in ogni sua parte, nato con l’idea di abbracciare quasi tre secoli di storia aggrovigliata quando non addirittura nebulosa: intorno a tale nucleo è venuto articolandosi il presente lavoro che, nella sua forma tabellare, assume le vesti di un vero e proprio dizionario anagrafico articolato in 2.215 voci. 
Sono state immense moltitudini i condottieri passati senza lasciar traccia del loro faticoso guerreggiare: queste comparse dalle esistenze liminali, sfuggenti la ricerca storica, costituiscono l’humus fecondo che sottende la realtà tardomedievale e rinascimentale. 
Afferma E.R.Labande nel suo volume L’Italie de la Rénaissance:
Della maggior parte di questi capitani ancor oggi nel XX secolo non si conoscono che poche cose: ciascuno di essi è soprattutto un nome, talora un ritratto celebre, la maggior parte appare ai nostri occhi come una pedina sullo scacchiere degli avvenimenti. Dei motivi che spingevano ciascuno d’essi nella grande mischia, dei loro desideri, insomma della loro psicologia, persino dei loro metodi, ci sfuggono molti elementi (1).

Disseppellire fatti e personaggi dimenticati, riportare alla luce circostanze che già all’epoca del loro maturare apparivano imprecise e di non semplice decifrazione, è esercizio defatigante e che rischia di essere interlocutorio rispetto ai risultati finali: si è reso necessario un lavoro minuzioso, protratto nel tempo, e che ha imposto tutta una serie di decisioni operative, con l’ovvia conseguenza di influenzare e indirizzare la stesura della ricerca anche verso direzioni inaspettate.
L’omogeneizzazione della cospicua quantità di informazioni emersa da questa continua opera di dragaggio di fondali sin qui malamente illuminati, ha ingenerato notevoli difficoltà: le conoscenze risultano spesso tutt’altro che congruenti, si fondono e confondono in nodi inestricabili, si rivelano d’improvviso lacunose, inaffidabili o contraddittorie. I dati tendono impercettibilmente a trasformarsi in una congerie illeggibile, e ciò a motivo della stessa labilità delle fonti. Seguire tali vie vuol dire avventurarsi in un labirinto di sorprese e delusioni: gran parte della fatica è consistita nel ricompattare in forma sensata e non arbitraria la sequenza degli avvenimenti.
Quel che si è detto per la ricostruzione della ragnatela dei fatti è altrettanto valido per i problemi di carattere toponomastico legati alla identificazione delle varie località coinvolte dall’attività dei condottieri capitani, quali cambiamenti nel nome verificatisi in un periodo successivo ai fatti riportati e storpiature dovute ad influenze di natura dialettale. Un’altra difficoltà è posta dalla datazione. Gli elementi cronologici, infatti, hanno costretto ad un riesame continuo, soprattutto alla luce di quelli che sono gli obbiettivi dichiarati della nostra ricerca. La data del Capodanno non è uniforme per i vari stati italiani ed è variabile da città a città: si va così dallo stile della Natività che stabilisce il primo giorno dell’anno al 25 dicembre; allo stile dell’Incarnazione o fiorentino che lo fissa al 25 marzo, festa dell’Annunciazione di Maria Vergine; al veneziano, usato a Venezia fino alla caduta della repubblica nel 1797, che lo pone al primo marzo; al bizantino, adottato nella Puglia e nella Calabria durante il medioevo, che lo indica al primo settembre; allo stile moderno o della Circoncisione, che ha come base di partenza il primo gennaio.
Non ultime, infine, sono venute le incertezze di natura lessicale, in quanto i nomi dei capitani/condottieri via via presi in esame, specie se di origine straniera, mutano le loro caratteristiche morfologiche nel passaggio da uno stato all’altro, e ciò a motivo delle ovvie diversità linguistiche. Vi sono nei cognomi alterazioni da riconoscere e da correggere, come pure è necessario constatare la loro effettiva corrispondenza allorché l’identità venga trasmessa non tanto facendo riferimento al casato o al cognome (che talora può essere anche un semplice patronimico), quanto alla località di provenienza.
Questi sono solo esempi, forse neppure dei più illuminanti, delle difficoltà sopravvenute nel corso della ricerca: per ognuna delle schede completate sono state affrontate simili problematiche, a volte non sempre con soluzioni efficaci.

Due parole sulle fonti utilizzate: anche a causa del carattere particolarmente elusivo dell’oggetto della nostra ricerca, per la raccolta di notizie si è ricorso ad una paziente collazione di materiali di origine diversa.
In primis, le biografie dei capitani, di lunghezza variabile secondo l’ammontare delle informazioni riscontrate, sono state costruite in base alle testimonianze degli autori che nel passato hanno esaminato le loro gesta come gli aspetti particolari della loro vita (gli atti magnanimi e coraggiosi, le debolezze umane, le perfidie, le viltà, i tradimenti).
In secondo luogo, ci si è avvalsi di storie cittadine, annali, memoriali di diplomatici, mercanti e osservatori del tempo. Si può senza dubbio immaginare il grado di eterogeneità di tali supporti: discrepanze, connessioni imperfette, disarmonie dettate tanto dalla mancanza di informazioni quanto dalla faziosità hanno costretto, come si scriveva più sopra, ad un vaglio attento delle fonti. Il grado di freschezza, la presa diretta sui fatti che da queste pagine traspirano, sono comunque strumenti imprescindibili, i soli, per quanto infidi, che garantiscano il recupero di quello sguardo obliquo, attento al dettaglio anche di colore, che permette un’adeguata comprensione.
Non meno importante ai fini della composizione di queste note biografiche è stata la consultazione di archivi pubblici e privati a suo tempo resi noti dagli eruditi.

Sempre in tale ottica, che privilegia una storia per così dire vista “dal basso”, ma non perciò meno capace di suggerirci spiragli di verità, si sono pure utilizzati altri materiali disomogenei, in special modo provenienti dalla letteratura. Si tratta di un’affascinante messe di frammenti poetici, di sonetti, di componimenti d’occasione, di panegirici compilati da laudatores come di sferzanti sbeffeggiamenti di denigratori, di cantari e cantilene popolari, aventi sempre come oggetto – diretto o indiretto – il capitano/condottiero di volta in volta studiato.
Da ultimo si sono prese in esame anche le epigrafi sepolcrali, quasi per avere un contrappeso tra la figura che emerge dai ricordi di terzi e quella idealizzata da familiari e amici.
Come sintesi finale per ciascun personaggio abbiamo voluto riportare i giudizi di vario tenore riscontrati nella consultazione dei testi (più di 2.000 opere), riguardanti sia la loro indole e capacità guerresca, sia i tratti salienti del loro aspetto fisico e della loro psicologia.
Dall’enunciazione dei criteri che hanno sorvegliato l’esecuzione di questa ricerca risalta forse con maggior evidenza anche quella che riteniamo essere la sua naturale destinazione. Si tratta di un’opera che non procede per problemi, ma piuttosto per “voci”, come si addice ad un’enciclopedia – e dell’enciclopedia condivide gli azzardi come anche i meriti. Un limite (necessario) è senza dubbio costituito dall’assenza di un quadro di riferimento teorico che ricombini l’ordito degli eventi . Si è tralasciata l’analisi puntuale di nessi che da altri autori e in altre opere sono già stati messi a fuoco, prediligendo invece la (ri)scoperta del particolare minuto, certo più attinente alla cronaca che alla macrostoria. Ne risulta un ampio catalogo di fatti, situazioni e personaggi che riunisce informazioni volatili, e altrimenti sparse. Il racconto non segue una linea unitaria; la narrazione è spezzettata in eventi (che si svolgono per lo più di notte) che ci manifestano, uno dopo l’altro, episodi di guerriglia più che di vera guerra. La lotta si reifica in azioni slegate, in movimenti convulsi e violenti, ognuno dei quali ha tuttavia un suo significato, un suo valore estetico ed umano.

Si è accennato in precedenza al carattere consuntivo delle pagine che seguono: a tal fine si è preferita la redazione di più concisi profili biograficoprofessionali, che ci permettano di seguire le imprese di ciascuno dei capitani/condottieri in modo diacronico. E’ una scelta che al carattere della provvisorietà appaia quella dell’agevolezza di consultazione: gli elementi posseduti sono stati così organizzati in forma di matrice, dove i riferimenti temporali (sotto forma di anno e possibilmente di mese) sono stati collocati sulla colonna, mentre sulle righe trovano posto alcuni dei fenomeni presi in considerazione, come:
stato committente o appartenenza ad una compagnia di ventura libera (almeno apparentemente) da vincoli di obbedienza verso chicchessia;
l’avversario di turno;
le condizioni generali della condotta, in modo da poter seguire anche i segnali di un’eventuale carriera;
l’area geografica di attività, che permette di avere indicazioni sul tasso di mobilità del singolo capitano/ condottiero;
le azioni militari intraprese ed altri fatti variamente collegati a tali attività.
Al termine di ogni scheda si riferisce in forma sintetica ( la voce citazioni) il ventaglio delle opinioni sulla figura analizzata.
Dalle schede traspare in ogni caso un filo conduttore comune che lega i vari personaggi presi in considerazione. Nelle note si incontrano i problemi concreti comuni ad ogni guerra: il ritardo delle paghe, in una situazione in cui si rischia di continuo la vita, che ha come conseguenza l’accelerazione o la decelerazione nella conduzione delle campagne; l’importanza dei problemi logistici, come la regolarità dei flussi di vettovagliamento, in un’epoca in cui non esiste una rete stradale ed in cui sono primitive le tecniche di conservazione dei cibi; l’estrema mobilità dei soldati spostati di continuo da un fronte all’altro che sopperisce, in un certo qual modo, alla relativa esiguità degli eserciti messi in campo.
L’attività del condottiero non si svolge solo in guerra; spesso si identifica in compiti di polizia in quel frammentato mondo caratterizzato dalle lotte per il potere politico fra partiti (nobili/popolari) e da lotte di fazione (guelfi/ghibellini). Non mancano infine informazioni sui rapporti con il mondo politico che si estrinsecano già nella stipula del contratto, sovente fonte di contrasti ex-post con i collaterali sul numero e sulla qualità degli uomini presentati alla mostra/rassegna periodica preventiva il pagamento delle spettanze. Si può notare la parabola ascendente e discendente di taluni condottieri, il loro avanzamento sociale che si realizza nell’acquisto di proprietà immobiliari e nell’infeudamento di circoscrizioni territoriali, in altri fatti economici quali gli stipendi percepiti (complessivi del soldo dei collaboratori) e le provvigioni personali. Oltre gli onori ricevuti, che culminano con la morte nella sepoltura in chiese di prestigio ed in pensioni per i parenti più vicini, sono prese in considerazione le inimicizie personali e quelle con le autorità, che si esplicitano nelle cosiddette pitture infamanti (l’impiccagione in effigie per i piedi, simbolo del tradimento).

L’uomo di guerra, nei limiti della sua inclinazione caratteriale, obbedisce ad un codice di condotta e, in qualche modo, si adegua negli atti ad un costume che è poi quello proprio del suo tempo. Un curriculum particolarmente significativo da questo punto di vista ci pare quello dell’inglese Giovanni Acuto, che con i suoi trenta anni di attività in Italia finisce con l’assumere una statura di archetipo riassumendo efficacemente i caratteri del condottiero professionista almeno per il primo periodo temporale preso in considerazione. Si riscontrano in lui alcune costanti di comportamento riassumibili come segue:
-un’estrema mobilità sul territorio nazionale, che lo porta a toccare nella sua militanza in Italia tutte le regioni, con l’eccezione di Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna;
-una militanza per molti committenti, eterogenea dal punto di vista qualitativo in quanto si passa con disinvoltura dal sovrano allo stato della Chiesa, dalla repubblica al fuoriuscito di qualche piccola località;
-una continua ricerca di avventura, non tanto o solo dal punto di vista psicologico, quanto per il desiderio di accumulare denaro per sé e per gli uomini che al momento lo accompagnano. Compare pure una vittima di elezione (Siena) quando si vuole battere cassa rapidamente;
pur in un contesto comunque mercenario, sono presenti sentimenti di fedeltà verso le signorie che ritiene amiche. E’ infatti sempre disponibile, nel bisogno, ad aiutare i Montefeltro ed i da Carrara; ormai vecchio, l’Acuto sceglie un incarico fisso (il soldo di Firenze) ed in tale veste compie le più belle imprese militari.
Giovanni Acuto riassume inoltre in sé le caratteristiche dell’inglese italianizzato, che la cultura popolare dell’epoca associava indissolubilmente alla colorita espressione “diavolo incarnato”. E’ e rimane sempre inglese (vedi i rapporti che intrattiene con i condottieri suoi connazionali), tanto che dopo un’iniziale sepoltura a Firenze le sue ossa sono tumulate in Inghilterra; ma è anche italiano, ha proprietà nel nostro paese, sposa un’italiana ed è tanto bene inserito nella vita fiorentina del tempo che Franco Sacchetti lo fa protagonista di una sua novella.

S i è ritenuto di accompagnare i 2.215 profili considerati con una descrizione, seppur breve, dell’ ambiente in cui si sono trovati ad operare: è questo il caso del capitolo “Uno stato di conflittualità permanente”, nel quale, accanto ad un panorama d’insieme che non ha alcuna pretesa di esaustività, si trovano per la prima volta censiti, per il periodo 1330-1530, tutti i conflitti importanti e marginali che hanno contrassegnato la vita degli stati italiani.
Nei capitoli 2 e 3 si sono affrontati due temi più specifici, quali “Il sistema dei condottieri” e “L’opinione degli umanisti”. I vari spunti che ne emergono sono stati controllati con l’ausilio di strumenti offerti dall’ analisi quantitativa: si è ricavato un primo campione di 4.395 di capitani/condottieri dalla lettura dei testi consultati; da qui si è proceduto alla selezione di 2.215 nominativi, la cui discriminante è stata fornita dalla ricchezza (sempre in termini relativi) delle informazioni qualitative che li riguardano.
Tale subcampione, infine, frutto – lo si ricorda ancora una volta – di materiali eterogenei almeno quanto le fonti di base, è stato sottoposto all’analisi incrociata dei dati, in modo da mettere in rilievo l’andamento dei fenomeni di volta in volta presi in considerazione, dando così una risposta ponderata alle ipotesi degli studiosi del settore.

Note
(1) Edmond-Renè Labande. L’Italie de la Rénaissance. DuecentoTrecentoQuattrocento. E’volution d’une societè. Parigi. 1954